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INTERNAZIONALE COMUNISTA
documenti vari
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La transizione dal capitalismo al comunismo
"Tra la
societ� capitalista e la societ� comunista - prosegue Marx - vi � il periodo della
trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo
della prima fase del comunismo o fase socialista, il cui Stato non pu� essere altro che
la dittatura rivoluzionaria del proletariato"
Questa conclusione
si basa, in Marx, sull'analisi della funzione che il proletariato ha nella societ�
capitalistica odierna, sui dati dello sviluppo di questa societ� e sulla
inconciliabilit� degli opposti interessi del proletariato e della borghesia.
Prima la questione veniva
posta in tal modo: per ottenere la sua emancipazione il proletariato deve rovesciare la
borghesia, conquistare il potere politico, stabilire la sua dittatura rivoluzionaria.
Ora la questione si pone in
modo un po' diverso: il passaggio dalla societ� capitalistica, che si sviluppa in
direzione del comunismo, alla societ� comunista � impossibile senza un "periodo
politico di transizione", e lo Stato di questo periodo non pu� esser altro che la
dittatura rivoluzionaria del proletariato.
Ma qual � l'atteggiamento di
questa dittatura verso la democrazia?
Abbiamo visto che il Manifesto
del Partito comunista pone semplicemente uno accanto all'altro i due concetti:
"trasformazione del proletariato in classe dominante" e "conquista della
democrazia". Tutto ci� che precede permette di determinare nel modo pi� preciso le
modificazioni che subir� la democrazia nella transizione dal capitalismo al comunismo.
La societ� capitalistica,
considerata nelle sue condizioni di sviluppo pi� favorevoli, ci offre nella repubblica
democratica una democrazia pi� o meno completa. Ma questa democrazia � sempre limitata
nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una
democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi. La
libert�, nella societ� capitalistica, rimane sempre pi� o meno quella che fu nelle
repubbliche dell'antica Grecia: la libert� per i proprietari di schiavi. Gli odierni
schiavi salariati. in conseguenza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente
soffocati dal bisogno e dalla miseria, che "hanno altro pel capo che la
democrazia", "che la politica", sicch�, nel corso ordinario e pacifico
degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita
politica e sociale.
L'esattezza di questa
affermazione � confermata. forse con la maggiore evidenza, dall'esempio della Germania,
perch� � proprio in questo paese che la legalit� costituzionale si mantenne, per quasi
mezzo secolo (1871-1914), con una costanza e una durata sorprendenti. e durante questo
periodo la socialdemocrazia seppe, molto pi� che negli altri paesi, "usufruire della
legalit�" e organizzare in un partito politico una parte di operai molto pi� grande
che in qualsiasi altro paese del mondo.
Quale � dunque questa parte -
la pi� elevata fra quelle che si osservano nella societ� capitalistica - degli schiavi
salariati politicamente coscienti e attivi? Un milione di membri del partito
socialdemocratico su 15 milioni di operai salariati! Tre milioni di operai organizzati nei
sindacati su 15 milioni di operai!
Democrazia per un'infima
minoranza, democrazia per i ricchi: questo � il sistema democratico della societ�
capitalistica. Se osserviamo pi� da vicino il meccanismo della democrazia capitalistica,
si vedranno sempre dovunque - sia nei "piccoli" (i pretesi piccoli) particolari
della legislazione elettorale (durata della residenza, esclusione delle donne, ecc.), sia
nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli di fatto al
diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i "poveri"!), sia nell'
organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. - si vedranno
restrizioni su restrizioni al sistema democratico. Queste restrizioni, eliminazioni,
esclusioni, intralci per i poveri sembrano piccoli soprattutto a coloro che non hanno mai
conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse n� la vita delle
masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei
pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i
poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia.
Marx afferr� perfettamente
questa caratteristica essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi
dell'esperienza della Comune, disse: agli oppressi � permesso di decidere, una volta ogni
qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenter� e li
opprimer� in Parlamento!
Ma l'evoluzione da questa
democrazia capitalistica - inevitabilmente ristretta, che respinge in modo dissimulato i
poveri, e quindi profondamente ipocrita e bugiarda - "a una democrazia sempre pi�
perfetta", non avviene cos� semplicemente, direttamente e senza scosse come
immaginano i professori liberali e gli opportunisti piccolo-borghesi. No. Lo sviluppo
progressivo, cio� l'evoluzione verso il comunismo, avviene passando per la dittatura del
proletariato e non pu� avvenire altrimenti, poich� non v'� nessun'altra classe e nessun
altro mezzo che possa spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori.
Ora, la dittatura del
proletariato, vale a dire l'organizzazione dell'avanguardia degli oppressi in classe
dominante per reprimere gli oppressori, non pu� limitarsi a un puro e semplice
allargamento della democrazia. Insieme a un grandissimo allargamento della democrazia,
divenuta per la prima volta una democrazia per i poveri, per il popolo, e non una
democrazia per i ricchi, la dittatura del proletariato apporta una serie di restrizioni
alla libert� degli oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti. Costoro noi li
dobbiamo reprimere, per liberare l'umanit� dalla schiavit� salariata; si deve spezzare
con la forza la loro resistenza; ed � chiaro che dove c'� repressione, dove c'�
violenza, non c'� libert�, non c'� democrazia.
Engels lo ha espresso in modo
mirabile nella sua lettera a Bebel scrivendo, come il lettore ricorda, che "finch�
il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della
libert�, ma nell'interesse dell'assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa
possibile parlare di libert�, allora lo Stato come tale cessa di esistere".
Democrazia per l'immensa
maggioranza del popolo e repressione con la forza, vale a dire esclusione dalla
democrazia, per gli sfruttatori, gli oppressori del popolo: tale � la trasformazione che
subisce la democrazia nella transizione dal capitalismo al comunismo.
Soltanto nella societ�
comunista, quando la resistenza dei capitalisti � definitivamente spezzata, quando i
capitalisti sono scomparsi e non esistono pi� classi (non v'� cio� pi� distinzione fra
i membri della societ� secondo i loro rapporti coi mezzi sociali di produzione), soltanto
allora "lo Stato cessa di esistere e diventa possibile parlare di libert�".
Soltanto allora diventa possibile e si attua una democrazia realmente completa, realmente
senza alcuna eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a estinguersi, per la
semplice ragione che, liberati dalla schiavit� capitalistica, dagli innumerevoli orrori,
barbarie, assurdit�, ignominie dello sfruttamento capitalistico, gli uomini si abituano a
poco a poco a osservare le regole elementari della convivenza sociale, da tutti conosciute
da secoli, ripetute da millenni in tutti i comandamenti, a osservarle senza violenza,
senza costrizione, senza sottomissione, senza quello speciale apparato di costrizione che
si chiama Stato.
L'espressione: "lo Stato
si estingue" � molto felice in quanto esprime al tempo stesso la gradualit� del
processo e la sua spontaneit�. Soltanto l'abitudine pu� produrre un tale effetto, e
senza dubbio lo produrr�, poich� noi osserviamo attorno a noi milioni di volte con quale
facilit� gli uomini si abituano a osservare le regole per loro indispensabili della
convivenza sociale, quando non vi � sfruttamento e quando nulla provoca l'indignazione,
la protesta, la rivolta e rende necessaria la repressione.
La societ� capitalistica non
ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile, falsificata, una democrazia per i
soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione
verso il comunismo, istituir� per la prima volta una democrazia per il popolo, per la
maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo
il comunismo � in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto pi� sar�
completa, tanto pi� rapidamente diventer� superflua e si estinguer� da s�.
In altri termini: noi abbiamo,
nel regime capitalistico, lo Stato nel vero senso della parola, una macchina speciale per
la repressione di una classe da parte di un'altra e per di pi� della maggioranza da parte
della minoranza. Si comprende come per realizzare un simile compito - la sistematica
repressione della maggioranza degli sfruttati da parte di una minoranza di sfruttatori -
siano necessarie una crudelt� e una ferocia di repressione estreme: fiumi di sangue
attraverso cui l'umanit� prosegue il suo cammino, sotto il regime della schiavit�, della
servit� della gleba e del lavoro salariato.
In seguito, nel periodo di
transizione dal capitalismo al comunismo, la repressione � ancora necessaria, ma � gi�
esercitata da una maggioranza di sfruttati contro una minoranza di sfruttatori. Nel primo
stadio del comunismo esiste lo Stato come istituzione e tutti i mezzi di produzione e
scambio sono proprieta' dello Stato proletario. Lo speciale apparato, la macchina
speciale di repressione, lo Stato, � ancora necessario, ma � gi� uno Stato transitorio,
non pi� lo Stato propriamente detto, perch� la repressione di una minoranza di
sfruttatori da parte della maggioranza degli schiavi salariati di ieri � cosa
relativamente cos� facile, semplice e naturale, che coster� molto meno sangue di quello
che � costata la repressione delle rivolte di schiavi, di servi e di operai salariati,
coster� molto meno caro all'umanit�. Ed essa � compatibile con una democrazia che
abbraccia una maggioranza della popolazione cos� grande che comincia a scomparire il
bisogno di una macchina speciale di repressione. Gli sfruttatori non sono naturalmente in
grado di reprimere il popolo senza una macchina molto complicata destinata a questo
compito; il popolo, invece, pu� reprimere gli sfruttatori anche con una
"macchina" molto semplice, quasi senza "macchina", senza apparato
speciale, mediante la semplice organizzazione delle masse in armi (come - diremo
anticipando - i Soviet dei deputati operai e soldati).
Infine, solo il comunismo
integrale rende lo Stato completamente superfluo, perch� non c'� da reprimere
nessuno, "nessuno" nel senso di classe, nel senso di lotta sistematica contro
una parte determinata della popolazione. Noi non siamo utopisti e non escludiamo affatto
che siano possibili e inevitabili eccessi individuali, come non escludiamo la necessit�
di reprimere tali eccessi. Ma anzitutto, per questo non c'� bisogno d'una macchina
speciale, di uno speciale apparato di repressione; lo stesso popolo armato si incaricher�
di questa faccenda con la stessa semplicit�, con la stessa facilit� con cui una
qualsiasi folla di persone civili, anche nella societ� attuale, separa delle persone in
rissa o non permette che venga usata la violenza contro una donna. Sappiamo inoltre che la
principale causa sociale degli eccessi che costituiscono infrazioni alle regole della
convivenza sociale � lo sfruttamento delle masse, la loro povert�, la loro miseria.
Eliminata questa causa principale, gli eccessi cominceranno infallibilmente a
"estinguersi". Non sappiamo con quale ritmo e quale gradualit�, ma sappiamo che
si estingueranno. E con essi si estinguer� anche lo Stato.
Marx, senza abbandonarsi
all'utopia, defin� pi� in particolare ci� che � ora possibile definire di questo
avvenire, e precisamente ci� che distingue la fase (gradino, tappa) inferiore dalla fase
superiore della societ� comunista.
3. La prima fase della
societ� comunista
Nella
"Critica del programma di Gotha" Marx confuta minuziosamente l'idea di Lassalle
che l'operaio debba ricevere in regime socialista il reddito "non ridotto" o il
"reddito integrale del suo lavoro". Marx dimostra che dal prodotto sociale
complessivo di tutta la societ� bisogna detrarre: un fondo di riserva, un fondo per
l'allargamento della produzione, un fondo destinato a reintegrare il macchinario
"consumato"; inoltre bisogna detrarre dagli oggetti di consumo un fondo per le
spese di amministrazione, per le scuole, per gli ospedali, gli ospizi per i vecchi, ecc.
Invece della formula nebulosa,
oscura e generica di Lassalle ("all'operaio il frutto integrale del suo
lavoro"), Marx stabilisce lucidamente come deve essere la gestione di una societ�
comunista al primo stadio cioe' alla stadio socialista. Egli affronta l'analisi concreta
delle condizioni di vita di una societ� in cui non esister� il capitalismo, e aggiunge:
"Quella con
cui abbiamo da far qui � una societ� comunista non come si � sviluppata sulla sua
propria base, ma, viceversa, come emerge dalla societ� capitalistica; che porta quindi
ancora sotto ogni rapporto. economico, morale, spirituale, le "macchie" della
vecchia societ� dal cui seno essa � uscita". [51]
E' questa societ�
comunista appena uscita dal seno del capitalismo, e che porta ancora sotto ogni rapporto
le impronte della vecchia societ�, che Marx chiama "la prima fase" o fase
inferiore della societ� comunista.
In questa prima fase del
comunismo detta anche socialismo i mezzi di produzione non sono gi� pi� propriet�
privata individuale, essi appartengono allo Stato proletario. I profitti di queste aziende
di Stato sono utilizzati dallo Stato per i servizi sociali e per il popolo. Si direbbe il
regno dell'uguaglianza.
Ma quando, a proposito di
quest'ordinamento sociale (abitualmente chiamato socialismo, e che Marx chiama prima fase
del comunismo), Lassalle dice che c'� in esso "giusta ripartizione",
"uguale diritto di ciascuno all'uguale prodotto del lavoro", egli si sbaglia e
Marx spiega perch�.
Un uguale diritto, - dice
Marx, - qui effettivamente l'abbiamo, ma � ancora il diritto "borghese", che,
come ogni diritto, presuppone la disuguaglianza. Ogni diritto consiste nell' applicazione
di un'unica norma a persone diverse, a persone che non sono, in realt�, n� identiche,
n� uguali. L'"uguale diritto" equivale quindi a una violazione dell'uguaglianza
e della giustizia. Infatti, per una parte uguale di lavoro sociale fornito, ognuno riceve
un'uguale parte della produzione sociale (con le detrazioni indicate pi� sopra).
Gli individui per� non sono
uguali: uno � pi� forte, l'altro � pi� debole, uno � ammogliato, l'altro no, uno ha
pi� figli, l'altro meno, ecc.
"...Supposti
uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, - conclude
Marx, - l'uno riceve dunque pi� dell'altro, l'uno � pi� ricco dell'altro e cos� via.
Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe
essere disuguale.."
La prima fase del
comunismo non pu� dunque ancora realizzare la giustizia e l'uguaglianza in modo
integrale; rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste; ma non sar� pi�
possibile lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, poich� non sar� pi� possibile
impadronirsi, a titolo di propriet� privata, dei mezzi di produzione, fabbriche, macchine
e terreni che saranno proprieta' dello Stato proletario. Demolendo la formula confusa e
piccolo-borghese di Lassalle sulla uguaglianza e la giustizia in generale, Marx indica il
corso dello sviluppo della societ� comunista, costretta da principio a distruggere solo
l'ingiustizia costituita dall'accaparramento dei mezzi di produzione da parte di singoli
individui, ma incapace di distruggere di punto in bianco l'altra ingiustizia: la
ripartizione dei beni di consumo secondo il lavoro (e non secondo i bisogni).
Gli economisti volgari, e fra
essi i professori borghesi, compreso il "nostro" Tugan, rimproverano
continuamente ai socialisti di dimenticare la disuguaglianza degli individui e di
"sognare" la soppressione di questa disuguaglianza. Questi rimproveri, come si
vede, dimostrano soltanto l'estrema ignoranza dei signori ideologi borghesi.
Non solo Marx tiene conto con
molta precisione di questa inevitabile disuguaglianza delle persone, ma non trascura
nemmeno il fatto che, da sola, la statizzazione dei mezzi ai produzione non elimina gli
inconvenienti della distribuzione e la disuguaglianza del diritto borghese che continua a
dominare fino a quando i prodotti sono divisi secondo il lavoro.
"...Ma questi
inconvenienti - continua Marx - sono inevitabili nella prima fase della societ�
comunista, quale � uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla societ�
capitalistica. Il diritto non pu� essere mai pi� elevato della configurazione economica
e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della societ�..."
Cos�, nella prima
fase del comunismo (comunemente chiamata socialismo), il "diritto borghese"
non � completamente abolito, ma solo in parte, soltanto nella misura in cui la
rivoluzione economica � compiuta, cio� unicamente per quanto riguarda i mezzi di
produzione. Il "diritto borghese" riconosce la propriet� privata su questi
ultimi a individui singoli. Il primo stadio del comunismo detto anche
socialismo ne fa una propriet� dello Stato proletario e quindi proprieta' comune. In
questa misura - e soltanto in questa misura - il "diritto borghese" � abolito.
Ma esso sussiste nell'altra
sua parte, sussiste quale regolatore (fattore determinante) della distribuzione dei
prodotti e del lavoro fra i membri della societ�. "Chi non lavora non mangia":
questo principio socialista � gi� realizzato; "a uguale quantit� di lavoro, uguale
quantit� di prodotti": quest'altro principio socialista � anche esso gi�
realizzato. Tuttavia ci� non � ancora il comunismo integrale, non abolisce ancora il
"diritto borghese" che attribuisce a persone disuguali e per una quantit� di
lavoro disuguale (di fatto disuguale) una quantit� uguale di prodotti.
E' un
"inconveniente", dice Marx, ma esso � inevitabile nella prima fase del
comunismo, in quanto non si pu� pensare, senza cadere nell'utopia, che appena rovesciato
il capitalismo gli uomini imparino, dall'oggi al domani, a lavorare per la societ� senza
alcuna norma giuridica; d'altra parte, l'abolizione del capitalismo non d� subito le
premesse economiche per un tale cambiamento.
E non vi sono altre norme,
all'infuori di quelle del diritto borghese. Rimane perci� nella prima fase del
comunismo la necessit� di uno Stato che, mantenendo a se la propriet� dei
mezzi di produzione, mantenga l'uguaglianza del lavoro e l'uguaglianza della distribuzione
dei prodotti.
Ma lo Stato non si � ancora
estinto completamente, poich� rimane la salvaguardia del "diritto borghese" che
consacra la disuguaglianza di fatto. Perch� lo Stato si estingua completamente occorre il
comunismo integrale nella sua seconda ed ultima fase di sviluppo.
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Come deve
agire il proletariato, su quale strada si deve porre per attuare coscientemente il suo
programma, abbattere il capitalismo e costruire il comunismo? La risposta � chiara: il
proletariato non potr� giungere al comunismo attraverso la conciliazione
con la borghesia: esso deve porsi necessariamente sulla via della lotta, e questa lotta
dev'essere la lotta di classe, la lotta di tutto il proletariato contro tutta la
borghesia. O la borghesia col suo capitalismo, o il proletariato col suo comunismo ! Ecco
su che cosa deve fondarsi l'azione del proletariato, la sua lotta di classe.
Stalin
Dittatura comunista
del proletariato, la conquista del potere da parte del proletariato: ecco come deve
incominciare la rivoluzione comunista. Ma ci� significa che finch� la borghesia non
� completamente vinta, finch� non le sar� confiscata la ricchezza, il proletariato
deve necessariamente avere a propria disposizione la forza armata, deve necessariamente
avere una "guardia proletaria", mediante la quale respinger� gli attacchi
controrivoluzionari della borghesia morente, proprio come avvenne per il proletariato
parigino durante la Comune. La dittatura comunista del proletariato � necessaria perch�
grazie ad essa, il proletariato possa espropriare la borghesia, confiscare a tutta la
borghesia la terra, i boschi, le fabbriche e le officine, le macchine, le ferrovie per
darle in mano allo Stato proletario. L'espropriazione della borghesia: ecco a che cosa
deve condurre la rivoluzione proletaria ed il comunismo al suo primo stadio di
evoluzione.Questo � il mezzo principale e decisivo grazie al quale il proletariato
abbatter� l'ordinamento capitalistico moderno.
Stalin |
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Tesi del III Congresso
del Partito comunista d'Italia
Lione, gennaio 1926
di Antonio Gramsci 
1. La
trasformazione dei partiti comunisti, nei quali si raccoglie l'avanguardia della classe
operaia, in partiti "bolscevichi", si pu� considerare, nel momento presente,
come il compito fondamentale dell'Internazionale Comunista. Questo compito deve essere
posto in relazione con lo sviluppo storico del movimento operaio internazionale, e in
particolare con la lotta svoltasi nell'interno di esso, tra il marxismo e le correnti che
costituivano una deviazione dai principi e dalla pratica della lotta di classe
rivoluzionaria. In Italia il compito di creare un partito bolscevico assume tutto il
rilievo che � necessario soltanto se si tengono presenti le vicende del movimento operaio
dai suoi inizi e le deficienze fondamentali che in esse si sono rivelate.
2. La nascita
del movimento operaio ebbe luogo in ogni paese in forme diverse. Di comune vi fu in ogni
luogo la spontanea ribellione del proletariato contro il capitalismo. Questa ribellione
assunse per� in ogni nazione una forma specifica, la quale era il riflesso e conseguenza
delle particolari caratteristiche nazionali degli elementi che, provenendo dalla piccola
borghesia e dai contadini, avevano contribuito a formare la grande massa del proletariato
industriale. Il marxismo costitu� l'elemento cosciente, scientifico e superiore al
particolarismo delle varie tendenze di carattere e origine nazionale e condusse contro di
esse una lotta nel campo teorico e nel campo dell'organizzazione.
Tutto il processo
formativo della I Internazionale socialista ebbe come cardine questa lotta, la quale
si conchiuse con la espulsione del bakuninismo dalla Internazionale. Quando la I
Internazionale cess� di esistere, il marxismo aveva ormai trionfato nel movimento
operaio. La II Internazionale si form� infatti di partiti i quali si richiamavano tutti
al marxismo e lo prendevano come fondamento della loro tattica in tutte le questioni
essenziali. Dopo la vittoria del marxismo, le tendenze di carattere nazionale delle quali
esso aveva trionfato cercarono di manifestarsi per altra via, risorgendo nel seno stesso
del marxismo come forme di revisionismo.
Questo processo fu
favorito dallo sviluppo della fase imperialistica del capitalismo. Sono strettamente
connessi con questo fenomeno i seguenti tre fatti: il venir meno nelle file del movimento
operaio della critica dello Stato, parte essenziale della dottrina marxista, alla quale si
sostituiscono le utopie democratiche; il formarsi di un'aristocrazia operaia; un nuovo
spostamento di masse dalla piccola borghesia e dai contadini al proletariato, quindi una
nuova diffusione tra il proletariato di correnti ideologiche di carattere nazionale,
contrastanti col marxismo. Il processo di degenerazione della II Internazionale assunse
cos� la forma di una lotta contro il marxismo che si svolgeva nell'interno del marxismo
stesso. Esso culmin� nello sfacelo provocato dalla guerra.
Il solo partito che
si salv� dalla degenerazione � il Partito bolscevico, il quale riusc� a mantenersi alla
testa del movimento operaio del proprio paese, espulse dal proprio seno le tendenze
antimarxiste ed elabor�, attraverso le esperienze di tre rivoluzioni, il leninismo, che
� il marxismo dell'epoca del capitalismo monopolista, delle guerre imperialiste e della
rivoluzione proletaria. Viene cos� storicamente determinata la posizione del Partito
bolscevico nella fondazione e a capo della III Internazionale, e sono posti i termini del
problema di richiamare l'avanguardia del proletariato alla dottrina e alla pratica del
marxismo rivoluzionario, superando e liquidando completamente ogni corrente antimarxista.
3. In Italia
le origini e le vicende del movimento operaio furono tali che non si costitu� mai, prima
della guerra, una corrente di sinistra marxista che avesse un carattere di permanenza e di
continuit�. Il carattere originario del movimento operaio italiano fu molto confuso; vi
confluirono tendenze diverse, dall'idealismo mazziniano al generico umanitarismo dei
cooperatori e dei fautori della mutualit� e al bakuninismo, il quale sosteneva che
esistevano in Italia, anche prima dello sviluppo del capitalismo, le condizioni per
passare direttamente al socialismo. La tarda origine e la debolezza dell'industrialismo
fecero mancare l'elemento chiarificatore dato dalla esistenza di un forte proletariato, ed
ebbero come conseguenza, che anche la scissione degli anarchici dai socialisti si ebbe con
un ritardo di una ventina d'anni (1892, Congresso di Genova).
Nel Partito
socialista italiano come usc� dal Congresso di Genova due erano le correnti dominanti. Da
una parte vi era un gruppo di intellettuali che non rappresentavano pi� della tendenza a
una riforma democratica dello Stato: il loro marxismo non andava oltre il proposito di
suscitare e organizzare le forze del proletariato per farle servire alla instaurazione
della democrazia (Turati, Bissolati, ecc.). Dall'altra parte un gruppo pi� direttamente
collegato con il movimento proletario, rappresentante una tendenza operaia, ma sfornito di
qualsiasi adeguata coscienza teorica (Lazzari). Fino al '900 il partito non si propose
altri fini che di carattere democratico. Conquistata nel '900, la libert� di
organizzazione e iniziatasi una fase democratica, fu evidente la incapacit� di tutti i
gruppi che lo componevano a dargli una fisionomia di un partito marxista del proletariato.
Gli elementi intellettuali si staccarono anzi sempre pi� dalla classe operaia, n� ebbe
un risultato il tentativo, dovuto a un altro strato di intellettuali e piccoli borghesi,
di costituire una sinistra marxista che prese forma nel sindacalismo.
Come reazione a
questo tentativo trionf� in seno al partito la frazione integralista, la quale fu la
espressione, nel suo vuoto verbalismo conciliatorista, di una caratteristica fondamentale
del movimento operaio italiano, che si spiega essa pure con la debolezza
dell'industrialismo, e con la deficiente coscienza critica del proletariato. Il
rivoluzionarismo degli anni precedenti la guerra mantenne intatta questa caratteristica,
non riuscendo mai a superare i confini del generico popolarismo per giungere alla
costruzione di un partito di classe operaia e alla applicazione del metodo della lotta di
classe. Nel seno di questa corrente rivoluzionaria si incominci�, gi� prima della
guerra, a differenziare il gruppo di "estrema sinistra" il quale sosteneva le
tesi del marxismo rivoluzionario, in modo saltuario per� e senza riuscire ad esercitare
sullo sviluppo del movimento operaio una influenza reale.
In questo modo si
spiega il carattere negativo ed equivoco che ebbe la opposizione del Partito socialista
alla guerra e si spiega come il Partito socialista si trovasse, dopo la guerra, davanti ad
una situazione rivoluzionaria immediata, senza avere n� risolto, n� posto nessuno dei
problemi fondamentali che la organizzazione politica del proletariato deve risolvere per
attuare i suoi compiti: in prima linea il problema della "scelta della classe" e
della forma organizzativa ad essa adeguata; poi il problema del programma del partito,
quello della sua ideologia, e infine i problemi di strategia e di tattica la cui
risoluzione porta a stringere attorno al proletariato le forze che gli sono naturalmente
alleate nella lotta contro lo Stato e a guidarlo alla conquista del potere. La
accumulazione sistematica di una esperienza che possa contribuire in modo positivo alla
risoluzione di questi problemi si inizia in Italia soltanto dopo la guerra. Soltanto col
Congresso di Livorno sono poste le basi costitutive del partito di classe del proletariato
il quale, per diventare un partito bolscevico e attuare in pieno la sua funzione, deve
liquidare tutte le tendenze antimarxiste tradizionalmente proprie del movimento operaio.
Analisi della struttura sociale
italiana
4. Il
capitalismo � l'elemento predominante nella societ� italiana e la forza che prevale nel
determinare lo sviluppo di essa. Da questo dato fondamentale deriva la conseguenza che non
esiste in Italia possibilit� di una rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista.
Nei paesi capitalistici la sola classe che pu� attuare una trasformazione sociale reale e
profonda � la classe operaia. Soltanto la classe operaia � capace di tradurre in atto i
rivolgimenti di carattere economico e politico che sono necessari perch� le energie del
nostro paese abbiano libert� e possibilit� di sviluppo complete. Il modo come essa
attuer� questa sua funzione rivoluzionaria � in relazione con il grado di sviluppo del
capitalismo in Italia e con la struttura sociale che ad esso corrisponde.
5.
L'industrialismo, che � la porta essenziale del capitalismo, � in Italia assai debole.
Le sue possibilit� di sviluppo sono limitate e per la situazione geografica e per la
mancanza di materie prime. Esso non riesce quindi ad assorbire la maggioranza della
popolazione italiana (4 milioni di operai industriali stanno di fronte a 3 milioni e mezzo
di operai agricoli e a 4 milioni di contadini). Si oppone all'industrialismo una
agricoltura la quale si presenta naturalmente come base della economia del paese. Le
variatissime condizioni del suolo, e le conseguenti differenze di colture e sistemi di
conduzione, provocano per� una forte differenziazione dei ceti rurali, con una prevalenza
degli strati poveri, pi� vicini alle condizioni del proletariato e pi� facili a subire
la sua influenza e ad accettarne la guida. Tra le classi industriali ed agrarie si pone
una piccola borghesia urbana abbastanza estesa e che ha importanza assai grande. Essa
consta in prevalenza di artigiani, professionisti e impiegati dello Stato.
6. La
debolezza intrinseca del capitalismo costringe la classe industriale ad adottare degli
espedienti per garantirsi il controllo sopra tutta la economia del paese. Questi
espedienti si riducono in sostanza a un sistema di compromessi economici tra una parte
degli industriali e una parte delle classi agricole, e precisamente i grandi proprietari
di terre. Non ha quindi luogo la tradizionale lotta economica tra industriali ed agrari,
n� ha luogo la rotazione di gruppi dirigenti che essa determina in altri paesi. Gli
industriali non hanno d'altra parte bisogno di sostenere, contro gli agrari, una politica
economica la quale assicuri il continuo afflusso di mano d'opera dalle campagne alle
fabbriche, perch� questo afflusso � garantito dalla esuberanza di popolazione agricola
povera che � caratteristica dell'Italia. L'accordo industriale-agrario si basa sopra una
solidariet� di interessi tra alcuni gruppi privilegiati, ai danni degli interessi
generali della produzione e della maggioranza di chi lavora. Esso determina una
accumulazione di ricchezza nelle mani dei grandi industriali, che � conseguenza di una
spoliazione sistematica di intiere categorie della popolazione e di intiere regioni del
paese. I risultati di questa politica economica sono infatti il deficit del bilancio
economico, l'arresto dello sviluppo economico di intiere regioni (Mezzogiorno, Isole),
l'impedimento al sorgere e allo sviluppo di una economia maggiormente adatta alla
struttura del paese e alle sue risorse, la miseria crescente della popolazione
lavoratrice, l'esistenza di una continua corrente di emigrazione e il conseguente
impoverimento demografico.
7. Come non
controlla naturalmente tutta la economia cos� la classe industriale non riesce a
organizzare da sola la societ� intiera e lo Stato. La costruzione di uno Stato nazionale
non le � resa possibile che dallo sfruttamento di fattori di politica internazionale
(cosiddetto Risorgimento). Per il rafforzamento di esso e per la sua difesa � necessario
il compromesso con le classi sulle quali la industria esercita una egemonia limitata,
particolarmente gli agrari e la piccola borghesia. Di qui una eterogeneit� e una
debolezza di tutta la struttura sociale e dello Stato che ne � espressione.
7 bis. Un
riflesso della debolezza della struttura sociale si ha, in modo tipico, prima della
guerra, nell'esercito. Una cerchia ristretta di ufficiali, sforniti del prestigio di capi
(vecchie classi dirigenti agrarie, nuove classi industriali), ha sotto di s� una casta di
ufficiali subalterni burocratizzata (piccola borghesia), la quale � incapace di servire
come collegamento con la massa dei soldati indisciplinata e abbandonata a se stessa. Nella
guerra tutto l'esercito � costretto a riorganizzarsi dal basso, dopo una eliminazione dei
gradi superiori e una trasformazione di struttura organizzativa che corrisponde
all'avvento di una nuova categoria di ufficiali subalterni. Questo fenomeno precorre
l'analogo rivolgimento che il partito fascista compir� nei confronti dello Stato su
scala pi� vasta.
8. I rapporti
tra industria e agricoltura, che sono essenziali per la vita economica di un paese e per
la determinazione delle sovrastrutture politiche, hanno in Italia una base territoriale.
Nel Settentrione sono accentrate in alcuni grandi centri la produzione e la popolazione
agricola. In conseguenza di ci�, tutti i contrasti inerenti alla struttura sociale del
paese contengono in s� un elemento che tocca la unit� dello Stato e la mette in
pericolo. La soluzione del problema viene cercata dai gruppi dirigenti borghesi e agrari
attraverso un compromesso. Nessuno di questi gruppi possiede naturalmente un carattere
unitario e una funzione unitaria. Il compromesso col quale l'unit� viene salvata �
d'altra parte tale da rendere pi� grave la situazione. Esso d� alle popolazioni
lavoratrici del Mezzogiorno una posizione analoga a quella delle popolazioni coloniali. La
grande industria del Nord adempie verso di esse la funzione delle metropoli
capitalistiche: i grandi proprietari di terre e la stessa media borghesia meridionale si
pongono invece nella situazione delle categorie che nelle colonie si alleano alla
metropoli per mantenere soggetta la massa del popolo che lavora. Lo sfruttamento economico
e la oppressione politica si uniscono quindi per fare della popolazione lavoratrice del
Mezzogiorno una forza continuamente mobilitata contro lo Stato.
9. Il
proletariato ha in Italia una importanza superiore a quella che ha in altri paesi europei
anche di capitalismo progredito, paragonabile solo a quella che aveva nella Russia prima
della rivoluzione. Ci� � in relazione anzitutto con il fatto che per la scarsezza di
materie prime l'industria si basa in preferenza sulla mano d'opera (maestranze
specializzate), indi con la eterogeneit� e con i contrasti di interessi che indeboliscono
le classi dirigenti. Di fronte a questa eterogeneit� il proletariato si presenta come
l'unico elemento che per la sua natura ha una funzione unificatrice e coordinatrice di
tutta la societ�. Il suo programma di classe � il solo programma "unitario",
cio� il solo la cui attuazione non porta ad approfondire i contrasti tra i diversi
elementi della economia e della societ� e non porta a spezzare l'unit� dello Stato.
Accanto al proletariato industriale inoltre esiste una grande massa di proletari agricoli,
accentrata soprattutto nella Valle del Po, facilmente influenzata dagli operai della
industria e quindi agevolmente mobilitabile nella lotta contro il capitalismo e lo Stato.
Si ha inoltre in Italia una conferma della tesi che le pi� favorevoli condizioni per la
rivoluzione proletaria non si hanno necessariamente sempre nei paesi dove il capitalismo e
l'industrialismo sono giunti al pi� alto grado del loro sviluppo, ma si possono invece
aver l� dove il tessuto del sistema capitalistico offre minori resistenze, per le sue
debolezze di struttura, a un attacco della classe rivoluzionaria e dei suoi alleati.
La politica della borghesia
italiana
10. Lo scopo
che le classi dirigenti italiane si proposero di raggiungere dalle origini dello Stato
unitario in poi, fu quello di tenere soggette le grandi masse della popolazione
lavoratrice, e impedire loro di diventare, organizzandosi intorno al proletariato
industriale e agricolo, una forza rivoluzionaria capace di attuare un completo
rivolgimento sociale e politico e dare vita a uno Stato proletario. La debolezza
intrinseca del capitalismo le costrinse per� a porre come base dell'ordinamento economico
e dello Stato borghese una unit� ottenuta per via di compromessi tra gruppi non omogenei.
In una vasta prospettiva storica questo sistema si dimostra non adeguato allo scopo cui
tende. Ogni forma di compromesso fra i diversi gruppi dirigenti della societ� italiana si
risolve infatti in un ostacolo posto allo sviluppo dell'una o dell'altra parte della
economia del paese. Cos� vengono determinati nuovi contrasti e nuove reazioni della
maggioranza della popolazione, si rende necessario accentuare la pressione sopra le masse
e si produce una spinta sempre pi� decisiva alla mobilitazione di esse per la rivolta
contro lo Stato.
11. Il primo
periodo di vita dello Stato italiano (1870-1890) � quello della maggiore debolezza. Le
due parti di cui si compone la classe dirigente, gli intellettuali borghesi da una parte e
i capitalisti dall'altra, sono uniti nel proposito di mantenere l'unit�, ma divisi circa
la forma da dare allo Stato unitario. Manca tra di esse una omogeneit� positiva. I
problemi che lo Stato si propone sono limitati; essi riguardano piuttosto la forma che la
sostanza del dominio politico della borghesia; sovrasta a tutti il problema del pareggio,
che � un problema di pura conservazione. La coscienza della necessit� di allargare la
base delle classi che dirigono lo Stato si ha soltanto con gli inizi del
"trasformismo". La maggiore debolezza dello Stato � data in questo periodo dal
fatto che al di fuori di esso il Vaticano raccoglie attorno a s� un blocco reazionario e
antistatale costruito dagli agrari e dalla grande massa dei contadini arretrati,
controllati e diretti dai ricchi proprietari e dai preti. Il programma del Vaticano consta
di due parti: esso vuole lottare contro lo Stato borghese unitario e "liberale"
e in pari tempo si propone di costituire, con i contadini, un esercito di riserva contro
l'avanzata del proletariato socialista, che sar� provocata dallo sviluppo della
industria. Lo Stato reagisce al sabotaggio che il Vaticano compie ai suoi danni e si ha
tutta una legislazione di contenuto e di scopi anticlericali.
12. Nel
periodo che corre dal 1890 al 1900 la borghesia si pone risolutamente il problema di
organizzare la propria dittatura e lo risolve con una serie di provvedimenti di carattere
politico ed economico da cui � determinata la successiva storia italiana. Anzitutto si
risolve il dissidio tra la borghesia intellettuale e gli industriali: l'avvento al potere
di Crispi ne � il segno. La borghesia cos� rafforzata risolve la questione dei suoi
rapporti con l'estero (Triplice alleanza) acquistando una sicurezza che le permette dei
tentativi di piazzarsi nel campo della concorrenza internazionale per la conquista dei
mercati coloniali. All'interno la dittatura borghese si instaura politicamente con una
restrizione del diritto di voto che riduce il corpo elettorale a poco pi� di un milione
di elettori su 30 milioni di abitanti. Nel campo economico l'introduzione del
protezionismo industriale-agrario corrisponde al proposito del capitalismo di acquistare
il controllo di tutta la ricchezza nazionale. Viene a mezzo di esso saldata una alleanza
tra gli industriali e gli agrari. Questa alleanza strappa al Vaticano una parte delle
forze che esso aveva raccolto attorno a s�, soprattutto tra i proprietari di terre del
Mezzogiorno, e le fa entrare nel quadro dello Stato borghese. Il Vaticano stesso avverte
del resto la necessit� di dare maggiore rilievo alla parte del suo programma reazionario
che riguarda la resistenza al movimento operaio e prende posizione contro il socialismo
con l'enciclica Rerum Novarum. Al pericolo che il Vaticano continua per� a rappresentare
per lo Stato le classi dirigenti reagiscono dandosi una organizzazione unitaria con un
programma anticlericale, nella massoneria. I primi progressi reali del movimento operaio
si hanno infatti in questo periodo. L'instaurazione della dittatura industriale-agraria
pone nei suoi termini reali il problema della rivoluzione determinando i fattori storici
di essa. Sorge nel Nord un proletariato industriale e agricolo, mentre nel Sud la
popolazione agricola, sottoposta a un sistema di sfruttamento "coloniale", deve
essere tenuta soggetta con una compressione politica sempre pi� forte. I termini della
"questione meridionale" vengono posti, in questo periodo, in modo netto. E
spontaneamente, senza l'intervento di un fattore cosciente e senza nemmeno che il Partito
Socialista tragga da questo fatto una indicazione per la sua strategia di partito della
classe operaia, si verifica in questo periodo per la prima volta il confluire dei
tentativi insurrezionali del proletariato settentrionale, con una rivolta di contadini
meridionali (fasci siciliani).
13. Spezzati
i primi tentativi del proletariato e dei contadini di insorgere contro lo Stato, la
borghesia italiana consolidata pu� adottare, per ostacolare i progressi del movimento
operaio, i metodi esteriori della democrazia e quelli della corruzione politica verso la
parte pi� avanzata della popolazione lavoratrice (aristocrazia operaia) per renderla
complice della dittatura reazionaria che essa continua ad esercitare, e impedirle di
diventare il centro insurrezionale popolare contro lo Stato (giolittismo). Si ha per�,
tra il 1900 e il 1910, una fase di concentrazione industriale ed agraria. Il proletariato
agricolo cresce del 50 per cento a danno delle categorie degli obbligati, mezzadri e
fittavoli. Di qui una ondata di movimenti agricoli, e un nuovo orientamento dei contadini
che costringe lo stesso Vaticano a reagire con la fondazione dell' "Azione
Cattolica" e con un movimento "sociale" che giunge, nelle sue forme
estreme, fino ad assumere le parvenze di una riforma religiosa (modernismo). A questa
reazione del Vaticano per non lasciarsi sfuggire le masse corrisponde l'accordo dei
cattolici con le forze dirigenti per dare allo Stato una base pi� sicura (abolizione del
non exspedit, patto Gentiloni). Anche verso la fine di questo terzo periodo (1914) i
diversi movimenti parziali del proletariato e dei contadini culminano in un nuovo
inconscio tentativo di saldatura delle diverse forze di massa antistatali, in una
insurrezione contro lo Stato reazionario. Da questo tentativo viene gi� posto con
sufficiente rilievo il problema della necessit� che il proletariato organizzi, nel suo
seno, un partito di classe che gli dia la capacit� di porsi a capo della insurrezione e
di guidarla.
14. Il
massimo di concentrazione economica nel campo industriale si ha nel dopoguerra. Il
proletariato raggiunge il pi� alto grado di organizzazione e ad esso corrisponde il
massimo di disgregazione delle classi dirigenti dello Stato. Tutte le contraddizioni
insite nell'organismo sociale italiano affiorano con la massima crudezza per il risveglio
delle masse anche le pi� arretrate alla vita politica provocato dalla guerra e dalle sue
conseguenze immediate. E, come sempre, l'avanzata degli operai dell'industria e
dell'agricoltura si accompagna a una agitazione profonda delle masse dei contadini, sia
del Mezzogiorno che delle altre regioni. I grandi scioperi e la occupazione delle
fabbriche che si svolgono contemporaneamente alla occupazione delle terre. La resistenza
delle forze reazionarie si esercita ancora secondo la direzione tradizionale. Il Vaticano
consente che accanto all' "Azione Cattolica" si formi un vero e proprio partito,
il quale si propone di inserire le masse contadine entro il quadro dello Stato borghese
apparentemente accontentando le loro aspirazioni di redenzione economica e di democrazia
politica. Le classi dirigenti a loro volta attuano in grande stile il piano di corruzione
e di disgregazione interna del movimento operaio, facendo apparire ai capi opportunisti la
possibilit� che una aristocrazia operaia collabori al governo in un tentativo di
soluzione "riformista" del problema dello Stato (governo di sinistra). Ma in un
paese povero e disunito come l'Italia, l'affacciarsi di una soluzione
"riformista" del problema dello Stato provoca inevitabilmente la disgregazione
della compagine statale e sociale, la quale non resiste all'urto dei numerosi gruppi in
cui le stesse classi dirigenti e le classi intermedie si polverizzano. Ogni gruppo ha
esigenze di protezione economica e di autonomia politica sue proprie, e, nell'assenza di
un omogeneo nucleo di classe che sappia imporre, con la sua dittatura, una disciplina di
lavoro e di produzione a tutto il paese, sbaragliando ed eliminando gli sfruttatori
capitalistici ed agrari, il governo viene reso impossibile e la crisi del potere �
continuamente aperta. La sconfitta del proletariato rivoluzionario � dovuta, in questo
periodo decisivo, alle deficienze politiche, organizzative, tattiche e strategiche del
partito dei lavoratori. In conseguenza di queste deficienze il proletariato non riesce a
mettersi a capo della insurrezione della grande maggioranza della popolazione e a farla
sboccare nella creazione di uno Stato operaio; esso stesso subisce invece l'influenza di
altre classi sociali che ne paralizzano l'azione. La vittoria del fascismo nel 1922 deve
essere considerata quindi non come una vittoria riportata sulla rivoluzione, ma come la
conseguenza della sconfitta toccata alle forze rivoluzionarie per loro intrinseco difetto.
Il fascio e la sua politica
15. Il
partito fascista, come movimento di reazione al partito comunista e socialista, reazione
borghese armata si propone lo scopo di disgregare e di disorganizzare la classe
lavoratrice per immobilizzarla, rientra nel quadro della politica tradizionale delle
classi dirigenti italiane, e nella lotta del capitalismo contro la classe operaia. Esso �
perci� favorito nelle sue origini, nella sua organizzazione e nel suo cammino da tutti
indistintamente i vecchi gruppi dirigenti, a preferenza per� dagli agrari i quali sentono
pi� minacciosa la pressione delle plebi rurali.
Socialmente per� il
partito fascista trova la sua base nella piccola borghesia urbana e in una nuova
borghesia agraria sorta da una trasformazione della propriet� rurale in alcune regioni
(fenomeni di capitalismo agrario nell'Emilia, origine di una categoria di intermediari di
campagna, "borse della terra", nuove ripartizioni di terreni). Questo fatto �
il fatto di aver trovato una unit� ideologica e organizzata nelle formazioni militari in
cui rivive la tradizione della guerra (arditismo) e che servono alla guerriglia contro i
lavoratori, permettendo al fascismo di concepire ed attuare un piano di conquista dello
Stato in contrapposizione ai vecchi ceti dirigenti.
Assurdo parlare di
rivoluzione. Le nuove energie che si raccolgono attorno al fascismo traggono per� dalla
loro origine una omogeneit� e una comune mentalit� di "capitalismo nascente".
Ci� spiega come sia possibile la lotta contro gli uomini politici del passato e come esse
possano giustificarla con una costruzione ideologica in contrasto con le teorie
tradizionali dello Stato e dei suoi rapporti con i cittadini.
Nella sostanza
il regime fascista modifica il programma di conservazione e di reazione che ha
sempre dominato la politica italiana soltanto per un diverso modo di concepire il processo
di unificazione delle forze reazionarie. Alla tattica degli accordi e dei compromessi esso
sostituisce il proposito di realizzare una unit� organica di tutte le forze della
borghesia in un solo organismo politico sotto il controllo di una unica centrale che
dovrebbe dirigere insieme il partito, il governo e lo Stato. Questo proposito corrisponde
alla volont� di resistere a fondo ad ogni attacco rivoluzionario, il che permette al
fascismo di raccogliere le adesioni della parte pi� decisamente reazionaria della
borghesia industriale e degli agrari.
16. Il metodo
fascista di difesa dell'ordine, della propriet� e dello Stato �, ancora pi� del sistema
tradizionale dei compromessi e della politica di sinistra, disgregatore della compagine
sociale e delle sue sovrastrutture politiche. Le reazioni che esso provoca devono essere
esaminate in relazione alla sua applicazione sia nel campo economico che nel campo
politico. Nel campo politico, anzitutto, l'unit� organica della borghesia nel fascismo
non si realizza immediatamente dopo la conquista del potere.
Al di fuori
del regime fascista rimangono i centri di opposizione borghese al regime di
Mussolini. I centri di cultura liberale e cattolica democratica. Da una parte non viene
assorbito il gruppo che tiene fede alla soluzione giolittiana del problema Stato. Questo
gruppo si collega a una sezione della borghesia industriale e, con un programma di
riformismo socialdemocratico, esercita influenza sopra strati di operai e piccoli
borghesi. Dall'altra parte il programma di fondare lo Stato sopra una democrazia rurale
del Mezzogiorno e sopra la parte "sana" della industria settentrionale
("Corriere della sera", liberismo, Nitti) tende a diventare programma di una
organizzazione politica di opposizione al fascismo con basi di massa nel Mezzogiorno
(Unione nazionale).
Il fascio �
costretto a lottare contro questi gruppi superstiti molto vivacemente e a lottare con
vivacit� anche maggiore contro la massoneria, che esso considera giustamente come centro
di organizzazione di tutte le tradizionali forze di sostegno dello Stato. Questa lotta,
che �, volere o no, l'indizio di una spezzatura del blocco delle forze conservatrici e
antiproletarie, pu� in determinate circostanze favorire lo sviluppo e l'affermazione del
proletariato come terzo e decisivo fattore di una situazione politica.
Nel campo economico
il fascio agisce come strumento di una oligarchia industriale e agraria per accentrare
nelle mani del capitalismo il controllo di tutte le ricchezze del paese. Ci� non pu�
fare a meno di provocare un malcontento nella piccola borghesia la quale, con l'avvento
del fascismo, credeva giunta l'era del suo dominio. Tutta una serie di misure viene
adottata dal fascismo per favorire una nuova concentrazione industriale (abolizione della
imposta di successione, politica finanziaria e fiscale, inasprimento del protezionismo), e
ad esse corrispondono altre misure a favore degli agrari e contro i piccoli e medi
coltivatori (imposte, dazio sul grano, "battaglia del grano").
L'accumulazione che
queste misure determinano non � un accrescimento di ricchezza nazionale, ma �
spoliazione di una classe a favore di un'altra, e cio� delle classi lavoratrici e medie a
favore della plutocrazia. Il disegno di favorire la plutocrazia appare sfacciatamente nel
progetto di legalizzare nel nuovo codice di commercio il regime delle azioni privilegiate;
un piccolo pugno di finanzieri viene, in questo modo, posto in condizioni di poter
disporre senza controllo di ingenti masse di risparmio provenienti dalla media e piccola
borghesia e queste categorie sono espropriate del diritto di disporre della loro
ricchezza.
Nello stesso piano,
ma con conseguenze politiche pi� vaste, rientra il progetto di unificazione delle banche
di emissione, cio�, in pratica, di soppressione delle due grandi banche meridionali.
Queste due banche adempiono oggi la funzione di assorbire i risparmi del Mezzogiorno e le
rimesse degli emigranti (600 milioni), cio� la funzione che nel passato adempivano lo
Stato con la emissione di buoni del tesoro e la Banca di sconto nell'interesse di una
parte dell'industria pesante del Nord. Le banche meridionali sono state controllate fino
ad ora dalle stesse classi dirigenti del Mezzogiorno, le quali hanno trovato in questo
controllo una base reale del loro dominio politico. La soppressione delle banche
meridionali come banche di emissione far� passare questa funzione alla grande industria
del Nord che controlla, attraverso la Banca commerciale, la Banca d'Italia e verr� in
questo modo accentuato lo sfruttamento economico "coloniale" e l'impoverimento
del Mezzogiorno, nonch� accelerato il lento processo di distacco dallo Stato anche della
piccola borghesia meridionale. La politica economica del fascismo si completa con i
provvedimenti intesi a rialzare il corso della moneta, a risanare il bilancio dello Stato,
a pagare i debiti di guerra e a favorire l'intervento del capitale inglese-americano in
Italia. In tutti questi campi il fascismo attua il programma della plutocrazia (Nitti) e
di una minoranza industriale-agraria ai danni della grande maggioranza della popolazione
le cui condizioni di vita sono progressivamente peggiorate.
Coronamento di tutta
la propaganda ideologica, dell'azione politica ed economica del regime fascista � la
tendenza di esso all' "imperialismo". Questa tendenza � la espressione del
bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali-agrarie italiane di trovare fuori del
campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della societ� italiana. Sono
in essa i germi di una guerra che verr� combattuta, in apparenza, per l'espansione
italiana ma nella quale in realt� l'Italia fascista sar� uno strumento nelle mani di uno
dei gruppi imperialisti che si contendono il dominio del mondo.
17. Si
determinano, in conseguenza della politica del fascismo, profonde reazioni delle masse. Il
fenomeno pi� grave � il distacco sempre pi� deciso delle popolazioni agrarie del
Mezzogiorno e delle Isole dal sistema di forze che reggono lo Stato. La vecchia classe
dirigente locale (Orlando, Di Cesar�, De Nicola, ecc.) non esercita pi� in modo
sistematico la sua funzione di anello di congiunzione con lo Stato.
La piccola borghesia
tende quindi ad avvicinarsi ai contadini. Il sistema di sfruttamento e di oppressione
delle masse meridionali � portato dal fascismo all'estremo; questo facilita la
radicalizzazione anche delle categorie intermedie e pone la questione meridionale nei suoi
veri termini, come questione che sar� risolta soltanto dalla insurrezione dei contadini
alleati del proletariato nella lotta contro i capitalisti e contro gli agrari. Anche i
contadini medi e poveri delle altre parti d'Italia acquistano una funzione rivoluzionaria,
bench� in modo pi� lento.
Il Vaticano - la cui
funzione reazionaria � stata assunta dal partito fascista - non controlla pi�
le popolazioni rurali in modo completo attraverso i preti, l' "Azione Cattolica"
e il Partito popolare. Vi � una parte dei contadini, la quale � stata risvegliata alle
lotte per la difesa dei suoi interessi dalle stesse organizzazioni autorizzate e dirette
dalle autorit� ecclesiastiche, ed ora, sotto la pressione economica e politica del
fascismo, accentua il proprio orientamento di classe e incomincia a sentire che le sue
sorti non sono separabili da quelle della classe operaia. Indizio di questa tendenza � il
fenomeno del cattolico "social-democratico" Miglioli. Un sintomo assai
interessante di essa � anche il fatto che le organizzazioni bianche, le quali, essendo
una parte dell' "Azione Cattolica", fanno capo direttamente al Vaticano, hanno
dovuto entrare nei comitati intersindacali con le Leghe rosse, espressioni di quel periodo
proletario che i cattolici indicavano fin dal 1870 come imminente alla societ�
italiana.
Quanto al
proletariato, l'attivit� disgregatrice delle sue forze trova un limite nella resistenza
attiva della avanguardia rivoluzionaria e in una resistenza passiva della grande massa, la
quale rimane fondamentalmente classista e accenna a rimettersi in movimento non appena si
rallenta la pressione fisica del fascismo e si fanno pi� forti gli stimoli dell'interesse
di classe. Il tentativo di portare nel suo seno la scissione con i sindacati fascisti, si
pu� considerare fallito. I sindacati fascisti, mutando il loro programma, diventano ora
strumenti diretti di compressione reazionaria al servizio dello Stato.
18. Ai
pericolosi spostamenti e ai nuovi reclutamenti di forze che sono provocati dalla sua
politica il fascio reagisce facendo gravare su tutta la societ� il peso di una forza
militare e un sistema di compressione il quale tiene la popolazione inchiodata al fatto
meccanico della produzione senza la possibilit� di avere una vita propria, di manifestare
una propria volont� e di organizzarsi per la difesa dei propri interessi. La cosiddetta
legislazione fascista non ha altro scopo che quello di consolidare e rendere permanente
questo sistema.
La nuova legge
elettorale politica, le modificazioni dell'ordinamento amministrativo con la introduzione
del podest� per i comuni di campagna ecc. vorrebbero segnare la fine della partecipazione
delle masse alla vita politica ed amministrativa del paese. Il controllo sulle
associazioni impedisce ogni forma permanente "legale" di organizzazione delle
masse. La nuova politica sindacale toglie alla Confederazione del lavoro e ai sindacati di
classe la possibilit� di concludere dei concordati per escluderli dal contatto con le
masse che si erano organizzate attorno ad essi. La stampa proletaria viene soppressa. Il
partito di classe del proletariato ridotto alla vita pienamente illegale. Le violenze
fisiche e le persecuzioni di polizia sono adoperate sistematicamente, soprattutto nelle
campagne, per incutere il terrore e mantenere una situazione da stato d'assedio.
Il risultato di
questa complessa attivit� di reazione e di compressione � lo squilibrio tra il rapporto
reale delle forze sociali e il rapporto delle forze organizzate, per cui a un apparente
ritorno alla normalit� e alla stabilit� corrisponde una acutizzazione di contrasti
pronti a prorompere ad ogni istante per nuove vie.
18 bis. La
crisi seguita al delitto del compagno socialista Matteotti ha fornito un esempio
della possibilit� che l'apparente stabilit� del regime fascista sia turbata dalle basi
per il prorompere improvviso di contrasti economici e politici approfonditisi senza che
fossero avvertiti. Essa ha in pari tempo fornito la prova della incapacit� della piccola
borghesia a guidare ad un esito, nell'attuale periodo storico, la lotta contro la reazione
industriale-agraria.
Forze motrici e prospettive della
rivoluzione
19. Le forze
motrici della rivoluzione italiana, come risulta ormai dalla nostra analisi sono, in
ordine alla loro importanza, le seguenti:
1) la classe
operaia e il proletariato agricolo;
2) i contadini del
Mezzogiorno e delle Isole e i contadini delle altri parti d'Italia.
Lo sviluppo e la
rapidit� del processo rivoluzionario non sono prevedibili al di fuori di una valutazione
di elementi soggettivi: cio� dalla misura in cui la classe operaia riuscir� ad
acquistare una propria figura politica, una coscienza di classe decisa e una indipendenza
da tutte le altre classi, dalla misura in cui essa riuscir� a organizzare le sue forze,
cio� a esercitare di fatto un'azione di guida degli altri fattori in prima linea a
concretare politicamente la sua alleanza con i contadini? Si pu� affermare in generale, e
basandosi del resto sulla esperienza italiana, che dal periodo della preparazione
rivoluzionaria si entrer� in un periodo rivoluzionario "immediato" quando il
proletariato industriale e agricolo del settentrione sar� riuscito a riacquistare, per lo
svolgimento della situazione oggettiva e attraverso una serie di lotte particolari e
immediate, un alto grado di organizzazione e di combattivit�.
Quanto ai contadini,
quelli del Mezzogiorno e delle Isole devono essere posti in prima linea tra le forze su
cui deve contare la insurrezione contro la dittatura industriale-agraria, per quanto non
si debba attribuir loro, all'infuori di un'alleanza col proletariato, una importanza
risolutiva. L'alleanza tra essi e gli operai � il risultato di un processo storico
naturale e profondo, favorito da tutte le vicende dello Stato italiano. Per i contadini
delle altre parti d'Italia il processo di orientamento verso l'alleanza col proletariato
� pi� lento e dovr� essere favorito da una attenta azione politica del partito del
proletariato. I successi gi� ottenuti in Italia in questo campo indicano del resto che il
problema di rompere l'alleanza dei contadini con le forze reazionarie deve essere posto,
per gran parte, anche in altri paesi dell'Europa occidentale, come problema di distruggere
la influenza della organizzazione cattolica sulle masse rurali.
20. Gli
ostacoli allo sviluppo della rivoluzione, oltre che dati dalla pressione fascista, sono in
relazione con la variet� dei gruppi in cui la borghesia si divide. Ognuno di questi
gruppi si sforza di esercitare una influenza sopra una sezione della popolazione
lavoratrice per impedire che si estenda la influenza del proletariato, o sul proletariato
stesso per fargli perdere la sua figura e autonomia di classe rivoluzionaria. Si
costituisce in questo modo una catena di forze reazionarie, la quale partendo dal fascismo
comprende i gruppi antifascisti che non hanno grandi basi di massa (liberali), quelli che
hanno una base nei contadini e nella piccola borghesia (democratici, combattenti,
popolari, repubblicani), e in parte anche negli operai (partito riformista), e quelli che
avendo una base proletaria tendono a mantenere le masse operaie in una condizione di
passivit� e far loro seguire la politica di altre classi (partito massimalista).
Anche il gruppo che
dirige la Confederazione del lavoro deve essere considerato a questa stregua, cio� come
il veicolo di una influenza disgregatrice di altre classi sopra i lavoratori. Ognuno dei
gruppi che abbiamo indicati tiene legata a s� una parte della popolazione lavoratrice
italiana. La modificazione di questo stato di cose � soltanto concepibile come
conseguenza di una sistematica e ininterrotta azione politica della avanguardia proletaria
organizzata nel Partito comunista. Una particolare attenzione deve essere data ai gruppi e
partiti i quali hanno una base di massa, o cercano di formarsela come partiti democratici
o come partiti regionali, nella popolazione agricola del Mezzogiorno e delle Isole (Unione
nazionale, partiti d'azione sardo, molisano, irpino, ecc.).
Questi partiti non
esercitano una influenza diretta sul proletariato, ma sono un ostacolo alla realizzazione
della alleanza tra operai e contadini. Orientando le classi agricole del Mezzogiorno verso
una democrazia rurale e verso soluzioni democratiche regionali, essi spezzano l'unit� del
processo di liberazione della popolazione lavoratrice italiana, impediscono ai contadini
di condurre a un esito la loro lotta contro lo sfruttamento economico e politico della
borghesia e degli agrari, e preparano la trasformazione di essi in guardia bianca della
reazione. Il successo politico della classe operaia � anche in questo campo in relazione
con l'azione politica del partito e del proletariato.
21. La
possibilit� di abbattimento del regime fascista per una azione di gruppi antifascisti
sedicenti democratici esisterebbe solo se questi gruppi riuscissero, neutralizzando
l'azione del proletariato, a controllare un movimento di masse fino a poterne frenare gli
sviluppi. La funzione della opposizione borghese democratica � invece quella di
collaborare col fascismo nell'impedire la riorganizzazione della classe operaia e la
realizzazione del suo programma di classe. In questo senso un compromesso tra fascismo e
opposizione borghese � in atto e ispirer� la politica di ogni formazione di
"centro" che sorga dai rottami dell'Aventino.
La opposizione
potr� tornare ad essere protagonista dell'azione di difesa del regime capitalista solo
quando la stessa compressione fascista pi� non riuscir� a impedire lo scatenamento dei
conflitti di classe, e il pericolo di una insurrezione di proletari e della sua saldatura
con una guerra di contadini apparir� grave e imminente. La possibilit� di ricorso della
borghesia e del fascismo stesso al sistema della reazione celata dalla apparenza di un
"governo di sinistra" deve quindi essere continuamente presente nelle nostre
prospettive, (divisione di funzioni tra fascismo e democrazia, Tesi del V Congresso
mondiale).
22. Da questa
analisi dei fattori della rivoluzione e delle sue prospettive si deducono i compiti del
Partito comunista. Ad essa devono essere collegati i criteri della sua attivit�
organizzativa e quelli della sua azione politica. Da essa discendono le linee direttive e
fondamentali del suo programma.
Compiti fondamentali del Partito
comunista d'Italia
23. Dopo aver
resistito vittoriosamente alla ondata reazionaria che voleva sommergerlo (1923), dopo aver
contribuito con la propria azione a segnare un primo punto di arresto nel processo di
dispersione delle forze lavoratrici (elezioni del 1924), dopo aver approfittato della
crisi Matteotti per riorganizzare una avanguardia proletaria che si � opposta con
notevole successo al tentativo di istaurare un predominio piccolo-borghese nella vita
politica (Aventino) e aver poste le basi di una reale politica contadina del proletariato
italiano, il partito si trova oggi nella fase della preparazione politica della
rivoluzione. Il suo compito fondamentale pu� essere indicato da questi tre punti:
1) organizzare
e unificare il proletariato industriale e agricolo per la rivoluzione;
2) organizzare
e mobilitare attorno al proletariato tutte le forze necessarie per la vittoria
rivoluzionaria e per la fondazione dello Stato operaio;
3) porre al
proletariato e ai suoi alleati il problema della insurrezione contro lo Stato borghese e
della lotta per la dittatura proletaria e guidarli politicamente e materialmente alla
soluzione di esso attraverso una serie di lotte parziali.
La costruzione del
Partito comunista come partito "bolscevico"
24. La
organizzazione della avanguardia operaia in Partito comunista � la parte essenziale della
nostra attivit� organizzativa. Gli operai italiani hanno appreso dalla loro esperienza
(1919-20) che ove manchi la guida di un partito comunista costruito come partito della
classe operaia e come partito della rivoluzione, non � possibile un esito vittorioso
della lotta per l'abbattimento del regime capitalistico. La costruzione di un Partito
comunista che sia di fatto il partito della classe operaia e il partito della rivoluzione,
- che sia cio�, un partito "bolscevico", - � in connessione diretta con i
seguenti punti fondamentali:
1) la
ideologia del partito comunista;
2) la forma
della organizzazione, e la sua compattezza;
3) la
capacit� di funzionare a contatto con la massa;
4) la capacit�
strategica e tattica.
Ognuno di questi
punti � collegato strettamente con gli altri e non potrebbe, a rigore di logica, esserne
separato. Ognuno di essi infatti indica e comprende una serie di problemi le cui soluzioni
interferiscono e si sovrappongono. L'esame separato di essi sar� utile soltanto quando si
tenga presente che nessuno pu� venire risolto senza che tutti siano impostati e condotti
di pari passo ad una soluzione.
La ideologia del partito comunista
d'Italia
25. Unit�
ideologica completa � necessaria al Partito comunista per poter adempiere in ogni momento
la sua funzione di guida della classe operaia. L'unit� ideologica � elemento della forza
del partito e della sua capacit� politica, essa � indispensabile per farlo diventare un
partito bolscevico. Base della unit� ideologica � la dottrina del marxismo e del
leninismo, inteso quest'ultimo come la dottrina marxista adeguata ai problemi del periodo
dell'imperialismo e dell'inizio della rivoluzione proletaria (Tesi sulla bolscevizzazione
dell'Esecutivo allargato dell'aprile 1925, nn. IV e VI).
Il Partito comunista
d'Italia ha formato la sua ideologia nella lotta contro la socialdemocrazia (riformisti).
Esso non trova per� nella storia del movimento operaio italiano una vigorosa e continua
corrente di pensiero marxista cui richiamarsi. Manca inoltre nelle sue file una profonda e
diffusa conoscenza delle teorie del marxismo e del leninismo. Sono quindi possibili le
deviazioni. L'innalzamento del livello ideologico del partito deve essere ottenuto con una
sistematica attivit� interna la quale si proponga di portare tutti i membri ad avere una
completa consapevolezza dei fini immediati del movimento rivoluzionario, una certa
capacit� di analisi marxista delle situazioni e una correlativa capacit� di orientamento
politico (scuola di partito). E' da respingere una concezione la quale affermi che i
fattori di coscienza e di maturit� rivoluzionaria, i quali costituiscono la ideologia, si
possano realizzare nel partito senza che siansi realizzati in un vasto numero di singoli
che lo compongono.
26.
Nonostante le origini da una lotta contro degenerazioni riformiste del movimento
operaio, il pericolo di deviazioni riformiste � presente nel Partito comunista d'Italia.
Nel campo teorico esso � rappresentato dai tentativi di revisione del marxismo fatti dal
compagno Graziadei sotto la veste di una precisazione "scientifica" di alcuni
dei concetti fondamentali della dottrina di Marx. I tentativi di Graziadei non possono
certo portare alla creazione di una corrente e quindi di una frazione che metta in
pericolo la unit� ideologica e la compattezza del partito. E' per� implicito in essi un
appoggio a correnti e deviazioni politiche di destra. Ad ogni modo essi indicano la
necessit� che il partito compia un profondo studio del marxismo e acquisti una coscienza
teorica pi� alta e pi� sicura.
Il pericolo che si
crei una tendenza di destra � collegato con la situazione generale del paese. La
compressione stessa che il fascismo esercita tende ad alimentare la opinione che essendo
il proletariato nella impossibilit� di rapidamente rovesciare il regime, sia miglior
tattica quella che porti, se non a un blocco borghese-proletario per la eliminazione
costituzionale del fascismo, a una passivit� della avanguardia rivoluzionaria, a un
non-intervento attivo del partito comunista nella lotta politica immediata, onde
permettere alla borghesia di servirsi del proletariato come massa di manovra elettorale
contro i fascisti. Questo programma si presenta con la formula che il Partito comunista
d'Italia deve essere "l'ala sinistra" di una opposizione di tutte le forze
che cospirano all'abbattimento del regime fascista. Esso � la espressione di un profondo
pessimismo circa le capacit� rivoluzionarie della classe lavoratrice.
Lo stesso pessimismo
e le stesse deviazioni conducono a interpretare in modo errato la natura e la funzione
storica dei partiti socialdemocratici nel momento attuale, a dimenticare che la
socialdemocrazia sebbene abbia ancora la sua base sociale, per gran parte, nel
proletariato per quanto riguarda la sua ideologia e la sua funzione politica cui adempie,
deve essere considerata non come un'ala moderata del movimento operaio, ma come un'ala
sinistra della borghesia e come tale deve essere smascherata davanti alle masse. Il
pericolo della degenerazione riofrmista deve essere combattuto con la propaganda
ideologica, col contrapporre al programma riformista dei socialdemocratici il programma
rivoluzionario comunista della classe operaia e del suo partito, e con mezzi
disciplinari ordinari ogni qualvolta la necessit� lo richieda.
27. Legato
con le origini del partito e con la situazione generale del paese � parimenti il pericolo
di deviazioni estremiste dalla ideologia marxista e leninista. Esso � rappresentato dalla
tendenza estremista che fa capo al compagno Bordiga. Questa tendenza si form� nella
particolare situazione di disgregazione e incapacit� programmatica, organizzativa,
strategica e tattica in cui si trov� il Partito socialista italiano dalla fine della
guerra al Congresso di Livorno: la sua origine e la sua fortuna sono inoltre in relazione
col fatto che, essendo la classe operaia una minoranza nella popolazione lavoratrice
italiana, � continuo il pericolo che il suo partito sia corrotto da infiltrazioni di
altre classi, e in particolare della piccola borghesia.
A questa
condizione della classe operaia e alla situazione del Partito socialista italiano la
tendenza di estrema sinistra reag� con una particolare ideologia, cio� con una
concezione della natura del partito, della sua funzione e della sua tattica che � in
contrasto con quella del marxismo e del leninismo:
a)
dall'estrema sinistra il partito viene definito, trascurando e sottovalutando il suo
contenuto sociale, come un "organo" della classe operaia, che si costituisce per
sintesi di elementi eterogenei. Il partito deve invece essere definito mettendo in rilievo
anzitutto il fatto che esso � una "parte" della classe operaia. L'errore nella
definizione del partito porta a impostare in modo errato i problemi organizzativi e i
problemi di tattica;
b) per
la estrema sinistra la funzione del partito non � quella di guidare in ogni momento la
classe sforzandosi di restare in contatto con essa attraverso qualsiasi mutamento di
situazione oggettiva, ma di elaborare dei quadri preparati a guidare la massa quando lo
svolgimento delle situazioni l'avr� portata al partito, facendole accettare le posizioni
programmatiche e di principio da esso fissate;
c) per quanto
riguarda la tattica, l'estrema sinistra sostiene che essa non deve venire determinata in
relazione con le situazioni oggettive e con la posizione delle masse in modo che essa
aderisca sempre alla realt� e fornisca un continuo contatto con gli strati pi� vasti
della popolazione lavoratrice, ma deve essere determinata in base a preoccupazioni
formalistiche. E' propria dell'estremismo la concezione che le deviazioni dai principi
della politica comunista non vengono evitate con la costruzione di partiti
"bolscevichi" i quali siano capaci di compiere, senza deviare, ogni azione
politica che � richiesta per la mobilitazione delle masse e per la vittoria
rivoluzionaria, ma possono essere evitate soltanto col porre alla tattica limiti rigidi e
formali di carattere esteriore (nel campo organizzativo: "adesione individuale",
cio� rifiuto delle "fusioni", le quali possono invece essere sempre, in
condizioni determinate, efficacissimo mezzo di estensione della influenza del partito; nel
campo politico: travisamento dei termini del problema della conquista della maggioranza,
fronte unico sindacale e non politico, nessuna diversit� nel modo di lottare contro la
democrazia a seconda del grado di adesione delle masse a formazioni democratiche
contro-rivoluzionarie e della imminenza e gravit� di un pericolo reazionario, rifiuto
della parola d'ordine del governo operaio e contadino).
All'esame delle
situazioni dei movimenti di massa si ricorre quindi solo per il controllo della linea
dedotta in base a preoccupazioni formalistiche e settarie: viene perci� sempre a mancare,
nella determinazione della politica del partito, l'elemento particolare; la unit� e
completezza di visione che � propria del nostro metodo di indagine politica (dialettica)
� spezzata; l'attivit� del partito e le sue parole d'ordine perdono efficacia e valore
rimanendo attivit� e parole di semplice propaganda. E' inevitabile, come conseguenza di
queste posizioni, la passivit� politica del partito. Di essa l' "astensionismo"
fu nel passato un aspetto. Ci� permette di avvicinare l'estremismo di sinistra al
massimalismo e alle deviazioni di destra. Esso � inoltre, come la tendenza di destra,
espressione di uno scetticismo sulla possibilit� che la massa operaia organizzi dal suo
seno un partito di classe il quale sia capace di guidare la grande massa sforzandosi di
tenerla in ogni momento collegata a s�.
La lotta ideologica
contro l'estremismo di sinistra deve essere condotta contrapponendogli la concezione
marxista e leninista del partito del proletariato come partito di massa e dimostrando la
necessit� che esso adatti la sua tattica alle situazioni per poterle modificare, per non
perdere il contatto con le masse e per acquistare sempre nuove zone di influenza.
L'estremismo di sinistra fu la ideologia ufficiale del partito italiano nel primo periodo
della sua esistenza. Esso � sostenuto da compagni che furono tra i fondatori del partito
e dettero un grandissimo contributo alla sua costruzione dopo Livorno.
Vi sono quindi
motivi per spiegare come questa concezione sia stata a lungo radicata nella maggioranza
dei compagni anche senza che fosse da essi valutata criticamente in modo completo, ma
piuttosto come conseguenza di uno stato d'animo diffuso. E' evidente perci� che il
pericolo di estrema sinistra deve essere considerato come una realt� immediata, come un
ostacolo non solo alla unificazione ed elevazione ideologica, ma allo sviluppo politico
del partito e alla efficacia della sua azione. Esso deve essere combattuto come tale, non
solo con la propaganda, ma con una azione politica ed eventualmente con misure
organizzative.
28. Elemento
della ideologia del partito � il grado di spirito internazionalista che � penetrato
nelle sue file. Esso � assai forte tra di noi come spirito di solidariet�
internazionale, ma non altrettanto come coscienza di appartenere ad un partito mondiale.
Contribuisce a questa debolezza la tendenza a presentare la concezione di estrema sinistra
come una concezione nazionale ("originalit�" e valore "storico" delle
posizioni della "sinistra italiana") la quale si oppone alla concezione marxista
e leninista della Internazionale comunista e cerca di sostituirsi ad essa. Di qui
l'origine di una specie di "patriottismo di partito", che rifugge
dall'inquadrarsi in una organizzazione (rifiuti di cariche, lotta di frazione
internazionale ecc.). Questa debolezza di spirito internazionalista offre il terreno ad
una ripercussione nel partito della campagna che la borghesia conduce contro la
Internazionale comunista qualificandola come organo dello Stato russo. Alcune delle tesi
di estrema sinistra a questo proposito si collegano a tesi abituali dei partiti
controrivoluzionari. Esse devono venir combattute con estremo vigore, con una propaganda
che dimostri come storicamente spetti al partito russo una funzione predominante e
direttiva nella costruzione di una Internazionale comunista e quale � la posizione dello
Stato operaio russo - prima ed unica reale conquista della classe operaia nella lotta al
potere - nei confronti del movimento operaio internazionale (Tesi sulla situazione
internazionale).
La base dell'organizzazione del
partito comunista d'Italia
29. Tutti i
problemi di organizzazione sono problemi politici. La soluzione di essi deve rendere
possibile al partito di attuare il suo compito fondamentale, di far acquistare al
proletariato una completa indipendenza politica, di dargli una fisionomia, una
personalit�, una coscienza rivoluzionaria precisa, di impedire ogni infiltrazione e
influenza disgregatrice di classi ed elementi i quali pur avendo interessi contrari al
capitalismo non vogliono condurre la lotta contro di esso fino alle sue conseguenze
ultime. In prima linea � un problema politico: quello della base della organizzazione. La
organizzazione del partito deve essere costruita sulla base della produzione e quindi del
luogo di lavoro (cellule).
Questo principio �
essenziale per la creazione di un partito "bolscevico". Esso dipende dal fatto
che il partito deve essere attrezzato per dirigere il movimento di massa della classe
operaia, la quale viene naturalmente unificata dallo sviluppo del capitalismo secondo il
processo della produzione. Ponendo la base organizzativa nel luogo della produzione il
partito compie un atto di scelta della classe sulla quale esso si basa. Esso proclama di
essere un partito di classe e il partito di una sola classe, la classe operaia. Tutte le
obiezioni al principio che pone la organizzazione del partito sulla base della produzione
partono da concezioni che sono legate a classi estranee al proletariato, anche se sono
presentate da compagni e gruppi che si dicono di "estrema sinistra". Esse si
basano sopra una considerazione pessimista delle capacit� rivoluzionarie dell'operaio
comunista, e sono espressione dello spirito antiproletario del piccolo-borghese
intellettuale, il quale crede di essere il sale della terra e vede nell'operaio lo
strumento materiale dello sconvolgimento sociale e non il protagonista cosciente e
intelligente della rivoluzione. Si riproducono nel partito italiano a proposito delle
cellule la discussione e il contrasto che portarono in Russia alla scissione tra
bolscevichi e menscevichi a proposito del medesimo problema della scelta della classe, del
carattere di classe del partito e del modo di adesione al partito di elementi non
proletari.
Questo fatto ha del
resto, in relazione con la situazione italiana, una importanza notevole. E' la stessa
struttura sociale e sono le condizioni e le tradizioni della lotta politica quelle che
rendono in Italia assai pi� serio che altrove il pericolo di edificare il partito in base
a una "sintesi" di elementi eterogenei, cio� di aprire in essi la via alla
influenza paralizzatrice di altre classi. Si tratta di un pericolo che sar� inoltre reso
sempre pi� grave dalla stessa politica del fascismo, che spinger� sul terreno
rivoluzionario intieri strati della piccola borghesia. E' certo che il Partito comunista
non pu� essere solo un partito di operai. La classe operaia e il suo partito non possono
fare a meno degli intellettuali n� possono ignorare il problema di raccogliere intorno a
s� e guidare tutti gli elementi che per una via o per un'altra sono spinti alla rivolta
contro il capitalismo.
Cos� pure il
Partito comunista non pu� chiudere le porte ai contadini: esso deve anzi avere nel suo
seno dei contadini e servirsi di essi per stringere il legame politico tra il proletariato
e le classi rurali. Ma � da respingere energicamente, come controrivoluzionaria, ogni
concessione che faccia del partito una "sintesi" di elementi eterogenei, invece
di sostenere senza concessioni di sorta che esso � una parte del proletariato, che il
proletariato deve dargli la impronta della organizzazione che gli � propria e che al
proletariato deve essere garantita nel partito stesso una funzione direttiva.
30. Non hanno
consistenza le obiezioni pratiche alla organizzazione sulla base della produzione
(cellule), secondo le quali questa struttura organizzativa non permetterebbe di superare
la concorrenza tra diverse categorie di operai e darebbe il partito in balia al
funzionarismo. La pratica del movimento di fabbrica (1919-20) ha dimostrato che solo una
organizzazione aderente al luogo e al sistema della produzione permette di stabilire un
contatto tra gli strati superiori e gli strati inferiori della massa lavoratrice
(qualificati, non qualificati e manovali) e di creare vincoli di solidariet� che tolgono
le basi ad ogni fenomeno di "aristocrazia operaia".
La organizzazione
per cellule porta alla formazione nel partito di uno strato assai vasto di elementi
dirigenti (segretari di cellula, membri dei comitati di cellula, ecc.), i quali sono parte
della massa e rimangono in essa pure esercitando funzioni direttive, a differenza dei
segretari delle sezioni territoriali i quali erano di necessit� elementi staccati dalla
massa lavoratrice. Il partito deve dedicare una cura particolare alla educazione di questi
compagni che formano il tessuto connettivo della organizzazione e sono lo strumento del
collegamento con le masse. Da qualsiasi punto di vista venga considerata, la
trasformazione della struttura sulla base della produzione rimane compito fondamentale del
partito nel momento presente e mezzo per la soluzione dei pi� importanti suoi problemi.
Si deve insistere in essa e intensificare tutto il lavoro ideologico e pratico che ad essa
� relativo.
Compattezza della organizzazione
del partito. Frazionismo
31. La
organizzazione di un partito bolscevico deve essere, in ogni momento della vita del
partito, una organizzazione centralizzata, diretta dal Comitato centrale non solo a
parole, ma nei fatti. Una disciplina proletaria di ferro deve regnare nelle sue file.
Questo non vuol dire che il partito debba essere retto dall'alto con sistemi autocratici.
Tanto il Comitato centrale quanto gli organi inferiori di direzione sono formati in base a
una elezione e in base a una scelta di elementi capaci compiuta attraverso la prova del
lavoro e la esperienza del movimento.
Questo secondo
elemento garantisce che i criteri per la formazione dei gruppi dirigenti locali e del
gruppo dirigente centrale non siano meccanici, esteriori e "parlamentari", ma
corrispondano a un processo di formazione di una avanguardia proletaria omogenea e
collegata con la massa. Il principio della elezione degli organi dirigenti - democrazia
interna - non � assoluto, ma relativo alle condizioni della lotta politica. Anche quando
esso subisca limitazioni, gli organi centrali e periferici devono sempre considerare il
loro potere non come sovrapposto, ma come sgorgante dalla volont� del partito, e
sforzarsi di accentuare il loro carattere proletario e di moltiplicare i loro legami con
la massa dei compagni e con la classe operaia.
Quest'ultima
necessit� � particolarmente sentita in Italia, dove la reazione costrinse e costringe
tuttora ad una forte limitazione della democrazia interna. La democrazia interna � pure
relativa al grado di capacit� politica posseduta dagli organi periferici e dai singoli
compagni che lavorano alla periferia. L'azione che il centro esercita per accrescere
questa capacit� rende possibile una estensione dei sistemi "democratici" e una
riduzione sempre pi� grande del sistema della "cooptazione" e degli interventi
dall'alto per regolare le questioni organizzative locali.
32. La
centralizzazione e la compattezza del partito esigono che non esistano nel suo seno gruppi
organizzati i quali assumano carattere di frazione. Un partito bolscevico si differenzia
per questo profondamente dai partiti socialdemocratici i quali comprendono una grande
variet� di gruppi e nei quali la lotta di frazioni � la forma normale di elaborazione
delle direttive politiche e di selezione dei gruppi dirigenti. I partiti e la
Internazionale comunista sono sorti in seguito ad una lotta di frazioni svoltasi nel seno
della II Internazionale. Costituendosi come partiti e come organizzazione mondiale del
proletariato essi hanno eletto a norma della loro vita interna e del loro sviluppo non
pi� la lotta di frazioni, ma la collaborazione organica di tutte le tendenze attraverso
la partecipazione agli organi dirigenti.
La esistenza e la
lotta di frazioni sono infatti inconcepibili con la essenza del partito del proletariato,
di cui spezzano la unit� aprendo la via alla influenza di altre classi. Questo non vuol
dire che nel partito non possano sorgere tendenze e che le tendenze talora non cerchino di
organizzarsi in frazioni, ma vuol dire che contro quest'ultima eventualit� si deve
lottare energicamente per ridurre i contrasti di tendenze, le elaborazioni di pensiero e
la selezione dei dirigenti alla forma che � propria dei partiti comunisti, cio� a un
processo di svolgimento reale e unitario (dialettico) e non a una controversia e a lotte
di carattere "parlamentare".
33. La
esperienza del movimento operaio, fallito in seguito alla impotenza del PSI, per la lotta
delle frazioni e per il fatto che ogni frazione faceva, indipendentemente dal partito, la
sua politica, paralizzando l'azione delle altre frazioni e quella del partito intiero,
questa esperienza offre un buon terreno per creare e mantenere la compattezza e la
centralizzazione che devono essere propri di un partito bolscevico. Tra i diversi gruppi
da cui il Partito comunista d'Italia ha tratto origine sussiste qualche differenziazione,
che deve scomparire con un approfondimento della comune ideologia marxista e leninista.
Solo tra i seguaci della ideologia antimarxista di estrema sinistra si sono mantenute a
lungo una omogeneit� e una solidariet� di carattere frazionistico. Dal frazionismo
larvato si � anzi fatto il tentativo di passare alla lotta aperta di frazione, con la
costituzione del cosiddetto "Comitato d'intesa".
La profondit�
con cui il partito reag� a questo insano tentativo di scindere le sue forze d�
affidamento sicuro che cadr� nel vuoto, in questo campo, ogni tentativo di farci
ritornare alle consuetudini della socialdemocrazia. Il pericolo di un frazionismo
esiste in una certa misura anche per la fusione con i terzinternazionalisti del Partito
socialista. I terzinternazionalisti non hanno una loro ideologia in comune, ma sussistono
tra loro dei legami di carattere essenzialmente corporativo, creatisi nei due anni di vita
come frazione in seno al PSI; questi legami sono andati sempre pi� allentandosi e non
sar� difficile eliminarli totalmente. La lotta contro il frazionismo deve essere
anzitutto propaganda di giusti principi organizzativi, ma essa non avr� successo sino a
che il partito italiano non potr� nuovamente considerare la discussione dei problemi
attuali suoi e della Internazionale come fatto normale, e orientare le sue tendenze in
relazione a questi problemi.
Il funzionamento della
organizzazione del partito comunista d'Italia
34. Un
partito bolscevico deve essere organizzato in modo da poter funzionare, in qualsiasi
condizione, a contatto con la massa. Questo principio assume la pi� grande importanza tra
di noi, per la compressione che il fascismo esercita allo scopo di impedire che i rapporti
di forze reali si traducano in rapporti di forze organizzate. Soltanto con la massima
concentrazione e intensit� della attivit� del partito si pu� riuscire a neutralizzare
almeno in parte questo fattore negativo e ad ottenere che esso non intralci profondamente
il processo della rivoluzione. Devono essere perci� presi in considerazione:
a) il numero
degli iscritti e la loro capacit� politica; essi devono essere tanti da permettere una
continua estensione della nostra influenza. E' da combattere la tendenza a tenere
artificialmente ristretti i quadri: essa porta alla passivit�, alla atrofia. Ogni
iscritto per� deve essere un elemento politicamente attivo, capace di diffondere la
influenza del partito, e tradurre quotidianamente in atto le direttive di esso, guidando
una parte della massa lavoratrice;
b) la
utilizzazione di tutti i compagni in un lavoro pratico;
c) il
coordinamento unitario delle diverse specie di attivit� a mezzo di comitati nei quali si
articola tutto il partito come organo di lavoro tra le masse;
d) il
funzionamento collegiale degli organi centrali del partito, considerato come condizione
per la costituzione di un gruppo dirigente "bolscevico" omogeneo e compatto;
e) la
capacit� dei compagni di lavorare tra le masse, di essere continuamente presenti tra di
esse, di essere in prima fila in tutte le lotte, di sapere in ogni occasione assumere e
tenere la posizione che � propria dell'avanguardia del proletariato.
Si insiste su questo
punto perch� la necessit� del lavoro sotterraneo e la errata ideologia di "estrema
sinistra" hanno prodotto una limitazione della capacit� di lavoro tra le masse e con
le masse;
f) la
capacit� degli organismi periferici e dei singoli compagni di affrontare situazioni
imprevedute e di prendere atteggiamenti esatti anche prima che giungano disposizioni dagli
organi superiori. E' da combattere la forma di passivit�, residuo essa pure delle false
concezioni organizzative dell'estremismo, che consiste nel sapere solo "attendere gli
ordini dall'alto". Il partito deve avere alla base una sua "iniziativa",
cio� gli organi di base devono saper reagire immediatamente ad ogni situazione imprevista
e improvvisa;
g) la
capacit� di compiere un lavoro "sotterraneo" (illegale) e di difendere il
partito dalla reazione di ogni sorta senza perdere il contatto con le masse, ma facendo
servire come difesa il contatto stesso con i pi� vasti strati della classe lavoratrice.
Nella situazione attuale una difesa del partito e del suo apparato che sia ottenuta
riducendosi ad esplicare una attivit� di semplice "organizzazione interna" �
da considerare come un abbandono della causa della rivoluzione.
Ognuno di questi
punti � da considerare con attenzione perch� indica insieme un difetto del partito e un
progresso che gli si deve far compiere. Essi hanno tanto maggiore importanza in quanto �
da prevedere che i colpi della reazione indeboliranno ancora l'apparato di collegamento
tra il centro e la periferia, per quanto grandi siano gli sforzi per mantenerlo intatto.
Strategia e tattica del partito
comunista d'Italia
35. La
capacit� e tattica del partito � la capacit� di organizzare e unificare attorno
all'avanguardia proletaria e alla classe operaia tutte le forze necessarie alla vittoria
rivoluzionaria e di guidarle di fatto verso la rivoluzione approfittando delle situazioni
oggettive e degli spostamenti di forze che esse provocano sia tra la popolazione
lavoratrice che tra i nemici della classe operaia. Con la sua strategia e con la sua
tattica il partito "dirige la classe operaia" nei grandi movimenti storici e
nelle sue lotte quotidiane. L'unica direzione � legata all'altra ed � condizionata
dall'altra.
36. Il
principio che il partito dirige la classe operaia non deve essere interpretato in modo
meccanico. Non bisogna credere che il partito possa dirigere la classe operaia per una
imposizione autoritaria esterna; questo non � vero n� per il periodo che precede n� per
il periodo che segue la conquista del potere. L'errore di una interpretazione meccanica di
questo principio deve essere combattuto nel partito italiano come una possibile
conseguenza delle deviazioni ideologiche di estrema sinistra; queste deviazioni portano
infatti a una arbitraria sopravvalutazione formale del partito per ci� che riguarda la
funzione di guida della classe. Noi affermiamo che la capacit� di dirigere la classe �
in relazione non al fatto che il partito si "proclami" l'organo rivoluzionario
di essa, ma al fatto che esso "effettivamente" riesca, come una parte della
classe operaia, a collegarsi con tutte le sezioni della classe stessa e a imprimere alla
massa un movimento nella direzione desiderata e favorita dalle condizioni oggettive.
Solo come
conseguenza della sua azione tra le masse il partito potr� ottenere che esse lo
riconoscano come il "loro" partito (conquista della maggioranza), e solo quando
questa condizione si � realizzata esso pu� presumere di poter trascinare dietro a s� la
classe operaia. Le esigenze di questa azione tra le masse sono superiori a ogni
"patriottismo" di partito.
37. Il
partito dirige la classe penetrando in tutte le organizzazioni in cui la massa lavoratrice
si raccoglie e compiendo in esse e attraverso di esse una sistematica mobilitazione di
energia secondo il programma della lotta di classe e un'azione di conquista della
maggioranza alle direttive comuniste. Le organizzazioni in cui il partito lavora e che
tendono per loro natura a incorporare tutta la massa operaia non possono mai sostituire il
Partito comunista, che � l'organizzazione politica dei rivoluzionari, cio�
dell'avanguardia del proletariato. Cos� � escluso un rapporto di subordinazione, e di
"eguaglianza" tra le organizzazioni di massa e il partito (patto sindacale di
Stoccarda, patto di alleanza tra il Partito socialista italiano e la Confederazione
generale del lavoro).
Il rapporto tra
sindacati e partito � uno speciale rapporto di direzione che si realizza mediante la
attivit� che i comunisti esplicano in seno ai sindacati. I comunisti si organizzano in
frazioni nei sindacati e in tutte le formazioni di massa e partecipano in prima fila alla
vita di queste formazioni e alle lotte che esse conducono, sostenendovi il programma e le
parole d'ordine del loro partito. Ogni tendenza a estraniarsi dalla vita delle
organizzazioni, qualunque esse siano, in cui � possibile prendere contatto con le masse
lavoratrici, � da combattere come pericolosa deviazione, indizi di pessimismo e sorgente
di passivit�.
38. Organi
specifici di raccoglimento delle masse lavoratrici sono nei paesi capitalistici i
sindacati. L'azione nei sindacati � da considerare come essenziale per il raggiungimento
dei fini del partito. Il partito che rinuncia alla lotta per esercitare la sua influenza
nei sindacati e per conquistarne la direzione, rinuncia di fatto alla conquista della
massa operaia e alla lotta rivoluzionaria per il potere. In Italia l'azione nei sindacati
assume una particolare importanza perch� consente di lavorare con intensit� pi� grave e
con risultati migliori a quella riorganizzazione del proletariato industriale e agricolo
che deve ridargli una posizione di predominio nei confronti con le altre classi
sociali.
La compressione
fascista e specialmente la nuova politica sindacale del regime fascista creano per�
una condizione di cose del tutto particolare. La Confederazione del lavoro e i sindacati
di classe si vedono tolta la possibilit� di svolgere, nelle forme tradizionali, una
attivit� di organizzazione e di difesa economica. Essi tendono a ridursi a semplici
uffici di propaganda. In pari tempo per� la classe operaia, sotto l'impulso della
situazione oggettiva, � spinta a riordinare le proprie forze secondo nuove forme di
organizzazione. Il partito deve quindi riuscire a compiere una azione di difesa del
sindacato di classe e di rivendicazioni della sua libert�, e in pari tempo deve secondare
e stimolare la tendenza alla creazione di organismi rappresentativi di massa i quali
aderiscono al sistema della produzione. Paralizzata l'attivit� del sindacato di classe,
la difesa dell'interesse immediato dei lavoratori tende a compiersi attraverso uno
spezzettamento della resistenza e della lotta per officine, per categorie, per reparti di
lavoro, ecc.
Il Partito comunista
d'Italia deve saper seguire tutte queste lotte ed esercitare una vera e propria
direzione di esse, impedendo che in esse vada smarrito il carattere unitario e
rivoluzionario dei contrasti di classe, sfruttandole anzi per favorire la mobilitazione di
tutto il proletariato e la organizzazione di esso sopra un fronte di combattimento (Tesi
sindacali).
39. Il
partito dirige e unifica la classe operaia partecipando a tutte le lotte di carattere
parziale, e formulando e agitando un programma di rivendicazioni di immediato interesse
per la classe lavoratrice. Le azioni parziali e limitate sono da esso considerate come
momenti necessari per giungere alla mobilitazione progressiva e alla unificazione di tutte
le forze della classe lavoratrice. Il partito combatte la concezione secondo la quale ci
si dovrebbe astenere dall'appoggiare o dal prendere parte ad azioni parziali perch� i
problemi interessanti la classe lavoratrice sono risolubili solo con l'abbattimento del
regime capitalista e con una azione generale di tutte le forze anticapitalistiche. Esso �
consapevole della impossibilit� che le condizioni dei lavoratori siano migliorate in modo
serio e durevole, nel periodo dell'imperialismo e prima che il regime capitalista sia
stato abbattuto.
L'agitazione di un
programma di rivendicazioni immediate e l'appoggio alle lotte parziali � per� il solo
modo col quale si possa giungere alle grandi masse e mobilitarle contro il capitale.
D'altra parte ogni agitazione o vittoria di categorie operaie nel campo delle
rivendicazioni immediate rende pi� acuta la crisi del capitalismo, e ne accelera anche
soggettivamente la caduta in quanto sposta l'instabile equilibrio economico sul quale esso
oggi basa il suo potere. Il Partito comunista lega ogni rivendicazione immediata a un
obiettivo rivoluzionario, si serve di ogni lotta parziale per insegnare alle masse la
necessit� dell'azione generale, della insurrezione contro il dominio reazionario del
capitale, e cerca di ottenere che ogni lotta di carattere limitato sia preparata e diretta
cos� da poter condurre alla mobilitazione e unificazione delle forze proletarie, e non
alla loro dispersione.
Esso sostiene queste
sue concezioni nell'interno delle organizzazioni di massa cui spetta la direzione dei
movimenti parziali, o nei confronti dei partiti politici che ne prendono la iniziativa,
oppure le fa valere prendendo esso la iniziativa di proporre le azioni parziali, sia in
seno a organizzazioni di massa, sia ad altri partiti (tattica del fronte unico). In ogni
caso si serve della esperienza del movimento e dell'esito delle sue proposte per
accrescere la sua influenza, dimostrando con i fatti che il suo programma di azione � il
solo rispondente agli interessi delle masse e alla situazione oggettiva, e per portare
sopra una posizione pi� avanzata una sezione arretrata della classe lavoratrice. La
iniziativa diretta del Partito comunista per una azione parziale, pu� aver luogo quando
essa controlla attraverso organismi di massa una parte notevole della classe lavoratrice,
o quando sia sicuro che una sua parola d'ordine diretta sia seguita egualmente da una
parte notevole della classe lavoratrice.
Il partito non
prender� per� questa iniziativa se non quando, in relazione con la situazione oggettiva,
essa porti a uno spostamento a suo favore dei rapporti di forza, e rappresenti un passo in
avanti sulla unificazione e mobilitazione della classe sul terreno rivoluzionario. E'
escluso che una azione violenta di individui o di gruppi possa servire a strappare dalla
passivit� le masse operaie quando il partito non sia collegato profondamente con esse. In
particolare la attivit� dei gruppi armati, anche come reazione alla violenza fisica dei
fascisti, ha valore solo in quanto si collega con una reazione delle masse o riesce a
suscitarla e prepararla acquistando nel campo della mobilitazione di forze materiali lo
stesso valore che hanno gli scioperi e le agitazioni economiche particolari per la
mobilitazione generale delle energie dei lavoratori in difesa dei loro interessi di
classe.
39 bis. E' un
errore il ritenere che le rivendicazioni immediate e le azioni parziali possano avere
solamente carattere economico. Poich�, con l'approfondirsi della crisi del capitalismo,
le classi dirigenti capitalistiche e agrarie sono costrette, per mantenere il loro potere,
a limitare e sopprimere le libert� di organizzazione e politiche del proletariato, la
rivendicazione di queste libert� offre un ottimo terreno per agitazioni e lotte parziali,
le quali possono giungere alla mobilitazione di vasti strati della popolazione
lavoratrice. Tutta la legislazione con la quale i fascisti sopprimono, in Italia, anche le
pi� elementari libert� della classe operaia, deve quindi fornire al Partito comunista
motivi per l'agitazione e mobilitazione delle masse.
Sar� compito del
Partito comunista collegare ognuna delle parole d'ordine che esso lancer� in questo campo
con le direttive generali della sua azione: in particolare con la pratica dimostrazione
della possibilit� che il regime instaurato dal fascismo subisca radicali limitazioni e
trasformazioni in senso "liberale" e "democratico" senza che sia
scatenata contro il fascismo una lotta di masse, la quale dovr� inesorabilmente sboccare
nella guerra civile. Questa convinzione deve diffondersi nelle masse nella misura in cui
noi riusciremo, collegando le rivendicazioni parziali di carattere politico con quelle di
carattere economico, a trasformare i movimenti "rivoluzionari democratici" in
movimenti rivoluzionari operai e socialisti.
Particolarmente
questo dovr� essere ottenuto per quanto riguarda l'agitazione contro la monarchia. La
monarchia � uno dei puntelli del regime fascista; essa � la forma statale del fascismo
italiano. La mobilitazione antimonarchica delle masse della popolazione italiana � uno
degli scopi che il Partito comunista deve proporre. Essa servir� efficacemente a
smascherare alcuni gruppi sedicenti antifascisti gi� coalizzati nell'Aventino. Essa deve
per� sempre essere condotta insieme con l'agitazione e con la lotta contro gli altri
pilastri fondamentali del regime fascista, che sono la plutocrazia industriale e gli
agrari. Nell'agitazione antimonarchica il problema della forma dello Stato sar� inoltre
presentato dal Partito comunista in connessione continua con il problema del contenuto di
classe che i comunisti intendono dare allo Stato. Nel recente passato (giugno 1925) la
connessione di questi problemi venne ottenuta dal partito ponendo a base della sua azione
politica le parole d'ordine: "Assemblea repubblicana sulla base dei Comitati operai e
contadini; controllo operaio sull'industria; terra ai contadini".
40. Il
compito di unificare le forze del proletariato e di tutta la classe lavoratrice sopra un
terreno di lotta � la parte "positiva" della tattica del fronte unico ed � in
Italia, nelle circostanze attuali, compito fondamentale del partito. I comunisti devono
considerare la unit� della classe lavoratrice come un risultato concreto, reale, da
ottenere, per impedire al capitalismo l'attuazione del suo piano di disgregare in modo
permanente il proletariato e di rendere impossibile ogni lotta rivoluzionaria. Essi devono
saper lavorare in tutti i modi per raggiungere questo scopo soprattutto devono rendersi
capaci di avvicinare gli operai di altri partiti e senza partito superando ostilit� e
incomprensioni fuori luogo, e presentandosi in ogni caso come i fautori dell'unit� della
classe nella lotta per la sua difesa e per la sua liberazione. Il "fronte unico"
di lotta antifascista e anticapitalista che i comunisti si sforzano di creare deve tendere
a essere un fronte unico organizzato, cio� a fondarsi sopra organismi attorno ai quali
tutta la massa trovi una forma e si raccolga.
Tali sono gli
organismi rappresentativi che le masse stesse oggi hanno la tendenza a costituire, a
partire dalle officine, e in occasione di ogni agitazione, dopo che le possibilit� di
funzionamento normale dei sindacati hanno incominciato a essere limitate. I comunisti
devono rendersi conto di questa tendenza delle masse e saperla stimolare, sviluppando gli
elementi positivi che essa contiene e combattendo le deviazioni particolaristiche cui essa
pu� dare luogo. La cosa deve essere considerata senza feticismi per una determinata forma
di organizzazione, tenendo presente che lo scopo nostro fondamentale � di ottenere una
mobilitazione e una unit� organica sempre pi� vaste di forze. Per raggiungere questo
scopo occorre sapersi adattare a tutti i terreni che ci sono offerti dalla realt�,
sfruttare tutti i motivi di agitazione, insistere sopra l'una o sopra l'altra forma di
organizzazione a seconda della necessit� e a seconda delle possibilit� di sviluppo di
ognuna di esse (Tesi sindacali: capitoli relativi alle commissioni interne, ai comitati di
agitazione, alle conferenze di fabbriche).
41. La parola
d'ordine dei comitati operai e contadini deve essere considerata come formula riassuntiva
di tutta l'azione del partito in quanto essa si propone di creare un fronte unico
organizzato della classe lavoratrice. I comitati operai e contadini sono organi di unit�
della classe lavoratrice mobilitata sia per una lotta di carattere immediato che per
azioni politiche di pi� largo sviluppo. La parola d'ordine della creazione di comitati
operai e contadini � quindi una parola d'ordine di attuazione immediata per tutti quei
casi in cui il partito riesce con la sua attivit� a mobilitare una sezione della classe
lavoratrice abbastanza estesa (pi� di una sola fabbrica, pi� di una sola categoria in
una localit�), ma essa � in pari tempo una soluzione politica e una parola di agitazione
adeguata a tutto un periodo della vita e della azione del partito. Essa rende evidente e
concreta la necessit� che i lavoratori organizzino le loro forze e le contrappongano di
fatto a quelle di tutti i gruppi di origine e natura borghese, al fine di poter diventare
elemento determinante e preponderante della situazione politica.
42. La
tattica del fronte unico come azione politica (manovra) destinata a smascherare partiti e
gruppi sedicenti proletari e rivoluzionari aventi una base di massa, � strettamente
collegata col problema della direzione delle masse da parte del Partito comunista e col
problema della conquista della maggioranza. Nella forma in cui � stata definita dai
congressi mondiali essa � applicabile in tutti i casi in cui, per l'adesione delle masse
ai gruppi che noi combattiamo, la lotta frontale contro di essi non sia sufficiente a
darci risultati rapidi e profondi. Il successo di questa tattica � legato alla misura in
cui essa � preceduta o si accompagna ad una effettiva opera di unificazione e di
mobilitazione di masse ottenuta dal partito con una azione dal basso.
In Italia la tattica
del fronte unico deve continuare ad essere adottata dal partito nella misura in cui esso
� ancora lontano dall'aver conquistato una influenza decisiva sulla maggioranza della
classe operaia e della popolazione lavoratrice. Le particolari condizioni italiane
assicurano la vitalit� di formazioni politiche intermedie, basate sopra l'equivoco e
favorite dalla passivit� di una parte della massa (massimalisti, repubblicani, unitari).
Una formazione di questo genere sar� il gruppo di centro che assai probabilmente sorger�
dallo sfacelo dell'Aventino. Non � possibile lottare a pieno contro il pericolo che
queste formazioni rappresentano se non con la tattica del fronte unico. Ma non bisogna
contare di poter aver successi se non in relazione al lavoro che contemporaneamente si
sar� fatto per strappare le masse alla passivit�.
42 bis. Il
problema del Partito massimalista deve essere considerato alla stregua del problema di
tutte le altre formazioni intermedie che il Partito comunista combatte come ostacolo alla
preparazione rivoluzionaria del proletariato e verso le quali adotta, a seconda delle
circostanze, la tattica del fronte unico. E' certo che in alcune zone il problema della
conquista della maggioranza � per noi legato specificamente al problema di distruggere la
influenza del PSI e del suo giornale. I capi del Partito socialista d'altra parte vengono
sempre pi� apertamente classificandosi tra le forze controrivoluzionarie e di
conservazione dell'ordine capitalistico (campagna per l'intervento del capitale americano;
solidariet� di fatto con i dirigenti sindacali riformisti).
Nulla permette di
escludere del tutto la possibilit� di un loro accostamento ai riformisti e di una
successiva fusione di essi. Il Partito comunista deve tenere presente questa possibilit�
e proporsi fin d'ora di ottenere che, quando essa si realizzasse, le masse che sono ancora
controllate dai massimalisti ma conservano uno spirito classista, si stacchino da essi
decisamente e si leghino nel modo pi� stretto con le masse che la avanguardia comunista
tiene attorno a s�. I buoni risultati dati dalla fusione con la frazione
terzinternazionalista decisa dal V Congresso hanno insegnato al partito italiano come in
condizioni determinate si ottengano, con una azione politica avveduta, risultati che non
si potrebbero ottenere con la normale attivit� di propaganda e organizzazione.
43. Mentre
agita il suo programma di rivendicazioni classiste immediate e concentra la sua attivit�
nell'ottenere la mobilitazione e unificazione delle forze operaie e lavoratrici, il
partito pu� presentare, allo scopo di agevolare lo sviluppo della propria azione,
soluzioni intermedie di problemi politici generali, e agitare queste soluzioni tra le
masse che sono ancora aderenti a partiti e formazioni controrivoluzionarie. Questa
presentazione e agitazione di soluzioni intermedie - lontane tanto dalle parole d'ordine
del partito quanto dal programma di inerzia e passivit� dei gruppi che si vogliono
combattere - permette di raccogliere al seguito del partito forze pi� vaste, di porre in
contraddizione le parole dei dirigenti i partiti di massa controrivoluzionari con le loro
intenzioni reali, di spingere le masse verso soluzioni rivoluzionarie e di estendere la
nostra influenza (esempio: antiparlamento).
Queste soluzioni
intermedie non si possono prevedere tutte, perch� devono in ogni caso aderire alla
realt�. Esse devono per� essere tali da poter costituire un ponte di passaggio verso le
parole d'ordine del partito, e deve apparire sempre evidente alle masse che una loro
eventuale realizzazione si risolverebbe in un acceleramento del processo rivoluzionario e
in un inizio di lotte pi� profonde. La presentazione e agitazione di queste soluzioni
intermedie � la forma pi� specifica di lotta che deve essere usata contro i partiti
sedicenti democratici, i quali in realt� sono uno dei pi� forti sostegni dell'ordine
capitalistico vacillante e come tali si alternano al potere con i gruppi reazionari,
quando questi partiti sedicenti democratici sono collegati con strati importanti e
decisivi della popolazione lavoratrice (come in Italia nei primi mesi della crisi
Matteotti) e quando � imminente e grave un pericolo reazionario (tattica adottata dai
bolscevichi verso Kerenski durante il colpo di Kornilov). In questi casi il Partito
comunista ottiene i migliori risultati agitando le soluzioni stesse che dovrebbero essere
proprie dei partiti sedicenti democratici se essi sapessero condurre per la democrazia una
lotta conseguente, con tutti i mezzi che la situazione richiede. Questi partiti, posti
cos� alla prova dei fatti, si smascherano di fronte alle masse e perdono la loro
influenza su di esse.
44. Tutte le
agitazioni particolari che il partito conduce e le attivit� che esso esplica in ogni
direzione per mobilitare e unificare le forze della classe lavoratrice devono convergere
ed essere riassunte in una formula politica la quale sia agevole a comprendersi dalle
masse e abbia il massimo valore di agitazione nei loro confronti. Questa formula � quella
del "governo operaio e contadino". Essa indica anche alle masse pi� arretrate
la necessit� della conquista del potere per la soluzione dei problemi vitali che le
interessano e fornisce il mezzo per portarle sul terreno che � proprio dell'avanguardia
operaia pi� evoluta (lotta per la dittatura del proletariato). In questo senso essa �
una formula di agitazione, ma non corrisponde ad una fase reale di sviluppo storico se non
allo stesso modo delle soluzioni intermedie di cui al numero precedente.
Una
realizzazione di essa infatti non pu� essere concepita dal partito se non come inizio di
una lotta rivoluzionaria diretta, cio� della guerra civile condotta dal proletariato, in
alleanza con i contadini, per la conquista del potere. Il partito potrebbe essere portato
a gravi deviazioni dal suo compito di guida della rivoluzione qualora interpretasse il
governo operaio e contadino come rispondente ad una fase reale di sviluppo della lotta per
il potere, cio� se considerasse che questa parola d'ordine indica la possibilit� che il
problema dello Stato venga risolto nell'interesse della classe operaia in una forma che
non sia quella della dittatura del proletariato.
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"The Communists disdain to
conceal their views and aims. They openly declare that their ends can be attained only by
the forcible overthrow of all existing social conditions. Let the ruling classes tremble
at a communist revolution. The proletarians have nothing to lose but their chains. They
have a world to win. Proletarians of all countries, unite!"
Karl Marx
Manifesto of the Communist Party |
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Yet, when it was written, we could not have called it a "Socialist
manifesto". By Socialists, in 1847, were understood, on the one hand the adherents of
the various Utopian systems: Owenites in England, Fourierists in France, both of them
already reduced to the position of mere sects, and gradually dying out; on the other hand,
the most multifarious social quacks who, by all manner of tinkering, professed to redress,
without any danger to capital and profit, all sorts of social grievances, in both cases
men outside the working-class movement, and looking rather to the "educated"
classes for support. Whatever portion of the working class had become convinced of the
insufficiency of mere political revolutions, and had proclaimed the necessity of total
social change, called itself Communist. It was a crude, rough-hewn, purely instinctive
sort of communism; still, it touched the cardinal point and was powerful enough amongst
the working class to produce the Utopian communism of Cabet in France, and of Weitling in
Germany.
Thus, in 1847, the socialist party was a bourgeois
movement, the communist party a proletarian movement. Socialism was, on the
Continent at least, "respectable"; Communism was the very opposite.
For this reason we called it "Communist Manifesto". |
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Eppure, quando fu
scritto, non l'avremmo potuto chiamare "Manifesto Socialista". Per socialisti,
nel 1847, si intendevano da un lato i sostenitori di vari sistemi utopistici: gli oweniani
in Inghilterra, i fourieristi in Francia, entrambi gi� ridotti alla condizione di vere e
propri e sette in graduale estinzione; dall'altro lato, i sostenitori delle pi�
variopinte ciarlatanerie sociali, i quali, arrabbattandosi in ogni modo pretendevano di
riparare, senza alcun pericolo per capitale e profitto, ogni sorta di ingiustizie sociali;
in entrambi i casi si trattava di gente estranea al movimento operaio, che cercava
piuttosto il sostegno delle classi "istruite" Quelle parti della classe
operaia che erano invece convinte dell'insufficienza di rivoluzioni meramente politiche e
avevano affermato la necessit� di un cambiamento sociale generale, si definivano
comuniste. Era un comunismo grezzo, appena abbozzato, puramente istintivo; eppure colpiva
nel segno, e nella classe operaia ebbe forza sufficiente per produrre il comunismo
utopistico di Cabet in Francia e quello di Weitling in Germania.
Dunque, nel 1847 il partito
socialista era un movimento borghese e il partito comunista un movimento
proletario. Almeno nell'Europa continentale il Socialismo era "rispettabile", il
Comunismo l'esatto opposto.
Per questa ragione lo chiamammo
"Manifesto Comunista". |
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