|
MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
|
IL PROBLEMA DELLA POPOLAZIONE NELLA CONCEZIONE ECONOMICA, POLITICA E SOCIALE DI MUSSOLINI Il problema della popolazione ha costituito in ogni epoca oggetto di osservazione, indagine e studio sia da parte degli economisti più particolarmente interessati in tale studio, che da parte degli uomini politici. Esso è pertanto uno dei problemi più antichi dell'Umanità e troviamo traccia di studi in proposito fin dalla più remota età. Infatti, Platone ed Aristotile, per esempio, già al loro tempo insegnavano che la lotta per l'occupazione delle terre da parte delle popolazioni costituenti gli Stati di quel tempo, altro non rivelava se non il problema della popolazione e dei mezzi di sussistenza, ragione per la quale veniva sostenuta la necessità per lo Stato di intervenire a regolare rigidamente il matrimonio dei cittadini. Né minore attenzione su tale problema fu posta dai Romani, i quali sentirono la necessità di approntare un'apposita legislazione in materia e che trova la sua espressione nella Lex Julia et Papio Poppacea, emanata ai tempi dell'Imperatore Augusto, legge alla quale si riattacca quella Mussoliniana dell'imposta sui celibi. Il problema è stato studiato con intendimenti diversi durante il Medioevo costituendo l'oggetto di studio delle discipline morali fino a quando Malthus non enuncia la sua legge di popolazione, che la storia ha poi smentito in forma più o meno ampia. Il problema della popolazione si presenta però all'indomani della grande .guerra in termini quasi tragici dinanzi alla mente degli studiosi e mentre alcuni di questi indugiano ancora a perder tempo, nell'indagine scientifica, un Uomo di Stato, il Capo di una Nazione e di una Rivoluzione, esce dal suo riserbo e proclama a voce aita la verità cruda su tale problema prospettandolo nei suoi veri termini dinanzi alla coscienza del Suo Paese. Dinanzi alla rassegnata inerzia degli studiosi, Mussolini affronta il problema e prospetta la soluzione tenendo conto degli aspetti economici e sociali di esso. Il problema fu affrontato dal Duce in occasione della pubblicazione in Italia del noto studio del Korherr. La prefazione dotta e profonda che Egli ha scritto 'per la traduzione del volumetto in italiano, dimostra ancora una volta, come ili Capo della Rivoluzione, non ostante le cure quotidiane del suo alto posto di Capo, segue gli studi sociali. Più che prefazione secondo il senso comune della parola può dirsi uno studio esauriente, sebbene sintetico del vasto problema che coinvolge il mondo minacciando la civiltà. Egli ha avuto così l'occasione di far conoscere in forma .brillante e completa il suo pensiero, sul problema demografico, che non può non rendere pensosi quanti intendono la vita come missione, sentendo cioè le profonde ragioni morali, economiche, storiche, religiose ecc., che affiorano nell'umanità e vi confluiscono per apportarvi una luce che rischiari, una fiamma che riscaldi, una speranza che aiuti, una fede che consoli. Sono questi gli uomini destinati ad essere modelli del loro popolo al quale tutto hanno detto, parole aspre e parole dolci, .per la loro salute, da quella fisica e materiale a quella spirituale e morale. Benito Mussolini che sente, come pochi, di appartenere alla fierissima razza di Dante, non può tacere al suo popolo queste verità nude come le scudisciate. Egli dice al suo popolo: "Nati non siamo ad esser come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza". Sono queste le ragioni profonde dinanzi alle quali ogni legge più o meno utilitaria deve impallidire e scomparire. I popoli non si guidano solamente parlando loro della vita grettamente materiale ed utilitaria. Gli uomini di Stato che così intendono la vita ed a tale regola, uniformano ed ispirano le loro azioni, non costruiscono per l'avvenire. Essi uccidono lentamente il loro popolo, e con la morte più tremenda e più vile: con la consunzione. Essi oprando uccidono la stirpe e fanno morire la civiltà di anemia. Mussolini intende le ragioni profonde della vitalità di un popolo che vuoi marciare verso le vie della grandezza, e perciò sa trovare degli accenti che schiaffeggiano i vili, fanno impallidire i poltroni, ma fanno applaudire tutti gli uomini di cuore nei quali ogni energia è al servizio della Patria. Egli vede gli uomini con i loro vizi ed i loro pregi e li guida per le nuove vie che la rivoluzione traccia giorno per giorno, nel solco della storia. Egli sa che il suo popolo è sano. Egli sa che nei petti dei 50 milioni di italiani si racchiude un cuore che sente tutta la bellezza della lotta e tutta quella della vita dello spirito e parla loro il linguaggio che si addice alla bisogna. Bisogna scovare la mala bestia infiltratasi attraverso la propaganda clandestina e ucciderla senza pietà ed Egli ciò la con la tenacia di un apostolo, la intransigenza del convinto e la fede di un fedele, tutte le volte che l'occasione si presenta. Questo è il suo merito, questa è la sua originalità, quella cioè di porre in tutta la loro essenza e complessità, i problemi dinanzi alla coscienza della Sua Nazione. Il risultato che Egli ottiene è senza precedenti. Ha un effetto infinitamente superiore un suo discorso nel quale si esamini un aspetto della vita nazionale che cento trattati dei soliti scienziati, i quali non sapevano e spesso non sanno dare alle loro tesi molte volte giuste quel calore che solo può far sì che nella vita della Nazione quel problema si risolva. Lo studio del Capo del Governo ci dice che Egli ha profondamente meditato sul problema demografico nelle varie età, dalle più antiche a quelle nella quale viviamo. Egli così scrive fra l'altro del libro del Korherr, sostenendo il suo assunto: "La dimostrazione che il regresso delle nascite attenta in un primo tempo alla potenza dei popoli e in successivo tempo li conduce alla morte, è inoppugnabile. Anche le varie fasi di questo processo di malattia e di morte sono esattamente prospettate ed hanno un nome che le riassume tutte: urbanesimo e metropolesimo, come dice l'autore. Aumento patologico. A un dato momento la città cresce meravigliosamente, patologicamente non certo per virtù propria ma par un apporto altrui. Più la città aumenta e si gonfia la metropoli e più diventa infeconda. La progressiva sterilità dei cittadini è in relazione diretta con l'aumento rapidamente mostruoso della città. Berlino che in un secolo è passata da centomila a oltre quattro milioni di abitanti è oggi la città più sterile dei mondo. Essa ha il primato del più basso quoziente di natalità non più compensato dalla diminuzione delle morti. "La metropoli cresce, attirando verso di essa la popolazione della campagna, la quale, però, appena inurbata, diventa, al pari della preesistente popolazione, infeconda. Si fa il deserto nei campi: ma quando il deserto estende le sue plaghe, abbandonate e bruciate, la metropoli è presa alla gola. Né il suo commercio, né le sue industrie, né il suo oceano di pietre e di cemento armato possono ristabilire lequilibrio, ormai irreparabilmente spezzato; è la catastrofe. "La città muore, la nazione senza più le linfe vitali della giovinezza delle nuove generazioni non può più resistere composta com'è ormai di gente vile ed invecchiata al popolo più giovane che urga alle frontiere abbandonate. Ciò può ancora accadere e ciò accadrà. E non soltanto tra città e nazioni, ma in un ordine di grandezza infinitamente maggiore. L'intera razza bianca, la razza dell'occidente può venire sommersa dalle altre razze di colore che si moltiplicano con un ritmo ignoto alla nostra. "Negri e gialli sono dunque alle porte?". Dopo di che l'illustre A. viene a trattare delle razze prolifiche, soffermandosi ad illustrare specialmente quanto avviene in America, specie negli Stati Uniti, dove i bianchi hanno un miserevole quoziente di natalità, che sarebbe ancora più basso se non ci fossero gli ebrei, gli irlandesi e gli italiani la prolificità dei quali contribuisce ad equilibrare la situazione demografica rispetto ai negri. Dopo Egli passa ad esaminare la situazione dell'Europa che è quella che più gli sta a cuore e che vorrebbe fosse molto, ma molto diversa da quella che presentemente è, soffermandosi quindi sull'importanza del fenomeno nei vari Paesi, passandoli in rapida rassegna a cominciare dall'Inghilterra, alla Francia, alla Germania, alla Svizzera, ecc. ecc. Constata questo stato di ansietà che è diffuso dappertutto per venire a parlare delle tesi che hanno avvelenato il popolo e per dire che basta solo ciò per dimostrare che è necessario fare giustizia di esse. Ci piace riportare integralmente quanto in proposito il Capo del Governo scrive. Ogni nostra parola non potrebbe che sciupare e rendere meno efficace il potere della profonda verità che è racchiusa in questo suo dire: "Basta questo a fare giustizia di tutte le assurde pseudo-scientifiche o filosofiche vociferazioni dei neo-malthusiani. Nessuno, oggi, prende più sul serio la famigerata, sedicente legge di Malthus. Ci si domanda come si possa ancora seriamente discutere attorno a questa specie di "patacca" scientifica. "È stato dimostrato che, prendendo a punto di partenza la popolazione esistente sulla faccia della terra al tempo di Malthus e applicando la legge di Malthus a ritroso nei secoli, si giungerebbe a questa mirabolante nonché grottesca conclusione: che ai tempi dell'impero romano la terra non aveva abitanti!. "Falsa è la tesi che la qualità possa sostituire la quantità, tesi che io ho ribattuto energicamente, non appena fu avanzata, quasi a giustificazione della purtroppo progressiva flessione della natalità italiana: falsa ed imbecille è la tesi che la minore popolazione significhi maggiore benessere; il livello di vita degli odierni 42 milioni di italiani è di gran lunga superiore al livello di vita dei 27 milioni di italiani del 1871 e dei 18 del 1816. Vero è invece che i benestanti sono i meno prolifici fenomeno egoistico morale, dunque! vero, è invece, che le famiglie "più deserte di bambini sono quelle che non soffrono penuria di ambienti. Di queste, e di altre consimili falsità pseudoscientifiche fa efficace "tabula rasa", l'autore del volume. Il quale autore cade, però, come dicevo, in alcune inesattezze per ciò che concerne l'Italia. Se il Korherr farà un viaggio in Italia si convìncerà: a) che non è vero che le campagne di Piemonte, Lombardia, Toscana, Romagna, Sicilia siano in particolare decadenza demografica; b) che non è vero che i negri si spingono fino in Sicilia. È vero invece nettamente il contrario. È vero cioè che i siciliani si sono piantati in masse numerose e compatte nell'Africa romana, mentre in Sicilia di gente di colore non ci sono che mezza dozzina di deportati senussiti di origine semitica". Il Capo del Governo continua il suo studio facendo un approfondito esame del problema demografico d'Italia. È una analisi completa ed esauriente suffragata da dati statistici dei quali maestrevolmente si serve per meglio mettere in luce il problema in tutta la sua interezza. Si sofferma quindi sulla politica demografica del Regime che illustra in tutti i suoi particolari, e sugli effetti finora ottenuti e su quelli che si ripromette di raggiungere e sopratutto sulla necessità della lotta ingaggiata in proposito, che deve essere continuata con ardore e con combattività anche se gli effetti da raggiungere appaiono lontani, o non dovessero sortire l'effetto sperato. In proposito Egli trova accenti caldi ed appassionati por rivestire l'arida scienza di quel manto morale, spirituale, storico e religioso, che solo può spingere i popoli verso le vie dell'avvenire e della grandezza. Riportiamo integralmente la chiusa del suo studio: "Non voglio trarre conclusioni affrettate dalla lieve rivista milanese. La mia politica demografica non può avere dato ancora i suoi frutti. Ma qui si pone il problema: le leggi demografiche che, in ogni tempo, legislatori di ogni paese adottarono, por arrestare il progresso delle nascite hanno avuto, o possono avere, una efficacia qualsiasi? Su questo interrogativo si è discusso animatamente e si continuerà a discutere ancora. La mia convinzione è che se anche le leggi si fossero dimostrate inutili, tentare bisogna, così come si tentano tutte le medicine, anche, e sovratutto quando il caso è disperato. Ma io credo che le leggi demografiche e le negative e le positive possono annullare, o, comunque, ritardare il fenomeno se l'organismo sociale, al quale si applicano, è ancora capace di reazione. In questo caso più che leggi formali, vale il costume morale e sopratutto la coscienza religiosa dellindividuo. Se un uomo non sente la gioia e l'orgoglio di essere "continuato" come individuo, come famiglia e come popolo: se un uomo non sente, per contro, la tristezza e l'onta di morire come individuo, come famiglia e come popolo, niente possono le leggi, anche e vorrei dire sovratutto se draconiane. Bisogna che le leggi siano un pungolo al costume. Ecco che il mio discorso va dirittamente ai fascisti e alle famiglie fasciste. Questa è la pietra più pura del paragone, alla quale sarà saggiata la coscienza della generazione fascista. Si tratta di vedere se l'anima dell'Italia fascista è, o non è, irreparabilmente infestata dì edonismo, borghesismo e filiteismo. Il coefficiente di natalità non è soltanto della progrediente potenza della Patria: non è soltanto come dice Spengler "unica arma del popolo italiano" nonché quella che distinguerà dagli altri popoli europei il popolo fascista, in quanto indicherà la sua vitalità e la sua volontà di tramandare questa vitalità nei secoli. Se noi non rimonteremo la corrente, tutto quanto ha fatto e farà la Rivoluzione Fascista sarà perfettamente inutile, perché ad un certo momento, campi, scuole, caserme, navi, officine, non avranno più uomini. Uno scrittore francese che si è occupato di questo problema, ha detto: "Per parlare di problema nazionale, occorre, in primo luogo, che la nazione esista". Ora, una nazione esiste non solo come storia e come territorio, ma come massa umana che si riproduca di generazione in generazione. Caso contrario: è la servitù o la fine. Fascisti italiani: Hegel, il filosofo dello Stato ha detto: "Non è uomo chi non è padre". In una Italia tutta bonificata, coltivata, irrigata, disciplinate: cioè fascista, c'è posto e pane ancora per dieci milioni di uomini. Sessanta milioni di italiani faranno sentire il peso della loro massa e della loro forza nella storia del mondo". Altra interessante manifestazione della concezione economica del Capo del Governo, si è avuta alla Camera dei Deputati, durante la discussione sul Consiglio Nazionale delle Corporazioni, e riguarda il tanto dibattuto problema dell'intervento dello Stato nell'economia. Su tale argomento, il Duce del Fascismo, ebbe ad esprimere chiaramente il suo pensiero, interrompendo l'on. Asquini che poneva il problema dell'intervento dello Stato nell'economia, come problema di misura. In Mussolini, il problema di tale intervento non è considerato più alla vecchia maniera del diritto e dell'utilità o meno dellintervento dello Stato ma il problema stesso è posto in base a principi più alti, più morali, più degni, in quanto l'intervento non è considerato più un diritto ma un dovere preciso. Anziché riassumere, riportiamo testualmente il pensiero del Duce, che suona così: "...È già risolto (l'intervento dello Stato nella economia) dai fatti. Anche quando lo Stato non dovrebbe, è sollecitato ad intervenire... quotidianamente... Mi saluti il liberalismo della scuola Manchesteriana. È giusto che sia così, del resto più si andrà avanti, più crescerà l'area dell'intervento dello Stato e noti, non chiesto soltanto dai prestatori d'opera, ma sollecitato spesso e volentieri dai datori di lavoro! "...È giusto; hanno il dovere di far questo. Non il diritto. Hanno il dovere. Il problema non è più un problema economico del singolo, ma diventa un problema sociale". L'intervento dello Stato nell'economia concepito come un dovere dello Stato verso la Società è davvero una concezione nuova e superiore e che scaturisce da tutta la concezione sociale del Fascismo, la quale afferma l'esistenza di un diritto, solo dopo l'adempimento di un dovere, il quale viene pertanto posto a base della vita così del singolo come della Società e dello Stato che di quest'ultima rappresenta l'organizzazione politica, giuridica ed economica. Nel 1927, la prima manifestazione del pensiero economico del Duce, dopo la Carta del Lavoro, si ha alla Conferenza internazionale per il grano, inaugurata a Roma il 25 aprile, nella sede dell'Istituto Internazionale di Agricoltura. Nel discorso inaugurale, il Capo del Governo sottolineò l'importanza dell'agricoltura che viene giustamente reputata come il "fondamento e presidio di ogni civiltà, antica e nuova, ragione e condizione di ogni durevole progresso economico e di equilibrio sociale. E più oltre: "La prova di ardire e di tenacia offerta dall'agricoltore italiano ha avuto esito felicissimo e dimostra che sono giuste le direttive e i metodi della vasta azione intrapresa per aumentare la produzione granaria". "Vorrei che il contributo dato dal mio Paese alla soluzione del grande problema potesse comunque stimolare e incoraggiare questo mirabile impulso di cooperazione internazionale volta a più certe e tangibili conquiste che non sono le meno ideali... Questo impulso non nasce da formule astratte, ma da una forza primigenia e immanente, al disopra di ogni consenso, è il vincolo di affetto che lega l'uomo alla terra, madre e comune sorgente di vita, di forza e di felicità". L'8 settembre dello stesso anno, Mussolini precisò il suo pensiero sulla tanto dibattuta questione dell'organizzazione scientifica del lavoro, e dei suoi riflessi economici e sociali, alla seduta di chiusura del terzo congresso internazionale per l'organizzazione scientifica del lavoro. "...Niente di più razionale e di più necessario della applicazione sistematica al lavoro umano di ritrovati della scienza. Si tratta di applicare tutto ciò che la scienza consiglia in fatto di igiene, abilità professionale, rendimento del lavoro, impiego delle ore di riposo. "Nella situazione attuale del mondo si tratta di aumentare la produzione dei beni necessari agli uomini, di innalzare il livello di vita delle classi più umili. Qui la scienza può dire la sua parola e offrirci i suoi strumenti di ricerca e di potenza. Il Governo fascista e le classi produttive italiane, nel campo del capitale, della tecnica, del lavoro, terranno conto dei risultati del vostro Congresso... Dirò soltanto che io sono pioniere in questa materia. Difatti, ho cercato di applicare in tutti i rami dell'Amministrazione dello Stato i metodi del lavoro scientifico; precisamente: unità di comando e di direzione, divieto della dispersione degli sforzi e della energia". Come si vede, il Capo del Governo fissa chiaramente i termini del problema e se lo pone in tutti i suoi vari aspetti, da quelli politici e sociali a quelli economici e tecnici. Dopo il discorso agli agricoltori pronunziato nel palazzo dell'Esposizione di Roma, inaugurando la prima Mostra Nazionale del Grano, e che conteneva degli accenni importantissimi in ordine alla situazione economica generale, quale si presentava agli occhi dell'attento osservatore, Mussolini, inaugurando i lavori del quarto Congresso internazionale di navigazione interna, tratta anche dell'aviazione da un punto di vista economico, accennando in proposito a tale importanza, esprimeva la sua convinzione secondo la quale la conquista dell'aria non potrà non avere i più utili e benefici effetti per il progresso morale ed economico del mondo. Il 6 novembre del 1927, il Capo del Governo coglie l'occasione dell'inaugurazione del Consiglio internazionale scientifico agrario e della Commissione internazionale permanente delle Associazioni agricole, per esprimere chiaramente il suo pensiero sulla portata di taluni Istituti agrari e sui problemi massimi dell'agricoltura contemporanea. In proposito Egli, fra l'altro affermava testualmente che l'Istituto internazionale di agricoltura non è e non può essere un elaboratore di scienza, né un semplice segnalatore o, come dire, un megafono dell'altrui scienza, né un perfezionatore di procedimenti tecnici. Esso ha una sua propria individualità distinta da quella dei Membri che lo formano, ha funzioni sue proprie. "Sento, Egli diceva, di potere affermare che l'Istituto è un organo di politica economica internazionale applicata all'agricoltura. Se gli Stati che lo compongono hanno voluto farne una istituzione ufficiale è manifesto che essi hanno avuto di mira non il comodo degli studiosi, né quello dei Ministeri; non soltanto la registrazione e lo studio della fenomenica spettante all'agricoltura, né soltanto ila stampa di alcune pubblicazioni. Cose tutte egregie, ma mezzi e non fini. Essi hanno avuto di mira un fine che assomma nella sua portata pratica tutti gli altri di qualsiasi natura: il fine di proteggere nell'ambito internazionale interessi comuni agli agricoltori, di migliorare le condizioni della grande famiglia rurale. Di qui, la funzione altissima che l'Istituto compie di tutela degli interessi generali dell'agricoltura anche sotto le più modeste forme di raccolta e segnalazione di dati tecnici ed economici. "...D'altra parte, è evidente che un senso politico-economico dell'agricoltura deve muovere dai dati tecnici stabiliti, appurati, coordinati dalla scienza... "L'azione riformatrice dei Governi non può che avvantaggiarsi di questa compiuta integrazione di forze nell'ambito internazionale... "La ricostruzione economica del mondo o avrà por suo cardine l'avvaloramento massimo delle energie terriere o rurali, o si esaurirà in vani per quanto apprezzabili tentativi". * * * Il 1930 segna l'ulteriore perfezionamento dello ordinamento corporativo dello Stato, con la creazione del massimo organo corporativo voluto da Mussolini e realizzato dal Ministro Bottai. Chiunque consideri questi anni della storia del Fascismo non potrà che constatare che il Regime rivoluzionario nelle concezioni e nelle sue attuazioni, in queste specialmente, ha proceduto con metodo sperimentale e progressivo, costruendo il nuovo edificio sociale lentamente, senza avventatezze, ma sicuramente. Né dentro né fuori mancavano le ragioni di dubbio e di riserva per il nostro ordinamento corporativo, causate sia da difficoltà materiali, che da incomprensioni concettuali, che quasi sempre inevitabilmente ogni grande movimento rivoluzionario in via di sistemazione accompagnano. Ma non ostante ciò il miracolo è stato operato sopratutto porche alle basi del sistema vi orano delle idee e dei principii di valore veramente universale, espressi da un Uomo di Genio, eccezionale per la sensibilità politica, ma anche per la percezione rapida e compiuta dei fatti economici e per la virtù animatrice. Il Fascismo non si estranea dagli Istituti che ha creato e che costantemente perfeziona là dove si rende necessario od utile un tale perfezionamento, né separa gli uomini di pensiero da quelli dell'azione, né di tutti si avvale per realizzare una maggiore fusione organica di tutti gli elementi e di tutte le forze, sì che l'interesse della Nazione ne risulti non solo salvaguardato ma sopratutto potenziato, nel campo economico come in quello politico sociale. Sorge così nella rinnovata vita economica nazionale il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, con precise funzioni ed attribuzioni, nel campo della politica economica, indirizzata per nuove vie, secondo le nuove concezioni affermate dal Fascismo, e che si esprimono essenzialmente attraverso l'organizzazione sindacale e corporativa. Il pensiero politico-economico e giuridico di Mussolini, in una possente unità, si realizza nella vita italiana, secondo la concezione del Capo della Rivoluzione. Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni non si può comprendere senza riferirsi a tutto l'ordinamento corporativo dello Stato attuatosi in Italia e senza il quale sarebbe vano poter parlare di un tale caratteristico ed originale organo che rappresenta il coronamento di tutto l'edificio. Il Consiglio fu istituito, presso il Ministero delle Corporazioni, nel 1926, come organo avente carattere esclusivamente consultivo. Successivamente, con l'ulteriore perfezionarsi ed affermarsi di tutto l'ordinamento sindacale corporativo, realizzato, attraverso una lenta, saggia e costante azione di Governo, la composizione del Consiglio venne, a mano a mano, modificandosi, in aderenza appunto alle nuove necessità che si venivano maturando ed attuando nell'ordine politico ed economico della Nazione. Infatti, dopo un periodo di studi, di osservazioni, di esperienza sindacale e corporativa, e di discussioni avvenute in seno al Gran Consiglio del Fascismo, poté concretarsi, nel marzo del 1930, il provvedimento definitivo con il quale si operava una profonda e radicale trasformazione del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, assegnando all'Istituto compiti vasti e precisi, non solamente di natura consultiva, ma attribuendo ad esso una potestà normativa notevole, non solo nel campo della regolamentazione dei problemi del lavoro, ma anche in quello che investe tutta l'attività produttiva, e quindi la vita economica della Nazione. I compiti dell'Istituto sono chiaramente tracciati nell'articolo 10 della Legge fondamentale concernente il Consiglio, e nel quale è detto che il Consiglio stesso è chiamato a dar pareri sulle seguenti materie: 1) Attuazione ed integrazione dei principii contenuti nella Carta del Lavoro; 2) Proposte di legge od emanazione di norme ai sensi della legge del 31 gennaio 1926, n. 100, quando abbiano per oggetto la disciplina della produzione e del lavoro; 3) Tutela degli interessi di categoria per parte dalle Associazioni sindacali ed esercizio delle funzioni di interesse pubblico loro delegate dallo Stato, ai sensi della dichiarazione terza della Carta del Lavoro; 4) Attività assistenziale delle Associazioni sindacali, con particolare riferimento all'osservanza dei principi contenuti nella legislazione sindacale e nella Carta del Lavoro; 5) Attività degli organi ed istituti corporativi ai fini dell'incremento, del coordinamento e del perfezionamento della produzione, dèlia cultura e dell'arte nazionale; 6) Rapporti fra le diverse Associazioni sindacali ed enti loro complementari; 7) Coordinamento dell'attività assistenziale demandata alle Associazioni sindacali con quella delle Opere Nazionali e delle altre Opere della specie, promosse o svolte da Enti parastatali, dal Partito Nazionale Fascista e da privati; 8) Questioni relative all'inquadramento sindacale delle varie categorie professionali; 9) Riconoscimento delle Associazioni sindacali e revoca di esso, nelle modalità stabilite per legge; 10) Autorizzazione al riconoscimento di altre Confederazioni Nazionali, oltre quelle già previste dal R. D. i luglio 1926, n. 1130; 11) Ricorsi presentati in ultima istanza al Ministero delle Corporazioni, contro il rifiuto di ammissione in una Associazione legalmente riconosciuta o contro l'espulsione o altra forma di esclusione da questa, e ricorsi contro il rifiuto d'ammissione di una Associazione di grado inferiore in una Associazione di grado superiore; 12) Direttive per la formazione dei bilanci delle Associazioni sindacali; 13) Coordinamento regionale e nazionale del collocamento dei prestatori d'opera; 14) Costituzione di singole Corporazioni; 15) Propaganda scientifica e popolare dei principi informatori dell'ordinamento corporativo; 16) Disciplina delle contribuzioni sindacali. In genere il Consiglio può essere chiamato ad esprimere il proprio avviso su tutte le questioni interessanti comunque la produzione nazionale. In taluni casi però la richiesta del parere è obbligatoria, e precisamente in quelli relativi: al riconoscimento di associazioni sindacali, in sostituzione del parere del Consiglio di Stato, precedentemente stabilito; al riconoscimento di altre Confederazioni Nazionali; ai ricorsi presentati per esclusioni o per non ammissioni di associazioni sindacali in quelle di grado superiore e per la costituzione di singole corporazioni. Allorquando il parere è obbligatorio viene sempre espresso dall'Assemblea. Le funzioni demandate al Consiglio sono precisate dall'art. 12 della legge fondamentale relativa alla riforma del Consiglio stesso, ed 1 cui valore fu chiaramente messo in rilievo dal Capo del Governo, quando, nella sua qualità di Presidente di diritto dell'Assemblea, nel 21 aprile del 1930 ne inaugurò i lavori, facendo una acuta diagnosi delle questioni economiche nazionali ed internazionali. L'importanza di tale articolo è essenziale per la conoscenza delle funzioni dell'Istituto, le quali sono così precisate: 1) Formazione di norme per il coordinamento dell'attività assistenziale, esercitata dalle Associazioni sindacali legalmente riconosciute, da Enti complementari o da Istituti Corporativi; 2) Formazione dì norme por il coordinamento delle varie discipline dei rapporti di lavoro stabilite con contratti collettivi o negli altri modi equiparati, ai sensi della legge del 3 aprile 1926, n. 563, e por il coordinamento di ogni altra attività normativa delle Corporazioni; 3) Formazione di norme per il regolamento dei rapporti economici collettivi fra le varie categorie della produzione, rappresentate da Associazioni sindacali legalmente riconosciute. La formazione delle norme inerenti ai nn. 1 e 2 è concessa al Consiglio, volta a volta, dal Capo del Governo, su proposta del Ministro per le Corporazioni, mentre quella di cui al n. 3 è concessa al Consiglio stesso, dalle Associazioni interessate, con l'assenso però del Capo del Governo. Tali norme divengono obbligatorie dopo l'avvenuta loro pubblicazione sulla "Gazzetta Ufficiale" e sul Bollettino Ufficiale del Ministero delle Corporazioni; pubblicazione che può essere vietata, con provvedimento del Capo del Governo, non impugnabile. Sono organi del Consiglio, le Sezioni e le Sottosezioni; le Commissioni speciali permanenti; l'Assemblea generale ed il Comitato Corporativo Centrale. Alle Sezioni, che sono sette, e cioè delle professioni libere e delle arti; dall'industria e dell'artigianato; dell'agricoltura; del commercio; dei trasporti terrestri e della navigazione interna; dei trasporti marittimi ed aerei e delle banche, furono attribuiti, nel gennaio u. s., i poteri veri e propri delle Corporazioni, delle quali ne fu costituita poi anche l'altra: quella dello spettacolo. La vitalità dell'Istituto, la sua utile funzione nell'interesse economico nazionale, sono state dimostrate chiaramente dai lavori finora svolti dal Consiglio, le cui feconde discussioni hanno avuto larga eco e risonanza in tutto il Paese e fuori, in quanto i problemi interessanti le varie categorie produttive, hanno trovato nei singoli rappresentanti sostenitori appassionati e preparati, che hanno però, in definitiva, trovata la linea del giusto equilibrio, fra le opposte tesi, nello interesse economico e superiore della Nazione, non solo in materia di politica economica vera e propria, ma anche in quella sociale. Nel Consiglio è avvenuta, pertanto, in maniera compiuta e felice, la saldatura fra politica ed economia, così come le concepisce e le attua il Fascismo nella sua ferma e decisa azione di Governo e di Partito, ed è motivo, questo, di grande soddisfazione. In sostanza, i pessimisti, gli scontenti, i critici di dentro e di fuori, hanno potuto avere una lezione di prim'ordine dai lavori del Consiglio, in cui gli argomenti sono stati esaurientemente trattati e sviluppati, da tutti i punti di vista: da quelli politici, economici, agricoli, industriali, commerciali, ecc. Ma oltre che dall'Istituto che è l'espressione di un'alta, vasta e nuova concezione economica sociale, dal discorso che il Duce pronunziò all'inizio della attività del Consiglio, emerge ancora più compiutamente la concezione mussoliniana, sia nei riguardi dell'economia corporativa che del sindacalismo inteso alla maniera fascista, che tanta parte ha nell'ordinamento delle forze del lavoro e della produzione. Il sindacalismo, presupposto della Corporazione, ha per Mussolini dei caratteri ben delineati che Egli così testualmente precisa, quando si trova ad esaminare il fenomeno sindacale e quello corporativo insieme: "Il sindacalismo, di ogni scuola, ha un decorso che potrebbe dirsi comune, salvo i metodi; si incomincia con la educazione dei singoli alla vita associativa, si continua colla stipulazione dei contratti collettivi, si attua la solidarietà assistenziale o mutualistica, si perfeziona l'abilità professionale. Ma mentre il sindacalismo socialista per la strada della lotta di classe sfocia sul terreno politico, avente a programma finale la soppressione della proprietà privata e della iniziativa individuale; il sindacalismo fascista attraverso la collaborazione di classe sbocca nella Corporazione che tale collaborazione deve rendere sistematica e armonica, salvaguardando la proprietà ma elevandola a funzione sociale rispettando l'iniziativa economica della Nazione. Il sindacalismo non può essere fine a se stesso: o si esaurisce nel socialismo politico o nella corporazione fascista. È solo nella corporazione che si realizza l'unità economica nei suoi diversi elementi capitale, lavoro, tecnica è solo attraverso la corporazione cioè attraverso la collaborazione di tutte le forze convergenti a un solo fine che la vitalità del sindacalismo è assicurata. È solo, cioè, con un aumento della produzione e quindi della ricchezza, che il contratto collettivo può garantire condizioni sempre migliori alle categorie lavorataci; in altri termini sindacalismo e corporazione sono interdipendenti e si condizionano a vicenda; senza sindacalismo non è pensabile la corporazione; ma senza corporazione, il sindacalismo stesso viene dopo le prime fasi ad esaurirsi in una azione di dettaglio, estranea .al processo produttivo; spettatrice, non attrice; statica e non dinamica". Dopo la primavera del 1930 la crisi economica continua persistente e per notevoli aspetti si aggrava specialmente nell'Inghilterra e nei Paesi vinti e Mussolini che segue passo passo, giorno per giorno, i problemi economici del mondo, per meglio comprendere quelli della nostra Nazione, trova sempre più confermate nei fatti economici della vita internazionale le sue previsioni ed interpretazioni e da tale conferma trae nuova forza e nuova fede nell'ordinamento economico dato dal Fascismo all'Italia. Nell'ottobre del 1930 dinanzi all'Assemblea del Consiglio delle Corporazioni, esamina in tutti i nuovi aspetti la crisi economica mondiale, indicando la via migliore per salvaguardare nel miglior modo possibile, gli interessi economici del Paese. Ma intanto non manca di prendere l'iniziativa che va sotto il nome della "battaglia dei prezzi" per un migliore adeguamento dei prezzi all'ingrosso, crollati, per le ragioni a tutti note, con quelli al minuto, onde attenuare il sensibile divario, fra essi esistente. * * * Il 1931 è l'anno in cui più acuta diventa la crisi economica mondiale che colpisce così anche l'Italia, proprio nel momento in cui per la tranquillità delle classi produttive, raggruppate e disciplinate, con precisi doveri e diritti nell'ordinamento corporativo dello Stato, per i provvedimenti diretti al potenziamento economico nazionale, adottati dal Governo Fascista, tutto faceva invece sperare in un progressivo miglioramento ed in una ulteriore ascesa generale dell'economia del Paese. Ma, come nei fatti atmosferici, un ciclone prodottosi in un punto porta conseguenze anche in quelli circostanti, così la crisi economica, che nel 1929 si era prodotta negli Stati Uniti d'America, ha le sue ripercussioni immancabili sull'Europa che ancora non riesce a risollevarsi dalla depressione che ha coinvolto tutti: Paesi ricchi e Paesi poveri; Nazioni industriali e Nazioni agrarie; Popoli vinti e Popoli vincitori. E con la crisi rifiorisce la vecchia e la nuova letteratura economica e politica, e con queste risorgono vecchie concezioni che sembravano sepolte per sempre e rinnovati errori nelle interpretazioni, nelle valutazioni e nelle discussioni dei fatti dell'economia, generando confusione e producendo danni di non lieve entità. Col risorgere della nuova letteratura che spesso non è che una riesumazione di luoghi comuni, si hanno nuove interpretazioni della crisi economica; ma esse vengono da parte degli uomini di scienza che per vivere troppo nei laboratori della loro dottrina, dimenticano la vita reale. Afflitti dal grave male comune, gli uomini di Stato non hanno il coraggio di guardare in faccia la brutta realtà, e di proporre quindi ed attuare poi le necessarie provvidenze che il momento richiede: in termini chiari e precisi solo il nostro Paese, ha indicato per opera di Mussolini, la soluzione radicale e definitiva. A mali estremi occorre opporre estremi rimedi, se non si vuole contribuire ad accendere sempre più l'atmosfera pericolosa causata dalla crisi economica mondiale, che gravi conseguenze può avere nella vita dai Popoli ed in quella degli Stati. Indubbiamente, in taluni punti vitali della sua ossatura, o per dir meglio struttura, come ebbe a dire Mussolini nel Suo memorabile discorso di Napoli alla fine dell'anno IV, qualche cosa del sistema economico tradizionale si è forse irrimediabilmente incrinato od addirittura spezzato, indebolendo quindi tutto il sistema stesso. È vano perciò pretendere, come fanno gli economisti liberali di quasi tutti i Paesi, pensare ai soliti e tradizionali rimedi per superare la crisi, aspettando cioè che la congiuntura economica favorevole subentri a quella contraria, così, per prodotto spontaneo, meccanico e naturale delle libere forze dell'economia, con la stessa indifferenza con la quale si assiste al sorgere ed al tramonto del sole. È questa una pericolosa forma di messianesimo economico, oltremodo pericolosa e dannosa, che non si deve accettare, come purtroppo fanno alcuni studiosi dei fatti economici, ma che deve essere decisamente respinta, tanto essa può essere apportatrice di non lievi pericoli. Occorre invece sollecitare, come ha fatto Mussolini in tante occasioni, le forze e le volontà, por metterle al servizio della vita economica del Paese, per vincere la crisi, affrontandola in pieno perché ogni problema, per quanto arduo e difficile, presenta sempre una soluzione che a volte può essere anche definitiva. In verità occorre precisare, come ha ben detto Mussolini, in varie circostanze, che può essere consentito, ma in determinati limiti, parlare di crisi del capitalismo, inteso però questo non come sistema economico a sé, ma interpretato e concepito alla maniera dell'economia liberale individualistica. Ed anche ciò non autorizza ad affermare che la crisi stessa debba essere considerata come una pareva favorevole alla interpretazione marxistica dell'economia. Siamo ben lontani dall'interpretazione liberale dalla crisi ed altrettanto lontani anche da quella socialistica, in tutte le sue gradazioni ideali e reali. La politica economica in genere e quella del credito in ispecie, dell'America, dell'Inghilterra e degli altri principali Stati Europei, e la ricostituzione su nuove basi dell'economia russa, ne sono la più precisa e convincente riprova e conforma. La crisi economica presente, come è stato chiaramente precisato dal Duce ed ampiamente dimostrato anche da un gruppo di studiosi del corporativismo, è sopratutto crisi strutturale, e cioè, come dice Gino Arias, di evento storico a lunga durata, che avrà soste e riprese, ma non potrà essere definitivamente risolta, se non saranno eliminati, o fortemente attenuati, i difetti costituzionali dell'attuale struttura economica. Ecco perché l'interpretazione mussoliniana della crisi cui assistiamo è la migliore, la più precisa, la più vera e sopratutto la più realistica, sia perché tiene debito conto di tutti gli aspetti del doloroso fenomeno da quelli strettamente economici a quelli politici, sociali e morali, che sui primi agiscono e reagiscono insieme, sia perché la crisi è anche la manifestazione di un travaglio di tutta l'economia, nel suo trapasso e nel suo trasformarsi, dalla forma liberale individualistica a quella che noi italiani e fascisti chiamiamo corporativa mentre gli altri popoli, ancora legati alle ombre del passato chiamano diversamente. Il processo di trasformazione è in atto, ed esso fu intuito dal Capo del Governo, unico fra gli Uomini di Stato, nell'immediato dopo guerra, e ribadito e riaffermato solennemente dallo stesso Duce, noi Suo discorso tenuto all'Augusteo al Congresso dei Sindacati operai. Ad aiutare lo svolgersi di tale processo di trasformazione, e contribuire, quindi in maniera veramente efficace e duratura alla risoluzione della crisi, un rimedio decisivo può certamente essere il taglio del nodo gordiano debiti di guerra riparazioni, che da quattordici anni, soffocando leconomia degli Stati, minaccia di strozzare violentemente l'economia delle Nazioni specialmente di questa vecchia Europa, cui è legato lo sviluppo di tutta la civiltà contemporanea. Ma anche qui occorre attuare la soluzione totalitaria proposta da Mussolini. I termini di essa sono troppo noti, in Italia, ed è superfluo pertanto insistere sulla tesi prospettata e sostenuta realisticamente, da circa un decennio, dall'Italia Fascista. Ma ritorniamo alle manifestazioni economiche del pensiero mussoliniano nel 1931. Di notevole abbiamo alcuni organici e quadrati discorsi: all'assemblea dell'Associazione fra le Società por Azioni; all'Istituto Nazionale per l'Esportazione; all'adunata di Napoli ed al Consiglio Nazionale delle Corporazioni, all'inizio dell'anno decimo, con un discorso che ebbe sì vasta risonanza, non solo in Italia, ma anche all'Estero, porche alla riunione dell'Assemblea del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, hanno dato particolare rilievo le interessanti questioni economiche poste all'ordine del giorno, e la presenza ai lavori dell'Assemblea stessa, dei rappresentanti dei Consigli Economici degli Stati Esteri, nei quali esistono tali organismi economici. La presenza di tali rappresentanti, non è servita soltanto a dare ad essi un'idea sul funzionamento del nostro massimo organo corporativo, ma ha contribuito in modo indubbio a creare l'atmosfera necessaria di mutua comprensione, indispensabile a che possa concretarsi in maniera reale ed efficace, la proposta avanzata nel settembre scorso, alla Società delle Nazioni, dal Ministro Bottai, diretta a conseguire la collaborazione economica fra i vari Paesi, per il tramite appunto dei rispettivi organismi economici, funzionanti nei singoli Stati. All'Assemblea dell'Associazione fra le Società per Azioni, il Capo del Governo, dopo essersi intrattenuto sul momento economico, e messo in rilievo la consapevole disciplina, che ha consentito di ridurre il divario fra prezzi all'ingrosso e quelli al minuto, ribadì il concetto che l'economia fascista corporativa rappresenta in certo senso la sintesi armonica delle due economie antitetiche: la liberale e la socialista soggiungendo che, anche la nostra economia nella sua configurazione corporativa è stata collaudata, poiché, essendo stata sottoposta al massimo sforzo, ha dato il minimo degli inconvenienti. La politica commerciale, la situazione economica generale ed i suoi riflessi nel campo internazionale, furono gli argomenti ai quali il Capo del Governo, dette rilievo nel Suo discorso all'Istituto Nazionale per l'Esportazione. Tutti gli elementi furono da Lui esaminati in tale sede, dai bisogni della produzione al progresso dell'attrezzatura economica e produttiva delle Nazioni, al ritorno della Russia nel campo del commercio internazionale, alle necessità dell'economia italiana, sostanzialmente salda, non ostante la crisi, nelle mani del Governo Fascista che sotto l'impulso diretto e personale del Suo Capo attua tutte le provvidenze necessarie. Della politica economica del Fascismo in particolare diremo altrove. Ma al Consiglio Nazionale delle Corporazioni, dinanzi a cui erano in discussione i problemi della esportazione, della produzione e dell'economia in genere, Mussolini traccia le direttive della politica economica fascista, realistica e consequenziale ai principii della rivoluzione. Si tratta effettivamente di una interessante e viva pagina di storia economica che non ha precedenti nella vita economica del nostro Paese. Il Capo sente i problemi dell'economia in modo preciso, secondo una direttiva unitaria che Egli ha fissato da tempo, e perciò, in tale occasione all'Assemblea della produzione nazionale, mette in rilievo la vitalità e la necessità del massimo organo economico corporativo, da Lui voluto e creato. Egli affronta nei suoi vari termini e riflessi i problemi doganali, in un mondo che ogni giorno eleva nuove barriere, da un punto di vista concreto, non scegliendo fra le dottrine opposte, fatte per discutere invano mentre la realtà preme sulla vita dei popoli, ma fondendo in una mirabile sintesi pensiero ed azione, dottrina e pratica, così che queste aiutandosi mutuamente, possano dare i risultati migliori nell'interesse del Paese. Egli mira alla realizzazione di un equilibrio economico il più duraturo possibile nelle attuali necessità, e pertanto può respingere il liberalismo perché non rispondente agli interessi della Nazione, senza per questo abbandonarsi al protezionismo, comodo per tutti i poltroni dell'economia. A questo riguardo Egli si esprime nettamente, con una chiarezza incisiva, dinanzi alla quale non possono non inchinarsi anche i più accesi fautori dei singoli indirizzi della politica economica, tanto le questioni stesse sono impostate in modo organico con una visione degli interessi superiori della Nazione non basata solo sui dati strettamente economici, ma anche su quelli morali, etici, politici e sociali, sì che la concezione stessa ne esce avvantaggiata nella sua perfezione, nobilitata nella sua manifestazione. Ma ogni riassunto non fa che rimpicciolire la concezione per cui riporto testualmente quanto Egli disse, in tale sede: "Perché sul terreno dei principii è vero che il libero trasporto delle merci, così all'interno, come all'estero facilita i commerci, ma attenzione! anche qui, perché l'uomo non vive solo di pane e qualche volta bisogna mantenere in vita delle industrie che possono apparire artificiose, quando si tratta della vita e dell'avvenire di un intero popolo. Può l'Italia in fatto di siderurgia dipendere esclusivamente dallo straniero ? "Io credo di no. Economicamente sarebbe forse più utile. "Così dicasi per le industrie chimiche. "La vita delle Nazioni deve essere considerata con criteri che non sono strettamente economici. La Nazione è qualche cosa di più di un complesso economico, come l'uomo è qualche cosa di più di un semplice animale economico. "...La vita è questa; non si può essere totalmente liberalisti. Bisogna invece al di fuori di questa posizione dottrinaria, scegliere a seconda dei momenti, a seconda delle circostanze, a seconda anche degli interessi contrastanti degli Stati, dei popoli che abbiamo contro di noi, un atteggiamento che sia il più possibile rispondente agli interessi fondamentali della Nazione... "...L'inconveniente del protezionismo, a mio avviso, è questo: che potrebbe determinare uno stato di poltroneria. Questo è grave dal punto di vista morale. La gente protetta che non ha più nei fianchi lo stimolo del continuo e necessario progredire, si accartoccia in sé, specialmente se nell'interno della economia entrano in giuoco forze a tendenza monopolistica. "A ciò non si può ovviare che con una coscienza sempre più corporativa. "Per quello che concerne l'industria, la protezione esiste ed io la credo sufficiente. Io sono favorevole alla protezione per le industrie, soprattutto quando nascono. Quando un'industria nasce, deve essere protetta, perché se no non sfonda. "...Però anche qui (a proposito della Radio) la protezione non deve essere l'ovatta che induce al facile riposo; deve essere lo strumento col quale si permette ad una certa industria dì fare le ossa, di svilupparsi, di progredire per poi, ad un certo momento, sostenere, anche in condizioni difficili, la concorrenza dei mercati mondiali. "Allora non protezionismo assoluto, il che ci condurrebbe ad una economia chiusa, con conseguenze deplorevoli e fatali. Non liberalismo assoluto che, spalancando le nostre frontiere a tutti i prodotti di oltre monti e di oltre mare ci metterebbe almeno per un corto periodo d'anni, in condizioni d'inferiorità assoluta e di miseria". Come si vede da queste premesse, la politica economica fascista, non può svolgersi all'infuori di esse, specie in questi periodi di difficoltà e di crisi, in cui è necessario ed utile, coordinare tutte le forze e le attività delle classi produttrici italiane, al fine di realizzare sempre più compiutamente la costituzione unitaria, evitando la dannosa dispersione di energia, siano esse dell'agricoltura, dell'industria, dei trasporti o dei commerci. Quest'unità economica fermamente voluta ed attuata dal Duce del Fascismo, risponde non solo alle esigenze economiche del Paese, ma anche al suo prestigio politico di grande Potenza nel campo delle competizioni internazionali, nel quale presentandosi più uniti si hanno maggiori probabilità di affermazioni e di successo. Se il secolo diciannovesimo ha visto l'apogeo della lotta e della concorrenza fra gli individui e fra i gruppi nell'interno negli Stati e delle Nazioni, il secolo di Mussolini ha trasferito ormai decisamente il terreno della lotta e la natura degli attori: e per cui esso vede sempre maggiormente delineata la lotta dalle sue basi nell'ambito della Nazione, a quella sul terreno internazionale. Mussolini, con la Rivoluzione Fascista che affonda sempre più profondamente le sue basi nell'ambito della Nazione, ha dato vita ad un nuovo sistema di concezioni politiche, le quali non hanno tardato, come era da prevedersi, a trasferirsi anche sul terreno economico dando vita ad un organico ed originale sistema economico giuridico politico: quello corporativo. E come è stato per le concezioni politiche fasciste, dapprima respinte ed oggi studiate con vivo interesse, e qualche volte perfino attuate nella costituzione sociale da altri Stati, così incomincia ad essere e sarà anche del corporativismo che, essendo la forza storica del tempo non tarderà ad essere sempre più reggimento pubblico dei popoli, in relazione alle mutate concezioni e condizioni economiche del mondo. L'economia fascista perché corporativa e corporativa porche fascista, è l'economia della nostra Rivoluzione che in Mussolini trova il grande ispiratore, l'interprete fedele ed il massimo realizzatore. |