Capitolo II
Le varie forme di Totalitarismo e Democrazia

 

1.1 Genealogia del Totalitarismo e Democrazia

  La ricerca dell' origine dei due sistemi ideali può risultare efficace ed esemplificata tramite la teoria dell’anaciclosi di Polibio. In questa teoria Polibio ipotizza l’esistenza di un ciclo, ritenuta alla stregua di un ciclo biologico, che alterna i vari tipi di sistemi politici. Egli divide le strutture politiche in 3 positive, quali, Monarchia, Aristocrazia e Democrazia, e in 3 negative, quali, Tirannia, Oligarchia e Oclocrazia. La teoria riprende anche il principio di decadimento in base al quale ogni cosa prodotta dall’uomo è destinata a degenerare. Quindi ogni sistema politico è destinato a svilupparsi, a degenerare e ad essere superato, finché il ciclo non ricomincerà. La monarchia è ritenuta platonicamente la forma di governo “naturale”, l’uomo d’innanzi al caos del mondo cerca in qualche modo l’ordine e il riconoscimento di individualità, per cui trova sfogo a queste necessità oggettivando le stesse necessità verso un uomo capace e “giusto”. Primitivamente la monarchia era scelta come forma di governo “migliore e giusta” in quanto adatta al contesto storico in cui si manifestava. Tuttavia questa forma governativa è soggetta ad una deformazione essenziale trasformandosi in Tirannia, caratterizzato dall’egoismo dispotico. Per cui la stessa Tirannia verrà soppiantata dal governo dei cittadini “giusti” ovvero l’Aristocrazia, ma l’inevitabile essenza egoistica dell’uomo porterà alla degenerazione anche l’Aristocrazia che si trasformerà in Oligarchia. Il “governo dei pochi” verrà capovolto da popolo con sete di potere, che istituirà la forma più sviluppata di governo ovvero la Democrazia. La Democrazia, tuttavia, sarà, a sua volta,deformata nella propria essenza dalla massa e dai demagoghi che la trasformerà in Oclocrazia. La stessa Oclocrazia, ultimo anello del ciclo, riporterà le istituzioni al punto iniziale. L’anaciclosi di Polibio la si può contestualizzare e storicizzare individuando l’origine dei Totalitarismo. La Monarchia, dunque, è una forma di Totalitarismo positivo pericleo, in base al quale un individuo scelto dalla maggioranza del popolo comanda, nel caso della monarchia primitiva, il monarca viene scelto poiché lo si crede possessore di proprietà divine; nel caso del totalitarismo positivo pericleo moderno il cittadino viene scelto a causa delle sue capacità politiche e poiché ritenuto capace di comandare e guidare un popolo. In ogni caso dobbiamo parlare sempre di teorie governative poiché anche il Totalitarismo positivo pericleo è soggetto alla deformazione essenziale mutandosi nel Totalitarismo negativo; esso in forma primitiva era presente come dispotismo monarchico, successivamente ha visto il proprio manifestarsi storico come dittatura totalitaria. In seguito rovesciata il Totalitarismo negativo si giunge al Totalitarismo rappresentativo (Aristocrazia), formato da dei rappresentati giudicati come “uomini giusti” per il governo del proprio Stato. Il Totalitarismo rappresentativo come già spiegato precedentemente è formato dalla forma governativa di tipo parlamentare, che nella propria essenza a geni sia democratici che totalitari, in quanto non è il popolo a scegliere ma è il governo. Tuttavia l’egoismo esasperato dell’uomo porta ad una inevitabile trasformazione del Totalitarismo rappresentativo in oligarchia, che isola il popolo dalla vita politica. In cosa potrebbe essere apportata nel contesto storico moderno il Totalitarismo rappresentativo negativo di tipologica oligarchica ? La risposta è trovata nella manifestazione governativa dell’Unione Sovietica post-stalinista in cui il Partito unico era al governo costituito da un enorme apparato burocratico; in quel caso il popolo era tagliato completamente dalla vita politica che era gestita da un Parlamento unico formato da un’unica forza politica. Purtroppo questa situazione è presente anche oggigiorno nei regimi democratici, come quello italiano, tuttavia di questa situazione vedremo più avanti. Risentito da tale situazione il popolo si ribella assumendo e manifestando la propria volontà di potere con la Democrazia pura o Democrazia diretta, una forma di governo ideale che ha visto il suo manifestarsi nelle poleis, ma che nel contesto storico-sociale moderno molto difficilmente potrà svolgersi. La massima espressione e manifestazione attuale di Democrazia pura è il referendum popolare, in cui, realmente, il popolo guida il popolo. Nonostante ciò “l’aborto” della Democrazia relativa può portare alla oclocrazia, il potere della massa caratterizzato dalla fase decisionale della stessa massa. E’ incredibile l’attualità del concetto di Polibio di oclocrazia un governo logorato dall’estremismo dei demagoghi e dal disordine della massa. Questa è la causa del Totalitarismo negativo moderno, come la stessa Arendt affermava. Il susseguirsi di questo ciclo è caratterizzato necessariamente dal contesto storico, infatti ogni governo può essere ideale se viene attuato nel contesto adeguato (Aristotele). Dunque un forma di governo assoluto, cioè adatto per ogni contesto, non esiste, esiste un governo opportuno ed adeguato ad un determinato contesto. La Democrazia non è bene, ma un’opportunità migliore facente pare di un ciclo.

 

1.2 La Democrazia Pura o Diretta: La Polis

Come lo stesso Polibio nota, la nascita della Democrazia è dovuta al decadimento, insito nella natura umana, dell’Aristocrazia e della sua degenerazione in Oligarchia, e prima ancora di una Monarchia, a sua volta, degenerata in Tirannia. Ciò si verificò a partire dall'VIII secolo in Grecia, infatti, la crisi della monarchia condusse alla formazione di una polis (città-stato) aristocratica, dominata da proprietari terrieri, in costante competizione per la supremazia. Nel corso del VII e del VI secolo, questa aristocrazia si indebolisce progressivamente, sia per il carattere competitivo dell'etica aristocratica, sia per lo sviluppo dei commerci e della colonizzazione, sia perché alla  cavalleria subentra, come nerbo dell'esercito, la fanteria politica. Fondamentale fu lo sviluppo dell’esercito ateniese, fondato, dopo secoli di cavalleria, sulla fanteria composta da opliti. La cittadinanza antica, intesa come partecipazione alle sorti, anche militari, della comunità: diviene una possibilità, essendo l'equipaggiamento di un oplita assai meno costoso di quello di un cavaliere, aperta a un numero maggiore di individui. Quando, nel V secolo, la flotta diventerà la componente principale della potenza militare di Atene, si getteranno le basi per un ulteriore ampliamento della cittadinanza: anche un nullatenente può dare, come rematore, un prezioso contributo alla marina. Inoltre nel concetto antico di cittadinanza è inclusa la partecipazione diretta alle decisioni comuni, sia che si tratti delle eterie (confraternite) che sono in vincolo primario di solidarietà o philia nelle società aristocratiche arcaiche (come testimonia il lirico Alceo, fra il VII e il VI secolo), sia che si tratti, successivamente, della città nel suo complesso.  La cittadinanza, anche quando viene allargata, è qualcosa di esclusivo: è generalmente cittadino a pieno diritto solo chi è figlio di madre cittadina. Le donne, che giuridicamente restano minorenni per tutta la vita, sono peraltro escluse de iure dall'esercizio della cittadinanza, così come avviene de facto per chi deve lavorare per vivere. Schiavi e stranieri sono esclusi anche dalla titolarità della cittadinanza: perfino nelle fasi più democratiche, le poleis greche sono in realtà governate da una minoranza. Anche per questo, quasi tutti i protagonisti della vita politica ateniese sono ricchi e aristocratici. Il passaggio dalla monarchia all'oligarchia e alla democrazia avviene nel corso di tre secoli di stasis (guerra civile, nel senso di lotta intestina entro una città). Infatti, l'etica aristocratica, fortemente competitiva, non prevedeva l'idea di uno spazio politico e giuridico comune. Questo spazio deve essere costruito, e deve pertanto avere un autore: non a caso, a questo periodo risalgono le figure semileggendarie dei legislatori: Dracone e Solone ad Atene, Licurgo a Sparta, lodato da Senofonte. Le leggi della città sono nello stesso tempo il prodotto istituito da una volontà e un patrimonio comune tramandato dal passato: per questo - in un modo simile a quanto avviene con la poesia omerica - si intendono come fatte da un individuo che è una sorta di nome collettivo, e dunque qualcosa di più di una persona. Solone, eletto arconte nel 594, per conciliare i conflitti fra aristocratici e demos, "inventa" la polis come uno spazio comune, ove regnano non individui, ma regole collettive e condivise, le leggi. La dike (giustizia) è ancora divina, ma nello stesso tempo si identifica con la giustizia realizzata nello spazio comune della città. Solone scrive le sue leggi senza trarre ispirazione da se stesso, ma sotto la dettatura dell'oracolo di Delfi, il quale chiede a ciascuno di non trasgredire i suoi limiti con le proprie pretese, commettendo hybris. Lo stesso Solone scrive:<< Scrissi leggi allo stesso modo per il non nobile e per il nobile, adattando a ciascuno retta giustizia >> (fr. 24 Diels 18-20). Il concetto di hybris acquisisce una connotazione comunitaria: non sa stare al suo posto chi viola e "privatizza" lo spazio comune con le sue pretese smodate. La forza  della legge, che si vale anche della violenza, crea uno spazio intermedio pubblico e neutro, al di là degli interessi delle fazioni. Alla riforma di Solone segue un periodo di conflitti fra le famiglie aristocratiche, che sfocia nella tirannide di Pisistrato e dei suoi discendenti. Dopo il rovesciamento della tirannide, l'aristocratico Clistere opera una rifoma "democratica": "essendo in inferiorità, associò il demos alla propria eteria" (Erodoto, 5, 66). Ad Atene, viene introdotta l'isonomia. Tutti sono soggetti alla stessa legge; la rotazione e il sorteggio nella partecipazione alle cariche politiche sta ad indicare che tutti hanno la medesima arete, e trovano il loro senso nella partecipazione alla comunità. La città, con la sua intensa vita pubblica e con i suoi legami omoerotici diventa un luogo di educazione permanente. La virtù del cittadino è la sophrosyne, la temperanza come capacità di autolimitazione.

 

1.3 Il Totalitarismo Negativo: L’Assolutismo Paternalistico nella Roma dei Flavi

Il Totalitarismo negativo trova la propria manifestazione in diversi contesti storici, tuttavia non sempre questa forma di totalitarismo ha nel proprio tessuto strutturale solo caratteristiche negative ma talvolta ha anche proprietà di tipo positive. L’assolutismo Paternalistico sviluppatosi nella seconda metà del I sec. d.C è un ottimo esempio, si fusione di due essenze apparentemente antitetiche come il Totalitarismo positivo e quello negativo; una forma governativa costituita dallo scontro continuo tra innovazione e tradizione. Dopo la caduta della gens giulio-claudia ,a causa di una rivolta capeggiata da Sulpicio Galba, Roma si trovò al centro di continue lotte intestine tra altri funzionari governativi (69 d. C. anno dei 4 imperatori). Infine risultò vincitore Tito Flavio Vespasiano che iniziò un opera di razionalizzazione delle infrastrutture imperiali. Le riforme vespasiane miravano al riconoscimento totale del princeps come massima auctoritas e alla subordinazione totale del Senato. La strategia politica del nuovo princeps ha delle analogie con i Totalitarismi negativi moderne. In primis la stessa razionalizzazione del potere costruendo le fondamenta del proprio potere su basi quali la cultura, la religione, l’arte e la stessa società; ciò avvenne quasi duemila anni dopo in Italia, Germania ed Unione Sovietica. In poche parole chi vuole avere il potere non deve trovare il consenso di chi il potere lo possiede già ma di chi dà la possibilità di avere il potere. Vespasiano inoltre cercò di demisticizzare la figura del princeps, ritenuta di origine divina, e renderlo simile più ad un magistrato che, possedendo maggiore auctoritas degli altri, aveva il compito di mantenere l’ordine dell’intero impero; per ciò aveva anche la possibilità di usare violenza per mantenere la pace interna e quindi l’ordine. Inevitabile, inoltre, era la presenza della cultura alternativa composta dai dissidenti; il princeps non esitò a sopprimere ogni tipo di cultura alternativa che potesse danneggiare la figura imperiale perché capace di unire i dissidenti politici e di originare delle ribellioni. Tale atteggiamento è tipico dei Totalitarismi negativi moderni, il dissenso politico che nasce dalla cultura alternativa è sempre stato oppresso ed eliminato; in questi regimi si cerca di pianificare del tutto la società e la cultura, ogni cittadino deve avere morale, etica ed ideologie uguali: il Totalitarismo si fonda sulla cultura poiché solo così può svilupparsi, e quindi ogni cosa che può minare queste fondamenta, come una cultura alternativa, deve essere controllata o addirittura oppressa. La razionalizzazione del potere imperiale venne continuata dai due figli di Vespasiano: Tito e Domiziano. Soprattutto Domiziano cercò di abbandonare definitivamente la figura divina dell’imperatore per conferire un potere completamente mondano. Di Domiziano si ricorda soprattutto la sua crudeltà, tuttavia non era una crudeltà gratuita ma, come accadde anche nella Sparta di Licurgo, era dettata dalla necessità di mantenere quell’ordine di cui egli stesso era il rappresentante; dunque la violenza era ancora una volta una conseguenza del Totalitarismo. Il valore e il potere del Senato era stato messo, nello scenario politico romano, in secondo piano; questa situazione cambiò quando Cocceio Nerva succedette a Domiziano, egli applicò una riforma per la successione del princeps in base al quale lo stesso princeps  doveva essere designato e votato dal Senato, questa riforma era carica di grandi significati. Infatti la carica del princeps non venne più trasmessa per eredità, quindi non era una proprietà dello stesso princeps, ma era un sorta di compito affidatogli dal Senato; il Senato dava un mandato in base al quale il princeps aveva il dovere e la possibilità di governare come meglio credeva l’Impero. Sono evidenti le analogie con alcuni governi odierni, il capo di Stato ha libertà di amministrazione e di gestire le forze armate nei limiti, naturalmente, della volontà del parlamento o di un altro organo legislativo-esecutivo. Comunque tale manifestazione di Totalitarismo ebbe delle conseguenze che volsero verso il vero Totalitarismo negativo reale. Successe a Nerva, il figliastro Traiano che si fece promotore dell’ordine “civile” imperiale, l’essenza del proprio governo era infatti costituita dalla necessità dell’ordine, alquanto dovuto data l’immensità del territorio gestito. La politica di Traiano fu più liberale, per quando riguarda l’espressioni culturali, rispetto ai suoi predecessori. Egli, infatti, cercò di dare vita ad un periodo denominato felicitas temporum in cui ogni forma culturale era accettata. Tuttavia questa libertà, almeno culturale, era “fittizia”, infatti l’unico uomo libero nell’impero era lo stesso princeps che possedeva praticamente una libertà di decisione e di azione infinità, l’unico limite alla sua libertà era rappresentato dalla sua coscienza, morale ed etica. Anche per questo motivo uno dei grandi letterati di quel tempo, lo storiografo Tacito, prima illuso e poi disilluso da tale libertà, affermerà che il princeps et libertas sono antiteticamente opposti. L’intera produzione di Tacito si basa sulla critica verso il princeps e la politica antiliberale. Eppure nelle prime opere affiora in Tacito una sentimento di speranza di conciliazione e congiungimento tra il potere e l’auctoritas del princeps e la libertas del Senato; una governo che ha per essenza l’armonia dei poteri che apparentemente potrebbero sembrare poli opposti ma che con i “giusti uomini” possono trovare un punto in comune. Nelle Historiae, la sua terza opera dopo l’Agricola e la Germania, scrive riguardo al governo di uomini “giusti”:<< che non sanno reggere né una totale schiavitù né una totale libertà >> (Hist. 1, 16). Traspare in Tacito una saggia consapevolezza dell’impossibilità della possibilità di una totale libertà, in quanto una situazione simile porterebbe alla distruzione l’intera struttura imperiale, ciò nondimeno la politica “giusta” non deve attuare una strategia estremamente antiliberale che opprima i cittadini trasformandoli in sudditi. In quella piccola affermazione di Tacito individuiamo l’essenza vera delle democrazie moderne, fondate sulla libertà. La gestione migliore di uno Stato è caratterizzata dal riconoscimento della libertà individuale ma anche dal limite della stessa per attuare un amministrazione equa. In pratica nonostante l’uomo sia completamente libero, ciò viene affermato anche nelle Costituzioni delle più grandi democrazie moderne, deve, tuttavia, rinunciare a questa libertà per compiere il proprio dovere di cittadino e quindi vivere in una società. Questa situazione di libertà ed anti-libertà viene bilanciata dal governo, che secondo lo stesso Tacito, deve riuscire ad armonizzare questi due poli opposti. L’animo dell’ autore cambia totalmente negli Annales, la sua ultima opera in cui narra le vicende storiche romane dalla morte di Augusto (14 d.C.) a quella di Nerone (68 d.C.). Negli Annales Tacito è completamente rassegnato ritenendo definitivamente non compatibili il princeps e la libertas.  Già nel proemio riassume la storia di Roma caratterizzata dalla antiliberalità scrivendo che << Da principio, la città di Roma fu possesso dei re; L. Bruto vi introdusse, col consolato, la libertà. Le dittature di assumevano temporaneamente; il potere dei decemviri durò non oltre il biennio, e nemmeno i tribuni militari mantennero a lungo l’autorità consolare. Non fu durevole il dispotismo di Cinna né di Silla , e la potenza di Pompeo e di Crasso passò presto nelle mani di Cesare, le armi di Lepido e di Antonio in quelle di Augusto; il quale, col titolo di principe, ridusse in suo potere lo Stato, stanco di lotte civili >> (Ann. 1, 1). Un Tacito quindi rassegnato esprime il suo disappunto verso questa forma di Totalitarismo negativo (il principato), il quale assume nella sua essenza nuovi valori negativi dovuti alla conseguenza. Tuttavia  questi valori non erano dovuti alla sua essenza primaria, cioè del Totalitarismo negativo in quanto sistema politico, ma al principio di decadimento e quindi alla “degenerazione dei costumi”; tuttavia per Tacito questa situazione non è segnata dal decadimento del tutto ma dallo stesso sistema, che secondo lo storico, è il “meno giusto”, dunque, le conseguenze non sono causate dal decadimento dell’uomo ma dal sistema politico stesso che portò definitivamente alla rinuncia della libertas. La libertas divenne solo prerogativa del princeps ed era soggetta alla personalità malvagia dello stesso. Quindi inevitabilmente il Totalitarismo negativo sia quello antico che quello moderno, come vedremo successivamente, porta ad un decadimento dei costumi, causati, tuttavia, non dal sistema politico, ma dall’uomo che cerca di far degenerare il tutto.

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