Georges Ripka

Su Georges Ripka Betrand Russell Italo Svevo

 

Nel corso del ventesimo secolo, il nucleare si è imposto all’attenzione di tutti. Tanti sono stati i filosofi, i letterati, gli scienziati e gl’intellettuali in genere, a porsi domande di carattere etico circa l’utilizzo dell’impressionante forza sprigionabile dai nuclei. Le opinioni sono state tantissime, spesso divergenti. Per iniziare ad avere un quadro più o meno completo dell’impatto che avuto l’energia nucleare nell’immaginario collettivo, prima di soffermarsi sulle parole di Bertrand Russell e di Italo Svevo, propongo la lettura di queste intensissime considerazioni del fisico teorico francese Georges Ripka, che disegna un ritratto generale di questa situazione:

 “…Il fascino e la paura: ieri il nucleare, oggi la biologia

  Il nucleo dell'atomo è stato scoperto solo nel XX secolo. La paura del nucleare è dunque un fenomeno moderno. Il nucleare è apparso in un mondo bellicoso, già molto interconnesso. Il tema è molto ben documentato. Spencer Weart gli ha dedicato un'opera mirabile. Fonte di energia illimitata, generatore di bombe di cui nessuno aveva previsto il potere distruttivo, il nucleare fa sognare e tremare. L'aspetto sociologico del nucleare, che mette in gioco interessi politici e finanziari considerevoli, è ampiamente trattato nei libri, sulla stampa e dai mezzi di comunicazione. Non parleremo qui delle lobby petrolifere che combattono le lobby nucleari, dell'ascesa dei Verdi in politica e delle impennate d'orgoglio delle lobby militari. Descriveremo il nucleare come lo percepisce l'animo umano. È più semplice e meno contingente. La fascinazione e l'entusiasmo hanno preceduto la paura. In generale, le scoperte scientifiche sono ben accolte. Sia che promettano un mondo migliore - com'è il caso dell'elettricità e della radio - sia che affascinino - come la dinamica di Newton, i buchi neri e il big bang. La fascinazione investe gli scienziati come il pubblico, per motivi senza dubbio comuni. All'inizio del XX secolo si pensava che la scienza garantisse l'abbondanza, la fraternità e la saggezza. Il chimico Berthelot dichiarava che nel 2000 la terra sarebbe stata un giardino abitata da un'umanità più gentile e più felice, che avrebbe vissuto un'età dell'oro, con a disposizione ogni ben di Dio. La scoperta della radioattività e dell'energia insospettata racchiusa nei nuclei ha sollevato una speranza analoga. I Curie avevano appena reso noto che il radio emetteva radiazioni spontaneamente, che già i giornali dichiaravano che questo metallo poteva rivaleggiare con il Sole in fatto di emissione di calore e di luce. Secondo Gustave Le Bon, questo scrittore che si faceva passare per scienziato e infastidiva i Curie, "i poveri diventeranno uguali ai ricchi e i problemi sociali scompariranno". Un po' di polvere di radio, esposta nel 1903 al Museo di storia naturale di New York, attira una folla immensa.

Marie Curie

Marie Curie (Varsavia 1867 – Sancellomoz 1934). Fu la prima donna a vincere il premio Nobel. Affiancata dal marito Pierre, Marie Curie dedicò la sua vita allo studio dei fenomeni che ella stessa denominò radioattivi, scoprendo tra l'altro gli elementi radio e polonio. Morì a causa della sovraesposizione alle radiazioni.

 

Nel 1934 Waldemar Kaempflert, redattore scientifico del New York Times, dichiara: "Un solo edificio, delle dimensioni di un ufficio di posta di una piccola città, sarà sufficiente a contenere tutti i macchinari necessari per produrre l'energia nucleare di cui gli Stati Uniti avranno bisogno… Quando la trasmutazione comincerà a essere un processo di ordinaria amministrazione, l'oro diventerà un rifiuto industriale, buono giusto per la copertura delle abitazioni". All'epoca si riteneva anche che la radioattività stimolasse la vita. Nel 1903 Soddy, il collaboratore di Rutherford, suggeriva che ai malati di tubercolosi potesse far bene aspirare del gas radioattivo (la penicillina ancora non esisteva). Pierre Curie e altri scoprivano la presenza di radioattività nelle acque minerali e suggerivano che questa attribuisse loro proprietà benefiche. Fino agli anni '60 alcune acque minerali vantavano ancora, sull'etichetta, di possedere "radioattività naturale". Ma nel 1927 Herman Muller scopriva un tasso anomalo di mutazioni in mosche fortemente irradiate. Questa scoperta, anche se inquietante, all'inizio avrebbe suscitato ancora delle speranze - quella di dare una piccola spinta all'evoluzione. Queste meravigliose promesse si sono rapidamente diffuse nella popolazione. Hanno anche nutrito l'infanzia di quelli che sarebbero diventati i grandi fisici di questo secolo. La paura del nucleare prende forma solo intorno al 1930. I poteri di questi misteriosi nuclei atomici divennero fonte di paura perché ciò che possiede il potere di trasformare la natura vivente possiede anche il potere di distruggerla. I fisici, che spiegavano di dover rompere i nuclei per carpirne il mistero, richiamavano gli alchimisti, i quali volevano anch'essi rompere per ricostruire. Non è un caso se la scienza nucleare aveva un fondo di fantascienza. Un fisico nucleare francese dell'anteguerra diceva che il suo lavoro gli ricordava le opere di Jules Verne. Un altro evocava La liberazione del mondo, dove H.G. Wells prevedeva che la scoperta della radioattività artificiale si sarebbe avuta nel 1933, quella dell'energia nucleare nel 1953 e la prima utilizzazione della bomba atomica nel 1956. Léo Szilard confessa di essere stato direttamente ispirato dal libro di Wells al momento di scoprire la reazione a catena, e lo cita anzi nel suo primo articolo sulla costruzione di un reattore nucleare. La speranza sollevata da queste opere ha contribuito al finanziamento delle ricerche così come al reclutamento dei giovani ricercatori che per decenni hanno portato avanti la scienza nucleare. Il tornaconto, di cui il nucleare rendeva depositari gli uomini, non era l'unico motivo della sua attrazione. Il nucleare alimentava un altro aspetto dell'animo umano: il fascino che esercita sull'uomo ogni potere a lui superiore. Chiunque abbia calpestato il suolo caldo di un vulcano attivo ne avrà avuto esperienza. Le esplosioni delle bombe atomiche non fanno eccezione. Le testimonianze sono numerose, eloquenti, esse stesse affascinanti. Descrivendo l'esplosione della prima bomba atomica in un deserto del Nevada, il generale Thomas Farrell evoca il suono della detonazione: un tuono lungo e potente, restituito dall'eco delle lontane montagne, che "ci ricordò il giudizio universale e ci fece pensare di avere compiuto un atto blasfemo osando giocare con forze che fino ad allora erano riservate all'Onnipotente". In un'altra occasione un osservatore riferisce che i testimoni dell'esplosione reagirono con commenti sottovoce, come a indicare un atteggiamento di venerazione, come se avessero percepito qualcosa che travalicava lo spazio dei mortali. Il fisico Freeman Dyson ha avuto la lucidità di confessarlo: "L'ho sentito di persona lo scoppio dell'arma nucleare. È irresistibile quando la affrontate dal punto di vista dello scienziato. Sentirla emettere quella stessa energia che fa brillare le stelle ed elevare al cielo un milione di tonnellate di roccia". Nel 1947 Oppenheimer espresse quello che divenne immediatamente un cliché, dicendo che gli scienziati avevano "conosciuto il peccato". La fascinazione che prova lo scienziato è facilmente percepita anche dal pubblico, che ne trae così un motivo per credere nel nucleare. Il settimanale Time suggerì che gli scienziati nucleari entrarono in politica perché si sentivano "colpevoli". Einstein disse che quelli che avevano lavorato alla bomba erano spinti a operare per la pace a mo' di espiazione. C.P. Snow fa una distinzione tra gli scienziati e gli ingegneri che hanno partecipato all'ideazione della bomba atomica. "Gli ingegneri… quelli che costruivano le macchine, che utilizzavano il sapere per farle funzionare, erano, nove su dieci, politicamente conservatori, accettando qualunque regime in cui si trovassero, interessati a far funzionare le loro macchine, indifferenti alle conseguenze sociali a lungo termine. Mentre i fisici, che avevano consacrato la loro vita alla scoperta di nuove verità, non trovavano naturale non interrogarsi quando rivolgevano lo sguardo alla società. Erano ribelli, interrogatori, protestatari, curiosi del futuro e incapaci di resistere alla tentazione di plasmarlo. In America, in Russia e in Germania gli ingegneri restavano attaccati al loro lavoro e non davano nessun fastidio. Non era tra le loro fila ma tra quelle degli scienziati che si trovavano gli eretici, i precursori, i martiri e i traditori".

 

Albert Einstein

Albert Einstein (Ulma, 1879 – Princetown, New Jersey, 1955). Albert Einstein è considerato uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi. Nel 1905 pubblicò tre articoli, sulla natura quantistica della luce, sul moto molecolare e sulla teoria della relatività ristretta, destinati a rivoluzionare la conoscenza scientifica e tutta la cultura occidentale. La sua autorevolezza si fece sentire, oltre che nel campo della fisica, anche in ambito sociale, politico e culturale. Einstein si pronunciò a favore della non violenza e, soprattutto, fu un attivo sostenitore della lotta contro la proliferazione delle armi nucleari.

 

Ma C.P. Snow, lui stesso fisico molecolare, non assegna agli scienziati la parte di maggior prestigio? Un altro fisico, Freeman Dyson, offre un'immagine diversa: "Fino al 1982 sei paesi avevano apertamente acquisito lo status di potenze nucleari: Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia, Cina e India. Per quanto concerne i primi paesi, o forse tutti e sei, è certo che furono gli scienziati e non i generali a prendere l'iniziativa di creare i programmi di costruzione delle armi nucleari. In tutti i casi conosciuti, gli scienziati erano motivati a costruire le armi nucleari da sentimenti di orgoglio professionale e dovere patriottico. La costruzione della bomba era una sfida tecnica che suscitava gli istinti più competitivi… Non è esagerato dire che i programmi nucleari inglesi e francesi erano dettati più dall'orgoglio degli scienziati che da un'analisi accurata delle necessità strategiche. Si può dire la stessa cosa del programma americano per la bomba H". Il doppio risvolto della formidabile e temibile energia riposta nel nucleo dell'atomo si rivelò al momento dell'esplosione delle prime bombe atomiche, nel 1945. Quando il progetto Manhattan fu reso noto al pubblico, fu l'elemento di segretezza ad affascinare. Decina di migliaia di persone vi avevano lavorato senza avere la minima idea di ciò che stavano fabbricando! In realtà il segreto più importante - ossia che le bombe atomiche erano realizzabili - fu rivelato a Hiroshima. I reattori nucleari erano, in origine, semplici e prosaici generatori di vapore acqueo ad alta temperatura. Tuttavia, fin dal momento della loro concezione, erano percepiti come appartenenti a una vasta struttura mitica - di qui un incitamento a costruirli altrettanto forte delle ragioni economiche. Da allora sono condannati a restare attaccati a questa struttura mitica. Gli scienziati stessi contribuirono a diffondere la paura, non tanto perché la provassero essi stessi, ma perché la paura suscitava interesse. Le conferenze tecniche annoiavano, mentre gli avvertimenti sulla fine del mondo elettrizzavano l'auditorio. Perfino le precauzioni prese in laboratorio suscitano la paura. Charles Noël Martin evoca l'immagine di una persona che, dietro un vetro, sorveglia la mano meccanica che apre una bottiglia piena di isotopi radioattivi. In questo legge il simbolo di "un'umanità sempre più meccanizzata, avida di strappare alla natura i segreti eterni e, allo stesso tempo, timorosa dell'ignoto che potrebbe scaturire da questa semplice bottiglia". Rappresentazione moderna del vaso di Pandora. La paura è un istinto facile da scatenare. Avvicinandosi alla località dove si costruiva il laboratorio di Brookhaven, negli Stati Uniti, dei piloti d'aereo, la cui traiettoria sorvolava il futuro laboratorio, chiesero se rischiavano di diventare sterili. Una donna, che abitava non lontano da lì, chiese se la radiazione poteva renderla incinta. Altri abitanti del posto si lamentavano perché gas misteriosi li facevano ammalare. Tutto questo avveniva all'inizio del 1947, prima ancora che a Brookhaven fosse introdotta la minima traccia di sostanza radioattiva. Il cinema è un riflesso fedele di questa paura. Susan Sontag ha suggerito che, non avendo il coraggio di pensare alla guerra nucleare, il pubblico proiettò la sua paura sotto forma di mostri, in modo da venirne a capo indirettamente. Queste creature provocarono un'iconografia particolarmente orribile. Contrariamente ai Dracula della generazione precedente, i mostri radioattivi degli anni '50 erano letteralmente disumani, senza intelligenza né sentimenti. In film come X The Unknown (Hammer, 1958) o Il mostro magnetico (Siodmak, 1953), il mondo era minacciato da "cose" viventi, non animali, una specie di fanghiglia fosforescente che si spostava alla cieca alla ricerca di isotopi. È di gran lunga più utile capire questa paura che farsene beffe. L'evocazione delle distruzioni di massa delle bombe a volte è accompagnata dal sogno di un mondo nuovo. Come un tornado fornisce nuova vita a una foresta eliminando gli alberi deboli e marci, così una guerra buona potrebbe liberare il mondo dai deboli e dai cattivi. È quel che scrive Pat Franck nel libro Alas Babylon. Gli americani precisano che una guerra nucleare potrebbe liberare la terra dai comunisti. Il filosofo e matematico Bertrand Russell l'aveva già preconizzato prima di diventare uno dei più tenaci oppositori della guerra nucleare. Negli anni 1950 il partito comunista cinese spiega che il suo sistema sopravviverebbe intatto tra le rovine dei nemici. Le grandi potenze politiche, poco rassicuranti all'occorrenza, fanno ogni genere di allusioni alla possibilità di purificare la società (degli altri) mediante un passaggio attraverso le fiamme e il caos - esattamente come del piombo trasmutato in oro. Poco a poco la paura invade i settori del nucleare. Un manifesto tipico del SANE dichiarava: "Le bombe nucleari possono annientare ogni vita sulla terra… già oggi gli esperimenti nucleari mettono in pericolo la nostre salute".

Le bottiglie di Hiroshima

Le bottiglie di Hiroshima. Queste due bottiglie di vetro si sono deformate a causa del calore dovuto alla scoppio della bomba atomica. Immagini dall’impatto sconvolgente come questa fecero il giro del mondo e plasmarono con forza l’opinione pubblica nei riguardi dell’energia nucleare in genere.  

 Il pubblico comincia a preoccuparsi della contaminazione radioattiva. La paura della guerra si aggiunge allo stronzio-90 nel latte. I dirigenti del movimento, tra cui Bertrand Russell, erano perfino convinti che l'esistenza stessa della bombe producesse la contaminazione. Durante la crisi cubana dell'ottobre 1962 la paura del nucleare si fa attualità. Molte persone temono che il giorno dopo potrebbero non esserci più. Ad avere più paura sono quelli che raccomandavano la dissuasione. Il segretario di Stato George Ball chiede a sua moglie di trasformare la loro cantina in un rifugio contro la pioggia radioattiva. Léo Szilard, che durante la sua vita ne aveva già viste altre di situazioni drammatiche, vola in Svizzera. Ma gli atti danno una giusta misura della paura? Solo un americano su otto si costruì un rifugio antiatomico. Un'inchiesta mostrò che un terzo di loro aveva discusso in famiglia ciò che avrebbero fatto se la crisi cubana fosse degenerata in guerra. Ma solo uno su venti pensò di lasciare la propria abitazione. La maggioranza della gente dimostrava coerenza tre le proprie convinzioni e azioni solo nella misura in cui riteneva la guerra improbabile. Le contraddizioni restano comunque presenti. Interrogati sulla probabilità della guerra, un terzo degli americani risponde affermativamente. Nel 1962 Kennedy convocò degli psicologi e li incaricò di analizzare il comportamento dei cittadini. Essi giunsero alla conclusione che i cittadini erano vittime di una "dissonanza cognitiva" - termine allora molto in voga tra gli psicologi - che impediva loro di agire. Secondo questa teoria, le persone nutrivano convinzioni contraddittorie, non interamente espresse. E spinte a riconoscere queste loro contraddizioni, cercavano sia di modificare le loro convinzioni sia le loro azioni. Verso la fine del decennio 1960-70 la paura del nucleare diminuisce in maniera sorprendente. Quando nel 1986 c'è l'esplosione della centrale di Chernobyl la paura e il sospetto verso il nucleare è già un'ideologia ostentata e ben radicata nella mente della gente. Oggi un reattore, intravisto da un treno, fa paura. Più che le migliaia di bombe di cui ancora dispongono le grandi potenze, è la radioattività indotta dal nucleare civile a destare timore. Sotterrare dei rifiuti nucleari, che resteranno radioattivi per millenni, equivale a violentare e avvelenare il pianeta. Che ne sarà di questi rifiuti tra qualche migliaio di anni sembra più preoccupante dell'esaurimento dei combustibili fossili tra un secolo o due. Più preoccupante perfino dell'esplosione demografica che è sotto i nostri occhi. Quando si accenna a un incidente nucleare il pubblico diffida degli argomenti statistici e dei calcoli presentati da specialisti che vantano un sapere non condiviso. Oggi lo scenario già visto con il nucleare si appresta a ripetersi sotto i nostri occhi in biologia, secondo un ritmo accelerato dall'esplosione demografica sul pianeta. Freeman Dyson afferma: "Saper scrivere il linguaggio del Dna e comprenderne tutte le sottigliezze ci fornirà i mezzi per giocare il ruolo di Dio, per costruire uno Jurassic Park e riempirlo di dinosauri che avremo modellato noi stessi". Fobie ancestrali ci proteggono dai serpenti, i ragni, i ratti, le altitudini e, a rigore, i coltelli. Ci è mancato però il tempo per sviluppare una forma istintiva di prevenzione contro strumenti moderni come i fucili e le prese elettriche. La scienza ispira una paura di un altro tipo: quella della non-assuefazione al pericolo. Il sociobiologo Edward O. Wilson ne ha coscienza quando evoca un futuro inquietante: "La genetica umana si sviluppa rapidamente come le altre branche della scienza. Con il tempo si accumuleranno conoscenze sulle basi genetiche del comportamento sociale e l'ingegneria molecolare ci fornirà il modo di modificare i sistemi genetici e di procedere a una selezione rapida attraverso la clonazione. La specie umana è capace di modificare la sua stessa natura. Quale sceglierà? Continuerà a mantenersi in un equilibrio instabile, imbastito su un materiale discutibile, frutto di adattamenti - in parte obsoleti - risalenti all'epoca glaciale? O avanzerà in direzione di una maggiore intelligenza e creatività, accompagnata da una maggiore - o più debole - emotività? Pezzo per pezzo, potrebbero essere instaurati nuovi schemi di comportamento sociale. Potrebbe diventare possibile imitare geneticamente la famiglia quasi perfetta del gibbone dalle mani bianche o le armoniose società sororali delle api. Stiamo parlando dell'essenza stessa dell'umanità. Forse esiste già nella nostra natura qualcosa che ci impedirà di procedere a simili cambiamenti. In ogni caso, e per fortuna, questo dilemma appartiene alle generazioni del futuro".

 Lo scienziato in sé

 Per diventare tale, lo scienziato studia parecchi anni, durante i quali è selezionato a più riprese a scapito dei suoi concorrenti. Impara le matematiche e si forma in laboratori dove acquista conoscenze e competenze molto specialistiche. Non cerca di isolarsi, ma alla fine del percorso constata di essere solo. Una barriera lo separa da quelli che non l'hanno seguito. Ormai potrà giudicarsi solo specchiandosi nell'immagine di quelli che l'hanno accompagnato. La comunicazione non supera la barriera. I suoi lavori - lui stesso, a volte - sono percepiti con rispetto, ma anche con timore e sospetto. Spesso viene ignorato quanto sia difficile per lo scienziato vivere questo isolamento. Come ogni essere umano egli prova il bisogno di comunicare, di essere compreso dalla famiglia. Famiglia che, in generale, non ha la minima idea di ciò che fa; osserva solo i suoi umori, i suoi avanzamenti di carriera, i suoi viaggi e lo spazio occupato dai suoi libri e dalle sue pubblicazioni. Lo scienziato ne soffre, perché si sente per sempre prigioniero in questa torre d'avorio dove gli altri lo accusano di rifugiarsi. Con un piede nel laboratorio e l'altro nella vita familiare e sociale, conduce una vita zoppicante. Impossibilitato a comunicare con i suoi consimili, come può valutare cosa c'è di disumano nel mestiere che svolge? Inoltre lo scienziato non eccelle nel rassicurare il pubblico. Consideriamo qualche episodio recente. A dodici anni dall'esplosione, nel 1986, del reattore nucleare di Chernobyl, su un massiccio montagnoso si scoprono delle piante rese radioattive dalla ricaduta di quelle polveri. Poi si scoprono dei camion che trasportano rifiuti radioattivi in impianti per il ritrattamento e che esibiscono un tasso di radioattività molto superiore al livello consentito dalla legge. Chi ne ha paura? Non il fisico nucleare, certo, né l'ingegnere che lavora in una centrale. Lo scienziato affermerà che non c'è motivo di allarmarsi, perché egli sa misurare la radioattività e spesso ne ha osservato gli effetti. Se un dubbio sfiorasse la sua mente, misurerebbe la radioattività da sé o, ciò che è più importante, saprebbe a chi rivolgersi per avere informazioni affidabili, espresse in un linguaggio che comprende perfettamente bene. Per tranquillizzarsi, o per allarmarsi, non deve superare nessuna barriera. Quando vuole essere rassicurante, l'esperto scienziato nucleare è creduto solo a metà da quelli che stanno dall'altra parte della barriera. Alcuni scienziati interpretano male la questione e sono convinti che basterebbe educare il popolo ignorante perché cessino queste paure da lui giudicate irrazionali e dettate da superstizione. Il disdegno che traspare da questo atteggiamento è tuttora percepito e giustifica la diffidenza che egli suscita. Lo scienziato nucleare capirebbe meglio il suo pubblico se osservasse la propria reazione ai pericoli che presentano le ricerche in un settore vicino al suo come la biologia. Egli, infatti, teme l'ingegneria genetica, le piante transgeniche e la clonazione né più né meno che il dentista o il parrucchiere. Esistono certamente dei linguaggi comuni - l'uso delle statistiche, per esempio - che possono aiutare il biologo a tranquillizzare l'ingegnere nucleare, e viceversa. Ma questo bagaglio comune non è troppo pesante e la barriera che separa il fisico da un biologo è più o meno la stessa che li separa dagli altri individui. La parola "scientifico" copre dei settori, delle problematiche e delle discipline così distanti che a volte non se ne capisce bene l'utilità.

 Conclusione: seduzione e astrazione

 Un pericolo incombe sullo scienziato: è l'attrazione estetica che l'opera esercita sul suo creatore. Ogni studio, ogni opera d'arte, ogni sistema si presta a uno sviluppo che costituisce l'essenza del lavoro del creatore. Questo sviluppo è un percorso che segue una propria logica. Travolge e astrae il creatore dal mondo da cui proviene e che condivide con il suo entourage. Man mano che l'opera si articola e che lo sviluppo ne rivela tutta la ricchezza, tra lui e lei si stabilisce un autentico rapporto amoroso. Il creatore sollecita la sua opera, che gli risponde. E la riuscita di un esperimento dà allo scienziato una tale gioia che vuole ripeterlo. È in questo preciso momento che incombe il pericolo. Lo scienziato è tentato di consacrare tutto alla sua opera, quale ne sia il prezzo e la posta. Il rapporto che il creatore intrattiene con la sua opera può essere non più che un gioco innocente quando si tratta, per esempio, della scoperta dell'algebra dei numeri immaginari. Lo è già di meno quando l'esperimento esige il sacrificio di animali, e non lo è più per niente quando l'oggetto d'arte è una bomba atomica. Kafka ha estratto il succo della passione che lega il creatore alla sua opera in un racconto sbalorditivo - Nella colonia penale (1919) - dove un ufficiale si sottopone a delle mutilazioni a opera di uno strumento di tortura che descrive con amore e al quale aveva sottoposto moltissimi condannati. È questa condizione che la letteratura stigmatizza. Lo scienziato può giustamente non riconoscersi in essa, ma deve nondimeno riconoscerne la tentazione se vuole evitare di caderci.”

 In sottofondo: J. S. Bach, Canone n. 13 alla Duodecima in Contrappunto alla quinta da L'arte della fuga, BWV 1080
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