Capitolo
II
Le varie forme di Totalitarismo e
Democrazia
1.1 Genealogia del Totalitarismo e Democrazia
deformata
nella propria essenza dalla massa e dai demagoghi che la trasformerà in
Oclocrazia. La stessa Oclocrazia, ultimo anello del ciclo, riporterà le
istituzioni al punto iniziale. L’anaciclosi di Polibio la si può
contestualizzare e storicizzare individuando l’origine dei Totalitarismo. La
Monarchia, dunque, è una forma di Totalitarismo positivo pericleo, in base al
quale un individuo scelto dalla maggioranza del popolo comanda, nel caso della
monarchia primitiva, il monarca viene scelto poiché lo si crede possessore di
proprietà divine; nel caso del totalitarismo positivo pericleo moderno il
cittadino viene scelto a causa delle sue capacità politiche e poiché ritenuto
capace di comandare e guidare un popolo. In ogni caso dobbiamo parlare sempre di
teorie governative poiché anche il Totalitarismo positivo pericleo è soggetto
alla deformazione essenziale mutandosi nel Totalitarismo negativo; esso in forma
primitiva era presente come dispotismo monarchico, successivamente ha visto il
proprio manifestarsi storico come dittatura totalitaria. In seguito rovesciata
il Totalitarismo negativo si giunge al Totalitarismo rappresentativo
(Aristocrazia), formato da dei rappresentati giudicati come “uomini giusti” per
il governo del proprio Stato. Il Totalitarismo rappresentativo come già spiegato
precedentemente è formato dalla forma governativa di tipo parlamentare, che
nella propria essenza a geni sia democratici che totalitari, in quanto non è il
popolo a scegliere ma è il governo. Tuttavia l’egoismo esasperato dell’uomo
porta ad una inevitabile trasformazione del Totalitarismo rappresentativo in
oligarchia, c
he isola il
popolo dalla vita politica. In cosa potrebbe essere apportata nel contesto
storico moderno il Totalitarismo rappresentativo negativo di tipologica
oligarchica ? La risposta è trovata nella manifestazione governativa dell’Unione
Sovietica post-stalinista in cui il Partito unico era al governo costituito da
un enorme apparato burocratico; in quel caso il popolo era tagliato
completamente dalla vita politica che era gestita da un Parlamento unico formato
da un’unica forza politica. Purtroppo questa situazione è presente anche
oggigiorno nei regimi democratici, come quello italiano, tuttavia di questa
situazione vedremo più avanti. Risentito da tale situazione il popolo si ribella
assumendo e manifestando la propria volontà di potere con la Democrazia pura o
Democrazia diretta, una forma di governo ideale che ha visto il suo manifestarsi
nelle poleis, ma che nel contesto storico-sociale moderno molto difficilmente
potrà svolgersi. La massima espressione e manifestazione attuale di Democrazia
pura è il referendum popolare, in cui, realmente, il popolo guida il popolo.
Nonostante ciò “l’aborto” della Democrazia relativa può portare alla oclocrazia,
il potere della massa caratterizzato dalla fase decisionale della stessa massa.
E’ incredibile l’attualità del concetto di Polibio di oclocrazia un governo
logorato dall’estremismo dei demagoghi e dal disordine della massa. Questa è la
causa del Totalitarismo negativo moderno, come la stessa Arendt affermava. Il
susseguirsi di questo ciclo è caratterizzato necessariamente dal contesto
storico, infatti ogni governo può essere ideale se viene attuato nel contesto
adeguato (Aristotele). Dunque un forma di governo assoluto, cioè adatto per ogni
contesto, non esiste, esiste un governo opportuno ed adeguato ad un determinato
contesto. La Democrazia non è bene, ma un’opportunità migliore facente pare di
un ciclo.
1.2 La Democrazia Pura o Diretta: La Polis
Come lo stesso Polibio nota, la nascita della Democrazia è dovuta
al decadimento, insito nella natura umana, dell’Aristocrazia e della sua
degenerazione in Oligarchia, e prima ancora di una Monarchia, a sua volta,
degenerata in Tirannia. Ciò si verificò a partire dall'VIII secolo in Grecia,
infatti, la crisi della monarchia condusse alla formazione di una
polis (città-stato) aristocratica, dominata da
proprietari terrieri, in costante competizione per la supremazia. Nel corso del
VII e del VI secolo, questa aristocrazia si indebolisce progressivamente, sia
per il carattere competitivo dell'etica
di cavalleria, sulla fanteria composta da
opliti. La cittadinanza antica, intesa come partecipazione alle sorti, anche
militari, della comunità: diviene una possibilità, essendo l'equipaggiamento di
un oplita assai meno costoso di quello di un cavaliere, aperta a un numero
maggiore di individui. Quando, nel V secolo, la flotta diventerà la componente
principale della potenza militare di Atene, si getteranno le basi per un
ulteriore ampliamento della cittadinanza: anche un nullatenente può dare, come
rematore, un prezioso contributo alla marina. Inoltre nel concetto antico di
cittadinanza è inclusa la
partecipazione diretta alle decisioni comuni, sia che si
tratti delle eterie (confraternite) che sono in vincolo primario di
solidarietà o philia nelle società aristocratiche arcaiche (come
testimonia il lirico Alceo, fra il VII e il VI secolo), sia che si tratti,
successivamente, della città nel suo complesso. La cittadinanza, anche quando viene
allargata, è qualcosa di esclusivo: è generalmente cittadino a pieno diritto
solo chi è figlio di madre cittadina. Le donne, che giuridicamente restano
minorenni per tutta la vita, sono peraltro escluse de iure
dall'esercizio della cittadinanza, così come avviene de facto per chi
deve lavorare per vivere. Schiavi e stranieri sono esclusi anche dalla
titolarità della cittadinanza: perfino nelle fasi più democratiche, le
poleis greche sono in realtà governate da una minoranza. Anche
per questo, quasi tutti i protagonisti della vita politica ateniese sono ricchi
e aristocratici. Il passaggio dalla monarchia all'oligarchia e alla democrazia
avviene nel corso di tre secoli di stasis (guerra civile, nel senso di
lotta intestina entro una città). Infatti, l'etica aristocratica, fortemente
competitiva, non prevedeva l'idea di uno spazio politico e giuridico comune.
Questo spazio deve essere
costruito, e deve pertanto avere un autore: non a caso, a questo
periodo risalgono le figure semileggendarie dei legislatori: Dracone e Solone ad
Atene, Licurgo a Sparta, lodato da Senofonte. Le leggi della città sono nello stesso tempo il
prodotto istituito da una volontà e un patrimonio comune tramandato dal
passato: per questo - in un modo simile a quanto avviene con la
poesia omerica - si intendono come fatte da un individuo che è una sorta di nome
collettivo, e dunque qualcosa di più di una persona. Solone, eletto arconte nel
594, per conciliare i conflitti fra aristocratici e demos,
"inventa" la polis come uno spazio
comune, ove regnano non individui, ma regole collettive e
condivise, le leggi. La dike (giustizia) è ancora divina, ma nello
stesso tempo si identifica con la giustizia
realizzata nello spazio comune della città. Solone scrive le sue leggi senza
trarre ispirazione da se stesso, ma sotto la dettatura dell'oracolo di Delfi, il
quale chiede a ciascuno di non trasgredire i suoi limiti con le proprie pretese,
commettendo hybris. Lo stesso Solone scrive:<< Scrissi leggi allo
stesso modo per il non nobile e per il nobile, adattando a ciascuno retta
giustizia >> (fr. 24 Diels 18-20). Il concetto di hybris
acquisisce una connotazione comunitaria: non sa stare al suo posto chi viola e
"privatizza" lo spazio comune con le sue pretese smodate. La forza della legge, che si vale anche della
violenza, crea uno spazio intermedio pubblico e neutro, al di là degli
1.3 Il Totalitarismo Negativo: L’Assolutismo Paternalistico nella Roma dei Flavi
Il
Totalitarismo negativo trova la propria manifestazione in diversi contesti
storici, tuttavia non sempre questa forma di totalitarismo ha nel proprio
tessuto strutturale solo caratteristiche negative
continuo
tra innovazione e tradizione. Dopo la caduta della gens giulio-claudia ,a causa
di una rivolta capeggiata da Sulpicio Galba, Roma si trovò al centro di continue
lotte intestine tra altri funzionari governativi (69 d. C. anno dei 4
imperatori). Infine risultò vincitore Tito Flavio Vespasiano che iniziò un opera
di razionalizzazione delle infrastrutture imperiali. Le riforme vespasiane
miravano al riconoscimento totale del princeps come massima auctoritas e alla
subordinazione totale del Senato. La strategia politica del nuovo princeps ha
delle analogie con i Totalitarismi negativi moderne. In primis la stessa
razionalizzazione del potere costruendo le fondamenta del proprio potere su basi
quali la cultura, la religione, l’arte e la stessa società; ciò avvenne quasi
duemila anni dopo in Italia, Germania ed Unione Sovietica. In poche parole chi
vuole avere il potere non deve trovare il consenso di chi il potere lo possiede
già ma di chi dà la possibilità di avere il potere. Vespasiano inoltre cercò di
demisticizzare la figura del princeps, ritenuta di origine divina, e renderlo
simile più ad un magistrato che, possedendo maggiore auctoritas degli altri,
aveva il compito di mantenere l’ordine dell’intero impero; per ciò aveva anche
la possibilità di usare violenza per mantenere la pace interna e quindi
l’ordine. Inevitabile, inoltre, era la presenza della cultura alternativa
composta dai dissidenti; il princeps non esitò a sopprimere ogni tipo di cultura
alternativa che potesse danneggiare la figura imperiale perché capace di unire i
dissidenti politici e di originare delle ribellioni. Tale atteggiamento è tipico
dei Totalitarismi negativi moderni, il dissenso
politico che nasce dalla cultura alternativa è sempre
stato oppresso ed eliminato; in questi regimi si cerca di pianificare del tutto
la società e la cultura, ogni cittadino deve avere morale, etica ed ideologie
uguali: il Totalitarismo si fonda sulla cultura poiché solo così può
svilupparsi, e quindi ogni cosa che può minare queste fondamenta, come una
cultura alternativa, deve essere controllata o addirittura oppressa. La
razionalizzazione del potere imperiale venne continuata dai due figli di
Vespasiano: Tito e Domiziano. Soprattutto Domiziano cercò di abbandonare
definitivamente la figura divina dell’imperatore per conferire un potere
completamente mondano. Di Domiziano si ricorda soprattutto la sua crudeltà,
tuttavia non era una crudeltà gratuita ma, come accadde anche nella Sparta di
Licurgo, era dettata dalla necessità di mantenere quell’ordine di cui egli
stesso era il
rappresentante; dunque la violenza era ancora una volta una conseguenza del
Totalitarismo. Il valore e il potere del Senato era stato messo, nello scenario
politico romano, in secondo piano; questa situazione cambiò quando Cocceio Nerva
succedette a Domiziano, egli applicò una riforma per la successione del princeps
in base al quale lo stesso princeps
doveva essere designato e votato dal Senato, questa riforma era carica di
grandi significati. Infatti la carica del princeps non venne più trasmessa per
eredità, quindi non era una proprietà dello stesso princeps, ma era un sorta di
compito affidatogli dal Senato; il Senato dava un mandato in base al quale il
princeps aveva il dovere e la possibilità di governare come meglio credeva
l’Impero. Sono evidenti le analogie con alcuni governi odierni, il capo di Stato
ha libertà di amministrazione e di gestire le forze armate nei limiti,
naturalmente, della volontà del parlamento o di un altro organo
legislativo-esecutivo. Comunque tale manifestazione di Totalitarismo ebbe delle
conseguenze che volsero verso il vero Totalitarismo negativo reale. Successe a
Nerva, il figliastro Traiano che si fece promotore dell’ordine “civile”
imperiale, l’essenza del proprio governo era infatti costituita dalla necessità
dell’ordine, alquanto dovuto data l’immensità del territorio gestito. La
politica di Traiano fu più liberale, per quando riguarda l’espressioni
culturali, rispetto ai suoi predecessori. Egli, infatti, cercò di dare vita ad
un periodo denominato felicitas temporum in cui ogni forma culturale era
accettata. Tuttavia questa libertà, almeno culturale, era “fittizia”, infatti
l’unico uomo libero nell’impero era lo stesso princeps che possedeva
praticamente
una libertà di decisione e di
azione infinità, l’unico limite alla sua libertà era rappresentato dalla sua
coscienza, morale ed etica. Anche per questo motivo uno dei grandi letterati di
quel tempo, lo storiografo Tacito, prima illuso e poi disilluso da tale libertà,
affermerà che il princeps et libertas sono antiteticamente opposti. L’intera
produzione di Tacito si basa sulla critica verso il princeps e la politica
antiliberale. Eppure nelle prime opere affiora in Tacito una sentimento di
speranza di conciliazione e congiungimento tra il potere e l’auctoritas del
princeps e la libertas del Senato; una governo che ha per essenza l’armonia dei
poteri che apparentemente potrebbero sembrare poli opposti ma che con i “giusti
uomini” possono trovare un punto in comune. Nelle Historiae, la sua terza opera
dopo l’Agricola e la Germania, scrive riguardo al governo di uomini
“giusti”:<< che non sanno reggere né una totale schiavitù né una totale
libertà >> (Hist. 1, 16). Traspare in Tacito una saggia consapevolezza
dell’impossibilità della possibilità di una totale libertà, in quanto una
situazione simile porterebbe alla distruzione l’intera struttura imperiale, ciò
nondimeno la politica “giusta” non deve attuare una strategia estremamente
antiliberale che opprima i cittadini trasformandoli in sudditi. In quella
piccola affermazione di Tacito individuiamo l’essenza vera delle democrazie
moderne, fondate sulla libertà. La gestione migliore di uno Stato è
caratterizzata dal riconoscimento della libertà individuale ma anche dal limite
della stessa per attuare un amministrazione equa. In pratica nonostante l’uomo
sia completamente libero, ciò viene affermato anche nelle Costituzioni delle più
grandi democrazie moderne, deve, tuttavia, rinunciare a questa libertà per
compiere il proprio dovere di cittadino e quindi vivere in una società. Questa
situazione di libertà ed anti-libertà viene bilanciata dal governo, che secondo
lo stesso Tacito, deve riuscire ad armonizzare questi due poli opposti. L’animo
dell’ autore cambia totalmente negli Annales, la sua ultima opera in cui narra
le vicende storiche romane dalla morte di Augusto (14 d.C.) a quella di Nerone
(68 d.C.). Negli Annales Tacito è completamente rassegnato ritenendo
definitivamente non compatibili il princeps e la libertas. Già nel proemio riassume la storia di
Roma caratterizzata dalla antiliberalità scrivendo che << Da principio, la
città di Roma fu possesso dei re; L. Bruto vi introdusse, col consolato, la
libertà. Le dittature di assumevano temporaneamente; il potere dei decemviri
durò non oltre il biennio, e nemmeno i tribuni militari mantennero a lungo
l’autorità consolare. Non fu durevole il dispotismo di Cinna né di Silla , e la
potenza di Pompeo e di Crasso passò presto nelle mani di Cesare, le armi di
Lepido e di Antonio in quelle di Augusto; il quale, col titolo di principe,
ridusse in suo potere lo Stato, stanco di lotte civili >> (Ann. 1, 1). Un
Tacito quindi rassegnato esprime il suo disappunto verso questa forma di
Totalitarismo negativo (il principato), il quale assume nella sua essenza nuovi
valori negativi dovuti alla conseguenza. Tuttavia questi valori non erano dovuti alla sua
essenza primaria, cioè del Totalitarismo negativo in quanto sistema politico, ma
al principio di decadimento e quindi alla “degenerazione dei costumi”; tuttavia
per Tacito questa situazione non è segnata dal decadimento del tutto ma dallo
stesso sistema, che secondo lo storico, è il “meno giusto”, dunque, le
conseguenze non sono causate dal decadimento dell’uomo ma dal sistema politico
stesso che portò definitivamente alla rinuncia della libertas. La libertas
divenne solo prerogativa del princeps ed era soggetta alla personalità malvagia
dello stesso. Quindi inevitabilmente il Totalitarismo negativo sia quello antico
che quello moderno, come vedremo successivamente, porta ad un decadimento dei
costumi, causati, tuttavia, non dal sistema politico, ma dall’uomo che cerca di
far degenerare il tutto.
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