Iakov
Levi
Il
Figlio Prodigo di Arturo Martini
Maggio 31, 2005
English version
Il Figliol
Prodigo, oggi conservato dall'Opera Pia Jona
Ottolenghi (Aqui Terme - Al.)
Roberto Salvini, un
Maestro
di critica dell'arte, scrive a proposito della scultura di Arturo
Martini:
Il moto, che ora
appena si
arresta, delle due figure l’una verso l’altra, l’intrecciarsi delle
braccia in
un inizio di abbraccio, lo sguardo acuto e scrutatore del padre sono
tutti
motivi che rendono evidente e piana la lettura del soggetto: mentre i
costumi romaneggianti
alludono discretamente ad una localizzazione nel tempo della parabola
evangelica. Ma anche qui a nulla varrebbe tutto questo nei riguardi
dell’arte
se il tema non rivivesse in un individuale linguaggio, il cui motivo
centrale
consiste ancora una volta nel permearsi di aria e di luce dei piani
plastici,
nella porosità di
una materia che appare consunta dal tempo; sì da creare attorno
e pur entro il
gruppo una risonanza di spazio e proiettare le immagini in una
leggendaria
lontananza (Guida all’arte moderna, Garzanti, Milano 1954, p.83)
Mi
sembra che a livello di
critica d’arte ortodossamente concepita, non si possa aggiungere niente
a
queste poche frasi così
coglienti. Eppure…Eppure c’è ancora qualcosa, come la sensazione
evanescente di un’altra storia dentro la storia, che non invalida la
rappresentazione
manifesta, ma che allude a un contenuto più arcaico e latente,
dal quale si era
poi forgiata l’immagine che ci si presenta agli occhi.
Quando
mi sono imbattuto per la prima volta in questa scultura, mi trovavo a
una certa
distanza, e non avevo ancora letto il titolo dell’opera. La prima
sensazione,
che è anche quella che meglio si ricollega ai nostri contenuti
inconsci, era
che si trattasse della descrizione di una scena di lotta. Era come se i
due
uomini stessero per afferrarsi a vicenda in una delle prese di lotta
greco –
romana, o due judoka in posizione di partenza.
Poi,
avvicinandomi, mi resi conto che si trattava di un abbraccio, in cui i
due protagonisti,
come suona il detto, “cadevano nelle braccia l’uno dell’altro”. Era
come
se sotto le mani dell’artista un atto di aggressione reciproca si fosse
trasfigurato in una spinta amorevole di riappacificazione.
Solo
allora mi sono ricordato di quello che avevo scritto molto tempo prima
in Rembrandt e il Figliol Prodigo: prima della sovrapposizione evangelica,
Il
Figliol Prodigo era stato il vicario dell’orda fraterna, il figlio
minore
esiliato che ritornava a casa per sopraffare e uccidere il Padre.
Questo
contenuto rimosso emerge nell’opera dell’artista, ed era stato captato
dal mio
inconscio, come lo è dal pubblico che visita la mostra.
Se
torniamo al commento del Salvini, vi troviamo le stesse tracce, che
erano state
inconsciamente captate anche dal grande critico: “Il moto,
che ora appena si arresta, delle due figure l’una
verso l’altra, l’intrecciarsi delle braccia [la lotta], lo sguardo acuto e scrutatore del padre
[come il
musurarsi a vicenda di due contendenti] sono tutti motivi che rendono
evidente e piana la lettura del soggetto [a che livello, quello
manifesto o
quello latente?]… mentre i costumi
romaneggianti alludono discretamente
[ = ambiguamente] ad una
localizzazione nel tempo della parabola evangelica" [=
in un tempo arcaico e
remoto, ma quindi eterno e senza tempo, come il tempo/non tempo degli
eventi
psichici], come ci conferma il “proiettare le
immagini in una
leggendaria lontananza”.
Quindi, anche “un individuale
linguaggio” dell’artista anche se “individuale”, non
è solo tale, ma fa
da ponte, e si riallaccia all’inconscio collettivo (a cui allude
inconsciamente
il Salvini parlando di “gruppo”),
con cui condivide il
“motivo
centrale”.
L’arte è uno
degli strumenti
più importanti per la decodificazione di contenuti inconsci
collettivi. Questi
sono trasmessi dall’artista allo spettatore che vi riconosce i propri e
si
identifica. Con le parole di Freud:
Le
creazioni dell’arte promuovono d’altronde i sentimenti
d’identificazione, di cui ogni ambito civile ha tanto bisogno,
consentendo
sensazioni universalmente condivise ed apprezzate; esse giovano
però anche al
soddisfacimento narcisistico allorché raffigurano le
realizzazioni di una certa
civiltà alludendo in modo efficace ai suoi ideali
(S. Freud, “L’avvenire di un’illusione” in Opere,
B.Boringhieri, Torino
1969, vol.X, pp. 443-4).
Nella parabola evangelica, il
motivo centrale del figlio minore che torna a casa per uccidere il padre era stato rimosso. All'atto di aggressione si era sostituito il trasporto affettuoso, secondo la soluzione proposta dal cristianesimo, come anche da tutte le religioni in generale, di compromesso e riappacificazione. Ma la componente aggressiva, essendo stata rimossa, premeva per un riconoscimento. Ogni contenuto rimosso, inibito dallo scaricarsi, si accumula. Come ci dice Freud:
La civiltà umana poggia su due pilastri, di cui uno è il controllo delle forze della natura, l'altro è la limitazione delle nostre pulsioni. Il trono della regina è retto da schiavi in catene... Le esigenze pulsionali insoddisfatte fanno sì che egli avverta con un senso di oppressione costante le pretese della civiltà
(«Resistenze alla Psicoanalisi», in op. cit, vol. X, p. 55).
Le pretese della civiltà hanno richiesto la rinuncia alla scarica aggressiva, e hanno permesso esclusivamente l'espressione del polo affettuoso della relazione ambivalente tra padre e figlio. L'oppressione è il risultato della rinuncia - rimozione - inibizione - accumulazione. L'artista, introducendo nella sua opera l'espressione dell'elemento rimosso, aiuta il nostro inconscio a liberarsi dall'oppressione per mezzo della scarica. Quello che si era accumulato, rischiando di ingorgarsi, viene liberato. Il sollievo è immediato.
Links:
Il Figliol Prodigo (Dal F.A.Q. di Scienza e psicoanalisi)
Rembrandt e il Figliol Prodigo