| IL CAMPANACCIO | |||||||||||||||
| Dunque and� cos�. Si era al tempo dei draghi, che svolazzavano liberi su villaggi e castelli, seminando il panico tra la povera gente. La contea ne era infestata a tal punto che dai pozzi salivano terribili miasmi, le scrofe partorivano maialini deformi e le mucche che pascolavano nei campi, una volta colpite dal soffio dei draghi, non producevano pi� latte. Le giovani madri nascondevano i neonati per evitare che finissero tra le fauci dei mostri, mangiati in un sol boccone, e gli uomini giravano armati e sempre guardinghi. Sulla torre pi� alta del castello del Re ardeva notte e giorno un gran fuoco per tenere lontane le bestiacce, ma, ahim�, senza grande successo. Il loro battito d' ali, lento e sibilante, risuonava cupo nell'oscurit� e popolava i sonni del canuto monarca con i peggiori incubi. Di giorno, i draghi impudenti bersagliavano con le loro lordure i bastioni, provocando continui fuggi fuggi tra gli armigeri di guardia nei camminamenti. I campi non davano pi� messi e la disperazione, come uno strato di pece vischiosa, incombeva su tutto il regno. Venne deciso dalla Maest� di riunire il Consiglio. Nella sala capitolare, al cospetto del Re, si diedero consesso i saggi, gli indovini ed i capi militari. Il sovrano ascolt� gli alti lai espressi dai rappresentanti del popolo, peror� le divinazioni dei dotti, si gonfi� d'orgoglio di fronte alla determinazione dei suoi fidi armati. E si agit� a lungo sullo scranno cercando una soluzione al problema. Per debellare la sventura i saggi proposero uno speciale balzello da far pagare ai sudditi. La misura non avrebbe eliminato i disturbatori sputafuoco, ma sarebbe stata un mezzo efficace per far assuefare la gente alla loro presenza. Invero, i sudditi gi� pagavano l'uso dell'acqua, del legno, delle strade, dei campi, delle case eccetera, eccetera, tutte cose assai utili se non indispensabili, e dunque una tassa sui draghi era grandemente auspicabile, poich� andava a colpire un bene voluttuario. Fu argomentato, inoltre, che le regali casse ne avrebbero tratto grande giovamento. Il Re ne convenne, ma si gratt� perplesso la barba. Gli indovini agitarono i loro sassi e le ossa di pollo, consultarono i sacri testi scritti sulla pergamena, sciorinarono le formule, fecero l'oroscopo a tutti i presenti, monarca compreso, e poi si limitarono ad alzare le spalle. Suggerirono che la coda di drago, essiccata al sole e sbriciolata in un mortaio poteva essere assunta sotto forma di decotto quale cura della tosse canina. I teologi, intervenuti in un secondo momento, tennero le mani raccolte ieraticamente in grembo e, dopo aver scagliato anatemi contro i falsi profeti, sentenziarono che anche i draghi erano creature di Dio e come tali andavano amate e rispettate. Il comandante delle guardie, infine, batt� il pugno guantato di ferro sul banco, facendo rimbombare la sala e con voce da baritono espresse un solo concetto: i mostri andavano sterminati a fil di spada, i piccoli di drago infilzati sulle lance ed arrostiti al fuoco. Un esercito di mille armati, tra cavalieri e fanti, supportato da macchine da guerra e da robuste scorte di vino, nel giro poco tempo, avrebbe fatto piazza pulita delle orride bestie cacciandole per sempre da quelle contrade. Il rosso armigero picchi� di nuovo il pugno per ribadire il concetto ed inton� una canzone da osteria in onore del sovrano. Il Re, ancora incerto, pieg� il mento fino a toccarsi il petto ed ordin� agli astanti di abbandonare il Consiglio, poich� a Lui solo spettava l'arduo compito di prendere la decisione. I convenuti uscirono in buon ordine ed in punta di piedi per non gualcire la stola rossa del sovrano che copriva gran parte del pavimento della sala capitolare. Il monarca scese dal trono e si diresse verso la stretta finestra in pietra. Attraverso la fessura gett� uno sguardo verso il lembo di campagna visibile oltre le mura, sulle dolci colline umide di pioggia, sui campi lavorati dalla fatica dell'uomo e sulle piccole case perdute in lontananza i cui camini levavano in cielo le volute azzurrine dei fuochi di torba. Pens� alla sua giovane figlia, bello e delicato fiore sbocciato alla vita, costretta a vivere dentro un castello cupo e sotto assedio. Nessun nobile cavaliere l'avrebbe mai chiesta in sposa se prima non fosse stata debellata l'orribile masnada volante. E sia ! Guerra, guerra, guerra! Tamburi, squilli di tromba ed un gran fracasso di armi si levarono dalla pianura un mattino di primavera bagnato di rugiada. Alla testa dei suoi guerrieri stava il Re, cinto della pi� bella e lucida armatura ed in groppa ad un cavallo bianco bardato. Sulle lunghe lance sventolavano gli stendardi delle casate: grifoni d'oro, torri dirute e leoni rampanti, bande geometriche di ogni colore e dimensione. Le schiere di valorosi procedevano al ritmo dei tamburi occupando gli spazi assegnati, guidati dal grido imperioso degli ufficiali che correvano per brevi tratti a destra e sinistra con i cavalli. La cavalleria occupava i due lati dello schieramento, mentre i fanti, disposti in numerose file regolari, puntavano verso l'alto le punte minacciose delle armi. Tra di loro erano mischiati gruppi di arcieri. Pi� lente procedevano le grosse macchine da guerra trainate da buoi, protette da piastre di ferro entro cui si celavano altri tiratori addetti alle balestre. I draghi, disturbati da un simile tramestio, iniziarono a calare dalle montagne eseguendo giri ampi e solenni. Nonostante la loro mole avevano una certa grazia durante il volo. Di tanto in tanto sbuffavano vapore attraverso le nari e con le code dentate sferzavano l'aria. Il rullo dei tamburi si fece pi� forte ed all'approssimarsi dei serpenti si levarono minacciose le urla di battaglia. La prima ondata pass� con un alito d'inferno, scompigliando le prime file dei fanti. Per risposta si alz� un tal nugolo di frecce e lance da oscurare il cielo. E presto ai gemiti di disperazione dei feriti e dei moribondi si un� il canto malinconico di molti animali colpiti. Le macchine da guerra lanciarono gragnuole di colpi, in rapida successione. Un grosso drago ne ebbe forate le membrane dell'ala destra e precipit� al suolo in spirale schiacciando un gruppetto di fantaccini. La furia omicida si scaten� in tutta la sua violenza: gruppi di armati colpirono con asce ricurve i fianchi dell'animale ferito, scalzarono le placche dure della pelle ed affondarono il ferro nella carne. Sembravano decine di formiche intente a divorare un grosso insetto. Il drago ne fece volare via qualcuno, scuotendo la coda e soffiando fiamme, ma non riuscendo a sollevarsi dal fianco alla fine dovette soccombere ai colpi degli assalitori. Reclin� la testa ed esal� l'ultimo pestifero respiro. Questa prima vittoria rincuor� gli uomini e li rese ancora pi� determinati. Gli assalti continuarono pi� volte: i draghi scendevano gi� in picchiata, vomitavano lingue di fuoco sulle schiere e cercavano di riguadagnare quota sbattendo velocemente le ali. Al suolo restavano miseri corpi abbruciacchiati e fumanti, spesso irriconoscibili se il ferro dell'armatura si era fuso insieme alle carni dell'occupante. Altri draghi vennero abbattuti e caricati dalla cavalleria. Il Re mosse al galoppo alla volta di un gigante ferito e balz� sulla sua schiena per menare gran fendenti tra le orecchie appuntite della bestia. L'armatura di ferro venne schizzata dal sangue ed un gran urlo di gioia sgorg� dalle gole degli attaccanti. Il Re conficc� lo stendardo nel cranio fracassato ed incit� i suoi a raddoppiare gli sforzi. Verso mezzod� il campo di battaglia era squassato e fumante. Ovunque giacevano corpi dilaniati o bruciati. Le grosse carcasse dei mostri abbattuti bruciavano mandando un puzzo insopportabile. Il Re guid� l'assalto dei suoi, ed ogni tipo di arma venne scagliata verso il cielo. Gli arcieri scattavano da dietro sassi e cespugli e lanciavano saette insidiose verso i lenti animali, colpendoli alle spalle. Fantaccini bardati di duro metallo si opponevano in formazioni compatte e puntute agli assalti dei draghi, mentre i cavalieri correvano per il campo a finire con gran colpi di lama le bestie atterrate e sanguinanti. La carneficina fu indescrivibile. Nel tardo pomeriggio, al di sopra del campo di battaglia non volava pi� neanche un pettirosso. Seduto su uno scranno improvvisato posto in cima ad una collina, circondato dalle guardie e dai notabili, il Re guard� l'intera piana, devastata dalla lotta. Gli stendardi sopravvissuti sventolavano stracciati e sporchi. Gruppi di uomini alla rinfusa correvano attraverso l'ampio spazio. La cavalleria era stata decimata ed una sola macchina da guerra era ancora efficiente. Il comandante della guardia, nonostante fosse ferito e bruciacchiato, si fece largo tra i presenti e dopo essersi inginocchiato poggi� ai piedi del sovrano le orecchie mozzate dei draghi uccisi. - Sire, la vittoria � nostra !- esclam� con voce trionfante. Gli armati levarono un alto urlo di gioia, battendo le armi l'una contro l'altra ed inneggiarono al loro Re che con coraggio li aveva condotti a debellare la vile razza dei mostri. Il corteo dei sopravvissuti riprese la via di casa per seppellire i morti e curare con olio e balsami le ferite. Quasi alla sommit� del monte, in uno speco scuro e profondo, era la tana dei draghi. Un posto triste e dalla natura selvaggia: alberi contorti e stenti, magra erba, rocce appuntite e spaccate. Il luogo era talmente impervio, ammantato di nebbia e battuto dai venti che solo le creature dall'alito infiammabile e dagli artigli micidiali potevano sopportare un simile isolamento. Terminata la battaglia le sue cavit� rimasero vuote, attraversate dal vento. In un angolo molto nascosto, amorosamente riposte su covoni di paglia, un gruppo di lucide uova dalle venature rossastre rimase abbandonato. Al suono dei pifferi di legno, dei tamburelli e degli strumenti a corda il corteo dei nobili, dei guerrieri e delle loro dame, disposti su ordinate file, inizi� i lenti movimenti della danza sotto lo sguardo attento del Re, seduto al centro della tavola imbandita. Al suo fianco la giovane figlia, la testa coronata di fiori freschi e profumati, teneva pudicamente lo sguardo abbassato. L'armatura del Re rifletteva i mille riverberi delle fiaccole e dei tripodi accesi e gli anelli di metallo che la componevano tintinnavano come campanelli festanti. La vittoria era stata assicurata, sia pure a caro prezzo, ed ora era venuto il momento della festa e della gioia. - Nuova prosperit� al Regno e nuova pace !- brindarono i presenti. Il Re guard� la figlia con orgoglio e rivolse poi lo sguardo agli emissari degli stati confinanti seduti con grande compostezza alla sua tavola. Presto si sarebbe celebrato il matrimonio per sancire nuove sacre alleanze, avviare commerci, dichiarare nuove guerre. Mentre la festa continuava, sulla torre principale del castello un grande fuoco ardeva nella notte a scacciare le minacciose ombre dello scampato pericolo. Una notte piena di stelle, un piccolo accampamento riparato tra le mura diroccate e divorate dai rovi di un'antica costruzione ed un fuoco fatto di sterpi e piccoli legni. Jos� Manoel dos Santos, intabarrato nel suo mantello da viaggio per resistere al freddo pungente, si guard� intorno. I suoi compagni di viaggio stavano seduti intorno al fuoco e le loro facce sembravano strane maschere demoniache. C'erano i volti rugosi e segnati dal vento di due vecchi pastori, improvvisate guide di un viaggio che l'augusto padre di Jos� aveva giudicato semplicemente folle, lo sguardo amico ed un po' sognante di Augusto Ribeiro, botanico, entomologo e naturalista dalla memoria formidabile ed il famiglio Sanchito, paziente e silenzioso servitore alla cui abilit� nel maneggiare le armi era affidata l'incolumit� dell'intero gruppo. Dopo giorni di cammino a piedi ed a dorso di mulo erano finalmente giunti in prossimit� della montagna ricordata in uno dei vecchi tomi che Jos� Manoel teneva custoditi in una sacca da viaggio. In belle lettere vi era vergata la storia della dragomachia, dai tempi dell?antica Grecia fino al XIV� secolo, a cura di uno studioso italiano, tal Filippo de' Campitelli, detto il Romito, natio del borgo nomato Pieve Romita. Studiando le pagine macchiate ed ingiallite del volume il giovane Manoel aveva ricostruito le vicende di un antico regno, ormai scomparso, che aveva debellato "l'atro periglio de li draghi infernali" in una battaglia campale. E si era talmente appassionato alla storia da prenderla per vera, provocando grave sconforto al suo povero genitore, solido commerciante, cui simili fanfaluche finirono per scatenare accessi d'ira incontrollabili. La frequentazione con Augusto Ribeiro, valentuomo appassionato di scienza, aveva convinto Jos� ad intraprendere una spedizione alla ricerca dei luoghi descritti dal Romito ("havvi ai piedi di cotal erta montagna un'ampia valle, dolce et di ogni messe ricolma, dacch� mano dell'uomo ne seppe cavar sostentamento ..et quivi, a difesa, fu eretto un gran bastione custodito da armati, sotto la guida di saggio monarca...ecc. ecc."). Ribeiro sosteneva che in passato erano esistiti i draghi e citando a memoria interi brani di trattati medievali e testi apocrifi snocciolava tutti i posti in cui erano stati rinvenuti i reperti fossilizzati che dimostravano le sue teorie. Nel suo laboratorio aveva mostrato a Jos� alcuni calchi assai interessanti di animali rimasti imprigionati nella pietra, pezzetti di osso e curiose parti di scheletro dalle dimensioni esagerate. Lo scienziato aveva elaborato disegni per ricostruire il sembiante delle bestie scomparse, confrontando immagini di famosi dipinti, reperti e racconti tratti da antiche cronache e custodiva gelosamente il materiale nel suo studiolo ingombro di carte, insetti infilzati su spilli ed erbe messe a seccare sotto pesanti volumi. Dai pi� era considerato leggermente squilibrato. Il giovane dos Santos, invece, aveva riconosciuto in lui il leale amico per dar corso alla sua fantasticata avventura. Nel freddo della notte Jos� guardava il fuoco illanguidirsi e si lasciava cullare dal ricordo dei racconti che molte umili genti di quei paraggi nei giorni scorsi avevano riversato come balsamo sul suo orgoglio ferito da mesi e mesi di inutile girovagare. I contadini di quelle terre conoscevano la storia degli antichi draghi e citavano a memoria il nome del Re che li aveva sconfitti. Il giorno precedente un pastorello aveva condotto i viandanti alla piana dove si era svolta la battaglia leggendaria e Jos� aveva per la prima volta visto sorgere davanti ai propri occhi quei posti cos� a lungo immaginati. Augusto Ribeiro, intento a rincorrere farfalle e dispettosi insetti, armato di un grande retino, non si era lasciato molto commuovere dalle esclamazioni del giovane compagno che, libro alla mano, si era messo a contare i passi, ad indicare il monte rifugio dei rettili ed a discettare di corti e guerrieri, facendo un po' di confusione. Al sorgere del sole il piccolo accampamento venne tolto. Il gruppo, guidato dal pastore pi� anziano, si mosse verso le pendici del monte, la cui sommit� era avvolta da una cortina di spesse nubi. Il primo tratto del cammino fu abbastanza agevole: il sentiero tracciato si snodava tra pascoli e boschetti, di tanto in tanto interrotto da rivoli d'acqua pura e cristallina. Jos� Manoel appoggiandosi ad un nodoso bastone seguiva l'uomo anziano con passo spedito. Il suo cuore era in tumulto, poich� aveva il presentimento che da quella giornata sarebbero scaturiti importanti eventi. Augusto Ribeiro camminava guardando per terra ed ogni tanto strappava un filo d'erba o raccoglieva qualche insetto che riponeva con cura entro la capiente sacca che portava a tracolla. Verso il mezzod� i viandanti si fermarono per consumare un frugale pasto a base di pane, cipolle e formaggio, abbondantemente annaffiato da acqua di fonte. La sommit� del monte appariva molto vicina, visto che le nubi si erano miracolosamente diradate. A partire dal limite della vegetazione le pendici apparivano piuttosto spoglie e minacciose: la roccia era spaccata e grossi ciottoli e sassi formavano cumuli in lento ed inesorabile disfacimento. Chiazze di erba, attraversate da un gregge folto e sparpagliato contrastavano con l?aria di desolazione ed abbandono che ispiravano quei luoghi. Jos� chiese al pastore come mai le greggi venissero spinte cos� in alto a cercare nutrimento e l'uomo gli spieg� a gesti che l'erba di quei luoghi era molto appetita dagli animali e si conservava pi� a lungo. Il gruppo riprese la marcia, procedendo con maggiore cautela. Dopo un paio d'ore il sentiero si allarg� in un vasto pianoro, dove pascolavano liberi numerosi animali. Il loro scampanellare continuo riempiva l'aria. Oltre il limitare del pianoro si ergeva l'ultimo tratto di roccia con i denti aguzzi che spiccavano contro l'azzurro del cielo. Jos� Manoel si sedette su di uno sperone, lasciando ciondolare i piedi nel vuoto e gir� la testa lentamente per meglio apprezzare la vastit� del panorama che gli si apriva dinanzi. Il cielo era sgombro e si vedevano chiaramente le altre cime solitarie, lontane ed inaccessibili. Alla sua sinistra, pi� in basso sul pianoro, scorse Augusto Ribeiro comodamente seduto su di uno sgabello da viaggio di sua invenzione, intento a schizzare su un taccuino le forme degli insetti e delle piante raccolte quel mattino. Lo scampanio degli animali giungeva fino a l�, nitido e gioioso. I pastori stavano in disparte, cos� silenziosi, scuri ed immobili da sembrare anch?essi un elemento della natura del luogo al pari di sassi, erba e solitudine. Sanchito masticava un filo d?erba tra i denti. Jos� respir� a pieni polmoni l'aria e si sent� felice ed appagato. Nella testa gli ronzavano le note di una canzone popolare ascoltata da un vecchio alcuni giorni prima, una nenia dolce e piena di fascino. Fu in quel momento che, molto vicino a lui, sent� un rumore familiare, ma insolito, un "don don" lento ed impacciato, come proveniente dalla profondit� della terra. Il giovane si lev� in piedi per meglio comprendere lo strano fenomeno e si diresse, salendo di sasso in sasso, verso la fonte sonora che sembrava essere celata in qualche speco nascosto. Finalmente trov�, protetta da uno sperone di roccia, che la rendeva invisibile dal pianoro, una fenditura larga e bassa, leggermente arrotondata, con dei curiosi solchi scavati nella roccia, simili a graffi. L'interno era buio, ma il rumor di campana veniva proprio da l�. Jos� pens� che si trattasse di un animale che si era perso e forse si era ferito precipitando in qualche anfratto. Ma dalla caverna non provenivano lamenti. L'uomo rimase qualche tempo sul limitare della grotta, con l'orecchio teso. Poi, quasi folgorato da una strana intuizione, si infil� dentro, tastando con le mani il muro. Augusto Ribeiro continu� a disegnare per molto tempo e non si accorse della scomparsa dell'amico se non quando uno dei pastori gli si avvicin� per mostrargli l'avvicinarsi minaccioso di grosse nuvole nere cariche di pioggia. Il vento aveva incominciato a spazzare il pianoro e l'altro pastore a fischi e gesti rincorreva le bestie per farle raggruppare. Il tempo stava cambiando molto rapidamente. All'improvviso si ud� un urlo altissimo, umano e folle che eccheggi� per le valli perdendosi in lontananza. Dall'alto delle rocce, preceduto da un rotolare di sassi, si vide la figura di Jos� Manoel, correre all'impazzata, e con grave pericolo, verso il gruppo di viandanti. Sanchito, con gesto istintivo, tir� fuori le armi dalla cintura e caric� il cane. - E' qui !- urlava intanto dos Santos, scarmigliato e coperto di fango - � quuuuuuuiii !!!- Il suo volto sembrava pervaso da una stralunata contentezza, mista ad orrore. Lo videro saltare come uno stambecco oltre uno stretto passaggio, ormai vicinissimo. In quel momento, per�, mise un piede in fallo e con orrore di tutti il giovane perse l'equilibrio e cadde. Le nubi minacciose avevano, intanto, interamente oscurato il cielo. Subito Sanchito ed Augusto si lanciarono verso il punto dove era scomparso Jos�. Lo videro disteso sulla schiena, appeso ad uno sperone nudo proteso sull'abisso, le gambe e le braccia piegate in maniera innaturale. Non si muoveva. Una chiazza di sangue aveva macchiato la roccia. Un tuono, poi la pioggia cominci� a cadere a grosse gocce. Sanchito si fece aiutare dai pastori e si cal� con una corda per raggiungere il padroncino. Respirava ancora. Lo sollev� ed assicur� saldamente a s�, attento a muoversi con gran cautela nello spazio angusto, mentre la pioggia gli sferzava il viso. Finalmente, con grande sforzo riusc� a farsi issare su. Un lampo illumin� la scena: gli animali spaventati che vagavano per il pascolo, scuotendo i campanacci, il cielo nero, il gruppo di uomini che attorniavano il ferito. E poi pi� lontano, stagliata contro il livido cielo, una massa indefinibile e scura che si muoveva pesante, scuotendo la lunga coda. Intenti a prestare i soccorsi, i viandanti voltarono le spalle all'apparizione e cercarono di guadagnare un riparo. Nel giardino di casa, seduto su di una sedia vicino ad un basso tavolino, Jos� Manoel, riposava all'ombra del pergolato. La sua testa era fasciata con bende bianche e pulite, visibile ricordo della scampata avventura. Era passato quasi un mese e Jos� aveva rischiato la morte per gli effetti della caduta. Era stato a lungo in stato di incoscienza, il corpo scosso da una febbre maligna, in preda a visioni fantastiche e demoniache. Poi, lentamente, aveva riacquistato forze e ragione, grazie alle cure di un bravo medico. Ed ora, convalescente, trascorreva le giornate in ozio. Il padre aveva fatto distruggere tutti i libri maledetti ed aveva proibito ad Augusto Ribeiro di frequentare la casa. L'unica presenza ammessa era quella di una giovane cugina di Jos�, prossima a prendere i voti. La ragazza veniva a trovare il malato ogni giorno e gli teneva compagnia, leggendogli brani di libri di preghiere. Ricamava fazzoletti e cantava con voce serena dolci canzoni dell'infanzia. Jos� Manoel l'ascoltava tranquillo e taciturno. Gli piaceva seguire i gesti eterei delle sue mani, che si venivano a confondere agli odori del giardino, al colore delle mele cotogne ed agli strani ricordi di un giorno buio di pioggia e vento. Il giovane parlava pochissimo. Let�cia era paziente con lui e lo confortava senza cercare di scacciare con eccessivo affetto lo spazio di tenebra che ancora velava la fronte del cugino. Anche quel giorno Let�cia si sedette accanto a Jos� ed attese che il giovane si destasse dal sonno. Quando Manoel apr� gli occhi la ragazza gli sorrise. - Come sta, oggi, il mio amato cugino ?- disse a bassa voce - Bene, grazie- rispose Jos�, sistemandosi meglio sulla sedia. Let�cia lo aiut� a distendere le gambe. - Posso leggervi qualcosa?- chiese la ragazza, aprendo il noto libriccino e posandolo sul grembo. Jos� si agit� sulla sedia, cosa insolita per lui. - No, vi prego - disse facendo un gesto di diniego con la mano. Ed il suo volto sembr� per un attimo accigliarsi. Lo strano comportamento del giovane, normalmente remissivo, cominci� a preoccupare Let�cia. - Cosa avete?- chiese premurosa _ Vi vedo inquieto.- - Prima che arrivaste, stavo sognando - inizi� Jos� - era un sogno strano, gi� fatto altre volte, ma questa volta pi� vivo e reale.- - Volete raccontarmelo?- chiese con tono prudente Let�cia. - Si, certo.- Jos�, per�, si interruppe subito. I due rimasero in silenzio per molto tempo, due figure sbiadite al centro di un vasto nulla fatto di muri screpolati, rifugio di lucertole timide, rampicanti dalla tenace volont� e stormire di verdi ventagli palmati. Il pomeriggio era al suo termine. Jos� Manoel si scosse e riprese a parlare con calma. - Questo sogno mi insegue e non mi da tregua. Si insinua nella mia mente in maniera furtiva e vi getta il dubbio e lo sconforto.- Fece una pausa. - Avete mai sentito parlare di draghi?- Il cuore di Let�cia ebbe un tuffo. La giovane cerc� di dissimulare la propria paura per quello che Jos� stava per dire - Signore mio proteggi questa povera mente sconvolta - preg� tra s�. - Nelle storie di chiesa si legge di S. Michele che sconfisse il drago - disse ad alta voce, illuminando il suo volto con un largo sorriso. - Il maligno sconfitto dalla fede. - Jos� aveva ripreso a parlare. Il suo volto era sereno.- Augusto Ribeiro, mi ha mostrato molte sacre rappresentazioni di questa storia, cos� bella ed edificante. No, non mi riferisco alla simbologia cristiana. Intendevo dire storie di draghi veri.- Let�cia scosse la testa: - Non esistono draghi veri - disse d'impulso, pentendosi immediatamente delle proprie parole. - Certo - disse il cugino - anch'io l'ho pensato in tutto questo tempo. Rivedo i volti degli uomini, un posto desolato battuto dal vento e la sensazione di precipitare in un abisso senza fondo da cui nessuno mi pu� salvare. Poi, per�, ecco avanzare il sogno: uno sguardo mite, spaventato all'inizio, un alito azzurrino che accende di tenui bagliori lo spazio scuro di una grotta ed io non riesco pi� a capire quale sia il sogno e quale la realt�.- - Voi avete avuto una brutta avventura - disse Let�cia carezzando la mano del giovane - ma presto vi riavrete.- - Siete tanto cara - riprese Manoel con voce assente. Di nuovo silenzio. - Vorrei confidarvi una cosa - - Ditemi - disse premurosa la ragazza. - Saprete serbare il segreto?- - Potete starne certo.- - Mi sono convinto di aver fatto una scoperta mirabile, ma inutile. Lentamente sto riacquistando i ricordi di quanto mi � accaduto prima dell'incidente di cui voi parlate. Non riesco ancora a capire come mio padre possa avermi di nuovo accolto sotto il suo tetto, dopo che, allora s� invasato, ho trascorso le mie giornate a studiare testi polverosi. Sono stato uno stolto a fantasticare di storie incredibili e perdute nel tempo. Cavalieri e dame, polvere alla polvere. Eppure non mi sono sbagliato. Quando chiudo gli occhi lo rivedo e sono sicuro che esiste. L'ultimo drago esiste. L'ho visto cos� come vedo voi davanti a me in questo momento. Non prendetemi per folle. Ascoltatemi soltanto e nascondete nel profondo del vostro animo queste mie parole. Quella volta sono entrato nella sua tana e l'ho scoperto. Con le sue alucce ormai atrofizzate, le orecchie puntute e la lingua biforcuta e sibilante. Rannicchiato sulle zampe dalle unghie micidiali, la coda lunga e crestata che sferzava l'aria. Respirava piano, con rumore arrochito ed aveva occhi rossi con pupille piccole come spilli. Mi ha visto e non si � mosso. Il mio sogno era l�, sopravvissuto al trascorrere del tempo ed all'oblio. Il drago sputa fuoco, il terribile nemico che aveva infestato quelle terre, per un misterioso tiro del destino, era ancora vivo.- Jos� Manoel si interruppe e fiss� la cugina. I suoi occhi chiari erano sereni. Un ciuffo di capelli gli cadeva sulla fronte, scompigliato, non trattenuto dalle bende. Anche con quel buffo medicamento sembrava cos� bello e sicuro, nonostante i suoi strani discorsi. Let�cia si strinse le mani in grembo, rassegnata ad ascoltare fino all'ultimo. - E' strano quando ci si trova davanti per la prima volta ad un oggetto misterioso, cercato e desiderato a lungo, e si stenta a ricondurlo allo schema delle proprie attese ed aspettative. Il drago che avevo immaginato era piuttosto diverso da quello reale. Era il drago delle favole di Filippo de' Campitelli che spazzava via schiere di armati e volteggiava sulle case in cerca di prede. Quello della caverna, invece, era un pacato essere, poco pi� alto di un uomo. Tristemente docile, con quel campanaccio da bestia di fattoria, appeso al collo, attaccato da chiss� quale pastore burlone. Ogni volta che il drago faceva un piccolo movimento la campana emetteva un cupo "don don", lo stesso suono che mi aveva attirato fino a quello speco in un giorno disgraziato e lontano.- Il chiarore del giorno si stava lentamente affievolendo e le ombre avevano gi� scavalcato i muri del giardino. Let�cia sollev� lo sguardo verso il giovane e lo vide assorto nei suoi pensieri, la testa leggermente reclinata verso il basso. - Si sta facendo tardi - disse con tono di scusa. I gechi stavano per uscire dai loro nascondigli a caccia di insetti. - Avete ragione - disse Jos� Manoel riscuotendosi - ma restate, restate ancora un poco, seduta accanto a me.- Fece una pausa. - Vi ricordate di quella canzone che ci avevano insegnato da piccoli per far sembrare meno lungo il viaggio quando si andava per le vacanze nella grande villa di campagna? Cantatela, ve ne prego, la vostra voce mi � stata di grande conforto in questi giorni.- - Come desiderate, caro cugino - e la fanciulla inton� a bassa voce la filastrocca della lieta farfalla, dei campi di giugno, dell'acqua che scorre, del nero viandante, del mite torello, del provvido Re, della sposa novella. Roma, 05.01.1999 (Tutti i diritti riservati N.Giordano 1999-2004) |
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