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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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LE AFFERMAZIONI ECONOMICHE AL CONGRESSO DEI SINDACATI FASCISTI L'8 MAGGIO 1928 ED ALL'ADUNATA DEGLI INDUSTRIALI IL 23 GIUGNO In queste due occasioni distanti fra loro di pochi giorni solamente le affermazioni fatte dal Duce in materia economica furono di notevole importanza e dettero l'incentivo agli studiosi fascisti di affrontare seriamente i problemi economici suscitati del corporativismo. La lucidità con la quale fu impostato il problema sindacale dal Capo del Governo, e le affermazioni in materia di economia corporativa misero in giusta luce il problema unitario dell'economia nazionale. Riportiamo integralmente talune affermazioni fatte in tale occasione. "Occorre ancora migliorare qualitativamente le nostre masse, fare circolare cioè la linfa vitalissima della nostra dottrina nell'organismo sindacale italiano. Quando queste tre condizioni si siano realizzate, noi passeremo audacemente ma metodicamente alla terza ed ultima fase: "la fase corporativa detto Stato italiano. Il secolo attuale vedrà una nuova economia. Come il secolo scorso ha visto l'economia capitalistica, il secolo attuale vedrà leconomia corporativa. "Non vi è altro mezzo, o camerati, per superare la tragica antitesi di capitale e lavoro che è un caposaldo della dottrina marxista che noi abbiamo superato e rinnegato. Bisogna mettere sullo stesso piano capitale e lavoro; bisogna dare all'uno ed all'altro uguali diritti ed uguali doveri. "Pensate alla profondità, alla bellezza, alla forza della nostra Rivoluzione che affronta e risolve questo secolare conflitto che angustia ed avvelena la vita di moltissime Nazioni del mondo intero! Noi abbiamo osato questo e lo abbiamo osato perché abbiamo determinato una atmosfera speciale, ancora e sempre e lo spinto la leva delle grandi cose: senza un'atmosfera morale di entusiasmo, di passione, di dedizione, di sacrificio non si fa nulla a tavolino; i grandi progetti, le grandi imprese, la stessa legislazione restano lettera morta quando non siano animati dal soffio potente di un ideale. "Ecco perché, camerati, voi non siete soltanto degli organizzatori sindacali; ben prima ancora, siete dei fascisti, poiché solo sul piano delle idee si conciliano gli interessi. Gli interessi non sono che un settore della vita, ma noi intendiamo abbracciare, comprendere, armonizzare tutta la vita del popolo italiano". Anche notevolissime sono le altre affermazioni economiche fatte poi all'adunata industriale. Esse suonano così: "Voi vi adunaste a Roma, mentre può dirsi giunta a termine e in un periodo di tempo che appare miracolosamente breve l'ardua e faticosa opera compiuta dal Regime por organizzare la società nazionale. "Anche nelle altre Nazioni esistono forze organizzate nel terreno politico ed in quello economico; ma queste forze salvo i sempre avvenuti e possibili e talora miserevoli compromessi sotterranei sono fuori dello Stato e spesso contro lo Stato. Per la prima volta nella storia del mondo, non una piccola, ma una grande società nazionale di ben 42 milioni di uomini, è organizzata nello Stato e dallo Stato. E fenomeno più singolare ancora, è che nessuno vuole rimanere estraneo a questa organizzazione. Lo italiano del 1928 vuole essere un'unità di questo gigantesco inquadramento, poiché sente che egli sarebbe un'ilota qualora ne fosse un escluso. Quale capovolgimento di posizioni mentali e politiche! "Così la posizione vostra, o industriali italiani, è definita sotto il triplice aspetto politico, professionale, morale, così come risulta dalla legislazione fascista, dalla legge del 3 aprile 1926 in poi. La vostra posizione professionale è fissata dalla Carta del Lavoro, quando vi attribuisce senza equivoci la gestione e la responsabilità dell'azienda. Ma è sulla vostra posizione "morale" che mi piace di soffermarmi. Voi siete, oggi, balzati all'avanguardia di una grande trasformazione che viene effettuandosi nel tipo di economia capitalistica e che prelude forse non soltanto in Italia al muovo tipo di economia corporativa. Ho l'orgoglio di avere previsto questo fatale andare nell'immediato dopoguerra. Il capitalista, così come ci fu dipinto dalle letterature pre-socialistiche non esiste più. Si è verificata una separazione tra capitale e gestione, fra industriale e capitalista. Il capitale col sistema delle società anonime per azioni si è dilatato, talora sino alla polverizzazione. I possessori del capitale di una azienda attraverso il possesso delle azioni, sono spesso innumerevoli. Mentre il capitale diventava anonimo e il capitalista del pari, balzava al primo piano dell'economia il gestore della impresa, il capitano d'industria, il creatore della ricchezza. Lo stesso impiego della terminologia militare sta a provare che gli industriali possono essere definiti i quadri sul terreno produttivo del grande esercito dei lavoratori. "Da ciò discendono conseguenze che vedremo tra poco. La produzione della ricchezza passa, quindi, dal piano dei fini individuali a quello dei fini nazionali. Da questa vostra nuova posizione politico-morale, scaturiscono dei nuovi doveri, delle vere necessità. La collaborazione più ancora che dalle leggi o dagli istituti e dalla volontà, è imposta dalle cose, cioè dalla fase attuale dell'economia. Questa collaborazione deve essere interpretata e attuata nel suo più vasto significato; gli operai come le truppe sono gli elementi indispensabili per la battaglia, e la vittoria è anche il risultato dei rapporti che si stabiliscono tra ufficiali e soldato. La collaborazione deve essere aperta, leale, senza riserve o ripieghi; ancora e sempre il fatto e l'esempio vale più delle verbali propagande. Così nel sistema fascista gli operai non sono più degli "sfruttati", secondo le viete terminologie, ma dei collaboratori, dei produttori, il cui livello di vita deve essere elevato materialmente e moralmente, in relazione ai momenti e alle possibilità. "Io affermo che in tempo di crisi è nello interesse degli operai di accettare una decurtazione di salari; ma a crisi superata, è nell'interesse degli industriali di riaumentare i salari, riequilibrando la situazione. Non è possibile in Italia, per troppe ovvie ragioni, la politica fordista degli "alti salari", ma non è nemmeno consigliabile la politica dei bassi salari la quale deprimendo i consumi di vaste masse, finisce per danneggiare l'industria stessa. Per debito di lealtà e di verità aggiungo che gli industriali italiani nella loro enorme maggioranza condividono queste idee e lo dimostra la ingente mole di contratti collettivi firmati, nei quali sono state consacrate le clausole della Carta del Lavoro. "Né passerò sotto silenzio l'atteggiamento di aperta adesione che gli industriali italiani hanno dato alle realizzazioni della legislazione sociale anche le più audaci, come l'assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi o gli atti di munificenza a favore dell'arte, della scienza o della pietà umana. Questo dimostra che l'orizzonte degli industriali fascisti, non si limita a quello dell'officina, sibbene abbraccia altri aspetti ed altre manifestazioni della vita. "Dopo l'ultimo sciopero dei minatori inglesi, le classi operaie europee sono entrate in un periodo di stasi. D'altra parte ben più irreparabile che l'eclissi della lotta di classe è l'eclissi del socialismo come dottrina e come pratica. Per uno di quei paradossi che sono abbastanza frequenti nella storia, la rivoluzione russa si è risolta nella impreveduta e imprevedibile apoteosi del capitalismo che è diventato capitalismo di Stato. Lo Stato socialista è infatti uno Stato capitalista all'ennesima potenza. Tutto il resto, dai salari che sono pagati non secondo i bisogni, ma secondo la capacità, alla borsa dove si commerciano titoli e monete, tutto il resto è, dicevo, come nel vecchio mondo illuminato dal vecchio sole del passato". |