SOCIALDEMOCRAZIA

 

 

 

Replica conclusiva di Bettino Craxi al 41� Congresso 

del Partito Socialista Italiano

Torino, 2 aprile 1978

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Care compagne e cari compagni, ci stiamo avviando verso le battute conclusive del 41� Congresso del nostro Partito e mi consentirete di rivolgere, a nome di voi tutti, un caloroso e fraterno ringraziamento alle compagne e ai compagni di Torino. Essi hanno lavorato senza risparmio e ci hanno cos� consentito di rispettare gli impegni assunti e di tenere il nostro Congresso alla data stabilita.

Ringrazio gli amici e i compagni di tutte le delegazioni provenienti dai paesi dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina e dell’America del Nord che con la loro presenza ci offrono una testimonianza della loro amicizia, portando un interesse ai nostri problemi che non � inferiore a quello che il PSI ha manifestato e manifesta per i loro. Dalla loro presenza traiamo una conferma dell’ampiezza e dell’importanza dell’udienza internazionale di cui gode il nostro partito. Dobbiamo questo alle sue caratteristiche, mai smentite in nessun momento della sua storia e universalmente riconosciute, che sono quelle di un partito della pace e del progresso antimperialista, anticolonialista, convinto assertore dell’unit� europea,difensore dei diritti dei popoli e dei diritti umani.

Debbo sottolineare, a nome di voi tutti, il rammarico del Congresso per il rifiuto polemico che il Partito Comunista dell’Unione Sovietica ci ha indirizzato, individuando nella solidariet� che noi portiamo all’opposizione socialista cecoslovacca, un atto di ostilit� preconcetta. Noi siamo favorevoli allo sviluppo delle relazioni di amicizia e di cooperazione tra l’Italia e l’Unione Sovietica, ma il nostro spirito amichevole non pu� togliere nulla alla libert� e indipendenza del nostro giudizio.

Ringrazio le delegazioni dei partiti italiani per la loro presenza e per il loro contributo al dibattito che abbiamo vivamente apprezzato.

Il clima di tensione che ci circonda e che � purtroppo destinato ad aumentare, probabilmente di ora in ora, non ha ammutolito il Congresso, non gli ha impedito un dibattito vivo, in qualche caso polemico, non ha deviato il corso delle nostre riflessioni.

Desidero ringraziare, e desidero farlo subito, quanti hanno aderito o hanno espresso apprezzamento per la relazione presentata dal segretario del Partito. Ringrazio tutti i compagni che in questo senso si sono manifestati parlando a nome delle mozioni 1, 2 o 3. Ci� deve consentirci di fare un passo avanti nel senso dell’unit�, deve consentirci di dare al Paese una risposta socialista fissata in direttive fondamentali e chiare.

Compagni, c’� sfiducia in generale nel Paese nei confronti della classe politica. E anche noi dobbiamo riconquistare fiducia. Ci� � possibile offrendo punti di riferimento chiari e solidi, non mobili, non influenzati da stati di rassegnazione, da nostalgie per il buon tempo antico o da passionalit� nevrotiche che non aggiungono nulla al bagaglio di idee e di strumenti di cui dobbiamo essere forniti mentre, al contrario, possono togliere qualche cosa.

La lista dei problemi � molto lunga e talvolta essa viene allungata artificiosamente. E’ il caso della polemica che � insorta in questi giorni, mentre era in corso il nostro Congresso sul problema della Presidenza della Repubblica. Devo confessare che, in tempi normali, una sollecitazione ad accelerare la fine del mandato presidenziale avrebbe potuto essere invitante. Nessuno meglio di noi sa quanto questo settennato sia nato male, frutto di un atto di arroganza e di prepotenza della Democrazia Cristiana. L’amico La Malfa, che oggi pone il problema, si � forse dimenticato di essere stato al tempo uno dei grandi elettori.

C’� un logorio al vertice dello Stato, che genera un malessere avvertito da tutti. Tuttavia noi non possiamo non chiederci a che scopo si sarebbe dovuta aprire la crisi istituzionale. Servirebbe questo a salvare Moro e a ottenerne la liberazione? Se cambiasse la natura del loro prigioniero, se invece del presidente della Democrazia Cristiana essi si trovassero nelle mani il presidente di tutti gli italiani, i brigatisti continuerebbero a perseguire i loro piani, li cambierebbero, oppure troverebbero

una conferma nel proposito perseguito secondo la loro dottrina diretta a portare l’attacco "al cuore dello Stato" accrescendo ulteriormente la potenzialit� della loro azione delittuosa? E’ un interrogativo al quale io non sono in condizioni di rispondere, certo non si pu� creare il caos al vertice dello Stato. Ritorno sul problema che � stato largamente presente nel Congresso e che in questo momento domina la scena politica italiana. Nessuno pu� ridurlo ad un caso umano, sia pure eccezionale. Il problema va scandagliato ed esplorato, vi � coinvolta una vita umana, ma sono in gioco effetti politici complessi, difficili da prevedere.

Debbo dire molto francamente che non ho nessuna stima per la categoria dei "falchi" a buon mercato. Penso che lo Stato debba difendere la propria dignit� e fare rispettare le proprie leggi. Sul selciato di via Fani sono state stroncate cinque giovani vite ed altre prima di loro. Per i loro assassini non pu� esserci che il massimo rigore della giustizia. Tuttavia, se dovesse affiorare un margine ragionevole di trattativa, questo non dovrebbe essere distrutto pregiudizialmente. Ci� che temo � la spirale del sangue, lo scatenarsi di reazioni incontrollabili. E penso che tutti debbano temerle. La democrazia italiana deve saper reggere a questa prova e per far questo le forze politiche hanno bisogno di grande fermezza morale, di vera solidariet�.

Lo stato di emergenza non nasce con il rapimento del presidente della DC; il paese vive da tempo in condizioni difficili, che abbiamo definito per le loro caratteristiche, condizioni di emergenza. Sono anni che galleggiamo in queste condizioni. E non si pu� chiamare in modo diverso la condizione di una societ� in cui stagnazione produttiva e collasso nei punti nodali dell’apparato produttivo generano ormai pi� di un milione e mezzo di disoccupati. Intere regioni sono in preda alla disgregazione sociale, con vaste aree di emarginati stabili. E ci� che � pi� grave, allo stato delle cose, le prospettive sono tutt’altro che chiare e definite mentre generalmente le previsioni puntano al peggio. C’� una condizione delle strutture dello Stato soggette alla corrosione lenta del malgoverno e dei vizi della burocrazia – e in qualche caso del cittadino – che ci presenta uno stato a dir poco allarmante degli strumenti essenziali per il controllo e la guida di una societ� complessa come � quella italiana.

E’ da questo stato di cose che dobbiamo partire per compiere un’analisi corretta delle condizioni in cui siamo, che non � quella di un capitalismo trionfante ed aggressivo, capace di sprigionare la sua presa egemonica sul resto della societ�, ricorrendo alle forze sofisticate del dispotismo moderno. Siamo nelle condizioni di un capitalismo che si caratterizza soprattutto come evasore ed esportatore di capitali, incapace di garantire una qualsiasi prospettiva all’avvenire del Paese, attaccato alle mammelle dello Stato, alla ricerca di protezioni di tutti i generi. Siamo alle prese con una societ� nella quale l’estensione del costume non ha ancora trovato il suo equilibrio e la sua stabilit�.

Le responsabilit� del movimento operaio, delle grandi forze del lavoro che ad esso si collegano, le responsabilit� della sinistra, che opera e vive nella democrazia, sono destinate ad accrescersi enormemente. Guai se ci trema la mano e se ci lasciamo trascinare in una condizione di frustrazione.

Guai se non abbiamo coscienza e consapevolezza del ruolo che spetta al mondo del lavoro e alle sue organizzazioni politiche e sindacali nell’attuale crisi italiana.

La politica dell’emergenza e ci� che ne deriva non deve essere certo intesa come una sorta di evasione, un’emergenza "all’italiana" cos� come c’� stata una austerit� che hanno pagato solo coloro i quali hanno conosciuto nella loro vita soltanto l’austerit�.

Rispetto a questa situazione, noi abbiamo dichiarato la nostra disponibilit� concreta. Abbiamo detto che siamo disposti ad impegnarci e, del resto, ci siamo impegnati dall’inizio della legislatura. Vogliamo che l’emergenza esprima una politica che mostri concretamente, visibilmente, la sua possibilit� di aggredire i mali pi� vistosi, di farli uscire dalla fase pi� acuta e pi� degenerata e, quindi, pi� pericolosa. Di fronte alla nostra disponibilit�, le risposte sono state molto parziali. La prova che la nostra idea pu� effettivamente consentire di percorrere una tratto di strada di grande utilit� per la nostra societ� e per i suoi fini di progresso deve venire dai fatti.

Certamente, se non ci saranno interlocutori validi e coerenti, se tutto dovesse ridursi al gioco delle formule e delle riverenze diplomatiche, presto o tardi anche noi dovremmo trarne le necessarie conseguenze.

La politica di emergenza non cancella comunque gli antagonismi, i conflitti, e le caratteristiche che sono proprie della complessit� della democrazia italiana. Non annulla le differenze tra le forze, non � un solvente che azzera tutto e ci fa tutti uguali. Non cancella neppure i problemi politici, il pi� importante dei quali, nel sistema politico italiano e nell’evoluzione di questi ultimi anni, � quello di una egemonia della Democrazia Cristiana che ormai si protrae da un trentennio.

Ponendo i problemi di una politica possibile di unit� nazionale, tutto questo non si accantona. Nella relazione lo avevo sottolineato in modo marcato: il problema di una politica di unit� nazionale non pu� essere la continuit� dell’egemonia della Democrazia Cristiana.

I temi che abbiamo posto non li abbiamo sollevati da oggi. Sono molto sorpreso dal modo come si commentano all’esterno le nostre posizioni e come, talvolta, questi commenti rimbalzano nel nostro dibattito interno. Si � cos� parlato di una svolta nell’impostazione del dibattito congressuale sia rispetto al problema della politica di emergenza, sia rispetto a quello dei rapporti con la DC.

In realt� rispetto al primo tema abbiamo fatto un’ulteriore sottolineatura in rapporto con l’aggravamento ulteriore e con le incognite che ne derivano per il futuro politico del Paese. Rispetto alla impostazione con la quale fu aperto il dibattito congressuale naturalmente il segretario del partito ha cercato di venire incontro alle esigenze di chiarificazione che erano insorte nella dialettica e nel confronto interno. Ma su questa questione specifica mi sono attenuto, mi attengo e mi atterr� all’impostazione che abbiamo dato; nel progetto socialista viene rivolta una domanda fondamentale: come la DC intende affrontare il problema che sin da oggi si pone nelle specifiche condizioni dell’emergenza, della competizione e della collaborazione?

I partiti hanno le loro strategie. La Democrazia Cristiana ha la sua e pur tuttavia si trova, per la prima volta, in una condizione completamente nuova. La risposta che viene sollecitata dal progetto socialista si specifica meglio quando in esso si dice: "Se la DC, sotto la spinta prevalente delle sue tendenze conservatrici e moderate, non sapr� scegliere le condizioni politiche di collaborazione necessarie per riavviare un processo di sviluppo, ci� assumer� il significato di una difesa ad ogni costo di un sistema egemonico che deve essere superato e costituir� l’espressione di una volont� di contrapposizione formale".

Molti dei nodi che vengono considerati oscuri dagli osservatori sono chiari e sono stati approfonditi tra il 40� e il 41� Congresso del partito. Il problema del rapporto tra una politica di unit� nazionale, le caratteristiche specifiche della situazione attuale e la strategia evolutiva verso un’alternativa tipicamente e fortemente improntata a criteri, principi e obiettivi socialisti � stato affrontato nella nostra discussione e vi abbiamo dato un’impostazione la pi� possibile aderente alle condizioni reali nelle quali operiamo.

Il progetto socialista dice che la proposta di alternativa alla gestione attuale del nostro paese che i socialisti avanzano deve realizzarsi senza provocare squilibri o tensioni intollerabili socialmente troppo costose. Essa non � una costruzione intellettualistica ed astratta, ma � fondata sulle effettive condizioni della realt� politica e, perci�, potr� progredire attraverso tappe e chiarificazioni successive.

Non pu� oggi non tener conto delle specifiche condizioni caratteristiche del periodo definito di emergenza e delle concrete politiche che esso postula.

Questi concetti venivano ripresi non solo dalla mozione 1. Non c’� stata una svolta nell’impostazione della linea politica. Penso che la direttiva fondamentale rivolta a sollecitare una politica di unit� nazionale e la responsabilit� di chi non comprende che essa si pu� fondare solo se � capace di esprimere un processo di parziale risanamento e un rapporto pi� equilibrato e non egemonico tra le forze politiche debba essere confermato senza riserve.

Il lavoro per fare avanzare nell’insieme le condizioni sociali, politiche, generali di un’alternativa socialista vincente nel nostro paese � un lavoro nel quale il nostro partito � impegnato e sar� impegnato.

Mi consentirete una riflessione da uomo concreto quale penso di essere. Il primo grande passaggio verso ipotesi di ampia prospettiva nelle quali collochiamo in futuro la trasformazione della societ� italiana e l’avvicinamento dei traguardi del socialismo che sono oggi assai pi� vicini di quanto potessero essere in altre epoche, parte, per quanto mi riguarda, dal superamento della crisi e della condizione di decadenza nella quale ci siamo trovati come partito socialista. La prima base solida per ogni prospettiva nella quale noi pensiamo di avere un ruolo, parte da questo punto.

Il lavoro che si � fatto, tutti insieme quelli che hanno lavorato (indipendentemente dagli errori che sono stati compiuti), con passione, nelle nostre federazioni, al centro del partito, nella responsabilit� che ciascuno di noi ha, per cercare le strade di un rinnovamento e di una crescita nella critica e nell’autocritica della forza del Partito, vale mille volte in pi� delle acrobazie dialettiche del compagno Codignola.

Invito il Partito a continuare in questo lavoro, tentando di farlo in modo pi� ordinato e pi� concreto, acquisendo per intero la consapevolezza che la marcia pu� anche non essere lunga, ma allora il lavoro deve essere doppio, deve essere condotto con maggiore coerenza, con minore spreco e dispersione delle nostre energie, con una concentrazione di sforzi verso obiettivi concordati e comuni. Un lavoro di espansione della nostra influenza, che non pu� avvenire in modo velleitario, e richiede una complessit� di specificazioni, una capacit� di parlare in diverse direzioni, di saperci rivolgere a ceti diversi e a diverse mentalit� fortemente radicate, perch� avvenga un mutamento ed una trasformazione, perch� si facciano strada le idee fondamentali sulle quali si pu� organizzare una strategia socialista alternativa.

Questo comporta gradualit� e talvolta prudenze, che non sono un titolo di demerito.

Non mi sono mai fatto impressionare da nessuna sorta di massimalismo o di estremismo e men che meno mi faccio impressionare quando anche all’interno del nostro Partito si alza qualche estremista in doppio petto.

Penso che sia giusto, nell’analisi critica e nella rivendicazione storica, individuare i limiti del riformismo nel nostro Paese, che tuttavia fu ed � la tradizione e, se volete, la profezia che pi� a lungo ha retto a quelle che Norberto Bobbio chiama "le dure repliche della storia". Anch’io preferisco oggi, che il Partito si definisca progressista e riformatore. E tuttavia, so quanto valore e quanta ricchezza di indicazioni nascono da esperienze che hanno indicato strade sulle quali oggi si muove gran parte del movimento operaio e della sinistra del nostro Paese e la stragrande maggioranza del movimento operaio e delle sinistre in Europa. Proprio per questo, credo che faremmo torto alla nostra capacit� critica se non vedessimo i vizi di quella che � stata una malattia storica del Partito Socialista Italiano e del movimento socialista in generale in Italia: il massimalismo, e peggio quando il massimalismo si accoppiava con altri fenomeni creando quella sorta di massimalismo opportunista, inconcludente e incapace di aprire le strade all’avvenire socialista.

Lo sforzo di rimeditazione e di sintesi che continuer� sulla identit� del movimento socialista e del Partito socialista ha trovato un momento importante nel Progetto. Atteso per anni, questo lavoro � stato compiuto: � un lavoro aperto che continuer�. Anche al Progetto � toccata la cattiva sorte di essere commentato e giudicato, in molti casi, dopo una lettura sommaria. Lo ricavo da alcune analisi che ho letto e anche da alcuni interventi.

Al Progetto � toccato in sorte di vedere messi in evidenza taluni aspetti avveniristici, cio� di lunga prospettiva, taluni aspetti che contengono una dose, anche se salutare, di utopia.

Per questo si � abbondato in giudizi negativi circa la sua astrattezza, sostenendo che si tratta di un progetto fatto perch� i nostri nipoti se lo ritrovino nella biblioteca di casa, mentre non si � posto occhio alla realt� concreta, corposa e solida delle sue direttive programmatiche, il suo aggancio con la crisi di oggi e con i contenuti di una politica di unit� nazionale, secondo il nostro punto di vista, � diretto ed efficace.

Il Progetto ha posto al centro un piano della democrazia in cui emergono i cinque punti sui quali si pu� subito organizzare, non dopodomani, la strategia democratica, che affronti i problemi della crisi, che non sono solo problemi di polizia. I problemi di polizia hanno una loro parte, cos� come quelli della giustizia, ma i 5 nodi fondamentali sono i problemi del governo democratico, della democrazia e delle libert� civili, della gestione democratica dei "corpi separati", i problemi della democrazia delle autonomie territoriali, i problemi della democrazia delle gestioni sociali.

Il piano del lavoro imposta una strategia per affrontare la crisi e indica cinque azioni programmatiche fondamentali che sinteticamente possono essere cos� riassunte: la riconversione programmata dell’apparato produttivo verso una struttura che consenta l’utilizzazione massima dell’offerta di lavoro e, quindi, lo sviluppo del Mezzogiorno nel quale quell’offerta si forma, e ci� nell’ambito di un sistema economico aperto; il risanamento della finanza pubblica, anche attraverso la riduzione del carico del quale � gravata per trasferimenti improduttivi alle imprese e alle famiglie; l’assunzione diretta da parte dello Stato dell’impegno dell’occupazione sia per gli inoccupati, sia per i disoccupati involontari a seguito di processi di ristrutturazione; lo sviluppo del potere sindacale in forme di democrazia industriale, capaci di incidere nella fase di trasformazione che attraversa l’economia italiana; l’orientamento delle politiche sindacali agli obiettivi della piena occupazione e della ripresa dell’economia; la ristrutturazione dell’apparato pubblico di governo dell’economia e di prestazione dei servizi sociali nel senso della efficienza e del decentramento.

Una politica di emergenza non pu� mettere in sordina tutti questi problemi. Non pu� affidarsi a una fiducia cieca nell’incontro delle grandi forze. Esprime di per s� una grande forza che pu� diventare una grande debolezza, se la grande forza non � applicata a politiche capaci di incidere realmente. In questo senso, noi pensiamo si debba sviluppare la nostra azione. La politica dell’emergenza non � la quaresima della frustrazione e della penitenza. In essa noi possiamo portare una tendenza creativa, uno spirito di iniziativa e una volont� di ricostruzione. Non si pu� mettere la sordina a tante rivendicazioni e battaglie specifiche dei socialisti, a cominciare da quelle nelle quali siamo impegnati sul terreno dei diritti civili. Non � in omaggio all’emergenza che metteremo nel cassetto una battaglia che vogliamo portare a compimento per la difesa dei diritti della donna con il varo di una nuova legislazione in materia di aborto. Non possiamo parlare di tutto ci� dando l’impressione che gi� abbiamo nelle mani tutti gli elementi per poterne dare un giudizio quasi che si tratti di una politica gi� in fase di esaurimento e che ha fatto gi� le sue prove. Siamo in una situazione in cui tutto � legato a un passaggio molto tenue, a un filo che a fatica si � teso e che sorregge un accordo parlamentare di maggioranza.

E tutto questo dopo grandi fatiche, mentre sentiamo che premono le forze dello scontro, quelle contrarie a che da questo possa nascere una reale politica dell’emergenza, una solidariet� verificata, concreta e consolidata di unit� nazionale.

Ricordo i giorni tragici di Santiago: da una parte c’era il Palazzo della Moneda con le sue occhiaie vuote e annerite dai colpi, dall’altra circolavano ancora tanti opuscoli dell’opposizione arrabbiata contro le tendenze "socialdemocratiche" di Allende e di Corvalan, e lo slogan pi� diffuso di una sinistra impaziente e generosa, ma molto spesso sconclusionata, diceva "consolidar que?". Consolidare solo quel tanto di solidariet� pi� ampia che si � acquisita nella dialettica e nel confronto interno prima di prepararci al peggio. Senza illusioni. Non me ne faccio nessuna. Conosco bene i dati e i vizi che sono connessi a questa situazione e le furbizie e quindi i limiti che sono insiti nell’incontro che si � avviato.

Tutte le coalizioni hanno dei limiti ma, in un sistema come il nostro, � difficile governare senza coalizioni. In ogni coalizione ci sono dei problemi, in particolare in quelle in cui sono presenti nel loro insieme e con tutta la loro forza e in molti casi con la loro prepotenza, le forze conservatrici, quelle che rappresentano grandi e potenti interessi corporativi ed economici del Paese.

I limiti ci sono, ma devono essere forzati. Le difficolt� si pongono e si porrebbero anche in altre ipotesi, sia in quelle di alternative che vogliono fondarsi – come dice il Progetto – su una vasta alleanza di forze riformatrici.

C’� un limite della democrazia, nella quale l’elemento del negoziato ha sempre una sua funzione anche quando le maggioranze sono ben definite, soprattutto quando le opposizioni sono molto forti. Nulla ci impedir� di fare avanzare il lavoro per il socialismo. Il compagno Miniati ha ieri detto una cosa molto giusta: bisogna guardare alla realt� sociale e considerare principalmente il lavoro di chiarificazione e di precisazione e quindi aggregazione di alleanze che nella realt� sociale devono essere compiute per una certa idea del socialismo che offra grandi spazi di libert�, che offra un ruolo, una protezione e un impulso a molte forze della societ� moderna che tradizionalmente, ma oggi ormai irrazionalmente, sono state nemiche ed avversarie del socialismo: un grande sforzo che pu� essere compiuto secondo l’idea esposta nel Progetto di un socialismo che pu� essere maggioritario rispetto ai suoi reali antagonisti che sono la disuguaglianza prodotta dal capitalismo, i tratti classisti della societ� capitalistica che vano sviluppati ed estesi.

In questo senso penso che esistono oggi condizioni assai vantaggiose perch� questo lavoro sia fatto in profondit� e nel tempo necessario. E’ giusto essere preoccupati che non sia questo un modo per rinviare ad un domani indefinito tutto ci� che si pu� fare oggi. Ma ci� che si pu� fare oggi � solo una parte di ci� che serve complessivamente per fare evolvere la societ� italiana, il suo mondo politico e infine la gestione della sua direzione verso un’ipotesi socialista.

Compagni, � naturale che vi sia il problema del rinnovamento del Partito cos� come � stato proposto e riproposto.

La rinascita � una parola troppo grossa e forse offensiva perch� crea una spaccatura troppo radicale con il passato. Un forte rinnovamento, una forte ripresa, la fuoriuscita da uno stato che ci mortifica, che consideriamo almeno in parte non meritarci, passano attraverso un lavoro intenso e produttivo nel Partito.

L’unit� nei rapporti tra le forze di sinistra � anch’essa elemento fondamentale.

E’ un tema difficile anche tra di noi, un tema su cui � necessario che la nostra definizione e la nostra condotta sia per quanto possibile riportata su un terreno comune.

Non � ammissibile che nel Partito Socialista, quando si sviluppa una critica o si apre fortemente una polemica ideologica o strategica con il PCI qualcuno si alzi a dire che si fa dall’anticomunismo e viceversa, quando si riconoscono identit� di posizioni o impegni comuni, si dica che la nostra posizione si appiattisce su quella del PCI.

Noi abbiamo bisogno di definire alcuni punti essenziali, alcuni capisaldi della nostra condotta nell’ambito della sinistra. Il primo, va da s�, � quello di una chiara nozione del nostro ruolo e della nostra autonomia: un’esaltazione, senza complessi di inferiorit�, coraggiosa e continua della nostra autonomia. Chi volete che si rivolga a noi in una condizione della sinistra in cui c’� un partito pigliatutto, come il partito comunista, se non abbiamo un’altra coscienza, un’altra nozione di ci� che siamo, dobbiamo essere e saremo?

I rapporti con il Partito Comunista Italiano, rispetto ad alcuni anni fa, sono molto migliorati per nostro merito e per loro. I dibattiti si svolgono in maniera rispettosa, e non per questo pi� superficiale. Vi � tuttavia una difficolt� ad entrare in modo produttivo nel punto in cui vogliamo esercitare la funzione di stimolare, senza presunzioni, ma con chiarezza di impostazione, il processo revisionistico del Partito Comunista Italiano. Questo risponde ad un’idea semplice, che non � solo nostra e che appartiene ormai in parte anche alle analisi del Partito Comunista Italiano e non solo di quello italiano: in Europa c’� una grande prospettiva socialista e democratica che deve valere per tutto il movimento operaio che � nato nella culla del socialismo. E’ su questo punto che noi incalziamo. Rispetto a questi problemi, intervenendo ai lavori del nostro Congresso, il compagno Paletta ha risposto che i comunisti sono impegnati nella costruzione di un partito pi� nuovo. Non � un grande chiarimento anche se non � neppure il rifiuto, in radice, dei problemi che noi poniamo. Noi pensiamo che il dibattito nella sinistra sia aperto e aperto in modo fruttuoso.

Non siamo allo scambio delle scomuniche n� delle invettive che hanno caratterizzato le aspre contese della sinistra nella storia del movimento operaio italiano. Ci auguriamo che questa atmosfera si sviluppi in modo positivo e da questo ne potremo trarre ulteriori motivi di convergenza e di unit� verso obiettivi ed azioni comuni.

Noi non badiamo solo al maggiore dei partiti della sinistra: certo ci guardiamo intorno ed approfondiremo altri temi. Abbiamo seguito con simpatia la nascita del Movimento radicale nel nostro paese: meglio se fosse rimasto movimento. Oggi assistiamo con un certo malessere alla sua scomposizione e alla sua crisi evidente. I compagni del Partito Radicale non possono pensare che per molto tempo ancora noi accetteremo una sorta di loro rivendicazione monopolistica delle grandi battaglie che portano la firma dei parlamentari socialisti (PSI e PSDI) in materia di aborto e di diritti civili.

Noi riprenderemo con forza la nostra azione nel campo dei diritti civili, delle buone cause in difesa dei diritti dell’uomo e dell’ambiente.

Chiameremo alla collaborazione compagni generosi ed attivi che non possono confondersi n� perdere altro tempo dietro forme che appaiono sempre pi� improduttive.

Abbiamo fatto un discorso di rinnovamento che pu� riguardare molti gruppi, di varia impostazione e di varia esperienza, che non hanno per� perso il filo dell’adesione alle ispirazioni socialiste: gruppi che nella scena politica appaiono oggi dispersi dopo i successivi travagli del movimento socialista.

E’ un lavoro in profondit� che deve essere compiuto perch� il partito si metta sempre meglio in condizione di parlare a larghi settori della giovent�, della cultura, del mondo del lavoro, dei cattolici di ispirazione progressista.

Ci sono talora chiusure che non sono compatibili non solo con lo spirito di tolleranza del partito e con il suo carattere aperto, ma neppure con l’analisi che ci deve portare a considerare che la lotta per il socialismo, per l’uguaglianza e per la libert� sovrasta tanti altri aspetti del problema filosofico dell’uomo. Da diverse strade, per diverse esperienze e riflessioni si pu� giungere su un terreno comune. Ci� � avvenuto del resto in gran parte nei rapporti tra i cattolici di sinistra e il Partito Comunista.

Ci dobbiamo chiedere, tuttavia, perch� in questo dialogo il Partito Socialista ha un’udienza e un rapporto limitato.

Io non credo alla facile teoria – che non so se e quale fondamento reale abbia – secondo la quale chi esce da una chiesa pu� entrare solo in un’altra chiesa.

Io credo che c’� un problema di insufficienza del movimento socialista e del Partito Socialista e tutto ci� non si cancella con analisi superficiali. Il problema � stato posto e viene riproposto ancora, nella visione di un partito aperto, di un partito in cui confluiscono tendenze ed ispirazioni progressiste e riformatrici di origine diversa. Nello sforzo di identit� che il Congresso ha compiuto, che prima del Congresso si � compiuto e che si continuer� a compiere, c’� bisogno anche di risalire alle origini. Non una sorta di ritorno al passato, nella speranza che qualche buonanima ci risolva i nostri mali. Il problema � di rivivere tutte le nostre esperienze, farle conoscere meglio.

C’� una gamma assai vasta di tradizioni, di pensiero e di lotta: opere compiute o episodi che arricchiscono la storia di questo partito. Vanno riscoperte, rimeditate, riportate a sintesi rispetto ai problemi del momento.

E’ giusto quindi riferirsi alle tradizioni: l’ho fatto anche io. Quando per� ho ricordato Carlo Rosselli non ho detto che dopo di lui non ci sono stati uomini di qualit� politiche e morali che potevano stare alla sua pari.

Io penso che nel Partito Socialista Italiano, nei vent’anni che ci separano dalla morte di Morandi, ci siano stati uomini di qualit� politiche e morali eccezionali: penso che il Partito Socialista Italiano di oggi pu� vedere emergere alla testa delle sue organizzazioni uomini all’altezza della situazione, di qualit� politiche e morali tali da consentire al partito di poterci contare per tutto il lavoro che abbiamo di fronte. Faccio un’osservazione semplice: non � detto, talvolta avviene, che da buoni maestri non possano uscire buoni discepoli.

Riguardo ai problemi interni, da segretario del Partito ero contrario al Congresso a mozioni. Sapevo che cosa questo significava: dopo le mozioni si sarebbe avviato un processo dalle caratteristiche traumatiche.

Interviene inevitabilmente nel confronto interno delle posizioni un’esasperazione polemica.

Se volete, anche se non � vero, mi posso assumere la responsabilit� del Congresso a mozioni, se non altro perch� non sono stato capace di impedirlo. La realt� di un Congresso fatto a mozioni, quattro per giunta, � una realt� complessa, mescolata con le conflittualit� locali che i congressi regionali con tutti i loro problemi particolari hanno accresciuto.

Non si pu� quindi pensare che certi fattori traumatici si possano cancellare d’un tratto e del resto il Congresso lo ha dimostrato.

Certe situazioni traumatiche quando si determinano sono comunque pericolose: lo insegna l’esperienza: su di esse bisogna intervenire in tempo, riassorbendo tutto ci� che � possibile riassorbire, riducendo l’area del dissenso, ricercando la strada interna della collaborazione.

Io credo che possiamo fare dei passi avanti in questo senso: quelli che possiamo fare dobbiamo farli. Il compagno De Martino ha posto il problema in termini assolutamente corretti, quando ha detto: c’� una maggioranza nel partito: questa maggioranza non si chiuda in se stessa, non si arrocchi, tenga un linguaggio e un atteggiamento aperti, riesca a creare condizioni di collaborazione e di unit� nel Partito.

Credo che questa sia una posizione giusta ed in questo senso noi dobbiamo comportarci.

Altre posizioni sono pi� difficili a comprendersi: non si pu� pretendere, dopo aver determinato le condizioni di una divisione, di imporre poi le condizioni dell’unit�.

Cosa � tutta questa altalena sulla stampa, questa ricerca dello sbattere di ciglia di questo o quel dirigente? Il problema � chiaro: abbiamo fatto un Congresso in cui si � andati alla ricerca di una maggioranza: si � espressa una maggioranza nel Partito: lavoriamo per cercare le condizioni migliori affinch� il Partito esca del Congresso pi� unito, sfruttando i margini che ci sono e che, secondo me, sono ampi. Sono i margini politici, cio�, i nostri doveri fondamentali verso il Partito e verso il paese cui dobbiamo dare una risposta.

Consentitemi qualche riflessione franca: non ci sono, nel partito, divisioni e contrasti insanabili. Quello che ci unisce �, di gran lunga, pi� forte di ci� che ci pu� dividere.

Ma non si pu� costruire un’unit� pi� salda nel Partito partendo dalla divisione della maggioranza. Parlo della individuazione del terreno comune emerso dal dibattito. Riguarda non solo i problemi dell’immediato, dell’emergenza, dell’impegno del Partito e della risposta che deve al Paese e alle altre forze politiche. La verit� � che anche al di l� di questo non c’� il baratro delle divisioni. Ci sono problematiche aperte, ci sono molti punti che sono comuni, molte tele che si possono ricucire. Purch� lo si voglia.

Qualcuno ha fatto ieri una strana polemica a proposito di presunti caratteri asburgici nella condotta della maggioranza.

Compagni, non debbono esserci, nel Partito, caratteristiche asburgiche, ma neppure borboniche. Se ci sono tra di noi questi retaggi della storia imperiale o regia, andiamo a scavare bene e vediamo cosa possiamo fare per mandarli nel dimenticatoio.

Compagni, una cosa che si vuole veramente, la si deve volere con tenacia e con pazienza. Chi cerca trova e chi vuole costruisce. E se veramente � nell’animo vostro e nell’animo dei dirigenti del Partito un grado di consapevolezza sufficiente, che il nostro problema � quello di lavorare in una condizione di unit� che ci dia forza, questa unit� sar� raggiunta.

Il Congresso ha dato una prova di grande vitalit�, di libert� e di impegno dei socialisti italiani: il lavoro del Partito deve continuare con coerenza portando avanti il processo di rinnovamento: anzi, come anch’io preferisco dire, del rinnovamento nella continuit�. Il Partito Socialista Italiano deve comportarsi in modo da far s� che cresca il numero di coloro i quali, guardando al pi� vecchio e al pi� giovane dei Partiti italiani, possano affidarsi al suo avvenire. Viva il Partito Socialista Italiano e viva il socialismo!

 

 

 

Una societ� giusta. Una democrazia governante

Relazione congressuale di Bettino Craxi 43� Congresso Partito Socialista Italiano

 Verona, 11-14 maggio 1984

Saluto e ringrazio i numerosi amici che sono presenti al 43� Congresso del Partito Socialista Italiano. I delegati e gli osservatori dei Partiti dei Paesi di ogni continente, i rappresentanti del mondo politico, sindacale, economico e culturale che hanno accolto il nostro invito. La stampa, le radio e le televisioni italiane ed internazionali che con i loro seicento giornalisti accreditati al Congresso testimoniano dell'interesse portato ai lavori di questa assise socialista e che, ne siamo certi, vedremo seguita con obiettivit� e competenza, accompagnate da ampiezza di informazioni. Saluto e ringrazio la bella ed ospitale Verona, citt� di rinomanza internazionale per le sue incomparabili ricchezze artistiche, e per le sue elevate manifestazioni culturali. Anche a Verona, come in tutto il Veneto, il movimento socialista ha radici profonde ed antiche. Esse risalgono ai primi decenni dell'Unit� d'Italia quando agli occhi dei tanti patrioti che avevano combattuto e lottato per la "questione nazionale" apparvero sempre pi� nitidi i contorni di una drammatica "questione sociale". La predicazione socialista prese corpo ed influenza attraverso le lotte sociali che si agitavano ed esplodevano nelle zone che, da Verona al Polesine, da Padova ad oltre Venezia, erano pi� marcate dalle disastrose condizioni economiche, dalla disoccupazione e dalla miseria, dal diffondersi della piaga della pellagra e dal forte flusso emigratorio di chi tentava di sfuggire a condizioni di non esistenza. A Verona il fulcro attivo della lotta politica e sociale fu, sino alla vigilia della fondazione del PSI, l'Unione democratico-sociale che costitu� poi uno dei nuclei fondatori del Partito Socialista Italiano. Delegato a rappresentarla nel 1892, a Genova, nel Congresso di fondazione del Partito socialista italiano, alla Sala dei carabinieri garibaldini genovesi, fu lo stesso Filippo Turati. Sul "Riscatto del lavoro", organo dei socialisti veronesi, e poi ne "La Verona del popolo", fu Mario Todeschini, discepolo di Turati, che svilupp� le idee del rinnovamento sociale, e guid� le lotte contadine contro le condizioni semifeudali che ancora esistevano nelle campagne. Egli, sotto certi aspetti, anticipava l'azione che Giacomo Matteotti condusse pi� compiutamente nel primo dopoguerra a favore dei contadini del Polesine. � nel solco di una tradizione antica che si collocava la nostra esperienza ed il nostro ruolo attuale. Sento ogni tanto parlare, a sproposito, di mutazioni genetiche che ci riguardano. La verit� � che, nell'arco di un secolo, ma soprattutto negli ultimi decenni, mutamenti profondi e trasformazioni straordinarie si sono realizzate nella societ� italiana. Esse sono ora entrate in una nuova e pi� avanzata fase e sono di natura tale da incidere profondamente sulla sostanza delle strutture produttive, sulla fisionomia e diversificazione del corpo sociale, mettendo in causa miti e schematismi ideologici, idee che sembravano eterne e che invece non sfuggono alle leggi della storia, modificando ed allargando la scala dei valori individuali e sociali che contribuiscono ad alimentare l'idea stessa di progresso. La valorizzazione della tradizione riformista socialista, che noi abbiamo compiuto, non ignora il contributo, l'esperienza, la generosit�, il sacrificio di altre importanti tradizioni. Ma oggi nella libera societ� democratica e nella societ� industriale avanzata, la linea riformista rappresenta la continuit� delle espressioni pi� valide e genuine della democrazia e del socialismo occidentale. Essa si contrappone ad ogni sorta di conservatorismo, ad ogni manifestazione e tendenza della destra del privilegio e del moderno autoritarismo. Nel campo della sinistra storica si contrappone ad ogni sorta di rivoluzionarismo, ivi compreso quello di stampo puramente rituale ed accademico, ed � radicalmente diversa da ogni dottrina di tipo comunista, sia ortodossa che deviante. Il riformismo nella societ� moderna pu� esprimere grandi potenzialit�, ha grandi doveri e grandi responsabilit� ed un lungo cammino da percorrere. Dalla possibilit� e dalla intensit� della sua azione che deve essere tenace, graduale, democratica, pluralista, possono scaturire cambiamenti e trasformazioni, che risulterebbero, esse s�, nel lungo periodo, nella piena attuazione dei loro effetti, concretamente rivoluzionarie. Nella societ� italiana, cos� varia, cos� complessa, animata da una miriade di attivit� produttive, di espressioni locali, di autonomie, di individualit� e di libero associazionismo, una prospettiva riformista deve essere perseguita da noi secondo i principi che Carlo Rosselli riassunse efficacemente nel messaggio e nell'immagine del socialismo liberale. Una prospettiva democratica e riformista appare d'altro canto come la sola in grado di coagulare le forze di progresso. E ci� avverr� sempre meglio via via che forze democratiche diverse, di diversa esperienza e tradizione, mostreranno di saper interpretare e reinterpretare i valori migliori del loro campo storico e della loro rappresentanza sociale in chiave di cambiamenti, di rinnovamento, di riforme. Essa deve fare conti difficili su di un duplice fronte. Da un lato con le crisi molteplici, lo sviluppo disordinato, le diseguaglianze diffuse nella societ�, mentre incalzano imperative esigenze di rapide trasformazioni e di veloci cambiamenti. Alla societ� che pone a raffica domande nuove, il riformismo deve saper dare risposte nuove, unite insieme da concretezza e lungimiranza, da efficacia risolutiva e rispondenza ai valori di una civilt� progredita e giusta. Dall'altro lato essa si urta contro un ritardo storico del movimento socialista e della sinistra con il suo carico di divisioni e di contraddizioni che solo un ripensamento di fondo pu� consentire di superare.La ragione per la quale, a pi� riprese, talvolta nel dialogo e talvolta nella polemica della sinistra, noi abbiamo insistito sulla necessit� di risalire alle pi� antiche origini comuni, attraverso una revisione radicale, una lettura definitiva delle esperienze e delle dottrine su cui la storia si � pronunciata e si pronuncia, per avviare un diverso processo e promuovere un diverso avvenire, nasceva dalla convinzione che una pagina della storia del movimento dei lavoratori e del movimento socialista in Italia andava da tempo, come va a maggior ragione oggi, definitivamente voltata. Tutto questo � difficile ma non impossibile e i fatti si incaricheranno di mostrare negli anni futuri quanto questo era ed � necessario. � questa la convinzione che manteniamo radicata anche se assistiamo ad involuzioni in senso contrario, anche se alla politica democratica che noi pratichiamo e proponiamo, ispirata ad un principio di responsabilit� e di movimento, vediamo contrapporre da parte dei comunisti tutte le rigidit� di una politica che appare sovente ispirata dal solo e crudo principio della setta. Non per questo i riformisti debbono rinunciare alla loro prospettiva, ed anzi per questo, il loro dovere di una lotta ideale e politica chiara e coerente si fa pi� forte e pi� impegnativo.

Saluto a nome della Direzione del PSI e del Comitato Centrale uscenti tutti i compagni delegati al Congresso. Ci rivediamo tutti insieme a Verona. Dal Congresso di Palermo avevamo ricevuto mandati ed impegni che ci siamo sforzati di assolvere, riuscendovi in parte, ma non in tutto. Abbiamo superato prove molto difficili che non ci hanno indebolito. Oggi siamo pi� forti elettoralmente e politicamente, pi� uniti ed anche, sulla base delle esperienze maturate, pi� consapevoli delle difficolt�, delle carenze, degli ostacoli che ci si parano di fronte. Abbiamo fatto un salto di qualit� nella nostra azione, sono cresciute le nostre responsabilit� e i nostri doveri, anche se non sempre ed ovunque nel partito tutto � apparso all'altezza della situazione, delle attenzioni e delle speranze che noi stessi avevamo attirato e suscitato. Personalmente io sono preso da un sentimento di profonda gratitudine verso di voi e verso tutto il Partito. Credo che a pochi sia toccato l'onore di una fiducia cos� grande, di un sostegno tanto fraterno. La forza che io cerco nell'animo mio per affrontare i momenti difficili sarebbe poca cosa se non avvertissi la presenza di una forza tanto pi� grande, pronta a battersi con spirito di solidariet�, con convinzione e con spirito di unit�.

Grazie compagni. Grazie per la vostra solidariet� e per il vostro impegno. Grazie per la vostra unit�. Essa rappresenta una grande conquista che da Palermo ad oggi si � ulteriormente consolidata. I nostalgici di un Partito socialista diviso e debilitato dalle sue divisioni non mancano e del resto li avete visti, pronti a presentare un normale dissenso, come una spaccatura, ad ingigantire un episodio, a trasformare un fattore di dialettica locale in un prodromo di generale divisione del Partito. Conoscono poco la natura dei nostri rapporti, quanto sentiamo l'imperativo dei nostri doveri politici, e se mi � consentito, anche l'ambizione dei nostri obiettivi. Un partito profondamente rinnovato nelle sue idee, nei suoi quadri, nei suoi militanti, una classe dirigente giovane e giovanissima, che pu� commettere degli errori come in qualche caso � avvenuto, ma che ha di fronte a s� un lungo impegno ed un lungo cammino da percorrere. L'unit� politica interna � uno dei punti di forza del Partito socialista. Essa deve essere conservata e consolidata. Nessuno deve compiere l'errore di sottovalutare il suo valore e le grandi potenzialit� che da essa si possono sprigionare. � un valore ancora pi� grande in tempi difficili, posti come siamo ogni giorno, di fronte a scelte e decisioni difficili di politica interna, come di politica internazionale. Io giudico straordinario il fatto che nella martoriata vicenda della riduzione dei punti della scala mobile, di fronte ad una campagna inaudita per le espressioni usate, e diligentemente annotate dall'Avanti! perch� vadano nella storia a fare buona compagnia a quelle che corsero contro i socialisti negli anni bui del dogmatismo fanatico e del settarismo comunista, e di fronte ai metodi di asprezza impiegati nell'opposizione al governo, giudico straordinario che tra le fila socialiste, non una sezione, non un nucleo aziendale, non un esponente sindacale, non un dirigente eletto nelle liste del Partito, sia venuto meno ad un dovere di reazione, di compattezza e di solidariet�. Una linea di condotta collettiva, basata non sulla disciplina, giacch� non siamo come � noto un Partito molto disciplinato, ma sulla libera convinzione, su di una scelta di principio e per un dovere di solidariet�. Una condotta che ci fa forti, rispettabili e rispettati. In una societ� politica dove nessun Partito ha la maggioranza assoluta, n� l'avr� mai, dove al massimo si pu� disputare per la maggioranza relativa, noi rappresentiamo una forte minoranza, che ha un ruolo ed una responsabilit� determinante negli equilibri politici nazionali, che non pretende di imporre proprie egemonie a nessuno, n� pretende l'esclusiva di valori democratici, laici, sociali, che appartengono anche ad altre forze politiche. Nella storia dell'Italia moderna siamo stati sempre una forza di avanguardia e di progresso. Nella storia democratica dell'Italia Repubblicana non c'� un solo passo decisivo, istituzionale, civile e sociale, che non abbia visto il concorso attivo ed operante dei socialisti, non c'� una sola giusta battaglia, essenzialeper i diritti sociali e per i diritti civili, che non abbia visto i socialisti nella fila di frontiera, al loro posto di impegno e di lotta.

Il Congresso socialista di Verona collocher� allo stesso modo in un impegno di avanguardia e di lotta l'azione immediata e futura dei socialisti italiani. Innanzitutto un impegno di lotta per la pace. � un buon segno che la tensione sia stagnante anche se in un clima teso, sospettoso e di calcolato attendismopolemico. � un cattivo segno che le due superpotenze e le due grandi alleanze militari mantengano tra di loro un dialogo che � il classico dialogo tra sordi, interrotto solo da atti di inimicizia e di ostilit�, ultima l'iniziativa polemica dell'Unione Sovietica e con lei del blocco comunista orientale di non partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles e che certo noi non possiamo che disapprovare. L'Italia � un Paese pacifico, e la politica del governo italiano si iscrive nel trinomio della pace, della sicurezza e dell'indipendenza, lavora ed intende lavorare attivamente per ristabilire condizioni di fiducia pi� favorevoli all'organizzazione della pace. Lo far� di intesa con i propri alleati rispettando gli impegni assunti, consapevole delle proprie responsabilit� e dei propri limiti.

Ma quali sono gli impegni assunti? Sono impegni che riguardano l'obiettivo della pace e l'obiettivo della sicurezza che non possono andare disgiunti. Di fronte ad una indisponibilit� sovietica per un accordo ragionevole sugli equilibri missilistici in Europa dopo l'installazione da parte Sovietica della nuova serie missilistica SS 20 puntata sull'Europa occidentale, abbiamo dato corso alla decisione adottata dall'Alleanza Atlantica, con il nostro consenso, nel 1979.

Una pregiudiziale sovietica contraria all'installazione di un solo missile occidentale, ed una campagna di propaganda politica diretta a mettere in crisi l'Alleanza Atlantica, hanno condotto al fallimento dei negoziati e reso inevitabile e giustificato l'avvio dell'installazione. Ma nel momento stesso in cui questa decisione veniva sottoposta all'approvazione del Parlamento italiano, fu messo in evidenza e sottolineato il fatto che il programma missilistico prevedeva una attuazione graduale nel quadriennio e che occorreva utilizzare perci� il tempo disponibile per tentare un nuovo e questa volta concludente negoziato.

Da qualche giorno sento gridare a gran voce la parola: fermezza. Io ho sempre usato e scritto in Italia, con gli alleati, negli scambi diretti con lo stesso Presidente degli Stati Uniti d'America, le parole: fermezza e flessibilit�. Obiettivo: un ragionevole accordo sulla base di un equilibrio stabilito al pi� basso livello possibile di armamenti; un equilibrio approssimativo di cui avevo gi� parlato di fronte al Parlamento della Repubblica, che tenesse conto non tanto di numeri eguali, quanto di capacit� equivalenti, e raggiunto anche con il concorso di una valutazione complessiva dell'equilibrio nucleare globale. Una politica non rassegnata, favorevole al negoziato, all'iniziativa, alla ricerca delle condizioni favorevoli del negoziato. Un punto deve in ogni caso risultare chiaro: la sicurezza assoluta del territorio sovietico � un'aspirazione legittima, ma essa non pu� essere raggiunta a spese dell'insicurezza dell'Europa che ha anch'essa pari diritto alla sicurezza. Considero una pretesa irragionevole e assolutamente non realistica l'attuale posizione sovietica quando pone come pregiudiziale per la riapertura del negoziato la rinuncia delle decisioni che la Nato ha preso ed in parte attuato, ma considero anche illusorio pensare che i sovietici possano ritornare sui loro passi puramente e semplicemente senza un'iniziativa ed uno stimolo positivo da parte dell'Alleanza Atlantica.

La ricerca di nuove condizioni per riprendere il negoziato nella sua globalit� deve essere la politica dell'Alleanza Atlantica, la politica dichiarata e la politica praticata, e dal canto suo il Governo italiano nell'ambito delle sue relazioni, nella solidariet� dell'Alleanza, e nelle sedi internazionali, agisce ed intende agire per favorire la ripresa del dialogo e del negoziato su basi equilibrate. Ho considerato logico che ove fosse riaperto un tavolo di negoziato ed accertata una seria disponibilit� negoziale, ad un dato momento possa intervenire una sospensione nelle installazioni di entrambe le parti almeno per il tempo del negoziato, che dovrebbe essere in ogni caso un tempo rapido. Non quindi una sospensione unilaterale o una moratoria senza condizioni, o addirittura una sospensione italiana. Ne � sortito un putiferio di polemiche che mal si comprendono solo che si pensi che nella stessa mozione della maggioranza parlamentare, con la quale si approvava nel '79 l'avvio delle contro-misure, si poteva leggere, e leggo testualmente, come si auspicasse la possibilit� di sospendere queste misure se il negoziato dovesse avviarsi in modo concreto e soddisfacente". Se si analizza obiettivamente la situazione, depurata dai calcoli politici che influiscono negativamente, il negoziato dovrebbe essere possibile. Se l'obiettivo resta quello di un accordo al pi� basso livello possibile, il negoziato sarebbe certamente pi� utile presto che non tardi. E tuttavia i calcoli politici contano e la situazione non si presenta ancora come la pi� propizia. Questo non significa che possa essere modificata la nostra convinzione di fondo e cio� che il riequilibrio e la sicurezza si debbono ottenere con il negoziato, mentre per una strada diversa si aprono solo le porte ad una corsa incontrollata al riarmo. Che cosa sono allora certe velleit� ultramissilistiche che ci sono sentite volare per l'aria? A quale programma o a quale dichiarazione resa dal Governo di fronte al Parlamento verrei richiamato? "Il quadro dell'Alleanza Atlantica rappresenta il termine fondamentale della politica estera italiana" dice una mozione del Parlamento italiano approvata nel '79, ripetendo una formula che nel '77 era stata approvata anche dall'opposizione comunista. Nel novembre dell'83 sono io stesso ritornato a ricordarlo alla Camera. Ma l'Italia non sta nell'Alleanza muta e seduta. Come tutti i Paesi liberi e sovrani che costituiscono l'Alleanza, l'Italia si ritiene in dovere di concorrere ad una politica comune della difesa, avanzando suggestioni, valutazioni e proposte, tenendo conto naturalmente dei pareri altrui e delle esigenze di unit� e di solidariet�. Vengono invece talvolta espresse sulla scena interna ed internazionale posizioni che possono ricondurre ad un dissenso pi� grande che riguarda la condizione stessa della pace. Una pace superarmata: la pi� costosa, la pi� pericolosa, la pi� inaccettabile delle prospettive. Noi siamo sensibili e fermi di fronte alle esigenze di sicurezza, ma l'obiettivo che ci poniamo � l'organizzazione della pace in una prospettiva di freno alla corsa verso nuove armi spaziali, chimiche, nucleari, e di progressiva e graduale riduzione degli armamenti esistenti, siano essi nucleari che convenzionali. Questa politica di solidariet� nell'Alleanza Atlantica, alleanza difensiva per eccellenza, ma di ricerca appassionata e costante dell'organizzazione della pace, sta scritta a chiare lettere nelle intese di Governo. Messaggi ed anche passivit� che assumessero un diverso significato, si porrebbero essi fuori dagli impegni assunti. Sta scritto anche a chiare lettere che il Governo italiano intende sviluppare una politica di dialogo e di cooperazione, ogni qualvolta se ne presentino le condizioni utili, il che sempre non �, con l'Est dell'Europa, per ridurre tensioni, diffidenze, incomunicabilit�, ed anche per favorire attraverso lo sviluppo le possibili vie di graduali trasformazioni e di auspicabili cambiamenti. Se l'Europa comunitaria doveva mettere alla luce del sole la sua crisi, � certamente riuscita a farlo nel modo pi� eloquente. Il sentiero si � fatto molto stretto. Senza una riflessione di fondo sugli obiettivi, gli strumenti, le condizioni stesse della vita istituzionale europea, la crisi � destinata a continuare strisciante e corrosiva. I problemi pi� urgenti riguardano la chiusura di un contenzioso di bilancio con la Gran Bretagna che rischia ormai di marcire. I problemi dell'avvenire riguardano l'allargamento del campo della collaborazione e dell'intervento comunitario in settori strategici decisivi della ricerca, della politica industriale, oltre alla definizione della dimensione sociale dei problemi comuni, alla cooperazione culturale ed alle riforme istituzionali. Parlamento Europeo ha avanzato le linee di un nuovo progetto istituzionale che noi approviamo e che l'Italia sosterr�. L'allargamento alla Spagna ed al Portogallo che deve ormai essere realizzato senza ulteriori rinvii porta nuovi problemi e nuove responsabilit� a tutta la Comunit�. complesso delle societ� industriali europee si misura con la formidabile capacit� di trasformazione che manifestano sia gli Stati Uniti d'America che il Giappone, cui corrisponde e corrisponder� una loro accresciuta aggressivit� competitiva ed una accresciuta capacit� di penetrazione nei mercati di esportazione. Di fronte a questi grandi poli dell'economia mondiale le economie europee hanno perso punti su punti. Sono in ritardo, sia pure in grado diverso, nel rinnovamento tecnologico, dispersive nella ricerca scientifica prevalentemente chiusa in un'ottica nazionale, prive di una vera strategia industriale comune che � invece indispensabile per fronteggiare il dinamismo delle maggiori aree con le quali dobbiamo misurarci. Tutto questo richiede che lo stato di crisi attuale venga rapidamente superato, che un nuovo vigoroso impulso venga dato allo spirito di collaborazione europea. Richiede nuove idee, nuove istituzioni, nuove e pi� ampie risorse. La crisi della Comunit�, non possiamo nasconderlo, ha diffuso e diffonde motivi di sfiducia e scetticismo, e tuttavia non intacca la nostra convinzione sulla necessit�, importanza e significato della costruzione europea e del suo sviluppo. Una Europa comunitaria che stringa le fila della sua integrazione, che allarghi le maglie dell'associazione di altri Paesi europei ed extraeuropei, aperta al dialogo ed alla cooperazione lungo le fondamentali direttrici dei rapporti intereuropei e delle relazioni euro-arabo-africane. Ho riscontrato in qualche settore politico una certa insensibilit� rispetto alle esigenze ed all'importanza del ruolo dell'Europa ma in particolare, dell'Italia nel Mediterraneo. Tuttavia in questa direzione siamo spinti oltre che dalla naturale configurazione geo-politica, dalla crescita costante dei nostri interessi commerciali dalla possibilit� di cooperazione, dalle sollecitazioni e dalle attese che si rivolgono verso l'Italia da parte dei Paesi mediterranei, dalla necessit� di lavorare per la pace. Abbiamo lavorato per la pace nel Libano occupato e martirizzato dalla guerra civile. Il contingente militare italiano � rientrato in patria, sano e salvo, dopo aver assolto per intero alla missione che ci era stata richiesta e nuovamente sollecitata all'indomani di uno spaventoso massacro di civili inermi. Nel Libano i soldati italiani hanno protetto popolazioni civili fraternizzando con loro, hanno rispettato il loro mandato di neutralit�, hanno dimostrato seriet� ed impegno professionale, dando un esempio del coraggio, della generosit� e dell'umanit� del nostro popolo. Li abbiamo protetti con la nostra politica che � stata lineare e coerente. A chi mi ha chiesto quale fosse stata la decisione pi� difficile e sofferta di questi mesi di Governo, ho risposto che fu quella di confermare la presenza dei nostri soldati nel Libano nel momento del pi� alto rischio, mentre venivano avanzate a gran voce richieste di un ritiro dell'Italia, con una dissociazione dalla solidariet� con i Paesi impegnati nella multinazionale, che sarebbe apparsa agli occhi del mondo un atto di inconcepibile vilt�. Lavoriamo per la pace del Medio Oriente, per quanto � nelle nostre possibilit�, dove la questione palestinese, decisiva per la stabilit� della regione, � pi� che mai in alto mare. Azioni terroristiche palestinesi da un lato, politica annessionistica da parte israeliana sono le due facce di una stessa medaglia negativa e paralizzante. Dichiarare la disponibilit� a riconoscere Israele, come � stato fatto recentemente, � un atto palestinese di realismo che giunge in ritardo, dopo tante occasioni perdute, ma ci� nondimeno importante e volto nella giusta direzione. Occorre realismo da entrambe le parti abbandonando la via del fanatismo, delle pregiudiziali, dell'imposizione militare e della lotta armata. Il generale De Gaulle tratt� con i "terrorristi" del Fln, che oggi guidano una nazione pacifica amica della Francia, e riconobbe i diritti del popolo algerino. La pace sta nel negoziato, nel rispetto dei diritti di tutti, nelle esigenze di sicurezza dello Stato di Israele, del riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Lavoriamo per la pace e per ridurre le tensioni senza minacciare nessuno. L'ipotesi periodicamente affacciata da Tripoli e da altri circa il ruolo minaccioso che la base di Comiso avrebbe per la Libia � perfettamente immaginaria e priva di qualsiasi fondamento. Noi auspichiamo tutt'altro, noi vorremmo vedere un'evoluzione non avventurosa della politica libica che riporti Tripoli nella normalit�, senza incidenti, conflitti e pericoli di conflitti. Diciamo a tutti che noi non vogliamo avere conflitti alle porte di casa ed agiremo perci� non per inasprire ma per ridurre le tensioni e le contraddizioni esistenti. Politica della pace, difesa della pace, nella difesa dei diritti dei popoli e dei diritti umani. Ci� vale per la solidariet� ai popoli che lottano contro l'occupazione straniera a cominciare dall'Afghanistan, per chi si batte per difendere fondamentali diritti di libert�, in particolare in America Latina, e fondamentali diritti di indipendenza e di uguaglianza e in particolare del continente africano. Ci� vale per l'impegno italiano nella lotta contro la fame, la miseria, il sottosviluppo in vaste aree del mondo. C'� un incessante appello drammatico che sale dai Paesi alle prese con i problemi della sicurezza alimentare. L'attenzione del mondo ricco e sviluppato, delle societ� industrializzate e mature verso il mondo dove ancora si muore di fame � ancora troppo limitata. Si mescolano insieme ignoranza del problema, egoismo e miopia. La vastit� del fenomeno della fame impone una svolta nella politica internazionale degli aiuti e pone anche a noi nuovi problemi. Occorre in primo luogo una mobilitazione delle responsabilit�. � il dovere morale al quale ci richiamano i messaggi e gli appelli del Capo dello Stato e di papa Woytila. Occorre impiegare maggiori risorse e bisogna riuscire ad impiegarle meglio. Dobbiamo sviluppare la cooperazione che aiuta lo sviluppo e la formazione di strutture produttive e dobbiamo intervenire per fronteggiare l'emergenza drammatica in primo luogo del fabbisogno alimentare. L'Italia deve tener fede agli impegni presi verso se stessa e verso la comunit� internazionale. Deve assicurare un continuo aumento degli stanziamenti e degli aiuti. Ha il dovere di verificare strumenti, indirizzi ed obiettivi. In questo senso si muovono iniziative parlamentari che vedono associate forze diverse, dalla Democrazia cristiana al Partito radicale. In questo senso spetta al Governo di definire con urgenza una linea di condotta pi� adeguata e pi� efficace rispetto agli obiettivi che esso ha dichiarato con chiarezza di voler perseguire. C'� una realt� in movimento nell'economia internazionale. Le maggiori locomotive dell'economia mondiale, corrono gi� ad un ritmo che � superiore alle previsioni. La ripresa produttiva e la lievitazione del commercio mondiale si pongono a cavallo di processi di trasformazioni degli apparati industriali che procedono ad alta ed ininterrotta velocit�. Fortunatamente anche il treno dell'economia italiana ha cominciato a muoversi. I segnali della ripresa produttiva sono evidenti ed anche incoraggianti. Il nostro problema � quello di far s� che essa non si riduca ad un fuoco di paglia. Il nostro problema � quello di consolidare, ampliarla, renderla duratura. Ci� significa che da un lato essa va incoraggiata e sostenuta con misure adeguate e dirette e che dall'altro nessuna facile euforia deve indurre a smobilitare sul fronte dell'inflazione, del risanamento finanziario, dell'occupazione, dell'innovazione tecnologica. La ripresa in atto, che segue anni di stagnazione, deve rappresentare piuttosto l'occasione per operare quel rinnovamento e quel riadattamento dei nostri apparati produttivi che � indispensabile per sottrarre alla instabilit� e alla insicurezza la nostra vita economica futura. � una fase di transizione necessaria di cui dobbiamo riuscire a raccorciare i tempi costretti dall'incalzare della competizione internazionale e a causa dei ritardi accumulati in molti settori di importanza strategica. � un passaggio necessario verso un modello pi� evoluto e pi� moderno che comporta gi� e comporter� ancora traumi e costi sociali che debbono essere previsti, affrontati, ridotti e compensati con azioni appropriate. Ci avvertono gli esperti che nel settore manifatturiero del mondo occidentale si stima una perdita da 40 a 100 mila posti alla settimana a causa della introduzione di processi produttivi automatizzati. Siamo avvertiti che, con l'introduzione della microelettronica, la tendenza alla contrazione della forza lavoro dovrebbe condurre alla riduzione della met� della occupazione industriale attorno al 2000. Continuer� di contro ad espandersi il terziario ed il terziario avanzato. Tutto ci� non potr� avvenire in forma automatica e comporter� al contrario problemi complessi di specializzazione e di riqualificazione.Sappiamo che gi� oggi solo le professioni legate all'informazione rappresentano il 30% della popolazione attiva non solo negli Usa, nel Canada, ma anche in Svezia, in Francia, in Germania, in Giappone. Complessivamente questo tipo di impieghi ha assicurato il 60% dei nuovi posti di lavoro creati in occidente nell'ultimo quarto di secolo. Avanza il progresso produttivo sotto l'impulso del rinnovamento tecnologico, emerge ugualmente con forza il problema dell'occupazione come la questione sociale dominante. Lo � in tutte le societ� industrializzate, lo � da noi dove permangono principalmente nelle regioni del Sud strutture produttive deboli e aree di persistente grave arretratezza. Una risposta deve venire dalla programmazione, per l'espansione del terziario avanzato, per qualificate nuove funzioni pubbliche. Una risposta deve venire dai nuovi investimenti nei settori strategici, dalla valorizzazione e dal sostegno del tessuto della piccola e media impresa, industriale ed artigiana e del settore cooperativo che rappresentano tanta parte dell'economia nazionale, dai settori in espansione che lavorano per l'esportazione e sono alla conquista di nuovi mercati, dalla modernizzazione agricola e dalle attivit� produttive e commerciali che ad esse sono connesse. Si porr� certamente il problema della riduzione dell'orario di lavoro su scala concertata ed in funzione dell'andamento della curva demografica nel medio lungo periodo. Bisogner� favorire, introducendo elementi di flessibilit�, tutto ci� che si manifesta come sano, vitale, suscettibile di espandersi nella vita produttiva e di creare nel contempo nuove possibilit� di occupazione. La politica industriale, e questa sar� la linea seguita dal Governo, dovr� tenere ben distinti strumenti e risorse, destinate allo sviluppo produttivo ed all'ammodernamento tecnologico, gli interventi di emergenza, resi necessari per il governo dalle particolari situazioni di crisi.

Governare il cambiamento, fu la parola d'ordine della nostra conferenza del Partito Socialista Italiano di Rimini. Coglieva lucidamente il centro del problema, indicava la strada e segnalava con essa la via della nostra responsabilit�. Governare il cambiamento: forse nulla � pi� difficile, e tuttavia questo � il problema della societ� e della democrazia italiana. Tutto ci� richiede innanzitutto stabilit� politica, ampiezza e positivit� delle relazioni sociali nella valorizzazione del ruolo del sindacato e del suo concorso responsabile, un pi� alto grado di efficienza nella pubblica amministrazione, recupero e migliore utilizzazione di risorse, capacit� di previsione e di programmazione dell'azione pubblica. Confesso che pi� analizzo le pi� recenti vicende del mondo sindacale e politico-sindacale, e pi� rimando sbalordito per ci� che � successo e che ancora succede. Come si sia potuto in poche ore buttare all'aria una costruzione unitaria come la Federazione Sindacale costata il lavoro di anni e come si siano potuti gettare tanti semi di divisione e di polemica nel movimento sindacale con tutto il danno che da ci� deriva, oggi ed in prospettiva, al mondo del lavoro, � francamente incredibile. Qualcuno aveva del tutto dimenticato il monito di Marx che a proposito del rapporto Partiti-sindacati, scriveva nel lontano 1869, "Mai i sindacati debbono essere collegati ad una associazione politica, o trovarsi sotto la sua dipendenza, se essi vogliono svolgere la loro funzione: il farlo, sarebbe apportarvi un colpo mortale". Sta di fatto che si � creata una situazione negativa che noi vorremmo fosse superata, che deve essere superata anche se non sembra affatto o non sembra ancora in via di superamento. Uno degli elementi dell'azione programmatica � costituito dalla politica dei redditi. Di tutte le critiche pregiudiziali, ingiustificate ed esagerate, che sono state scagliate contro il "decreto" della discordia, una sola mi ha colpito, mi convince, anzi mi trovava gi� consenziente. � quando si afferma che la politica dei redditi, allo stato delle cose, non agisce con la medesima tempestivit� ed efficacia in tutte le direzioni a senso unico e cio� rivolta solo verso il lavoro dipendente. � ci� che noi vogliamo evitare predisponendo nuovi strumenti e perfezionando l'organizzazione della politica dei redditi che deve divenire un elemento permanente per un ordinato ed equilibrato sviluppo della nostra societ�. Bisogna ridurre ulteriormente il livello dell'inflazione. Parlando all'interno di un'ottica di opposizione, Giorgio Amendola scrisse una volta che maggioranza ed opposizione dovrebbero egualmente sentire la responsabilit� della lotta all'inflazione. Ed � cos�, infatti, giacch� sono in gioco interessi della nazione, e principalmente dei settori pi� deboli della popolazione. Il tasso di inflazione sta ora scendendo. La discesa � lenta ma � pur sempre discesa. Abbiamo seguito una linea di gradualit� e di moderazione, tutto il contrario delle maniere forti che ci vengono attribuite. Abbiamo polemizzato con chi sosteneva che la linea graduale non serve a nulla e ci convinceremo del contrario solo di fronte ad un clamoroso fallimento di questa linea. I risultati per conseguenza sono graduali e tuttavia, come � stato osservato, il trascorso trimestre, per quanto riguarda l'inflazione, � stato il migliore degli ultimi dieci anni. � lo stesso osservatore a formulare di seguito un consiglio che accogliamo: "� opportuno rafforzare le misure di sicurezza, controllare la tenuta dello scafo, come sembra abbia fatto No� con la sua barca, quando arriv� la colomba con l'ulivo nel becco". Motivo di costante all'erta e di preoccupazioni tutt'altro che fugate vengono dalla situazione della finanza dello Stato. Come � noto, negli ultimi anni, il buco del debito dello Stato si � rapidamente allargato ed oggi pi� che un buco � un cratere. I disavanzi che annualmente si sono formati nel settore pubblico sono stati superiori al doppio di quelli medi europei. Il debito pubblico ha raggiunto oramai i 420.000 miliardi e cio� quasi l'80% del prodotto nazionale lordo contro il 43% della Comunit�. L'obiettivo che ci siamo proposti � quello di bloccare il corso del torrente in piena, rovesciare le tendenze negative, per avviare un'opera di risanamento che ha bisogno di svilupparsi almeno lungo l'arco di un triennio. Sul lato della spesa molto deve essere ancora fatto per qualificare, selezionare, controllare i flussi della spesa pubblica. Si annunciano sfondamenti rispetto ai quali debbono intervenire tempestivamente correttivi, perch� la linea tracciata non sia cancellata e travolta dalla imprevidenza, irresponsabilit�, mancanza di controllo adeguato sui centri di spesa. Dal lato delle entrate lo scenario fiscale presenta ancora la pi� grande, la pi� vistosa e la pi� inaccettabile delle contraddizioni. Molte cose sono cambiate non per quanto � necessario per ristabilire equilibrio e soddisfacente giustizia fiscale. Dal '79 ad oggi molte cose sono cambiate ed anche per merito di ministri socialisti. Nel '79 la pressione fiscale globale costituiva solamente il 34,5% del prodotto nazionale, una cifra di dieci punti inferiori alla media europea. Nel 1983 la pressione fiscale passa al 44,1% con un allineamento ai livelli europei. Sarebbe perci� ingiusto ignorare i progressi compiuti dalla riforma tributaria in poi. E tuttavia vi sono tuttora aree di evasione vergognose. Chi paga sente l'ingiustizia in modo ancora pi� accentuato. Vi sono fasce molto vaste soprattutto nel lavoro autonomo che resistono ai loro doveri verso la collettivit�. Il Governo proporr� nuove e pi� rigorose misure nei tempi previsti, secondo gli impegni assunti con il Parlamento e con il movimento sindacale, e continuer� nell'opera diretta a rendere la macchina tributaria pi� moderna e pi� incisiva. Il recupero di risorse � assolutamente necessario cos� come la razionalizzazione e la selezione della spesa pubblica. Si allunga la lista dei fabbisogni ed anche delle emergenze, e nel campo della protezione civile, messa a dura prova dalla ritornante periodica offensiva delle calamit� naturali e nella difesa dell'ambiente: emergenze nella vita amministrativa con paurosi deficit di amministrazioni locali, Napoli in testa; emergenze per l'intervento straordinario nel Mezzogiorno; emergenze per il rammodernamento di nuove essenziali strutture pubbliche; nella vita stessa delle istituzioni culturali ed artistiche: esigenze di potenziamento e di modernizzazione delle strutture educative, formative del settore della ricerca scientifica. Quest'ultima in particolare deve restare nel gruppo di testa delle priorit�.

Abbiamo bisogno del suo sviluppo e dei suoi risultati per rimanere nell'ambito dei Paesi pi� progrediti. C'� una sfida mondiale in atto dalla quale l'Italia non � assente ma non lo � soprattutto per l'impegno e per la genialit� degli scienziati italiani, presenti in molti campi, in molte scoperte di avanguardia, ed anche sulle frontiere pi� avanzate della ricerca, senza poter contare, come altri, su di una grande disponibilit� di mezzi e di strutture.

Deve rimanere nel gruppo delle priorit� ed ancora per un lungo periodo l'intervento straordinario nel Mezzogiorno. Una generale duratura ripresa pu� estendere i suoi benefici e coinvolgere le forze del lavoro nel Mezzogiorno se verr� intensificata l'azione per introdurre elementi certi di sviluppo, sostegnoall'incipiente tessuto imprenditoriale, condizioni di stimolo e di richiamo. La riflessione sul Mezzogiorno deve portare ad individuare una linea di periodo di lunghezza identificabile per un vigoroso e definitivo salto di qualit� che � certamente realizzabile.

In un Paese come il nostro, dal benessere diffuso, le aree della povert� vanno meglio individuate e meglio protette. � lo scopo che si propone l'indagine conoscitiva sulla povert� in Italia promossa dal Governo, � l'indirizzo che deve essere sviluppato mirando a rendere efficace ed operante la protezione sociale dove pi� acuto e reale si rivela lo stato di bisogno. L'Italia non � un Paese povero ma � un Paese dove ci sono cittadini poveri che molto spesso ricevono dallo Stato assai meno di quanto ricevono altri che non ne hanno diritto.

Al centro si pone la condizione degli anziani, di parte almeno del mondo femminile, delle aree dell'impedimento e della emarginazione sociale. Fondamentale anche in questo campo � il ruolo e la responsabilit� dei poteri locali, dei centri periferici, del volontariato, del sistema sanitario decentrato. Fondamentale � l'azione continuata che deve essere sviluppata nel settore della casa. Non dimentichiamo che in Italia sei famiglie su dieci godono in propriet� l'alloggio in cui vivono. Ma accanto a loro convivono le tradizionali aree di povert� abitativa, gli anziani, le giovani coppie, gli sfrattati e tutti coloro che non possono accedere all'acquisto della casa ai prezzi attuali, mentre il loro tenore di vita � compresso da alti affitti, per non parlare della mobilit� necessaria ma impedita nella Pubblica Amministrazione. Le maggiori tensioni si concentrano nelle aree metropolitane. Il Governo fornir� da qui a poco un quadro pi� esatto della situazione sulla base di pi� aggiornate rilevazioni, per commisurare l'efficacia dei provvedimenti gi� presentati ed in via di approvazione e le nuove misure che si rendessero necessarie.

Anche in questo campo � necessaria una maggiore libert� di movimento non dimenticando che nel nostro Paese circa il 50% della produzione edilizia � rappresentato dalla formazione in proprio delle famiglie che si realizza in maniera autonoma senza bisogno di aiuti pubblici ma avendo solo la garanzia di tempi rapidi nel rilascio della concessione. Anche la politica abitativa deve attraversare il guado della modernizzazione, gradualmente e magari dove l'acqua � pi� bassa, rinunciando a visioni ed a schemi che suonano sempre pi� ideologici e sempre meno utili e pratici, sempre pi� arroccati sul vecchio e sempre pi� portati a rendere irrisolvibili problemi che pure esistono.

Nella vita delle grandi citt� metropolitane, ed ormai con una diffusione che penetra sino ai piccoli centri, dilaga il fenomeno distruttivo della droga. Si diffonde tra i giovani profittando della fragilit�, dello sbandamento morale, della ignoranza stessa delle atroci conseguenze che il fenomeno della droga porta con s�. La droga pu� colpire le famiglie pi� diverse, qualsiasi classe sociale, al Nord come nelle aree interne del profondo Sud. Il fenomeno ha assunto un carattere di alta drammaticit�, la sua pericolosit� � crescente; i danni che esso provoca e che pu� provocare in avvenire sono incalcolabili. Il problema sta al centro ormai di una azione energica di difesa e di attacco che va mossa da pi� parti e in pi� direzioni.

Occorre una mobilitazione morale che deve partire dal basso e coinvolgere l'azione delle famiglie. Un'azione coordinata dei poteri centrali e dei poteri periferici nell'opera di denuncia, di prevenzione, di riabilitazione, un impegno diretto in questa lotta del mondo culturale, educativo, dell'informazione ed un sostegno aperto ed efficace alle benemerite iniziative volontarie che sono sorte in uno spirito di generosa solidariet� umana e civile. Un'azione dello Stato che si sviluppi sul piano internazionale e sul piano interno per stringere le maglie della repressione e della lotta alla grande criminalit� che ruota attorno e che dirige il grande traffico degli stupefacenti. risultati non mancano, ma nell'insieme, sono ancora sproporzionati rispetto alla entit� del fenomeno. Non passa settimana che trafficanti e spacciatori non subiscano duri colpi da parte delle forze dell'ordine e tuttavia siamo assai lontani dagli obiettivi che invece vanno assolutamente raggiunti. � questa la ragione della rinnovata iniziativa che il Governo ha assunto e che svilupper� con tenacia; � questa la ragione dell'allarme lanciato e della collaborazione richiesta a tutte le forze politiche perch� uniscano i loro sforzi in una lotta che � di interesse vitale per la societ� italiana, per le famiglie gettate nella disperazione e per quelle che corrono un uguale rischio, per i giovani spinti dalla droga alla rovina della propria integrit� fisica e morale e della loro stessa vita.

Lo Stato affronta questa battaglia scontando un certo ritardo. Fu gi� cos� con il terrorismo. Rapidamente allora fu recuperato il terreno perduto. Lo Stato seppe porsi all'altezza della sfida lanciata dal terrorismo, e vinse la propria battaglia. Ci sono, � vero, ancora oggi segnali di pericolo, segni di una volont� o di una velleit� di ripresa della lotta terroristica ma essi non possono prescindere da un evidente stato di sconfitta n� sono o sarebbero in condizioni di sconvolgere il quadro di sicurezza e di normalit� nel quale � stato riportato il Paese. Anche su questo fronte la vigilanza continua ma l'auspicio ragionevole � che, nella sicurezza consolidata, dopo il tempo necessario, possa essere definitivamente chiuso anche questo capitolo doloroso della nostra storia, che ha visto un grande numero di vittime innocenti e di vite distrutte. � caduto in questi giorni l'anniversario della morte di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana, martire della democrazia italiana. Nei giorni scorsi avevo chiesto al Tribunale di Roma di poter riavere, e l'ho ottenuto, l'originale della lettera che Moro mi indirizz� pochi giorni prima di morire. L'ho portata con me stamane e desidero rileggerla ai compagni, per ricordare quei terribili, l'angoscia che si impadron� delle nostre coscienze, la sofferenza di un prigioniero condannato a morte.

"Caro Craxi,

poich� ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilit� umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. � da mettere in chiaro che non si tratta di inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanit�, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l'impressione che questo o non si sia capito o si abbia l'aria di non capirlo. La realt� � per� questa, urgente, con un respiro minimo. Ma io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell'unica direzione giusta se non quella della declamazione. Anche la Dc sembra non capire. Ti sarei grato se glielo spiegassi, anche tu con l'urgenza che si richiede. Credi, non c'� un minuto da perdere. E io spero che o al "Raphael" o al Partito Socialista Italiano questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po' assurdo, ma quel che conta non � spiegare ma, se si pu� far qualcosa, di farla. Grazie infinite e affettuosi saluti.

Tuo Aldo Moro".

Aldo Moro fu assassinato dai comunisti delle Brigate Rosse la mattina del 9 maggio 1978. Lo ricordiamo e rendiamo omaggio alla sua memoria. Analogamente, nella lotta contro il traffico e lo smercio della droga, contro le cause che ne originano la domanda, nell'azione di recupero delle molte decine di migliaia di giovani tossicodipendenti, i ritardi devono essere recuperati.

Cos� come � stata vinta la battaglia contro il terrorismo, deve essere vinta la battaglia contro la droga. La lotta alle grandi organizzazioni criminali si estende ad altri campi, ed essa deve essere accompagnata da una azione costante di rafforzamento, qualificazione, sostegno e riconoscimento agli apparati pubblici, ed un incisivo rammodernamento carcerario. Il sistema delle carceri, cos� come esso � ancora oggi, non fa onore al nostro Paese. E nel campo della giustizia deb- bono giungere rapidamente in porto le riforme proposte e le altre che saranno necessarie, per aiutare la Magistratura nel suo difficile lavoro, per garantirne una piena e reale indipendenza, per mantenerne alto il prestigio ed inalterata la fiducia presso i cittadini. � una riflessione che ci conduce al tema pi� generale del rapporto tra Stato e societ�, tra Stato e cittadini, tra vita e dinamica della societ� e funzionamento delle istituzioni. Non era un antidemocratico chi denunciava i pericoli di decadenza delle istituzioni, il crescente divario tra Stato e societ�, ponendo il problema di un complesso di riforme istituzionali raccolte nell'immagine di una "Grande riforma". Ci� che ci spingeva era ed � l'amore per la democrazia, il desiderio di vederne esaltati nella pratica e non nella retorica i suoi principi ed i suoi valori superiori. L'esigenza di porre le istituzioni in condizione di rispondere meglio e pi� efficacemente alle domande che salgono dalla societ� in piena trasformazione, � ora, almeno cos� mi auguro, avvertita in modo pi� chiaro. Una moderna societ� industriale, entrata in una fase matura, impegnata a realizzare le nuove e necessarie trasformazioni, vive e si sviluppa all'insegna della velocit�, del dinamismo, della efficienza. Essa ha bisogno di istituzioni che abbiano acquisito questi fattori, organizzati con il massimo di razionalit� e di efficienza. Nessuno di questi elementi si pone in contrasto con i principi di libert� e con le regole democratiche. Il contrasto sorge tra le esigenze della societ�, delle sue forze attive, produttive, dinamiche, e le lentezze del burocratismo, la farraginosit� delle leggi, i rituali defaticanti, la mancanza o il ritardo delle decisioni, le insufficienze e le corruzioni della Pubblica Amministrazione. Il cosiddetto "decisionismo", che non ho inventato io, non � altro che il desiderio di contrastare e di modificare il regime dominante della "lentocrazia". � incredibile che si sia sviluppata una polemica di questa natura e per questo problema. Polemica paradossale, polemica di retroguardia, polemica falsa. La IX legislatura repubblicana ha avviato i suoi lavori affrontando il tema delle riforme istituzionali affidato ora ad una fase preparatoria ed istruttoria. Era il primo necessario passo. Ora si avvicinano i tempi in cui si potranno misurare per intero tutte le volont� politiche. Io non divento scettico, anche quando ricordo che Nenni amava dire che "se il buon Dio non avesse voluto creare il mondo ne avrebbe dato l'incarico ad una commissione". Noi ci attendiamo piuttosto dei buoni risultati conclusivi dalla Commissione intercamerale per le riforme istituzionali. Vanno ricercati gli accordi e i consensi parlamentari pi� ampi possibili ed � giusto che la maggioranza per parte sua si sforzi di raggiungere posizioni ed obiettivi comuni. Proprio perch� continuiamo ad esaltare il Parlamento come perno centrale della nostra vita democratica e della nostra democrazia pluralista � in primo luogo sul sistema parlamentare che vanno operate riforme. Va reso pi� rapido ed agile il percorso legislativo, pi� efficace l'azione di controllo e di inchiesta, pi� chiaro e razionale il rapporto con l'Esecutivo, garantiti i diritti di tutti, sacrosanti per le minoranze, ma anche sacrosanti per la maggioranza, cui il principio fondamentale della democrazia � la Costituzione, affidano il diritto e il dovere di governare. Sar� bene non dimenticare nel contempo anche l'insegnamento di Don Luigi Sturzo che dipingeva il voto segreto in Parlamento come "il rifugio dei deboli, dei senza carattere, degli indisciplinati interiori che al di fuori fanno conformisti senza autorit�", ed aggiungeva senza tanti complimenti: "l'Italia � ancora l'unico fra i Paesi del mondo ad avere questo cancro nel suo Parlamento". Sono necessarie riforme per accrescere il grado di governabilit� del nostro sistema secondo l'idea di una democrazia che governa, l'idea di una "democrazia governante" esprime il pi� alto ed il pi� sincero dei propositi democratici.

Sono necessarie riforme nella Pubblica Amministrazione, cos� come nel sistema dei poteri e delle autonomie locali, negli istituti della democrazia diretta, come in quelli della giustizia parlamentare, e cos� pure come nelle leggi che regolano le nomine pubbliche. � necessaria una vasta opera di delegificazione che il Governo si appresta ad attivare presentando un complesso molto impegnativo di proposte. Bisogna por mano anche alla materia delle leggi elettorali non per stravolgere il sistema proporzionale ma per perfezionarlo in pi� punti significativi. La direzione di marcia deve e sar� sempre chiara: quella del consolidamento democratico e dell'allargamento delle libert� per sottrarre l'inefficienza del sistema ai rischi involutivi, alla paralisi, alle inefficienze che ne riducono il credito di fronte ai cittadini e lo espongono alle incursioni dei gruppi di potere di varia natura e colorazione. Maggiore efficienza e maggiore garanzia della moralit� pubblica, nella seriet� ed onest� di chi amministra il pubblico danaro, dagli apparati pubblici del settore produttivo e dagli apparati investiti di delicate funzioni, nella lotta alla criminalit� economica ed alle sue reti di corruttela, alle mafie di varia natura, quelle politiche, quelle al di sopra di ogni sospetto, quelle gi� scoperte come la P2, e quelle che hanno agito e agiscono ancora indisturbate. Azione severa che merita di essere difesa dall'inquinamento dei falsi moralisti di professione e dalle spregiudicate speculazioni di parte e condotta nella piena garanzia dei diritti dei cittadini. Ed � con spirito di libert� che il Governo della Repubblica ha portato a conclusione, in amichevole collaborazione con la Santa Sede, la questione annosa e non semplice della revisione del Concordato. La firma di Villa Madama ha segnato l'inizio di una fase nuova degli accordi Stato-Chiesa… trasformando i "patti d'unione" del passato in nuovi "patti di libert� e di cooperazione", superando un regime da tutti riconosciuto inadatto, anacronistico e lontano dalla evoluzione dei tempi, attuando pienamente il dettato costituzionale, nella prospettiva di fecondi rapporti tra lo Stato e la Chiesa, nelle caratteristiche proprie di uno Stato laico nel quale cittadini, senza distinzione di credenze, possano sempre compiere scelte religiose consapevoli, in piena e consolidata libert�. Il Congresso socialista di Verona giunge al termine di una lunga stagione di congressi che ha impegnato uno dopo l'altro i cinque Partiti della maggioranza. Sono emersi via via tutti gli elementi di distinzione, di diversit� ed anche di competizione nella cornice di una ribadita volont� di collaborazione politica.

Si manifesta una vivace dialettica in quella che � forse la pi� articolata e la pi� composita delle coalizioni al governo tra le democrazie parlamentari europee e occidentali. Una dialettica che ha una sua dimensione naturale, esprime una sua vitalit� ed una sua ricchezza e rappresenta, a saperla correttamente comprendere ed interpretare, un punto di forza e non un punto di debolezza della coalizione. Ma la dialettica delle forze politiche che esprimono la loro diversit�, le loro esigenze, e che non rinunciano alle proprie legittime aspirazioni � cos� diversa dall'atteggiamento di chi manifesta solo inquietudini destabilizzanti che sembrano volte alla incessante ricerca delle occasioni considerate pi� propizie, e spesso non lo sono, per potersi manifestare. Questo non riguarda solo le pattuglie di franchi tiratori che raramente mancano all'appello, ma anche le frequenti polemiche, troppo facili, troppo improvvisate, e troppo inconcludenti, che occupano la scena politica senza riuscire realmente ad animarla. Noi per parte nostra, abbiamo compiuto delle scelte che confermiamo. Il nostro obiettivo pi� ampio � l'allargamento e lo sviluppo di una prospettiva riformista. La nostra linea � quella della stabilit�, della governabilit�, del rinnovamento e delle riforme. Il nostro impegno � diretto a consolidare il ruolo di questa maggioranza di centro sinistra rispetto alla quale non si sono delineate n� si delineano maggioranza e alternative sia numeriche, che politiche. Siamo poco interessati, come lo siamo del resto sempre stati, alle dispute sulle centralit�, le polarit�, le alternativit�. Rivendichiamo con forza il ruolo essenziale del Partito socialista, le sue proprie caratteristiche autonome, democratiche, innovatrici e rinnovatrici, e riconosciamo l'importanza determinante di tutti i Partiti alleati con noi, in una complessa esperienza ed in una grande comune responsabilit� di fronte al futuro dell'Italia. Con ciascuno di essi vogliamo migliorare i rapporti tenendo conto delle diversit� e delle disponibilit�. Con la Democrazia Cristiana, che dalla sua posizione di partito di maggioranza relativa d� un apporto fondamentale alla vita ed al sostegno della coalizione di governo, che ha accettato con lealt� democratica un ruolo diverso da quello esercitato per lunghi periodi nella vita politica italiana, ricercando nel contempo le ragioni delle proprie difficolt� per realizzarne il superamento. Con il Partito Socialdemocratico al cui congresso di Roma, i cui risultati giudichiamo positivi ed importanti per la collaborazione di governo e per i rapporti tra i nostri Partiti, il Partito socialista risponde in modo positivo pronto a riprendere la strada di una pi� stretta solidariet�, di azioni e prospettive comuni pi� impegnative. Con i Partiti repubblicano e liberale che pur presentandosi uniti alle elezioni europee sottolineano le loro specifiche diverse identit�. Con il Partito repubblicano noi abbiamo un rapporto difficile ma importante, con una collaborazione che si � saldata nelle comuni responsabilit� di governo e che le conclusioni del congresso repubblicano debbono consentire di consolidare. Con il Partito liberale con il quale da tempo abbiamo intavolato un dialogo diretto ed amichevole che vuole essere un dialogo delle idee ed un confronto aperto attorno al rispettivo impegno politico e civile. Il Partito radicale, dalla sua singolare posizione di astensionismo parlamentare e di denuncia di opposizione, avanza tempi specifici, in particolare quello della lotta alla fame nel mondo su cui si svolte e deve svilupparsi un nostro forte impegno. I comunisti del PCI, i comunisti di Democrazia Proletaria ed i fascisti del MSI  sono stati insieme, dai banchi opposti, i protagonisti di una battaglia parlamentare ostruzionistica tanto accanita quanto poco o punto giustificata, e che non sappiamo quante probabilit� abbia di essere ripetuta. Ma mentre l'opposizione di destra svolge il suo ruolo ben definito contrario al governo e al sistema, il tipo di opposizione ingaggiata a sinistra dal Partito comunista � di pi� difficile comprensione politica. Il trattamento diciamo cos� speciale riservato ad una coalizione di centro-sinistra a guida socialista � tutt'altro che una buona seminagione e i fatti penso che si incaricheranno di dimostrarlo. Noi, per quanto ci riguarda, abbiamo forze sufficienti per reggere e per reagire a questo urto polemico oggi e domani. Per il resto ognuno rifletta sulle sue responsabilit� e sulle conseguenze della sua linea di condotta. Il Congresso socialista di Verona non butter� benzina sul fuoco anche se non potr� non vedere le cose per quelle che sono e chiamarle di conseguenza con il proprio nome. Questo tipo di opposizione, questo tipo di condotta non � che l'espressione di una pi� vasta involuzione, di un riflusso massimalistico che copre una grande incertezza di direzione politica e di prospettive strategiche, in tempi in cui si possono celebrare in Europa i funerali dell'Eurocomunismo. Negli anni trascorsi noi siamo stati tra coloro che hanno dato pi� largo credito e i pi� forti incoraggiamenti alla prospettiva di una evoluzione e di una convincente trasformazione del Partito comunista italiano, oggi siamo tra i critici pi� severi della sua involuzione e non possiamo che augurarci e sollecitare con la nostra pi� indecisa iniziativa un cambiamento di rotta e di indirizzo.

Si avvicina d'altro canto il tempo delle verifiche. Questo vale per tutti ma in particolare per la maggioranza che deve anch'essa affrontare una triplice verifica: elettorale, programmatica e politica, istituzionale. Il problema esiste ed il Congresso di Verona deve porlo. Le elezioni europee sono alle porte. Esse rappresentano un momento importante della lotta europeista, dell'impulso e della partecipazione popolare che deve essere attivamente sollecitata, ai problemi ed alle prospettive della corruzione europea. Ci� nondimeno esse rappresentano egualmente un sondaggio politico, ed una naturale verifica politica interna, di valore assolutamente significativo. � una verifica elettorale in piena regola cui ritengo dovr� seguire una verifica politica e programmatica dell'azione delle prospettive della maggioranza e del Governo, mentre si stringono i tempi per una verifica e per le possibilit� di accordo sulle riforme istituzionali. Una piattaforma programmatica avvia l'impegno di una coalizione di Governo. La sua cornice rimane integra ma lungo la strada sorgono come � naturale problemi di integrazione, di correzione, di aggiornamento, di interpretazione. Ne sono sorti e sono stati annotati. Non c'� niente di peggio nella vita politica come nella vita in generale che rinviare ed accantonare i problemi o addirittura lasciarli marcire per il timore di non essere in grado di risolverli.

Una verifica tra i partiti della maggioranza, condotta con volont� costruttiva e spirito di collaborazione, sull'insieme dell'impegno svolto, dopo quasi un anno dall'avvio della legislatura e dell'attivit� di governo appare necessaria ed utile. Fornir� l'occasione per una valutazione comune degli elementi ed anche delle proposte nuove che emergono dalla stagione dei Congressi; il tema � la possibilit� di esaminare il grado di coerenza e di efficacia delle linee sin qui seguite in rapporto agli obiettivi definiti, ampliare il respiro dei programmi di risanamento economico, approfondire questioni di indirizzo in politica interna ed in politica internazionale. Il bisogno di coerenza programmatica, cui tutti si richiamano e che noi stessiavvertiamo, potr� trovare tutte le risposte destinate ad alimentare un lineare sviluppo della collaborazione.

Al Paese che si interroga sulle proprie crisi, sulle proprie difficolt�, sul proprio avvenire, noi rinnoviamo il nostro messaggio di fiducia. Molto si decide proprio in questi anni che saranno anni di transizione e di trasformazione con tutto l'impegno straordinario che questo comporta. Mi attirer� ancora una volta l'accusa malponderata di decisionismo, che del resto non mi disturba affatto, ma penso che si debba insistere sulla necessit� di affrettare i tempi delle decisioni che urgono, di non accumulare ritardi nell'azione del Governo, del Parlamento, nella sfera degli operatori pubblici come in quella degli operatori privati. La divisione introdotta nel mondo del lavoro interviene nel momento peggiore, e tutto ci� che pu� essere fatto per ricreare condizioni di unit�, in una visione matura e responsabile dell'azione sindacale, e in una ritrovata autonomia, deve essere fatto. Le ulteriori modernizzazioni di cui la societ� italiana ha bisogno devono procedere nella loro realizzazione, nella vita delle istituzioni e della Pubblica amministrazione, negli apparati produttivi, nel sistema della protezione sociale, nel campo della ricerca e delle strutture educative e culturali. � un terreno decisivo quello della formazione dei giovani, del loro impegno professionale, dell'aiuto che deve essere fornito alle energie migliori che manifestano responsabilit�, seriet� ed impegno. � decisivo lo sviluppo di un giusto rapporto tra lo Stato e la societ� nella valorizzazione costante di ogni centro vitale, delle potenzialit� locali, delle iniziative produttive che devono essere incoraggiate e sostenute. Avanzer� in questo modo il progresso della societ� italiana che ha gi� dimostrato di avere in s� grandi potenzialit� e grandi capacit�, una grande volont� di resistere e di saper superare gli ostacoli e i momenti pi� difficili. E con il progresso deve avanzare l'idea di una sempre e pi� giusta eguaglianza che � cosa diversa dall'ingiusto egualitarismo. Eguaglianza che protegga i pi� deboli, accorci le distanze, riduca ed elimini i privilegi, scoraggi i parassitismi, premi il lavoro, la fatica, l'impegno, la moralit� e la seriet�. Una societ� pi� progredita e pi� libera nella affermazione dei valori individuali e nella difesa degli interessi sociali e collettivi secondo un principio di solidariet� che deve costituire un punto comune a tutte le forze di progresso. Compito nostro � di muoverci tra questi obiettivi e per questi valori con coerenza. Le minoranze che si ispirano a grandi ideali, quando hanno saputo essere volenterose, combattive, decisive nella loro azione, hanno sovente potuto promuovere e concorso a realizzare grandi risultati. Ci ha guidato e ci guida un senso di responsabilit� democratica e un leale spirito di comprensione e di collaborazione con le altre forze politiche e democratiche.

Nel 1976, presentando la mia prima relazione di segretario del Partito davo ad essa il titolo: "costruire il futuro". � un impegno cui i socialisti italiani non sono venuti meno in questi anni. � l'impegno che continua per un avvenire di pace e di progresso nella libert� dell'Italia, delle italiane e degli italiani.

Bettino Craxi 1984

 

 

 

Una prospettiva d'avvenire

Conclusioni della Conferenza Programmatica del Partito Socialista Italiano

Rimini 25 marzo 1990

 

Ringrazio Rimini per la sua grande ospitalit� insieme generosa e ben organizzata. Ringrazio tutti i compagni che hanno lavorato per il successo di questa Conferenza, fornendo ad essa un'organizzazione che � stata semplice, puntuale ed essenziale. Ringrazio Norberto Bobbio per la sua presenza di oggi. � una presenza che ci onora. Di lui voglio solo dire che egli ha saputo accendere delle luci in un momento in cui nella sinistra italiana tutto era buio, e che noi lo consideriamo, penso a ben giusta ragione, uno dei maestri della tradizione del socialismo liberale italiano. Ringrazio i numerosissimi intervenuti a questo dibattito. � stato un dibattito di grande interesse, ha suscitato grande interesse e penso avr� un'eco che non si spegner� facilmente. Mi auguro che si siano gettati i semi, che non tarderanno a dare buoni frutti. � stata una riflessione collettiva, condotta in modo alto e maturo. Si � espressa una grande capacit� di sintesi sull'insieme dei problemi trattati, secondo un metodo rigoroso, senza straripamenti oratori, senza demagogia o retorica, ma con un senso della concretezza e del reale a dimostrazione che abbiamo acquisito un buon metodo riformista. � importante anche che fra di noi si parli un linguaggio comune, e ci� avviene sempre pi�. Anche se apparteniamo a generazioni diverse, questo linguaggio comune comincia a cucire, meglio di un tempo queste generazioni diverse. Cos� non sarebbe se fossimo quello che ogni tanto sento dire e cio� un Partito di potere e di mera gestione. Probabilmente allora avremmo assistito a dispute ideologiche pi� roboanti dietro alle quali si sarebbero nascosti i conflitti concreti degli interessi. La verit� � che noi abbiamo fatto crescere anche una cultura attraverso la nostra ricerca, la nostra curiosit�, il nostro spirito critico, il desiderio di dare una nobilt� alla nostra azione politica. E poich� parliamo ad alta voce e ad alta voce mettiamo in luce i nostri propositi e giudizi, che sono sempre o cercano sempre di essere veritieri, sinceri, abbiamo fatto emergere, anche nel corso di questi giorni, una identit� pi� nitida di che cosa sia in Italia questo Partito Socialista Italiano. Noi siamo una formazione Socialista moderna e abbiamo radici in un grande spettro sociale, principalmente nel mondo del lavoro dipendente, ma anche in quello del lavoro autonomo, delle professioni, della cultura e dell'arte, nel settore di Stato dell'economia, nell'imprenditoria privata, nella pubblica amministrazione.

Sotto questo profilo siamo un Partito che richiama e raccoglie un'opinione qualificata dell'insieme della societ� italiana. Se fossimo un Partito di grandi apparati, di potenti ed esigenti corporazioni, di forti e ramificate clientele, certamente il nostro seguito elettorale sarebbe pi� cospicuo e massiccio di quello che attualmente vediamo. La nostra forza � limitata e molto spesso questo ci viene rinfacciato e ricordato. Ma � una forza di buona qualit�, una forza solida che ha un significativo peso nella politica interna ed internazionale. L'abbiamo costruita e ricostruita salendo con difficolt� una china, probabilmente compiendo, com'era naturale, nello sforzo di riemergere, un certo numero di errori o seguendo linee che possono essere apparse tortuose. Ma sta di fatto che abbiamo ricostruito una base assai solida, difficilmente ormai riducibile e, al contrario, suscettibile di un'ulteriore espansione. La nostra identit� dice che noi siamo un Partito fortemente radicato nella realt� nazionale. Siamo, ad un tempo, un Partito socialista nazionale ed un partito socialista regionalista. Avvertiamo bene e siamo consapevoli della necessit� di consolidare, nelle coscienze, nei fatti e nella vita della societ�, il principio dell'unit� della Nazione e, contemporaneamente, siamo sensibilissimi, aperti e interessati a vedere il mantenimento, lo sviluppo, il rispetto delle tante e diverse identit� regionali di cui si compone l'Italia. Ed � cos� che non abbiamo mai cercato di voltare le spalle, ma, al contrario, siamo sempre andati incontro alle esigenze di autonomia, alle specificit� proprie delle nostre grandi regioni, dalla Lombardia alla Sicilia, dalla Sardegna all'Emilia Romagna, dal Trentino Alto Adige alla Campania, insomma dalle Alpi alle piccole isole che segnano la frontiera sud della sovranit� italiana. Nella nostra identit� di Partito socialista europeo ed internazionalista abbiamo colto subito, non appena ne � apparso un debole segno all'orizzonte, l'idea, il disegno, il progetto, la speranza di una grande Europa del futuro. Siamo stati noi che a Milano abbiamo provocato la prima riunione del movimento socialista europeo che si rivolgeva all'Est per un messaggio di amicizia, di cooperazione e di incontro nella nuova realt� europea. I nostri critici devono sapere che, in tutti questi anni, non vi � stata una sola battaglia sul fronte dei diritti umani e dei diritti dei popoli che non abbia visto presenti i socialisti italiani con un atto di solidariet�, un appoggio, una testimonianza o una collaborazione. Dal martoriato fronte palestinese, una questione non risolta, che ci auguriamo i nostri compagni laburisti israeliani riescano a contribuire a risolvere, alla lunga marcia dei dissidenti dell'Est europeo; dalla resistenza cilena a quella afghana, dalla lotta antirazzista del Sud Africa ai profughi cubani, di cui un illustre rappresentante � presente tra noi stamane, che vedono ancora imperversare un dittatore comunista demagogo che farnetica di "marxismo, leninismo".

Cari compagni, l'Europa in questo momento � teatro di un grande cambiamento. Nell'est dell'Europa � esplosa una rivoluzione pacifica per la democrazia e contro la dittatura comunista. Non si ricorda un movimento straordinario non violento di questa ampiezza e portata che, con tanta rapidit�, abbia messo in crisi regimi che sembravano assai solidi, forti e corazzati. Certo, si tratta di una realt� piena di contraddizioni e problemi e, via via che il cambiamento avanza, i problemi si complicano, si infittiscono e richiedono da parte di tutti che dall'entusiasmo si passi alla concretezza, dalle dichiarazioni di amicizia e di solidariet� alla solidariet� effettiva.

Nell'Ungheria oggi si vota in elezioni libere e democratiche. In Lituania abbiamo rivisto i carri armati di triste memoria che hanno fatto la loro riapparizione. Ricordo un giornale cecoslovacco, nei giorni dell'invasione sovietica, dove apparve una vignetta che mostrava un carro sovietico dal quale usciva un soldatino che si rivolgeva ai cecoslovacchi dicendo: "Proletari di tutto il mondo unitevi, se no spariamo!". Non vorrei vedere lo stesso carro armato rivolgersi ai lituani, dicendo: "Lituani, rinunciate alla vostra indipendenza, altrimenti spariamo!".

I problemi esistono, e sono complessi, ma noi ci auguriamo che questioni nazionali di tale natura possano essere risolte pacificamente secondo i diritti dei popoli e non ricorrendo ai mezzi militari cui ha sempre ricorso l'imperialismo. Rispetto alla grande apertura tra l'Est e l'Ovest dell'Europa corre nervosa e agitata una preoccupazione in tutto il Terzo Mondo. Si teme che l'Europa e gli europei, presi da nuovo amore tra loro, dimentichino il Terzo Mondo. Anzitutto occorre capire se, effettivamente, l'Europa ricca, quando parla d'amore, non prenda in giro i suoi innamorati. Ci� non � affatto chiaro, n� verso l'Est, n� verso tutto il resto del mondo. L'Europa ricca e ricchissima, che vuole assumere le sue responsabilit� verso il consolidamento della pace, che vuole costruire un mondo pi� equilibrato che riduca le distanze tra Paesi ricchi e ricchissimi e Paesi poveri e poverissimi, che affronti la grande questione sociale di questo secolo, che � la diseguaglianza del mondo, deve metter mano ai cordoni della borsa e deve destinare una parte delle sue risorse a risolvere questi problemi. Ai problemi dell'Est dell'Europa o delle nazioni pi� deboli e in crisi, pi� povere dell'Est dell'Europa, bisogna indirizzare risorse che non possono essere sostitutive di quelle che gi� in misura troppo limitata si indirizzano verso il Terzo Mondo, ma debbono essere misure aggiuntive.

Il ragionamento si riproduce pari pari se ci trasferiamo nella nostra realt� nazionale. Si ha un bel dire: "Facciamo riforme, redistribuiamo, assistiamo meglio gli anziani, difendiamo l'ambiente, potenziamo la ricerca scientifica, riduciamo le tensioni nelle fasce pi� basse, creiamo grandi e pi� moderne infrastrutture"; si ha un bel dirlo.

Ma se contemporaneamente non si � in condizioni di reperire e programmare una disponibilit� di risorse adeguate, noi ripeteremo queste cose come una cantilena inutile fino a quando qualcuno si accorger� che si tratta solo, appunto, di una cantilena inutile. Abbiamo un problema di cui non bisogna mai dimenticare la dimensione, n� il valore, n� la complessit� e difficolt�: quello di un risanamento nella finanza pubblica che consenta di disporre di maggiori entrate e di utilizzare meglio le risorse di cui disponiamo. � emersa bene, nel corso del dibattito la consapevolezza che le divisioni nella societ� italiana e le diseguaglianze non solo esistono, ma sono assai marcate. E la societ� italiana e cristiana che � sempre pronta ad asciugarsi una lacrima sul viso, si comporta o tende a comportarsi come si comportano le societ� ricche. Assistiamo, nelle societ� ricche, ad una strana contraddizione. Pi� le societ� diventano ricche, pi� le posizioni dei pi� deboli si indeboliscono; pi� si allarga l'area del benessere e si riduce quella della povert�, pi� l'area della povert� diviene disgraziata e negletta. La verit� � che in quest'area si concentrano categorie, gruppi sociali e persone la cui pressione diventa sempre pi� debole, il cui ricatto politico � impossibile e la cui povert� � sovente silenziosa, dignitosa e non protestataria. Dovremmo quindi avere chiaro che mentre da un lato dobbiamo garantire che il ciclo di sviluppo in cui il Paese � entrato da alcuni anni a un ritmo notevole, ciclo che dobbiamo riuscire a far proseguire, sorreggendo tutte le forze produttive sane, ricercando l'accordo sociale, assicurandoci la collaborazione delle grandi rappresentanze sindacali dei lavoratori; ma contemporaneamente dobbiamo riuscire a far s� che questo processo, che � innegabile ed importante, marci di pari passo con la riduzione delle disuguaglianze che esistono nella nostra societ�, aumentando la difesa dei ceti pi� deboli e, come abbiamo detto nel corso di questi giorni, esaltando il ruolo dei giovani, delle donne e degli anziani e creando barriere sempre pi� fitte, azioni sempre pi� efficaci in difesa della natura e dell'ambiente. Un giornalista autorevole, ma, diciamo cos�, annoiato, ha detto che io, nella relazione, descrivendo la societ� italiana ho usato toni apocalittici. Noi siamo proprio tutto il contrario: noi siamo antidemagogici, anticatastrofici, antiapocalittici. In questi anni non abbiamo fatto altro che seminare fiducia, speranza, fiducia e ottimismo. Noi cerchiamo di tenerci lontani dalla retorica e attenerci a delle analisi e ad un linguaggio sobrio; ma talvolta la sobriet� finisce con l'adottare un colore che non mette in evidenza bene le caratteristiche dei mali sociali. Si rischia di non vedere gli aspetti drammatici che pure esistono.

Penso che sia una cosa drammatica, per esempio, che in una sola regione nostro Paese si spenda, per spettacoli e feste di paese, la stessa somma si spender� per tutto un anno, sulla base della nuova legge, per lottare contro la droga in tutto il Paese. Penso che sia drammatico, che sia una passeggiata drammatica quella che pu� fare in certe corsie di ospedale in casa nostra; ed � drammatica la condizione di chi si trova addosso un male magari incurabile, che poteva essere adeguatamente prevenuto. Penso che drammatica si ala solitudine, povert�, l'emarginazione di tanti anziani e – diciamo la verit� senza timore di dispiacere a qualcuno che, se per questo si dispiace, faccia quello vuole – drammatica � la condizione di tanti immigrati che vivono ammassati come animali in societ� che li sfruttano come furono sfruttati gli immigrati italiani che salivano dal Sud al Nord negli anni '60 percorrendo il cammino della speranza, negli anni in cui la nostra passione politica passava libri alle prime esperienze di vita. Drammatica � la situazione dei mari marroni, dei fiumi inquinati e dell'acqua che in certe zone c'�, ma deve essere razionata. Ebbene, in una parola, cos� come abbiamo aiutato, negli anni scorsi, il Paese a guarire dalla malattia dell'inflazione e ad uscire dalla crisi di stagnazione produttiva, avviando un nuovo ciclo di sviluppo, nei prossimi anni intendiamo contribuire a risolvere questi problemi. Non dovete guardare solo alla politica del governo nazionale. Dobbiamo affrontare tutti insieme, lavorando nelle istituzioni, questo sforzo in direzione dei punti deboli e contro le diseguaglianze. Esso deve manifestarsi ovunque. I socialisti hanno il dovere di distinguersi nel loro impegno e nella lorosensibilit� sociale. L'ordinaria amministrazione, cari compagni amministratori e candidati, non deve essere il nostro compito. Dobbiamo applicare certe forme di parassitismo, per non dir peggio, quando si manifestano anche nel nostro Partito, delle buone terapie d'urto. Dobbiamo accrescere nostra presenta nella vita sociale. Le tradizioni cui ci riferiamo sono antiche, segnate profondamente dal grande senso di umanit� e di solidariet� del nascente movimento socialista; non vanno solo rievocate o magari studiate, ma vanno onorate con i fatti. Basti pensare che per fare delle buone cose nel campo sociale, oggi non sono affatto necessari i sacrifici che si richiedevano un tempo. Oggi abbiamo disposizione mezzi, tecnologie, cultura e organizzazione della vita e lavoro che consentono di non compiere i sacrifici che si dovevano fare altri tempi per agire nel campo sociale. Suscitiamo un movimento socialista di solidariet� sociale, fatto di iniziative sociali e culturali, fatto di un nuovo associazionismo che noi stessi dobbiamo saper promuovere.

Continuiamo nell'opera di rinnovamento dei quadri, dei dirigenti, dei responsabili all'interno del Partito Socialista Italiano, e i compagni pi� anziani lo facciano con generosit�, aiutando i pi� giovani a farsi avanti. Allarghiamo lo spazio della presenza femminile nella societ�, nelle istituzioni e nel Partito, dove le cose non sono rimaste ferme, ma possono essere accelerate.

I comunisti ci invitano a rinnovarci. Lo fanno come per dire "mal comune mezzo gaudio".  Ma i mali del comunismo non sono i nostri. In ogni caso, chiederci di rinnovarci � per noi un invito a nozze. Tutto procede sempre a zig zag, ed il nostro cammino ha dovuto anche seguire sentieri ripidi e difficili, ma abbiamo sempre cercato di rinnovare, di cambiare, di inventare, di esplorare. Dovevamo costruire una forza e lo abbiamo fatto. Ed � vero, come ha scritto una volta Bobbio, che noi abbiamo avviato verso gli archivi della storia un certo numero di tradizioni e di ideologie superate e di simboli obsoleti.

Abbiamo fatto uno sforzo per ricollegarci a tradizioni pi� antiche e a culture un tempo disprezzate, fondate sulla congiunzione dei valori liberali, socialisti e cristiani. � il socialismo liberale di cui abbiamo parlato non da oggi, e ad esso io mi riferii per la prima volta nel primo discorso parlamentare che ebbi l'onore di fare come Segretario del Partito Socialista Italiano nel 1976. � questo il terreno che noi indichiamo come possibile prospettiva di unit� socialista, rivolgendoci ai comunisti: il terreno di un socialismo democratico, europeo, riformista, liberale.

Un membro della delegazione del Partito Comunista Italiano presente a Rimini, polemizzando con il fatto che avevo definito il simbolo del PCI un simbolo sovietico, ha dichiarato ieri l'altro alla stampa: "Craxi non conosce la storia del suo partito. Gli invier� la tessera del PSI del 1907, che porta l'insegna della falce e il martello, che � un simbolo del Partito Socialista Italiano".

Naturalmente, mi sono subito fatto portare la tessera del 1907: c'� l'immagine di una donna con il berretto frigio e la bandiera rossa, simile alla Marianna dell'iconografia francese, quella stessa che noi abbiamo messo nella tessera dell'anno scorso, che guida un corteo di lavoratori. Mi spiace dover contraddire questo compagno.

La falce e il martello incrociati sono certamente stati nel passato un simbolo del Partito Socialista Italiano ma come simboli del lavoro slegati dalla ideologia comunista e dai regimi comunisti dell'est. La Falce e il Martello con la Stella sono lo stemma dello Stato sovietico, da esso adottato all'inizio del 1918.

In Italia, lo stemma dello Stato sovietico fu ufficialmente adottato dal Partito Socialista Italiano il 2 ottobre 1919, all'indomani del Congresso di Bologna che aveva deciso di aderire all'Internazionale Comunista.

Sull'Avanti! del 13 ottobre 1919, sotto il titolo: "Riunione della direzione del PSI a Imola: Nicola Bombacci Segretario del Partito", si legge che la nuova direzione aveva deliberato "di adottare come simbolo lo stemma della Repubblica dei Soviet, il martello incrociato dalla falce e circondato da due spighe di grano".

Ora, dopo decenni, noi abbiamo preso questo simbolo russo, carico anche di storia italiana, e lo abbiamo accompagnato, con tutto il rispetto, in archivio e anche, per taluni forse con un certo affetto, perch� nella vita ci sono anche gli amori sbagliati. Ora, possono farlo benissimo anche i comunisti! Vedete, cari compagni, i simboli e i nomi non sono tutto, eppure hanno la loro importanza. Anche il nome ha la sua importanza.

In una prefazione al "Manifesto del Partito comunista" del 1848, nella sua edizione del 1890 Federico Engels scrive: "Quando comparve, non lo potemmo intitolare Manifesto socialista. Con questo aggettivo, nel 1847, si qualificavano due specie di individui: da un lato i seguaci dei vari sistemi utopistici, gi� ridotti a semplici sette agonizzati poco a poco, dall'altro i molteplici Dulcamara sociali che, con le loro varie panacee e con ogni sorta di rattoppi, volevano guarire le miserie sociali senza fare alcun male al capitale e al profitto. Nel 1847, socialismo significava un movimento borghese, comunismo un movimento operaio. Il socialismo, almeno nel continente, era una dottrina da salotti, il comunismo era giusto il contrario".

Come vedete � un giudizio legato ad una situazione data. La situazione di oggi � tanto diversa. Sul continente, per dirla con Engels, in Europa, un grande movimento socialista e democratico rappresenta il mondo del lavoro e il comunismo, sul continente, appare agli occhi del mondo come una ideologia e un sistema fallito.

Quando ero un ragazzo, mi fu spiegato, non solo nelle organizzazioni unitarie di cui facevo parte, ma anche all'interno del Partito socialista italiano, che l'Internazionale socialista e la dichiarazione di principi della Carta di Francoforte cioe' dei valori del socialismo democratico erano la quintessenza della reazione social-borghese di propaganda contro il comunismo ed il sacro pensiero di Marx e Lenin.

I principi della Carta di Francoforte dicevano a proposito del comunismo:

"Mentre i socialisti democratici cercano di realizzare la libert� e la giustizia sociale, i comunisti cercano di aggravare la lacerazione delle classi nella societ� esclusivamente per instaurare la dittatura di un solo partito, il partito comunista!Il Movimento comunista mondiale � lo strumento di un nuovo imperialismo; ovunque � giunto al potere, il movimento comunista ha distrutto la libert� e la possibilit� di conquistarla".

Su tutto aveva ragione questa dichiarazione, salvo che su questo ultimo punto. I popoli e non altri sono riusciti, nei Paesi Comunisti, a riaprire le vie della libert�. Ora vi sono Partiti comunisti che hanno cambiato simbolo e nome e tendono ad avanzare richieste di adesione alla Internazionale socialista. Tutto questo non pu� avvenire che sulla base di cambiamenti profondi e radicali. Noi abbiamo assunto un atteggiamento che � stato subito aperto e disponibile verso una possibile futura convergenza su di un terreno comune di unit� socialista. Diverse esperienze, diverse tradizioni, possono ricercare il terreno nuovo per portare verso una maggiore unit� e solidariet�, e quindi una maggiore forza, l'intero movimento socialista democratico.

Nel fondo del malessere politico che stiamo attraversando in questo momento, sta la crisi delle istituzioni. Ebbene, una grande riforma delle istituzioni ha bisogno di un largo consenso, ma anche di una maggioranza parlamentare determinata a raggiungere i suoi obiettivi di riforma. Oggi possiamo solo dire che siamo meno soli di ieri. Il malessere e l'insufficienza istituzionale sono avvertiti in modo crescente e noi pensiamo ad una riforma che faccia nascere una Repubblica presidenziale, pensiamo ad una Repubblica fondata su larghe autonomie. "L'han giurato, li ho visti in Pontida, convenuti dal monte e dal piano, l'han giurato e si strinser la mano cittadini di venti citt�". Il verso del poeta suona meglio che non la bestemmia: "meglio neri che terroni"! Forti autonomie regionali e locali non debbono significare forti separazioni.

Al contrario, ne devono uscire rafforzati i principi dell'unit� della Nazione, un amalgama pi� intenso tra i cittadini italiani. Una grande riforma non potr� essere messa all'ordine del giorno domani stesso, questo � evidente; ma non potr� neppure essere per troppo tempo rinviata. Bisogna, ad un certo punto decidere sul come fare a decidere, non escludendo di sottoporre la questione presidenziale al giudizio di un voto popolare mediante un referendum propositivo.

Sottoporre la questione presidenziale al giudizio di un voto popolare, per uscire da questa difficile stretta in cui le istituzioni deperiscono. Del resto, le istituzioni hanno bisogno non di una, ma di molte riforme, mentre le maggioranze parlamentari annaspano e governano a fatica. A questo si aggiunga la vita difficile delle coalizioni numerose, rumorose e poco amanti della solidariet� e della disciplina. Si aggiunga infine il protrarsi delle divisioni all'interno della DC.

Non so a che cosa si sia riferito l'onorevole Forlani parlando di "giri di valzer". Quello che tutti vedono � che "giri di valzer", di tango, di mazurka e di lambada si moltiplicano all'interno della Democrazia Cristiana. Noi avevamo avvertito che se queste divisioni si fossero trasferite nella sfera parlamentare e di Governo, sarebbe sorto un problema. Ed ora il problema � sorto. Abbiamo chiesto un chiarimento e non si pu� dire che la nostra richiesta sia rimasta totalmente senza risposta.

Difatti, alcune risposte sembrano venire, ma esse vanno nel senso esattamente contrario a quello che sarebbe necessario per rovesciare le tendenze al logoramento e alla crisi. Diciamoci la verit�: c'� stato un Governo per quattro anni a direzione socialista. Il Partito Socialista ha avuto, nei confronti di questo Governo, un atteggiamento di solidariet�, di lealt� e di compattezza. E questo sempre, anche quando aveva buone ragioni per non averlo. Ora la Democrazia Cristiana.

Riserva ai governi a direzione DC un comportamento che � assai diverso. Se manovre ci sono, queste sono nate e si sviluppano all'interno della Democrazia Cristiana, con una incredibile irresponsabilit� destabilizzante.

Noi non intendiamo dettar legge a nessuno, salvo che a noi stessi. Devo dire molto francamente e serenamente che non siamo in condizioni di reggere anche il peso di provocazioni provenienti da settori non secondari del partito di maggioranza relativa. Di fronte al ripetersi di tali provocazioni, noi, come abbiamo gi� annunciato, ci collocheremo su di una posizione diversa dall'attuale. Andiamo verso momenti di evidente difficolt� politica. Ci attende una prova elettorale particolarmente impegnativa.

Le prospettive politiche della legislatura si sono fatte incerte. In questo stato di cose, il Partito Socialista Italiano ha assolutamente bisogno della sua unit�. Guardiamoci attorno e vedremo una catena di divisioni, di frantumazione, di polemiche, che dividono le forze politiche siano esse piccole o grandi. Le frantumazioni sono diffuse e costituiscono, nell'insieme, un elemento di debolezza della vita democratica. La nostra unit� nasce dalle nostre esperienze, dalle nostre e da quelle delle generazioni che ci hanno preceduto. Essa � quindi frutto di maturit� e di responsabilit�. � una unit� che nasce non dalla coercizione di qualcuno ma dalla convinzione che diversamente il nostro sarebbe un ruolo subalterno, che il nostro campo sarebbe invaso, che le nostre possibilit� di successo si ridurrebbero, come � gi� avvenuto in altre epoche. Per portare avanti il programma politico ambizioso che si racchiude nella parola d'ordine dell'unit� socialista, abbiamo bisogno di tutta la nostra unit� e di maggior forza. Dodici anni fa, parlando al Congresso socialista di Torino, richiamavo l'attenzione dei delegati di allora su una lunga riflessione di Carlo Rosselli a proposito del socialismo.

In questa Conferenza, che si � aperta all'insegna di un programma di socialismo liberale, vorrei riproporla alla vostra attenzione. Scriveva Rosselli: Che un socialista pu� rinnovarsi, mostrando di saper studiare, soffrire, meditare e capire meglio e pi� a fondo i problemi della storia italiana lontana e vicina … Che il socialismo senza democrazia significa fatalmente dittatura e dittatura significa uomini servi, numeri e non coscienze, prodotti e non produttori e significa quindi negare i fini primi del socialismo. Che la libert�, presupposto della vita morale cos� del singolo come della collettivit�, � il pi� efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo … che lo spauracchio della rivoluzione violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti e meno acqua al mulino reazionario. Che il socialismo non si decreta dall'alto ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura. Che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti". ci� che diceva Rosselli ed � ci� che ci ha ripetuto stamani Norberto Bobbio. Ebbene, il messaggio che rivolgiamo da Rimini al Paese � insieme un programma di riformismo moderno imperniato su grandi obiettivi di rinnovamento istituzionale, di modernizzazione e di eguaglianza sociale, ed una richiesta di fare pi� forte il socialismo liberale per incoraggiarlo e sostenerlo verso una prospettiva d'avvenire.

Bettino Craxi 1990

 

 

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