| PAPEROMAPOLI |
| Il calore e l'odore di centinaia di persone ingurgitate ed espulse, tritate e smosse dalla furia omicida delle carrozze arancione della metropolitana di Roma, sono la traccia del girone d'inferno che vive e palpita sotto terra ogni giorno. Prima di arrivare alla terra promessa della banchina ci si imbatte subito in strani episodi: i vigilantes armati fino ai denti, simili a marines, addetti, per�, alle pulizie, la mestizia del venditore di pantofole usate di albergo ad Euro 1, accasciato sui gradini di ingresso, il volto disperso del turista straniero biondo e bruciato dal sole, la voce dolce e melanconica del duo chitarra e nostalgia scappato da qualche paese latino americano, i riti quotidiani dell'afferra- tutte le-copie-di-Leggo-Metro-e-City per apprendere, nel breve tratto di percorso, della promiscuit� delle coccinelle o della ricetta per la felicit� eterna. |
| A chi si avventura per i corridoi piastrellati di mosaici improbabili, sfiorato appena ai varchi di accesso dallo sguardo di custodi distratti ed inutili, l'umanit� afflitta e pigiata evoca soprattutto sensazioni sgradevoli: appiccicume, calore insopportabile e contatto non richiesto di corpi, cui, in genere, si reagisce contrapponendo una bella dose di disinteresse. Eppure, superata la scorza dei primi minuti, in un viaggio al centro della terra che rumoreggia al sibilo di cavalli motore impazziti, strattonati da accelerate e decelerate improvvise e profuse con sadica casualit�, non si pu� non riconoscere, in simili circostanze, la sottile similitudine di questi passeggeri imbarcati su immaginari piroscafi dai fumaioli fuligginosi, in rotta verso americhe cariche di libert� ed infinite speranze. Se immaginate di essere un centro fisso ed immutabile, un osservatorio privilegiato del tutto ininfluente sulla conduzione dell'esperimento, la gente della metropolitana vi fornir� infiniti motivi di stupore ed affascinanti rivelazioni, a patto di accogliere tutto ci� con la soave leggerezza di un percorso in cui casualit� e velocit� giocano insieme la loro misteriosa partita. |
| INNAMORAMENTI |
| La metropolitana � un posto dove ci si innamora tutti i giorni. E' l'occasione di infiniti contatti, di rimescolamenti di vite. I pi� non lo sanno, poich� sono troppo lodevolmente ancorati al tragitto casa-ufficio-casa per potersi concedere flirt e storie appassionate con metallari gi-ottini pentiti, managers temporaneamente appiedati da classe A, studentesse universitarie in carriera, meticciato vario e multicolore, suore beatificate, infanzia stordita da impatto post parto col suolo. |
| Basterebbe "sparare" nel mucchio per tentare qualcosa di diverso. Ma io le ho viste nascere un sacco di storie sulle carrozze curvilinee e morire anche subito, rattrappite dalla barriera dell'incomunicabilit�. Mi porto dietro anche una storia bellissima e disperata, durata lo spazio di tre fermate. Era una mattina d'estate, e come d'abitudine mi stavo recando al lavoro, in compagnia della mia borsa blu multitasche, piena di carte che porto a spasso. Lei sal� sulla mia carrozza in compagnia di due giovanotti di carnagione scura, parlando ad alta voce. Si sedette di fronte a me. |
| Iniziai subito l'esercizio: osservazione superficiale del soggetto, con occhiate distratte. T shirt colorata, pantaloni lunghi al polpaccio e ciabatte infradito. Indi proseguii con la decrittazione di ulteriori messaggi visivi: capelli neri, occhi vispi, seno prosperoso. Ergo, raccolsi altre informazioni alternando sguardi assenti a sguardi trasversali: et� presunta, una ventina d'anni, segni distintivi: un incisivo d'oro ed una bellissima spazzola di quelle che usano gli extra comunitari per pulire i vetri alle macchine ferme ai semafori. |
| La fanciulla oggetto del mio desiderio, identificata immediatamente al momento del suo ingresso nel vagone come "zingara", e come tale emarginata dal resto dei viaggiatori, nel giro di pochi minuti era assurta al ruolo di dea. Bella per la sua voce straniera, per i suoi piedi poco puliti, per il palpitare del suo seno sotto la maglietta a strisce, per le battute incomprensibili con i suoi giovani amici, per il fatto che anche lei stesse andando a lavorare, per il suo mirabile, luccicante dente d'oro. Rimpiansi di non avere con me un lunotto portatile sporco da passeggio per far si che si avvicinasse a me con speranzosa richiesta di obolo e scesi alla mia fermata in compagnia della stupida borsa blu, fedele come un cane, ma totalmente inespressiva. |
| INDIANI |
| Indiani metropolitani, scappati dalla riserva, si aggirano per le banchine della metropolitana. Il grande capo piumato ha un fare nervoso, occhio di lince sembra assente con le cuffiette che sparano musica a tutto volume, bufalo impazzito legge gli annunci economici su Il sole24 ore, squaw Teresa ha il tatuaggio nuovo all'ombelico. |
| GRAFFITI |
| Ecco, io sono un retrogrado conservatore della peggior specie. Non sopporto molte cose della grande citt�, ma essendo un nichilista-individualista-contocorrentista, mi guardo bene dal muovere un solo dito per cambiare le cose. Ci� che mi indispettisce � la stolidit� della gente, ovvero l'attributo pi� carino che si riesce di solito a riconoscere a tutti gli altri che differiscono dal s�. |
| Io odio i graffiti. Odio le firme, i disegni, i pasticci, le brutture, le targhette, i tag, le cazzate multicolori che i piccolo-medio-grande cerebrolesi, ad ore antelucane, scarabocchiano sulle carrozze della metropolitana, smerdando gli interni fin sui soffitti, e coprendo perfino i finestrini di vernice, per tracciare delle o, delle esse, delle zeta, dei cazzo di fottutissimi segni che non significano nulla. Roba che persino il pi� incolto dei selvaggi, con tutto il rispetto per la categoria, sarebbe in grado di disegnare, tracciare o dipingere con maggiore sensibilit�, grazia ed armonia all'interno di una caverna. |
| Io odio i graffitari, perch� si nascondono, perch� pensano di sovvertire il sistema a colpi di bombolette, di riuscire a far emergere una loro identit�, di colorare il cemento e le brutture della citt�. Li odio perch� non hanno ironia, non hanno bellezza nel tratto, non sanno disegnare, aggiungono orrore ad orrore. |
| Li odio (e li ucciderei a colpi di vanga), perch� con i vetri coperti dalla vernice ci rinchiudono dentro gli scompartimenti, ciechi e sordi nel grande ventre squarciato della citt�, ed io ogni mattina, rischio sempre di sbagliare la fermata. |
| CITTADINI DELLA TERRA DI NESSUNO |
| Passa la macchina fuoco e fiamme e lentamente si arresta. Dai finestrini si possono vedere, schierati lungo le banchine come soldati impazienti, pi� numerosi verso il centro della stazione, pronti a saltare a bordo, a conquistarsi i pochi centimetri vitali, a piantar gomiti nelle costole del vicino, a pestar piedi, a sgocciolare ombrelli addosso al prossimo nelle giornate di pioggia. |
| Il rito si ripete con la voce degli altoparlanti che declama versi freddi, quelli che entrano e quelli che escono. Chi � gi� su, osserva distratto e diffidente i nuovi venuti, i nuovi venuti digrignano i denti e borbottano insulti in lingue indo-europee, pronti a mostrare il loro valore e di essere degni del mezzo di trasporto appena arrembato. |
| E cos� le stazioni si riempiono e si svuotano di continuo, in incessante succedersi di volti e storie. La folata di vento annuncia l'arrivo di un altro convoglio, le porte si aprono con sbuffo metallico, l'acqua cola gorgogliando nelle gallerie formando grotte carsiche inesplorate, i pannelli pubblicitari regalano sogni di mutui fantastici e corsi universitari all inclusive. |
| La fine del mondo, probabilmente, ci sorprender� qui, in incessante migrare. |
| Roma, 21 ottobre 2003 |
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