MALATTIE

Una delle malattie più temute era la mastite, un'infezione batterica alle mammelle che rendeva "inutile" l'animale poiché il suo latte doveva essere eliminato. La mastite sembra essere stata una delle malattie più diffuse, anche perché con questo termine veniva indicato un generico stato di alterazione delle mammelle. La mastite poteva insorgere a causa di una mungitura eseguita frettolosamente, per cui parte del latte non veniva completamente estratto e il permanere di residui provocava l'insorgere dei germi. Particolarmente delicata era la mungitura dopo il parto quando l'animale si trovava in uno stato generale di debolezza. La malattia poteva colpire tutta la mammella o solo un quarto; i sintomi erano inequivocabili: rigonfiamento e indurimento delle mammelle, il latte che scendeva poco scorrevolmente e a grumi e la mungitura che risultava dolorosa e procurava irrequietezza dell'animale. Le cure in passato prevedevano l'attenta pulizia della parte con acqua e una vigorosa insaponatura con sapone bianco. La schiuma ottenuta doveva essere lasciata riposare per alcuni minuti e poi risciacquata; la mammella doveva essere infine ben asciugata. Venivano inoltre applicati impacchi di malva e in tempi più recenti di ittiolo. Per facilitare lo scorrimento del latte, venivano introdotte nei capezzoli delle penne di gallina, le quali permettevano l'apertura del condotto mammario a volte infiammata. Si tratta di una pratica non priva di rischi poiché la penna poteva ulteriormente peggiorare l'infezione o lacerare i tessuti.

Diverse erano le cause che potevano comportare una difficile digestione, tanto al pascolo che nel periodo di stabulazione. In questi casi i rimedi erano tradizionali e non differivano da quelli praticati anche agli uomini. L'erba curativa più diffusa era il decotto di radice di genziana somministrata all'animale mediante una bottiglia introdotta in bocca. Il decotto di genziana o di ginepro o malva veniva talvolta arricchito con una presa di sale inglese o amaro che ha funzioni lassative. Una ricetta di genziana prevedeva l'aggiunta di cipolla, noce moscata e rabarbaro, il tutto bollito in un litro d'acqua. La radice di genziana veniva somministrata dopo averla tritata in un boccone di polenta o altro. L'ingestione di erbe indigeste o di eccessive quantità di erba fresca provocava anche fenomeni di forte meteorismo. La cura più efficace, oltre alla somministrazione dei già citati decotti o di bevande calde quali la camomilla, consisteva nell'introdurre per bocca o anche per il posteriore delle sonde per permettere al gas di fuoriuscire. Contro il gonfiore o per stimolare la diuresi veniva effettuato un decotto con gli stili delle pannocchie.

Le malattie legate alle vie respiratorie erano frequenti, soprattutto durante l'inverno quando gli animali venivano fatti uscire dalla stalla per l'abbeveraggio alla fonte; il brusco abbassamento della temperatura dalla stalla all'aperto e la somministrazione dell'acqua gelida potevano causare influenze o polmoniti. Le cure consistevano in somministrazioni di bevande calde e decotti delle erbe più comuni, come malva, camomilla ecc., con l'applicazione sul dorso dell'animale, di sacche di stoffa calde contenenti polvere del fieno. Le mucche, come le pecore e le capre, erano soggette ad infezioni ai piedi, che comportavano gonfiore e difficoltà nella deambulazione. Le cause principali di questo malore erano la scarsa igiene degli zoccoli e la presenza di umidità. La pedagna, come viene chiamata questa malattia, colpiva più spesso bovini durante l'alpeggio ed era curata, dai pastori stessi, pulendo lo zoccolo da eventuali sassolini o altro e fasciando il piede dopo avervi applicato resina di larice.

L'alfta epizootica è ricordata dagli allevatori come una malattia più pericolose e rovinose. Spesso, anche dopo le cure più moderne, l'animale più colpito da questo morbo infettivo doveva essere ucciso. I sintomi della malattia erano inequivocabili e per curarla si ricorreva sempre all'intervento del veterinario. La terapia migliore, in mancanza di veri e propri medicinali come gli antibiotici, era un'accurata e attenta disinfezione della stalla e dell'animale, nonché l'isolamento dei soggetti colpiti. La bocca e i piedi, le parti più colpite e dove più frequentemente comparivano le afte, venivano pulite e disinfettate con aceto. Per la disenfezione dell'ambiente si ricorreva all'uso della calce viva di cui si cospargeva il pavimento della stalla e i dintorni. Non sempre le cure erano efficaci e dipendevano spesso dalla tempestività con cui la malattia veniva diagnosticata.

Bevande calde o rinfrescanti, decotti ed infusi di erbe comuni erano somministrate agli animali in diverse occasioni. Dopo il parto una buona dose di caffè caldo, talvolta con un goccio di grappa, era considerata d'aiuto alle mucche per riprendere le forze dopo la tremante fatica. Al ritorno dall'alpeggio, per l'affaticamento dovuto dal lungo viaggio, veniva somministrata una tisana di malva rinfrescante, sulle ferite più lievi venivano applicate foglie di bardana.

 

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