Supplemento di I numeri sacri e il loro simbolismo
La presenza del TRE nella letteratura biblica e nel contesto mediorientale; Il Hannukkà; La stella di Davide (Maghen David)
Modificato Gennaio 31, 2005
La presenza del tre nella
letteratura biblica e nel contesto mediorientale
La difficoltà
In Egitto, il geroglifico del tre era
il simbolo del "più di uno" e anche per Ebrei e Arabi il tre
stava per lo stesso significato.
Il sette è invece un simbolo fallico
associato esclusivamente al rito iniziatico tribale e quindi appare in
intensità diversa in ogni società, a prescindere
dall’estrazione etnica, a secondo del suo grado di appartenenza alla
struttura sociale e mentale tribale.
Per il numero tre rimangono però alcune
difficoltà che vanno appianate.
Anche se sporadicamente, questo numero appare
nella Bibbia ebraica.
Per i Vangeli non ci crea nessuna
difficoltà in quanto vediamo in questi una continuazione
dell'espressione culturale occidentale, e non una manifestazione che
abbia le sue radici nella sfera mentale ebraica.
Ritorneremo ora sugli esempi che abbiamo
già menzionato, per poterli analizzare più da vicino:
1) Abramo viene comandato dal Signore di
preparare «Una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un
ariete di tre anni» (Gn.15,9), ma il testo ebraico non
parla di tre anni bensì di una «triplice giovenca»,
«una triplice capra», e «un triplice ariete»,
ovvero tre di ogni animale, e così infatti lo interpreta Rashi.
Il motivo di questo cerimoniale era di
concludere un patto tra Jahvè ed Abramo.
Come il patto tra due Arabi, descritto da
Erodoto, in cui un terzo si pone tra i due contraenti a testimonianza (Hist.,
III,8). Il tre, quindi sta a significare un patto tra due (Jahvè
ed Abramo) e il terzo è l’elemento neutro, il testimone.
E da qui anche il numero dispari.
Abramo viene comandato di tagliare in due ognuno
di questi animali, e infatti in ebraico per dire «contrarre un
patto» si dice, ancora oggi, «tagliare un patto»,
dall’antica usanza semitica di passare in mezzo ai due contraenti per
sancire l’obbligo.
Questa usanza era la ripetizione del taglio di
un pezzo di carne sacrificale in due, di cui ognuno mangia la sua
parte, e diventano così fratelli di patto in quanto si cibano
dello stesso cibo, che simboleggia il corpo del padre comune ucciso.
Nel racconto di Erodoto questo
«tagliare» è rappresentato in maniera molto cruda
dal tagliarsi alla base dei pollici dei due contraenti, e così
si aggiunge l’elemento della fratellanza di sangue, di cui abbiamo
parlato sopra.
Quindi il numero tre in questo contesto è
legato a un patto tra due contraenti, di cui un terzo è il
testimone.
2) I tre angeli che vanno a trovare Abramo (Gn.,
18,2), ma che diventano subito dopo due (Gn., 19,1).
Rashi, nel suo commento (18,33), dice: «
All’inizio gli angeli erano tre poiché ognuno aveva un compito:
il primo annunciare ad Abramo la nascita del figlio, il secondo salvare
Lot e il terzo distruggere Sodoma, poiché il primo aveva
terminato la sua missione se n’era andato ed erano rimasti solo due".
Anche qui il tre sta in realtà per
«più di uno», poiché le missioni da compiere
erano più di una, e questo è il numero dispari
immediatamente superiore all’uno.
In questo contesto bisogna ricordare che la
parola «angelo» (malach) delle storie della Genesi
non sta per la figura dotata di ali delle rappresentazioni posteriori,
ma bensì semplicemente per «messaggero». Infatti
questi tre messaggeri vengono chiamati prima semplicemente
«uomini» (Gn.18,2 e 18,16), e solo dopo «i due
angeli» (Gn., 19,1).
Quando Giacobbe manda al fratello dei malachim
(Gn., 32,4), ovviamente non manda davanti a se degli angeli,
bensì dei messaggeri, e la parola ebraica usata è la
stessa.
Gli uomini che appaiono ad Abramo sono tre, e
diventano subito due. Il numero tre sembra casuale, e dipendente dal
numero delle missioni, che sono più di una.
3) Il sogno del coppiere del Faraone: i tre
tralci di vite (Gn.40,10), e i tre canestri di pane bianco del
sogno del panettiere del Faraone (Gn. 40,18), interpretati da
Giuseppe come tre giorni.
Quindi il tre qui sta per un lasso di tempo
relativamente breve.
4) Mosè dice al faraone: «...Ci sia
dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e
celebrare un sacrificio al Signore...(Es., 5,3).
Nuovamente un lasso di tempo breve.
5) «Al terzo mese dall’uscita degli
Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono
al deserto del Sinai.» (Es.,19-1).
Il lasso di tempo si allunga a tre mesi. In
contrasto ai tre brevi giorni richiesti al Faraone. È come se il
testo volesse far notare che tre giorni rifiutati si trasformano in tre
mesi ottenuti.
6) «Si tengano pronti per il terzo
giorno...»Siate pronti in questi tre giorni: non unitevi a una
donna» (Ex., 19,10; 19,14).
7) «Tre volte l’anno farai festa in mio
onore...» (Ex., 23,14).
8) “Giona restò nel ventre del pesce tre
giorni e tre notti” (Giona, 2,2).
Quindi ogni volta il tre sta per tre giorni, il
lasso di tempo relativamente breve immediatamente superiore a uno, e
probabilmente ci sono altre occasioni nel testo in cui appare come tale
e che ci sono sfuggite.
Possiamo poi aggiungere altre due occasioni in
cui appare il numero tre, nella sfera della ritualità semitica,
entrambi come parte del rito totemico.
Robertson Smith riporta un rito che veniva
eseguito nel deserto del Sinai, ancora nel quinto secolo della nostra
era, dalle tribù beduine .
Un cammello veniva legato su un altare fatto di
pietre. Il capo della schiera faceva compiere ai fedeli un triplice
giro solenne, accompagnato da canti, intorno all’altare,
dopodiché tutti si lanciavano sulla bestia e la sbranavano viva,
comprese pelle ed ossa.
Quindi un triplice giro intorno alla vittima.
Il secondo caso, assolutamente parallelo,
è quello del rito che usano consumare gli Ebrei, ancora oggi,
alla vigilia del Kippur.
È usanza prendere un gallo per ogni
maschio della famiglia ed una gallina per ogni femmina, farla ruotare
per tre volte sopra la propria testa, lanciarli lontano, e poi andarli
a riprendere e mangiarli nell’ultimo pasto che precede il digiuno del
giorno dell’Espiazione.
In entrambi i casi il tre sta per tre volte.
Per capire il significato del tre in tutti
questi contesti, bisogna ricordare che nelle lingue semitiche, come
l’ebraico e l’arabo, la ripetizione di una parola, di una frase o di un
concetto, servono ad affermare la validità e la determinazione
di questi.
Dire una cosa una volta è sinonimo di
esitazione.
Ripeterla tre volte è segno di
determinazione.
Anche oggi i leaders arabi come Arafat e Saddam
Hussein, quando si rivolgono al loro popolo ripetono sempre le frasi
determinanti tre volte. Anche Theodor Reik ha espresso un
concetto simile, quando ha affermato: "the unconscious behaves like the
ancient languages. Both express the importance and significance of a
process by means of repetition" ("The Puberty Rites of Savages", in Ritual,
Farrar & Straus, New York 1946, p.140).
Ripetere tre volte la stessa frase o lo stesso
gesto significa dunque: «È vero!»,
«Così è la cosa!».
Non dunque come simbolo genitale, bensì
come numero più alto e indivisibile, ovvero unità a
sé, immediatamente susseguente il numero uno.
Tre è dunque come uno, ma affermato,
confermato dalla propria ripetizione.
In tutti questi casi vediamo che il tre viene
adoperato come «più di uno» o come lasso di tempo
breve.
L’unico caso con il quale non ci sentiamo ancora
perfettamente a nostro agio è quello di Giobbe: tre amici vanno
a visitarlo per consolarlo.
Tre amici che vanno a trovare Giobbe, ci riporta
per associazione ai tre Re Magi che vanno a visitare la Vergine.
Malgrado le differenze, non possiamo rifuggire
da questa associazione.
I tre Re Magi sono indubbiamente il simbolo del
genitale maschile, e questo sembra far parte della sfera del modus
mentale occidentale.
La storia di Giobbe, malgrado non sia una saga
specificatamente ebraica, è pur sempre una leggenda legata al modus
mentale mediorientale.
Infatti, i «Giusti», Noè,
Giobbe e Daniele, vengono ricordati, insieme, da Ezechiele (14,14).
Questo libro è anteriore a quello di Giobbe e di Daniele di
almeno due secoli, malgrado nomini i due eroi. Ovviamente, mentre i
libri di Giobbe e di Daniele furono introdotti nel canone solo molto
tardi (IV sec. A.C.), e quindi raccolsero in sé già
tradizioni che provenivano dal mondo ellenista, facevano parte della
tradizione semitica già da molto prima. Giobbe, il giusto, e la
sua sorte era conosciuto nel Medio Oriente prima che si stabilissero
dei contatti stabili con il mondo ellenico.
Ma la storia fu messa per iscritto solo nel IV
sec. A.C.
Non sappiamo se i tre amici che vennero a
visitarlo furono aggiunti solo al tempo della stesura finale.
Non sappiamo se anche nella versione originale
vi fossero tre amici che, come i tre Re Magi, vennero anche loro dal
lontano Oriente in missione.
I tre Re Magi venivano a donare qualcosa alla
Vergine, come il fallo paterno, che dona alla ragazza un bambino.
I tre amici di Giobbe ugualmente vengono a
consolarlo, anche se apparentemente non gli danno assolutamente niente.
Non possiamo provarlo, ma crediamo che questa
sia solo una sovrapposizione posteriore.
Ezechiele nomina Giobbe, ma non fa nessuna
menzione dei tre associati.
Come, ugualmente, nomina Daniele, ma non
menziona i tre amici, Sadrach, Mesach e Abdenego che furono gettati
nella fornace da Nabucodonosor (Daniele, 3,13-24).
E il libro di Daniele è il più
tardo dei libri entrati nel canone ebraico, incluso solo «per il
rotto della cuffia» in piena epoca ellenista.
Sia la storia di Giobbe, che quella di Daniele,
contengono elementi filosofici completamente estranei alla Bibbia
ebraica fino ai primi contatti con il mondo ellenista.
Il Dio, descritto in questi due libri, non ha
più niente in comune con il dio iniziatico terribile che
minacciava i suoi figli in tutte le occasioni enumerate nei capitoli
precedenti. Non è più solo il Dio particolare della
tribù e assume pretese cosmiche. Anche la sua giustizia diventa
ecumenica. Da Dio ariete si trasfigura in Dio astrale.
Il tre che comincia, improvvisamente, ad
adoperare viene da altre parti.
La filosofia greca, utero del cristianesimo,
è la sua fonte, e ci pare che lì vadano ricercate le sue
origini.
Come abbiamo visto sopra, in Egitto il
geroglifico del tre era il simbolo del “più di uno” e anche per
Ebrei e Arabi il tre stava per lo stesso significato.
L’Egitto è un fenomeno difficile da
decodificare: è la società che tendeva a comprendere
tutte le soluzioni senza scartarne nessuna. Ogni simbolo, una volta
fatta la sua apparizione, non veniva mai scartato o superato
bensì sempre assommato a quelli esistenti. Così, si
creavano sovrapposizioni e ripetizioni all’infinito. Una società
dapprima tribale e poi, in un fiat ex machina, diventata di
colpo civiltà, non abbandonò i simboli della struttura
tribale, come la circoncisione e i simboli totemici dei vari clan
pre-dinastici, bensì li inserì nel contesto nuovo che si
era creato. Il faraone fu così, fin dall’inizio, sia simbolo del
Padre che dello Stato in una sintesi astrusa a qualsiasi altra cultura.
Gli Egiziani non erano semiti, non erano
indoeuropei, nè forse camiti, diversi in tutto dai Greci ne
anticiparono per primi alcune istituzioni come la monogamia e
l’astinenza dalla prostituzione sacra . Influenzarono in maniera
indelebile gli Ebrei che, anche se si rifiutarono energicamente di
riconoscerlo, ne adottarono alcune norme morali che diventarono il
simbolo stesso della ritualità ebraica .
Quando si cerca di creare qualche concordanza,
bisogna quindi andare molto cauti.
Gli Egiziani riuscirono a confondere anche un
uomo lucido e sagace come Erodoto, che dopo aver trovato paragoni tra
Egizi e altri popoli fu costretto ad ammettere, quasi suo malgrado che
: “Rifuggono dall’adottare usi del popolo greco,
per dire in una parola, da nessun altro popolo al mondo accettano
costumanze: così in generale gli Egiziani se ne guardano bene”
.
Quando troviamo, quindi, anche in Egitto delle
triadi in cui appare un dio maschile, una dea e un giovane dio, come
Osiride, Iside e Oro, Amon-Re, Mut e Klonos o, in epoca ellenista,
Haroeris, Tsenetnofret e Pnebtawy, queste triadi sono forse il
prototipo della Sacra Famiglia, ma non possiamo imparare di più.
Essendo il primo popolo monogamo avevano sentito
il bisogno di proiettare in cielo l’immagine della loro struttura
famigliare.
Non sappiamo se attribuire agli Egizi il diritto
di essere considerati i precursori della struttura a triade della
famiglia monogoma occidentale, anche se probabilmente erano giunti ad
adottare la monogamia sotto l’influsso di pressioni simili a quelle che
saranno, più tardi, presenti anche in Occidente.
Il Hannukà
Esiste una festività, entrata
zoppicando nell’Ebraismo, su cui desideriamo dire alcune parole,
poiché sembra sottendere una tesi antitetica a quello che
abbiamo sostenuto finora.
Il Hannukà (L’inaugurazione),
celebra la vittoria di Giuda Maccabeo sull’esercito seleucide di
Antioco IV (Epifanes) nel 164 A.C.
Dopo questa vittoria i Maccabei entrarono a
Gerusalemme e poterono purificare il Tempio dalle immagini idolatre,
introdotte dai pagani.
Come prima cosa era necessario, per ristabilire
il culto del Signore, riaccendere il lume sacro che doveva ardere
perennemente davanti all’altare, ma questo poteva essere fatto solo
adoperando l’olio consacrato dal Grande Sacerdote.
E di olio consacrato non se ne trovò,
poiché tutto era stato profanato dai pagani.
Per prepararne di nuovo ci avrebbero impiegato
almeno otto giorni.
Alla fine, come nelle fiabe del C’era una
volta..., trovarono in un angolo una boccetta, ancora chiusa
ermeticamente dal sigillo del Grande Sacerdote, ma questa boccetta
sarebbe servita per un giorno solo.
Animati dal sacro ardore della fede e del
«Dio provvederà», i Maccabei decisero di accendere
il lume con l’olio sacro ed incominciare il culto.
Ed ecco il miracolo e l’olio bastò per
gli interi otto giorni, che permisero, nel frattempo, di produrre
altro olio sacro.
In commemorazione di questo miracolo gli Ebrei,
ancora oggi, accendono per otto giorni un lume, che ogni giorno si
aggiunge a quello del giorno precedente, fino che all’ottavo giorno
otto lumi in fila come soldatini, più il nono che faceva da
«aiutante» per accendere gli altri, illuminano le corti
notti invernali.
Qui il sette non c’è, bensì un
otto, che diventa nove.
Gli otto lumi, che rappresentano i giorni,
devono essere allineati.
Il nono, il shammash, l’aiutante, nella
tradizione ebraica orientale non è mai allineato con gli altri,
mentre in quella occidentale generalmente lo è.
Quindi apparentemente si produce un nove che
può essere interpretato come un 3x3.
Questa è la festività ebraica,
riconosciuta anche dall’ortodossia, più tarda, e risale
alla fine del II sec. A.C., in pieno periodo ellenista.
A questo proposito bisogna rilevare che i libri
dei Maccabei non sono entrati nel canone ebraico, e sono considerati
apocrifi, probabilmente poiché tutto quello che si associava
all’ellenismo era considerato quasi tabù, e gli Ebrei
preferirono dissociare il Libro Sacro per eccellenza dal periodo
ellenista, malgrado ci racconti dei miracoli del Signore.
I Cattolici, continuatori della tradizione
greco-romana, inclusero invece i primi due libri dei Maccabei nel
Canone.
Hannukkà non è neanche
considerata una vera e propria festa, infatti è permesso
lavorare in questi giorni, e non si usa dire "Buona festa", come nelle
altre occasioni simili. In breve è una festività non
comandata, ovvero una commemorazione.
Più che entrata è, dunque,
semi-entrata nel tardo giudaismo, ed è la versione ebraica delle
feste elleniste che si festeggiavano in Siria, legate al tardo culto di
Dioniso, e che erano commemorate attraverso delle processioni di
fiaccole nel giorno del solstizio d'inverno.
Infatti in ebraico si chiama "la festa dei
lumi", e com’era per quella ellenista, viene celebrata nei giorni
più corti dell'anno, per esorcizzare il giorno a riallungarsi di
nuovo.
In Siria era festeggiata attraverso gli abeti
sempreverdi, che erano considerati gli alberi sacri a Dioniso.
Anche il Natale si festeggia nei giorni
più corti dell'anno, attraverso gli abeti, l’albero di Dioniso
(l'albero di Natale), e, similmente al Hannukà, con le
candeline, che devono cacciare via il buio e invitare le giornate a
riallungarsi di nuovo.
E siccome questa festa era collegata nella Siria
ellenista al culto di Dioniso, non ci deve meravigliare se la nascita
di Gesù si ricollega agli abeti, alle candeline, e al giorno
più corto dell'anno.
Il culto di Dioniso era legato al culto di
Adonis e di Attis, l’ultimo dei quali è la versione semitica del
dio greco, ovvero degli dei figli, che vengono uccisi e poi rinascono,
e infatti durante il solstizio d'inverno sembra che il sole stia per
morire, solo per poi rinascere in un perenne rinnovamento
Il corrispondente di Dioniso, Attis, Adonis, in
Egitto è Osiride, che Erodoto stesso identifica con Dioniso . E
anche questo è un dio figlio che, dopo l'incesto con Iside,
muore e rinasce. Dunque il Natale si ricollega direttamente alla morte
e alla rinascita del sole, sia per il periodo in cui viene celebrato,
che è durante i giorni più corti dell'anno, sia
poiché il Cristo stesso viene paragonato al sole e questo, nelle
rappresentazioni figurate del Cristianesimo, diventa il suo simbolo.
E qui ci ricolleghiamo alla morte di Gesù
come Dioniso e alla sua rinascita come Apollo, che è appunto il
dio del sole
Interessante notare che questa associazione di
un Dioniso che precede Apollo, o che lo genera, che è lo stesso,
era stata fatta anche da Erodoto, che dice: «Ultimo,
avrebbe regnato sull’Egitto Oro, figlio di Osiride quello che i Greci
chiamano Apollo: egli, dopo aver detronizzato Tifone [Set, nemico di Osiride e autore della sua
morte], fu l’ultimo che dominò il paese.
Osiride, in lingua greca, è Dioniso»
Dunque Osiride (Dioniso), condensazione di dio -
figlio e dio - padre ucciso, genera Oro (Apollo) che sarà
l’ultimo che dominò il paese, ovvero, come Apollo
sostituì Dioniso nel dominio del regno, così Cristo
rinasce come Apollo, dopo essere morto come Dioniso, e detronizza il
Padre nel regno dei cieli.
Per tornare a noi, dopo questa digressione, il
Hannukkà, quindi, con la sua lampada a otto, o sia pure a nove
bracci, è una festa ellenista nel vero senso della parola, nella
quale l’albero è stato sostituito dalla lampada a otto bracci,
che solo nell’ebraismo occidentale diventano nove per l’allinearsi
dell’ «aiutante» con gli altri lumi.
Da questa festa, come da ogni altra
manifestazione religiosa ebraica, è stata cancellata ogni
traccia della presenza di un dio-figlio, l’eroe che muore e rinasce, e
che nel cristianesimo si condensa con Dio-Padre. Ma questa emerge,
ciononostante, sterilizzata da ogni connotazione divina, nella figura
dell'Eroe: Giuda Maccabeo, che salva il suo popolo dai malvagi.
Il Hannukkà è il massimo
che l'ebraismo si poteva concedere del parallelo delle feste di morte e
resurrezione dell'Oriente ellenista, senza sgarrare troppo
dall'ortodossia ebraica.
Questo spiega il perché in questa festa
non compare il numero sette: poiché non ha niente di ebraico, ed
è stata esclusivamente una concessione alle pressioni
della cultura dell’Oriente ellenizzato, che minacciava di sommergere l’habitat
isolato e iconoclasta della piccola Giudea, in eterna lotta con i suoi
vicini.
Come i bambini ebrei che vivono in mezzo ai loro
vicini Gentili, sentono spesso una punta d’invidia per l’albero di
Natale illuminato ed addobbato dei propri amici, e io stesso ho
provato, durante l’infanzia, questo sentimento, così gli
abitanti della piccola e isolata Giudea si concessero questa
prevaricazione, e istituirono il Hannukà, come
compensazione, non prima, però, di averlo sterilizzato di ogni
elemento che richiamasse alla mente i culti dei loro vicini.
Avvenne uno spostamento, e da festa del
dio-sole, inaugurazione del suo nuovo cammino nei cieli, divenne
inaugurazione del Tempio dopo la sua profanazione da parte dei pagani.
Tuttavia, quello che tradisce la vera
natura di questa festa sono le candeline, i lumi, che incitano a
ricacciare il buio, la morte, e invitano il dio sole a rinascere e a
ricominciare il suo cammino nel cielo. Non solo, ma anche il loro
numero, non più sette ma otto, e dopo nove, tre volte tre.
(Per la stretta connessione tra nascita del Messia e il culto del sole nel cristianesimo, Cfr. Pagan Sun Worship and Catholicism
Celebrating The Birth of the Sun).
La Stella di Davide
A questo punto non possiamo fare a
meno di cercare di misurarci con quello che oggi viene percepito come
il simbolo ebraico par excellance: «la stella di
Davide» o la «stella a sei punte» o, come viene
definita in ebraico il Maghen David, ovvero «lo scudo di
Davide”.
Questo simbolo, composto da due triangoli
sovrapposti, dopo essere stato considerato per molti secoli il simbolo
dell’ebraismo, ha trovato persino la sua strada sulla bandiera del
rinnovato stato d’Israele.
Negli scavi archeologici in Palestina non si
trova niente di simile.
La Bibbia non conosceva questo simbolo. Il re
Davide, al quale viene attribuito, non lo aveva mai visto, né ne
aveva mai sentito parlare.
Ugualmente per quello che riguarda il periodo
del Secondo Tempio.
Giudici, Re, Profeti, Maccabei, i rivoltosi
contro i Romani: nessuno di loro conosceva questo simbolo.
Chiunque si fosse battuto per la libertà
ebraica, fino al Medioevo, lo ha sempre fatto sotto il segno della
lampada a sette bracci.
Non solo ma, anche dopo l’inizio dell’esilio, la
stella di Davide non appare in nessun contesto legato all’ebraismo.
Nei numerosi scavi di sinagoghe dal IV e VI sec.
D.C. appaiono solo i simboli tradizionale dello shofar, della
lampada a sette bracci, dell’etrog (il cedro), e della palma.
In nessuno di essi appare mai la stella di
Davide. L'unico posto dove l'ho trovata è in una sinagoga del
secondo secolo d.C, a Capernaum in Galilea, e funge esclusivamente da
elemento architettonico, come in molte strutture non - ebraiche
precedenti, e anche molto più tarde.
Quindi possiamo asserire che, almeno fino al
tardo medioevo, questo simbolo non faceva parte della sfera culturale
ebraica.
Per chi sia interessato ai vari significati di
questo emblema rinviamo all’ «Enciclopedia dei Simboli»
della Garzanti, che riassume le varie interpretazioni, tutte
però in un’atmosfera soffusa di astrazione.
Questo, comunque, è un simbolo
indoeuropeo, presente nell’antico parsismo e in India .
Appare, fra l’altro, sulle mura di Gerusalemme,
costruite nel XVI sec. d.C. dal sultano turco Suliman il Magnifico,
come appare sulla facciata della chiesa di S. Croce a Firenze,
edificata nel secolo scorso, e in entrambi i casi non lo s'intendeva
certo associare all'ebraismo.
Arthur Koestler, in avanza l'ipotesi che la
Stella di Davide sia stata associata all'ebraismo nel XII secolo, nel
contesto del movimento messianico legato al nome di David El - Roy, un
aspirante messia che aveva organizzato una rivolta armata di vaste
proporzioni, che si stava espandendo dalla Cazaria, al Kurdistan e fino
alla Babilonia, quando quest'ultimo fu assassinato nel sonno.
Comunque, sempre secondo Koestler:
...si suppone che lo "scudo di Davide" a sei punte, fino a quel momento considerato soprattutto motivo decorativo o simbolo magico, iniziasse la su ascesa per divenire il principale simbiolo nazionale e religioso del giudaismo. Usato per lungo tempo in alternativa al pentagramma o "sigillo di Salomone", esso venne attribuito a David in taluni scritti mistici ed etici tedeschi a partire dal tredicesimo secolo, e comparve sulla bandiera ebraica a Praga nel 1527 (La tredicesima tribù, UTET Libreria, Torino 2003, pp.106 - 8).Il motivo psicologico per cui sia diventato, negli ultimi otto secoli, il simbolo dell'ebraismo, è per noi un mistero.
Finalmente
l'antico rito iniziatico, perennemente tentato, e alla fine risultato
nell'esilio di coloro che non erano riusciti a portarlo a termine in
maniera soddisfacente, trovò la propria soluzione, e
riuscì, come ogni rito iniziatico, quando la generazione dei
figli si identifica con quella dei padri, e avviene il compromesso, che
è alla base di ogni iniziazione riuscita.
La nuova libertà dei figli d’Israele, non
è più, come quella dei tempi antichi, una sfida al
simbolo fallico del Padre bensì un regime di collaborazione,
soluzione di un rito iniziatico che dura, ormai, da più di
quattromila anni.