Il colpo definitivo lo diede Luigi XII, nel 1502, accolto in città in maniera solenne. Ma, i genovesi non riuscivano a subire passivamente l'invadente dominio francese e l'elezione a Doge del tintore Paolo da Novi il 10 Aprile 1507, diede la scintilla alla rivolta. Purtroppo le cose non andarono troppo bene e a farne le spese fu proprio il "Doge plebeo".

Dopo l'esecuzione di Paolo da Novi, i francesi pensarono bene di rivolgere le loro attenzioni alla sicurezza del loro dominio, rafforzando il Castelletto e il Castellaccio, ma, soprattutto, costruendo la celebre "Briglia", che nelle intenzioni dei transalpini doveva servire ad imbrigliare le velleità genovesi. Invece la voglia di libertà era più forte della prepotenza francese e la vita degli invasori non era di certo più piacevole di quella dei sottomessi. Ogni occasione era buona per una scaramuccia o per una vera e propria battaglia.

Insomma, aristocrazia e povera gente lottavano insieme per un unico ideale: la libertà. L'unica ragione che univa qualsiasi essere di qualsiasi estrazione per riportare Genova ad un'indipendenza totale.

L'unico uomo dell'epoca che poteva realizzare quel sogno era Andrea D'Oria, anche perchè aveva capito che le potenze straniere erano un mezzo utile per raggiungere la libertà.
Questa è infatti l'osservazione degli storici Gori e Martini:
"Molti esponenti delle famiglie liguri avevano sacrificato Genova allo straniero pur di non perdere il loro potere. Andrea offrì se stesso ad uno straniero purchè fosse restituita a Genova la libertà".

 

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I francesi a Genova: Dal "Doge Plebeo" ad Andrea D'Oria

Genova aveva alla fine del XVI secolo molti pretendenti. Le potenze, sia italiane che straniere, avevano capito quanto fosse importante quel porto posto nella zona centrale del Mediterraneo e già pronto per i commerci verso l'Atlantico e con navi e ammiragli abili nelle battaglie.

 

 

 

 

 

Miniatura raffigurante l'ingresso di Luigi XII di Francia a Genova nel 1507

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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