Capitolo
IV
L’essenza delle ideologie Totalitarie e Democratiche in
filosofia e letteratura
1.1
Interpretazione errata della volontà di potenza di Nietzsche: quando
Zarathustra divenne Hitler
Nietzsche è forse il miglior interprete
della fine di un mondo e del bisogno di rinnovamento di tutta un'epoca: profeta
insieme della decadenza e della rinascita, dà origine alle interpretazioni più
discordi, che si tradurranno nelle influenze più diverse. Volta a volta
materialista o antipositivista, esistenzialista o profeta del nazismo, il
filosofo condivide tutte le ambiguità delle avanguardie intellettuali e
artistiche borghesi del primo novecento e non a caso diverrà oggetto, in Italia,
dell'interpretazione estetizzante di Gabriele D'Annunzio esercitando un
indiscutibile fascino sui futuristi. Nietzsche divenne così il filosofo della
crisi, il fondatore d'un modo di pensare nuovo.Quanto alla sua idea del
superuomo, inteso come il giusto trionfatore di una massa di deboli o schiavi,
va senza dubbio corretta. Nietzsche non fu l'estensore d'un vangelo della
violenza, ma intese porre le condizioni di sviluppo d'una civiltà e di un'idea
dell'uomo radicalmente rinnovate. Nietzsche è uno scrittore asistematico e
estremamente originale, la cui produzione si staglia solitaria nel panorama
della storia della filosofia moderna e contemporanea. Le opere della maturità,
in particolare, sono scritte con uno stile aforistico e poetico: lirismo, tono
profetico e filosofia si mescolano in maniera inestricabile, rendendo spesso
difficile e riduttiva l'interpretazione. Rimane costante nell'opera di Nietzsche
un'ambiguità di fondo, un'ambiguità socio-politica che ha dato adito a
contrastanti strumentalizzazioni politiche. Il filosofo, infatti, non specifica
mai espressamente chi debba essere il soggetto della volontà di potenza: il
superuomo. Molti critici hanno identificato il superuomo in una umanità vivente
in modo libero e creativo, ma, molti altri lo hanno limitato ad un'élite che
esercita la sua volontà di potenza non solo nei riguardi della caoticità del
mondo, ma anche verso il prossimo. A ciò bisogna aggiungere il problema degli
scritti postumi: la ricostruzione sistematica operata dalla sorella Elisabeth e
da uno dei discepoli di Nietzsche, oltre a essere ideologicamente discutibile e
largamente responsabile delle interpretazioni naziste del pensiero dei filosofo,
va contro il suo rifiuto netto di ogni sistema filosofico e contro il fascino
vivissimo per la forma del frammento e dell'aforisma. L'edizione critica di
tutti gli scritti di Nietzsche, a cura di due italiani, G. Colli e M. Montinari,
ha restituito, però, l'integrità dei frammenti secondo un ordine cronologico e
ha dimostrato come "La volontà di potenza" pubblicata nel 1906 è un'opera
profondamente manipolata e addomesticata. L’ideologia nazista lesse la teoria
del superuomo in una chiave politica, essi credevano che il filosofo volesse in
questo modo profetizzare e annunciare l’arrivo di una classe di persone degne di
comandare sul mondo intero. Le stesse caratteristiche
dell’ubermensch vennero enormemente fraintese dai
nazisti. La “Morte di Dio”, uno dei capitoli più eccitanti e importanti della
filosofia di Nietzsche, venne distrutta e stravolta per ridurla in smanie di
potere da parte di qualche gerarca nazi-fascista. La morte di Dio di Nietzsche
non è qualcosa di politico o sociale ma è qualcosa di altamente esistenziale che
rappresenta il punto del divenire completo verso il raggiungimento
dell’oltre-uomo, verso la consapevolezza della volontà di vivere. Dio è
l’essenza degli ideali umani che hanno bloccato l’uomo nel suo eterno divenire,
Dio è quelle certezze e valori assoluti che l’uomo nella sua storia si è posto
d’innanzi al caos vitale. La morte di Dio è il bisogno di andare oltre, e non
distruggere, a ciò che l’uomo ha creato per fermare il proprio divenire, è la
necessità di porsi d’avanti alla vita nella sua completa essenza, nel
riconoscere nella vita stessa terrena la volontà di vivere, identificata da
Nietzsche, nella volontà di potenza. I nazisti intesero la “Morte di Dio” come
la distruzione culturale e fisica dei valori, ritenuti da loro stessi, fittizi e
non necessari; ponevano il passaggio della morte di Dio necessario per creare
sulle macerie della vecchia morale, dei vecchi valori, delle vecchie certezze,
una nuova etica e morale, degna di un superuomo; un etica capace di far
raggiungere lo scopo della volontà di potenza. La volontà di potenza in
Nietzsche è l’ergersi d’innanzi al caos della vita, è l’affermazione totale del
proprio io verso l’esterno, è la consapevolezza di riuscire a vivere la propria
vita e di accettarla senza nessun valore umano-metafisico, ma solo terreno.
L’enorme impatto che ebbe questo annuncio nietzschiano fu causa
dell’interpretazione errata; per comodità si cercò di dare una lettura politica
e sociale, e si identificò nell’uomo che raggiunge la volontà di potenza, cioè
il superuomo, quell’uomo che è capace per la sua forza di sopprimere gli altri e
comandare sul mondo intero. L’ambiguità sfocia in tutta la sua totalità
filosofica proprio nella volontà di potenza, come tutta la filosofia di
Nietzsche anche la volontà di potenza diviene un oggetto del soggetto, una
interpretazione libera e non un fatto assoluto che tuttavia non ci deve far
perdere il valore in sé di questa filosofia di carattere “dinamitardo”, capace
di distruggere e costruire con le fondamenta del vecchio il nuovo.
1.2 L’ambiguità degli aforismi nietzschiani e l’errata interpretazione
L’ambiguità filosofica degli aforismi, le manipolazione postume degli scritti nietzschiani portarono all’affermazione del filosofo di Rocken come profeta del nazismo: ma in realtà l’intera asistemicità filosofica nietzschiana è ambigua, potendola interpretarle come meglio si crede o nel modo migliore che si possa credere, potremmo definire l’interpretazione dell’aforisma di Nietszsche una sorta di specchio dell’anima di chi lo ha interpretato. Un esempio esplicito potrebbe essere il seguente aforisma << I greci ci offrono un modello di razza e civiltà divenute pure: e speriamo che un giorno si riescano a realizzare anche una razza e una civiltà europee pure >> (272, Aurora). Tale aforisma potrebbe essere stato inteso dai nazisti come una esortazione a creare una società basata sul nuovo ordine con a capo la razza “pura” ariana. Tuttavia lo stesso Nietzsche ci dice dei nazionalisti fra suoi connazionali << Ci sono veramente delle persone che credono di fare onore a qualcosa definendola tedesca. E’ il culmine della stupidità e dell’arroganza nazionalistica >> (7 [280] Frammenti Postumi). Nietzsche prova avversione verso la politica e lo dimostra in vari frammenti, questo aiutò molto agli anarchici ed antidemocratici nazisti nel fondare la propria ideologia, ma il filosofo stesso in un aforisma sembra fare un’analisi della situazione tedesca durante il regime nazista e del suo leader Hitler :<< Quando i tedeschi, non molto tempo fa, cominciarono a divenire interessanti per gli altri popoli europei, ciò avvenne in virtù di una cultura che oggi non possiedono più, in quando se la sono scrollata di dosso con furia ceca, come si se trattasse di una malattia; ma poi per sostituirla non hanno trovato di meglio che il delirio politico e nazionalista >> (190, Aurora). Nietzsche era il primo dispregiatore dello spirito nazionalista, razzista e bigotto che si stava sviluppando in Germania, come poteva una persona simile essere il profeta di un’ideologia che incarna nella propria essenza quelle caratteristiche ? Nietzsche-nazista è il più grande errore che abbiano potuto fare gli studiosi e i politici nel tempo del Terzo Reich, era quasi una prova nel confutare che un filosofo irrazionalista, quale Nietzsche, parlava ed elogiava un manifestarsi politico irrazionale come quello nazista. Infine, vorrei aggiungere un ultimo aforisma che si trova in aperto contrasto con la politica nazista di repressione contro i dissidenti politici, morali e religiosi, e che verifica ulteriormente l’enorme errore o opportuna scelta di interpretazione da parte della cultura nazista:<< Il modo più sicuro per corrompere un adolescente è di insegnarli a stimare chi la pensa allo stesso modo più di chi la pensa diversamente >> (297, Aurora).
2.1 Gabriele D’Annunzio: Essenza poetica ed Essenza politica, possono coincidere ?
Il D’Annunzio fu ritenuto il vate del fascismo per le sue idee politiche che convergevano in un nazionalismo ed individualismo superomostico talvolta esasperati. Era ritenuto la forma poetica dell’essenza ideologica fascista, e proprio per questo Mussolini, infastidito per l’ascesa popolare della figura del D’Annunzio, lo relegò nella villa di Gardone, trasformata dal poeta nel “Vittoriale degli Italiani”. Quindi è possibile che l’essenza poetica possa coincidere con quella politica o sia la stessa cosa ? La risposta potrebbe risultare complessa e ardua, tuttavia, possiamo dire che non esistono espressioni poetiche che diano origine ad ideologie politiche, poiché l’una e l’altra sono due essenze differenti, dunque, spetta agli uomini stessi trovare dei punti in comune per fonderli, anche se molte volte vengono fraintesi. Il procedimento inverso, invece, sembra più possibile, in quanto un ideologia affermatasi nel suo manifestarsi reale “contagia” in vari modi la cultura, in modo positivo, in modo negativo e in modo strumentale come nel caso del realismo socialista dell’Unione Sovietica di Stalin. Tuttavia il caso di D’Annunzio sembrerebbe singolare in quanto il poeta con la propria poetica cerca di affermare il suo pensiero politico e sociale non solo intellettualmente e nel campo della cultura, ma anche nel sociale e nel reale. Egli stesso diventa un superuomo ai suoi occhi, e lo diventerà in epoca fascista anche a quelli degli altri, per delle imprese che lo caratterizzano nel contesto storico: il volo su Vienna, l’impresa fiumana. Fu forse il primo poeta-filosofo che cercò di applicare il proprio pensiero nel reale. D’Annunzio non fu fascista e neanche nazionalista, era un individuo che cercava di sollevarsi sulla moltitudine per far valorizzare i proprio pensieri ed interpretazioni; il poeta accettò il regime fascista solamente perché vide nel fascismo un’opportunità migliore per affermare il proprio pensiero. In questo caso la poesia non si serve del Totalitarismo per affermarsi, ma è il Totalitarismo che si serve della poesia per affermarsi. Purtroppo nel suo divenire la stessa impresa fiumana divenne un simbolo di un Europa che stava cambiando, costituì, insieme alla Marcia su Roma, dei gravi precedenti di sminuimento del sistema democratico sulla cui falsa riga si arrivò in Italia e in Germania all’instaurazione di regimi totalitari, illiberali, reazionari ed imperialisti.
2.2 Come D’Annunzio fraintese Nietzsche
Gabriele D’Annunzio, nella sua fase
superomistica, è profondamente influenzato dal pensiero di Nietzsche, tuttavia,
molto spesso, banalizza e forza entro un proprio sistema di concezioni le idee
del filosofo. Dà molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese e dei
principi egualitari, all’esaltazione dello spirito "dionisiaco", al vitalismo
pieno e libero dai limiti imposti dalla morale tradizionale, al rifiuto
dell’etica della pietà, dell’altruismo, all’esaltazione dello spirito della
lotta e dell’affermazione di sé. Rispetto al pensiero originale di Nietzsche
queste idee assumono una più accentuata coloritura aristocratica, reazionaria e
persino imperialistica. Le opere superomistiche di
D’Annunzio
sono tutte una denuncia dei limiti della realtà borghese del nuovo stato
unitario, del trionfo dei princìpi democratici ed egualitari, del
parlamentarismo e dello spirito affaristico e speculativo che contamina il senso
della bellezza e il gusto dell’azione eroica. D’Annunzio arriva quindi a
vagheggiare l’affermazione di una nuova aristocrazia che si elevi al di sopra
della massa comune attraverso il culto del bello e la vita attiva ed eroica. Per
D’Annunzio devono esiste alcune élite che hanno il diritto di affermare se
stesse, in sprezzo delle comuni leggi del bene e del male. Queste élite al di
sopra della massa devono spingere per una nuova politica dello Stato italiano,
una politica di dominio sul mondo, verso nuovi destini imperiali, come quelli
dell’antica Roma. La figura dannunziana del superuomo è, comunque, uno sviluppo
di quella precedente dell’esteta, la ingloba e le conferisce una funzione
diversa, nuova. Il culto della bellezza è essenziale per l’elevazione della
stirpe, ma l’estetismo non è più solo rifiuto sdegnoso della società, si
trasforma nello strumento di una volontà di dominio sulla realtà. D’Annunzio non
si limita più a vagheggiare la bellezza in una dimensione ideale, ma si impegna
per imporre, attraverso il culto della bellezza, il dominio di un’élite violenta
e raffinata sulla realtà borghese meschina e vile. D’Annunzio applica, in un
modo tutto personale, le idee di Nietzsche alla situazione politica italiana. Ne
parla per la prima volta in un articolo, La bestia elettiva, del ’92, e presenta
il filosofo di Zarathustra come il modello del "rivoluzionario aristocratico",
come il maestro di un "uomo libero, più forte delle cose, convinto che la
personalità superi in valore tutti gli attributi accessori","forza che si
governa, libertà che si afferma". Il suo è un fraintendimento, una
volgarizzazione fastosa ma povera di vigore speculativo. Ciò che il D’Annunzio
scopre in Nietzsche è una mitologia dell’istinto, un repertorio di gesti e di
convinzioni che permettono al dandy di trasformarsi in superuomo e fanno presa
immediatamente in un mondo di democrazia fragile e contrastata, soprattutto
quando al cronista del "Mattino" e della "Tribuna" si sostituisce lo scrittore
insidioso del Trionfo della Morte ("Noi tendiamo l’orecchio alla voce del
magnanimo Zarathustra, o Cenobiarca, e preperiamo nell’arte con sicura fede
l’avvento dell’Uebermensch, del Superuomo") o quello, fra lirico e decadente,
delle Vergini delle rocce, il nuovo romanzo del ’95, presentato dapprima sul
"Convito"("Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di
pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi ampliato e ornato nel
corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo e ornandolo nel futuro. Il
mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico largito dai pochi ai molti, dai
liberi agli schiavi: da coloro che pensano e sentono a coloro che debbono
lavorare…"). Come dirà poi Gramsci, la piccola borghesia e i piccolo
intellettuali sono particolarmente influezati da tali immagini romanzesche che
sono il loro "oppio", il loro "paradiso artificiale". Non è ancora un’ideologia,
ma è un’oratoria dell’attivismo verbale in cui fermenta la scontentezza
dell’Italia borghese, il cruccio dell’avventura africana, il fastidio della
mediocrità democratica e della burocrazia parlamentare, dall’esplosione dei
Fasci siciliani al rovescio di Adua. Come sempre, il D’Annunzio avverte
d’istinto questi stati d’animo confusi e li amplifica nei bassorilievi della sua
eloquenza floreale, li traspone nello specchio del proprio personaggio e dei
suoi gesti stravaganti o stupefacenti.
2.3 Il Superuomo nei romanzi di D’Annunzio
Il primo romanzo in cui si inizia a delineare la figura del superuomo è il Trionfo della morte, dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c’è la ricerca ansiosa e frustrata di nuove soluzioni. Il romanzo ha una debole struttura narrativa ed è articolato in sei parti ("libri"). E' incentrato sul rapporto contradditorio ed ambiguo di Giorgio Aurispa con l'amante Ippolita Sanzio, ma su questo tema di fondo si innestano e si sovrappongono altri motivi e argomenti: il ritorno del protagonista alla sua casa natale in Abruzzo è il pretesto per ampie descrizioni (nella seconda, terza e quarta parte) del paesaggio e del lavoro delle genti d'Abruzzo. Giorgio cerca di trovare l'equlibrio tra superomismo e misticismo, e aspira a realizzare una vita nuova (è il titolo del quarto libro). Per questo vive il rapporto con l'amante come limitazione, come ostacolo: per il suo fascino irresistibile, Ippolita Sanzio è sentita come la "nemica", primigenia forza della natura che rende schiavo il maschio. Solo con la morte Giorgio si libererà da tale condizione: per questo si uccide con Ippolita, che stringe a sè, precipitandosi da uno scoglio. Giorgio Aurispa, il protagonista, l’eroe, è ancora un esteta simile ad Andrea Sperelli; Ippolita, la donna fatale consuma le sue forze e gli impedisce di attingere a pieno all’ideale superumano a cui aspira, portandolo alla morte. Sulla figura del superuomo si incentra anche Le Vergini delle Rocce. Qui però La complessità metafisica e ideologica del superuomo subisce una sostanziale semplificazione nella direzione di un superomismo a impronta esclusivamente estetica che s'intride di valenze politiche reazionarie. E' qui riscontrabile l'esito di una lunga ricerca sul versante stilistico e formale, che nel momento stesso in cui agganciava le posizioni più innovative del Simbolismo europeo, si reimmetteva nel solco della tradizione trecentesca e rinascimentale, l'onnipresenza di Leonardo da Vinci nelle Vergini ne è il segno tangibile. Il nucleo drammatico del romanzo, fondato sull'aspirazione di Claudio Cantelmo a generare un figlio in cui si distillassero le mirifiche qualità di una illustre progenie e che sarebbe dovuto diventare il futuro re di Roma, appare del tutto gratuito e incapace di sostenere una dinamica narrativa di lungo respiro. In questo senso il romanzo esprime i limiti dell'interpretazione che D'Annunzio diede di Nietzsche. Dopo un decennio di interruzione, in cui scrive per il teatro e sviluppa le Laudi, D’Annunzio ritorna alla forma del romanzo scrivendo Forse che sì forse che no. Qui presenta un nuovo strumento di affermazione superomistica inedito e in linea con i tempi: l’aereo. Il protagonista Paolo Tarsis realizza la sua volontà eroica tramite le sue imprese di volo. Egli è senza dubbio la reincarnazione dei vari superuomini presenti ne Il Trionfo della Morte o nelle Vergini delle rocce, ma a differenza di questi, non appartiene ad una nobile casata ma è un borghese estraneo agli influssi decadenti e dedito all'azione; affiancata a questo superuomo troviamo Isabella Inghirami, la prima figura femminile capace di contendere il primato all'egotismo del superuomo di turno. Tra i due personaggi c'è un rapporto di amore-passione che talvolta arriva fino alle degenerazioni dell'incesto e del masochismo.
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