LA GUERRA ITALO-ABISSINA.

La guerra italo-abissina, iniziatasi nel 1994 e conclusasi il 26 ottobre 1896 con la Pace di Addis Abeba, può distinguersi in due periodi:

Cause immediate della guerra furono il disaccordo fra il governo italiano e l'imperatore Menelik II circa l'interpretazione del Trattato di Uccialli, in riferimento all'articolo n.17; la defezione di ras Mangascià e la conseguente occupazione del Tigrai da parte delle truppe italiane. Il motivo recondito, invece, è possibile trovarlo nei due episodi provocati dagli Italiani con le spedizione Saletta e Di San Marzano e con l'occupazione italiana di Massaua, che toglieva all'Abissinia il miglior sbocco dell'altipano etiopico al mare. L'incerta politica del governo italiano in merito alla questione coloniale fece poi il resto.

A) La spedizione Saletta(1885).

Nel 1885 dopo che il Regno Unito aveva occupato l'Egitto ed i territori dell'attuale Sudan cominciò a preoccuparsi per l'allargarsi dell'insurrezione del Sudan provocata dalla predicazione del Mahdi. Chiese perciò il concorso dell'Italia per un'azione comune nel Mar Rosso. L'Italia aveva anch'essa interessi nel Mar Rosso, avendo dichiarato nello stesso anno suo possedimento la baia di Assab, perciò accettò l'invito(1884) ed organizzò una spedizione militare. Il 14 gennaio 1885 partì da Napoli un corpo di spedizione italiano (800 uomini agli ordini del Col. Saletta), diretto apparentemente ad Assab, per vendicare l'eccidio della spedizione geografica di Gustavo Bianchi. L'Ammiraglio P. Caimi, che comandava le navi italiane, giunse davanti a Massaua il 5 febbraio 1885 e vi sbarcò prendendone possesso in nome del Regno d'Italia; il corpo di spedizione italiano estese l'occupazione alle località di Menkullu e Otumlo, da dove proveniva l'acqua necessaria a dissetare la città. Nello stesso mese di febbraio 1885 altri due corpi di spedizone giunsero dall'Italia, al punto che in marzo vi erano nella città forze militari sufficienti ad estendere l'occupazione ai dintorni e lungo la costa. Fin dall'inizio era stata inviata una compagnia ad Assab ed occupata la baia di Beilul. Il 10 aprile venne sbarcato un distaccamento ad Aràfali, in fondo alla baia di Zula. Poi vennero occupate Archico, le isoleAuachìl, Medèr,nella baia di Aufila,e la baia di Edd. Il 7 ottobre la tribù dei Habab accettò il protettorato dell'Italia ed in seguito anche gli Assaortini e i Beni Amer ne seguirono l'esempio. Il generale C. Genè, giunto a Massaua alla fine di settembre, proclamò ufficialmente la sovranità dell'Italia.

Spedizione di San Marzano (1887- 1888).

L'occupazione di Massaua e della costa da parte degli Italiani aveva provocato il risentimento del Negus di Abissinia, che sperava di ottenere dal Regno Unito e dall'Egitto uno sbocco al mare. Egli perciò fece occupare dai suoi uomini Cheren e il paese dei Bogos, che erano stati sgomberati dagli Anglo-Egiziani in seguito all'insurrezione del Sudan. Gli Italiani, a loro volta, dopo aver occupato Massaua e la costa si rendevano sempre più conto che era impossibile rimanere solo sulla costa a causa del clima e che appariva importante mettere i piedi sull'altopiano etiopico il cui orlo corre a 70-80 km ad ovest parallelamente alla costa del Mar Rosso. Il governo italiano sperava di ottenere tutto ciò pacificamente e perciò inviò al negus una missione diplomatica curata da Ferrari e C.Nerazzini, ma il negus evitò di giungere ad accordi concreti e definiti.

Il Generale Genè allora inviò una centuria di Basci Buzùck ad Uaà, 40 km a sud di Massaua, allo sbocco della valle dell'Haddàs, una delle vie d'accesso all'altipiano. Il Negus protestò contro questa occupazione e il ras Alula, governatore del Hamasen si portò con le sue truppe a Ghida (40km ad ovest di Massaua), da dove intimò al generale Genè di sgomberare Uaà e Zula (10 gennaio 1887). Il Generale Genè non solo non accettò l'intimazione, ma iniziò una serie di provvedimenti militari volti a minacciare il governatore etiopico.


Ras Alula

Il 25 gennaio ras Alula asttaccò il posto di Saàti comandato dal Maggiore G. Boretti, ma dopo 4 ore di combattimenti dovette ritirarsi.. L'indomani una colonna di 500 uomini, agli ordini del -col. T. De Cristoforis, mosse da Monkullu a Saàti per scortare gli approvvigionamenti al forte; ma presso l'altura di Dogali venne attaccata e distrutta dagli Abissini. Il Generale Genè fece allora sgombrare i posti avanzati di Saàti, Uaà e Aràfali e la linea di difesa fu limitata a Ottumlo, Moncullo e Archico. Da parte sua il ras Alula, soddisfatto di questo risultato, non andò oltre ed il 30 gennaio si ritirò su Ghinda ed il 31 rientrò ad Asmara.

Il caso Dogali fece notevole scalpore nel parlamento italiano e nel paese. La Camera dei Deputati votò uno stanziamento di 5 milioni, in seguito aumentato a 20 milioni; i ministri C.F. di Robilant e C. Ricotti, ritenuti responabili della condotta della vicenda, furono sostituiti da F. Crispi e da C. Bertolè Viale. Il Generale Genè venne richiamato in Italia e sostituito in Africa dal Saletta, ora diventato generale. Durante i mesi di febbraio e di marzo partirono per l'Africa ulteriori rinforzi per il corpo di spedizione (circa 2100 uomini), oltre a materiale di ogni genere. Massaua fu collegata telegraficamente ad Assab e Pèrim e nella città iniziarono lavori di sistemazione e trasformazione della città in una capitale coloniale.

Il Generale Saletta arrivò a Massaua alla fine di aprile, con l'ordine di non procedere ad operazioni se non costretto dagli avvenimenti, e subito procedette a riorganizzare le truppe, i posti di difesa le strutture organizzative. Con Regio Decreto del 14 luglio 1887 venne costituito un "Corpo speciale d'Africa" costituito di : 2 reggimenti cacciatori a piedi;1 squadrone cacciatori a cavallo; 4 batterie di artiglieria (2 da fortezza, 1 da campagna, 1 da montagna e 4 compagnie di servizi: in totale 5000 uomini). Inoltre, gli irregolari furono portati ad un effettivo di 2000 uomoni circa; fu assicurato il concorso delle tribù sottomesse, nonchè delle bande dei Debèb e Cafel. Furono migliorate le fortificazioni ed iniziata la costruzione di una ferrovia decauville tra Massaua e Saàti. Nei mesi di settembre e di ottobre fu inviata in Africa al comando del Ten. Gen. A.Asinari di San Marzano una brigata di rinforzo (8 battaglioni di fanteria, 2 batterie e 2 compagnie del genio) che portarono così la forza militare del corpo di spedizione in Africa a circa 20.000 uomini e 38 pezzi di artiglieria.

Fallite le trattative con il negus, il corpo di spedizione procedendo a lente tappe e facendosi seguire dalla costruzione della ferrovia, e verso la metà di marzo 1888 rioccupava la posizione di Saàti e vi si fortificava. Pochi giorni dopo il negus Giovanni scendeva dall'altopiano con tutto il suo esercito, forte di 80.000 uomini e poneva il campo nella conca di Sabergùma, con il chiaro intento di attirare le forze italiane fuori dalle proprie posizioni. Le truppe itaiane rimasero in difesa, aspettando a loro volta l'attacco abissino. Ma invano. La penuria di viveri degli Abissini ed una serie di epidemie scoppiate tra i soldati costrinsero il negus Giovanni il 3 aprile a ritirarsi sull'altopiano.

Questa fase della campagna, tutto sommato fu molto positiva per gli Italiani: non solo si riconquistarono Saàti e Uaà, ma l'influenza italiana si estese fino all'orlo dell'altopiano e ,grazie ad una serie di intese con i capi indigeni, anche alle tribù che si trovavano fra Massaua e Kassala e a quelle disseminate lungo la costa.

Operazioni contro il ras Mangascià. (1894-95).

Nel marzo del 1899 il negus Giovanni moriva in battaglia contro i Mahdisti a Metemma. Il governo italiano favorì con l'aiuto di armi e denaro l'ascesa al trono del ras dello Scioa, Menelik, sperando che il nuovo negus favorisse la penetrazione italiana nel Tigrai. L'anno seguente perciò venne firmato tra il Negus Menelik II ed i plenipotenziari italiani il Trattato di Uccialli. Poco dopo infatti gli italiani occuparono Cheren ed Asmara. I problemi però iniziarono subito. La nomina di Menelik a negus aveva offeso profondamente ras Mangascià che aspirava al trono, essendo fra l'altro figlio del defunto negus Giovanni IV. Una volta sul trono però le promesse di Menelik nei confronti degli Italiani cominciarono a venir meno ed il governo italiano cominciò a rivedere il suo appoggio al nuovo negus e a cercare contatti con ras Mangascià. Nel convegno di Marèb del 6 dicembre 1891 venenro fissati accordi con il ras Mangascià. Ciò però irrito il negus Menelik che divenne ancora più ostile alle posizioni italiane. Era una situazione difficile alla quale era possibile far fronte solo con ulteriore invio di uomini e mezzi. Ma la crisi economica che colpì l'Italia negli anni 1892-93 costrinse le autorità italiane della nuova colonia ad evitare ogni attrito con Menelik. Anzi, attraverso il lavoro diplomatico si cercò di ricreare con l'antico alleato un buon clima di convivenza. Questa politica però spiazzò le aspirazioni di ras Mangascià che, sentendosi tradito dall'Italia, fece atto di sottomissione al negus, recandosi ad Addis Abeba ed al ritorno nel Tigrai cominciò a fomentare la rivolta contro gli Italiani, istigando i capi indigeni dell'Eritrea che si erano sottomessi all'Italia.

L'invito venne raccolto da Bahtà Agos, che governava la provincia dell'Acchelè Guzài in nome dell'Italia; gli era a fianco a nome dell'Italia il Ten. G. B. Sanguinetti, come rapprresentante del governo dell'Eritrea ( nome con il quale furono designati i possedimenti coloniali d'Africa del1891), che aveva la propria residenza a Saganèiti. Bahtà Agos fu avvicinato per conto di ras Mangascià da alcuni padri lazzaristi francesi, missionari che operavano nella zona e che non vedevano di buon occhio la penetrazione italiana, in linea con la politica del governo francese ed anche per la tradizione antitliana seguita all'occupazione di Roma ed alla scomparsa dello stato della Chiesa nel 1870 ad opera del nuovo regno, ritenuto dai cattolici uno stato massone ed anticattolico. Bahtà Agos si lasciò attrarre dalle promesse di ras Mangascià ed il 14 dicembre 1894 fece imprigionare il residente Sanguinetti e si proclamò signore indipendente dell'Acchelè Guzài.


Il Generale Oreste Baratieri, Comandante del corpo di spedizione Italiano in Eritrea

Il governatore italiano della colonia Eritrea, Gen. Baratieri, da Cheren ordinò subito al Magg. Toselli di muovere contro i ribelli. Il mattino del 26 dicembre il Magg. Toselli radunò tre compagnie davanti a Saganèiti ed impose a Bahtà Agos di consegnare le armi e di liberare Sanguinetti. Il capo ribelle cercò di temporeggiare e nella notte, in silenzo, evacuò Saganèiti dirigendosi ad Halai per assalire di sorpresa il forte del posto che era presidiato dal Cap. Castellazzi con una compagnia indigena. L'assalto avvene verso le ore 13.30 del 27 dicembre a opera di circa 2600 ribelli. Il forte si difese al meglio con i suoi 250 uomii, fino a quando alle spalle degli attaccanti si materializzò il reparto del Magg. Toselli che attaccò subito gli assalitori alle spalle. Costoro presi tra due fuochi vennero pesantemente sconfitti e si dispersero, quando lo stesso Bahtà Agos trovò la morte in combattimento. Il Ten. Sanguinetti fu liberato e l'Acchelè Guzài fu pacificato.

La pronta repressione della rivolta sconcertò ras Mangascià, che si affrettò a congratularsi con il governatore dell'Eritrea Gen. Baratieri. Il Gen. Baratieri, essendo palesi le trame di ras Mangascià gli intimò però di consegnare i ribelli di Hàlai che si erano rifugiati presso di lui e di muovere, secondo gli accordi a suo tempo presi, contro i dervisci. L'ultimatum italiano però non fu accettato da ras Mangascià e così Baratieri raccolse un corpo di truppe di circa 3.500 uomini ad Adi Ugri ed il 27 dicembre mosse su Adua, dove si accampoò sulle alture di Fremona.

Mangascià cercò apparentemente di intavolare trattative, ma in realtà, accordatosi con ras Agòs dello Scirè, avanzò minaccioso verso il confine dell'Eritrea, alla testa di 10.000 uomini, i due terzi dei quali erano armati di fucili. La minaccia ai confini dell'Eritrea indusse il Gen. Baratieri a ritirarsi da Adua e a portarsi su Adi Ugri, da dove il 12 gennaio mosse col corpo di spedizione su Coatit dove si era accampato l'esercito abissino. Il combattimento che seguì (Battaglia di Coatit) dei giorni 12 e 13 indusse ras Mangascià a ritirarsi verso la conca di Senafè, dove il giorno seguente fu raggiunto di nuovo dalle truppe di Baratieri e volto definitivamente in fuga. Le due battaglie costarono a ras Mangascià più di 2.000 uomini, mentre le truppe di Baratieri ebbero 123 morti e 192 feriti italiani). A questo punto Baratieri fece occupare da un capo indigeno sottomesso agli italiani, Agos Tafarì, l'Agamè, e affidato al Magg. Toselli il compito della pacificazione e del riordinamento dell'Acchelè Guzài, fece ritorno a Massaua.

Ras Mangascià si affrettò a scrivere lettere di scuse e di pace a Baratieri (promosso per l'occssione Ten. gen.)ed al Re d'Italia, ma era tutt'altro che intenzionato a lasciare l'Agamè nelle mani di Agos Tafarì. Coadiuvato da Tesfài Antalò, ex governatore della regione, ricostituì le sue forze e si avvicinò con esse a Hausien, con l'intento di compiere un colpo di mano e di impadronirsi dell'Agamè. Il Gen. Baratieri, venuto a conoscenza delle mire di Ras Mangascià, gli intimò di licenziare gli armati e di ritirarsi dai confini della colonia. Non avendo ottenuto risposta, raccolse verso la metà di marzo un corpo di spedizione di 4.000 uomini a Senafè, mosse verso Adigrat che occupò il giurno 25 marzo e poi su Adua, occupata il 12 aprile.


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