Tamiki Hara, un abitante di Hiroshima suicidatosi nel
1951, descrive con dovizia di particolari, le immediate conseguenze sulle
persone e sulle cose dell’esplosione di “Little Boy”, la prima bomba
atomica usata per scopi bellici:
Poi il mondo intorno mi ritorno visibile, benché
ancora non nettamente, ed ebbi l’impressione di trovarmi sui luoghi di un
immenso cataclisma. Dietro la spessa nuvola di polvere apparve un primo spazio
blu, seguito ben presto da altri spazi blu sempre più numerosi.
Brevi fiammate cominciarono a sprizzare
dall’edificio vicino, un deposito di prodotti farmaceutici. Era tempo di
abbandonare quei luoghi. In compagnia di K., mi aprii la strada fra le
macerie.
Fumate vorticose si elevavano da tutte le case in
rovina. Raggiungemmo un posto in cui le fiamme mandavano un calore
insopportabile. Poi trovammo un’altra strada che ci portò fino al ponte di
Sakai. Il numero dei profughi che affluiva verso quel posto aumentava sempre.
Io presi la direzione del palazzo Izumi. I cespugli calpestati dalle persone
in fuga avevano formato una specie di passerella. Gli alberi erano quasi tutti
decapitati.
Ciascuno dapprincipio pensava che solo la casa sua
fosse stata colpita; ma, una volta al di fuori, ci si accorgeva che tutto era
stato distrutto. Tuttavia, benché le case fossero completamente distrutte, in
nessun posto si vedevano quelle buche che normalmente facevano le bombe.
Sull’altra sponda, l’incendio, che sembrava essersi calmato, riprese a
divampare. Improvvisamente, nel cielo, al di sopra del fiume, vidi una massa
d’aria straordinariamente trasparente che risaliva la corrente. Ebbi appena
il tempo di gridare “Una tromba” che già un vento terribile ci colpì. I
cespugli e gli alberi si misero a tremare; alcuni furono proiettati in aria da
dove ricaddero come saette sul tetro caos. Si aveva l’impressione che il
riflesso verde di un orribile inferno venisse a stendersi al di sopra della
terra.
Dopo il passaggio della tromba, ben presto il
crepuscolo invase il cielo. Incontrai mio fratello maggiore il cui viso era
ricoperto come da una sottile pellicola di pittura grigia. Il dorso della sua
camicia era ridotto a brandelli e scopriva una larga lesione che somigliava ad
un colpo di sole.
Risalendo con lui la stretta banchina che costeggia il
fiume alla ricerca di un traghetto, vidi una quantità di persone
completamente sfigurate. Ve ne erano lungo tutto il fiume e le loro ombre si
proiettavano nell’acqua. I loro visi erano così orrendamente gonfiati che
appena si potevano distinguere gli uomini dalle donne. I loro occhi erano
ridotti allo stato di fessure e le loro labbra erano colpite da forte
infiammazione.
Erano quasi tutti agonizzanti ed i loro corpi malati
erano nudi. Quando passavamo vicino a questi gruppi, ci gridavano con voce
dolce e debole “Dateci un po’ d’acqua”, “Soccorretemi, per
favore”; quasi tutti avevano qualcosa da chiederci.
Il cadavere nudo di un ragazzo giaceva nel fiume e, ad
un metro di distanza, accovacciate su un gradino, si trovavano due donne.
Riconoscemmo che erano donne soltanto per la loro acconciatura metà bruciata.
Trovammo infine un piccolo traghetto e, remando, giungemmo all’altra riva.
Era quasi notte quando toccammo terra. Anche da questa parte sembrava che ci
fossero molti feriti.
Un soldato accovacciato sui bordi dell’acqua mi
chiese di dargli un po’ d’acqua calda. Appoggiandosi alla mia spalla,
camminava sulla sabbia con sforzo. Bruscamente mi disse: “Sarebbe meglio
esser morti”. Acconsentii in silenzio e, in quel momento, senza scambiare
una sola parola, ci trovammo tutti e due riuniti in un incontenibile collera
davanti alla pazzia che ci circondava.
Seduto ad una tavole, un uomo dalla testa enorme e
bruciata bevevo acqua calda in una tazza di tè. Il suo strano viso sembrava
fatto di una serie di grani di soia neri; inoltre i suoi capelli erano
tagliati orizzontalmente all’altezza delle orecchie.
Soltanto
più tardi, dopo aver incontrato molti altri ustionati con i capelli tagliati
orizzontalmente, finii per capire che le loro capigliature erano state
distrutte sino al bordo dei loro cappelli.
Al momento della marea, lasciammo la riva per risalire
sulla banchina. Con l’oscurità, la notte si trasformava in inferno. Si
udivano grida dappertutto “Da bere, da bere!”.
Improvvisamente un allarme: da qualche parte una
sirena doveva esser rimasta intatta. Il suo urlo lacerò la notte. La città
continuava a fiammeggiare: a valle, si scorgeva il bagliore incerto
dell’incendio.
Nel quartiere del tempio, numerosi feriti gravi erano
sdraiati un po’ dappertutto, per terra. Non un albero, non una tenda per dar
loro un po’ d’ombra. Noi ci costruimmo un riparo appoggiando pezzi di
tavole contro un muro e scivolammo lì sotto. Dovemmo passare ventiquattrore
in quel breve spazio dividendolo in sei. Due metri più lontano c’era un
ciliegio che aveva conservato qualche foglia. Due studentesse si erano
lasciate cadere sotto questo albero; avevano tutte e due il viso carbonizzato
e, volgendo il loro magro dorso al sole, supplicavano che si desse loro un
po’ d’acqua. Erano giunte il giorno prima ad Hiroshima per partecipare
alla mietitura e così erano state colpite da questa grande disgrazia. Il sole
era al suo declino…
Anche prima del levar del giorno, ascoltavamo introno
a noi il mormorio ininterrotto delle preghiere: in quell’angolo le persone
sembrava morissero l’una dopo l’altra. Le due studentesse morirono
all’alba.
Nuovo allarme verso mezzogiorno; si intese un rombo
nel cielo. Le persone morivano l’una dopo l’altra e nessuno veniva a
portar via i cadaveri. Con l’aria sconvolta, i vivi erravano tra i corpi.
Uno spazio vuoto e grigio si estendeva sotto un cielo
di piombo. Soltanto le strade, i ponti ed i bracci del fiume erano
riconoscibili. Nell’acqua galleggiavano cadaveri dilaniati, gonfiati. Era
l’inferno divenuto realtà”.