MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA'
COORDINAMENTO REGIONALE
- MARCHE -

ENNIO RONCHI
MUSSOLINI CREATORE D'ECONOMIA

MUSSOLINI ECONOMISTA

Rarissime volte avviene nella storia dei popoli, che, a reggere le supreme redini del Governo dello Stato vi si trovino uomini dotati di una spiccata e profonda conoscenza della Scienza Economica, perché, di solito, gli economisti — nel senso tradizionale della parola — restano impelagati nelle dottrine che professano, mentre i politici hanno quasi sempre una insufficiente preparazione nel campo economico tanto da promuovere provvedimenti economici spesso ingiustificati e che riescono qualche volta perfino dannosi alla struttura economica della Nazione.

Gli uomini politici che hanno costruito le fortune dei loro Paesi e che hanno avuto un'intuizione rapida dei problemi economici del loro tempo e delle soluzioni migliori da adottare nell'interesse della Nazione, sono ben pochi. L'Italia — prima di Benito Mussolini — ha avuto solo Cavour. Ma, questi si moveva in un Paese ad economia prevalentemente agricola e di solo venti milioni di abitanti, cose che gli facilitarono di molto il compito, mentre Mussolini attua la sua politica economica in un Paese ad economia non solo agricola, ma anche industriale e che conta ormai circa 43 milioni di abitanti! Condizioni, come appare a prima vista, ben diverse e ben più complicate e con l'aggravante che il Paese ha avuto le sue risorse economiche molto provate dalla guerra prima — e dal dopoguerra poi — ed in un periodo storico nel quale le masse sono più difficili a governarsi ed i desideri meno disposti a limitarsi. Ma da ogni rivoluzione trionfante deve essere espressa una nuova economia — permeata dai principii in nome dei quali la rivoluzione si è compiuta. — La rivoluzione francese segna il trionfo dell'economia liberale — quella russa non ha trovato ancora la sua via definitiva, perché ancora imprigionata tra l'astrazione e la realtà — mentre la Rivoluzione Fascista ed Italiana — consapevole delle esperienze delle altre rivoluzioni — e per virtù del suo Capo, lentamente, ma profondamente ha gettato le basi di una nuova economia, che non è liberale né socialista — ma italiana — ma corporativa, cioè conseguente ai principii della rivoluzione e che è destinata a produrre ripercussioni notevolissime nel campo economico mondiale.

È stata una vera fortuna avere avuto a capo della rivoluzione un Uomo al quale i problemi dell'economia moderna sono noti come a pochissimi, in tutta la loro complessità.

Mussolini, trionfatore della rivoluzione, perviene alla suprema direzione del Governo della Nazione dopo una lunga preparazione non solamente politica: la sua preparazione economica è nota, perché egli entra nella vita italiana, non fermando la sua aspra critica ad un reggimento politico, ma estendendola al sistema economico che da esso si emanava.

Egli ha studiato profondamente l'Economia Capitalistica per criticarla, per analizzarla, per discernere quanto essa ancora conteneva di buono e di vitale e se fossero fondate le critiche serrate ed aspre delle altre Scuole economiche, socialistiche principalmente.

Non esitiamo ad affermare che Mussolini è uno dei pochissimi reggitori di popoli che ha una solida preparazione economica.

Forse l'Europa in questi ultimi secoli ne ha espresso due solamente: Lenin e Mussolini.

L'esperimento economico del primo può considerarsi fallito principalmente perché ad un sistema economico se ne volle sostituire un altro, in modo violento — già precedentemente preparato nella bottega del Comunismo — facendo astrazione dalla realtà. Ed il tentativo è fallito.

Mussolini invece non impone nessun sistema il cui schema ora stato in antecedenza fissato. È questo il suo merito. In ciò è il segreto del suo successo veramente senza precedenti. In ciò sta la profondità della sua visione di Uomo veramente di eccezione Egli ancora una volta ha guardato la realtà e si è uniformato ad essa, attenendosi alla sua esperienza che è quella poi di non forzare la mano quando ciò può riuscire dannoso alla Nazione.

In Mussolini l'economia non è solamente Scienza, né solamente Arte. Nel suo pensiero di economista non si scorge la linea di demarcazione tra la Scienza e l'Arte, ma di entrambe si avvale per interpretare la realtà economica nazionale e volgerla al potenziamento della Nazione.

Alla base del sistema economico che il fascismo sotto il personale e diretto impulso di Benito Mussolini, viene creando in Italia, vi è lo Stato. Il Capo del Governo non tralascia occasione per affermare e riaffermare solennemente ciò, e non da adesso solamente.

Egli nel noto discorso pronunciato al teatro della Scala di Milano, il 28 ottobre 1925, così si esprimeva, in una forma inequivocabile:

"L'idea centrale del nostro movimento è lo Stato; lo Stato è l'organizzazione politica e giuridica delle società nazionali, e si estrinseca in una serie di istituzioni di vario ordine.

La nostra formula è questa: tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato; nulla contro lo Stato".

Da questa premessa non può non conseguire l'altra che lo Stato interviene nell'economia tutte le volte che lo crede utile e necessario alla vita ed allo sviluppo della società nazionale. Per poter essere in grado di intervenire utilmente e tempestivamente è necessario, anzi indispensabile, da parte dello Stato, il controllo di tutte le forze economiche della Nazione, in ogni momento della loro attività.

Senza un controllo serio, disciplinato, organico, continuativo, l'intervento potrebbe anche non dare quei risultati che lo Stato vuol conseguire nell'interesse collettivo. L'intervento illuminato, utile e tempestivo non può non presupporre il controllo pieno. L'intervento ed il controllo sono per noi come le due facce della stessa medaglia: affermando l'esistenza di una di esse se ne presuppone conseguentemente l'altra.

Bisogna non fraintendere la parola controllo nel senso che da taluni si vuol dare e cioè che con esso lo Stato, diventando troppo invadente, ostacoli in definitiva le iniziative che invece vanno potenziate. Controllo va inteso qui nel senso che lo Stato ha sempre presenti le reali situazioni dell'economia nazionale.

Ma la visione che Mussolini ha dell'economia è ampia, non circoscritta e limitata agli interessi degli individui e dei singoli gruppi, essa abbraccia in tutta la sua interezza la Nazione.

Al disopra degli interessi individuali ed a quelli dei gruppi vi sono delle realtà insopprimibili, e ad esse Egli ispira la sua opera di Uomo di Stato.

Agli operai delle Acciaierie Lombarde in Milano, il 15 dicembre del 1922, cioè pochi giorni dopo la marcia su Roma, Egli dice:

"Voi avrete modo di constatare più che dalle mie parole dai fatti del mio Governo che nella sua azione esso intende ispirarsi e vuol tenere sempre presenti tre elementi fondamentali: Nazione che esiste anche se si vuole negare e che è una realtà insopprimibile; Produzione poiché l'interesse a produrre molto e bene non è soltanto dei capitalisti, ma anche dall'operaio il quale col capitalista perde e va in miseria se la produzione si arresta e se i manufatti nazionali non trovano sbocco sui mercati mondiali; la tutela degli interessi giusti della classe lavoratrice. Tenendo presente questi tre elementi essenziali, io intendo di dare all'Italia la pace all'interno ed all'estero".

Chi può negare che nell'enunciazione di questi tre elementi non vi sia in gran parte il segreto della prosperità economica della Nazione?

Egli ha fissato in modo preciso e chiaro al cospetto dei lavoratori che in un passato recente negavano la Patria, l'entità Nazione, alla cui grandezza sono legate intimamente la prosperità delle varie classi sociali.

Ma Egli però non perde di vista e riafferma al suo concetto sulla produzione e trova quindi anche un'espressione altamente morale per rassicurare i lavoratori che il Regime tutela gli interessi giusti della classe lavoratrice. È una espressione questa sconosciuta alla maggior parte degli economisti, i quali vedendo solo l'aspetto strettamente, anzi brutalmente economico di tutte le questioni, trascuravano, anzi negavano questo lato umano e profondamente morale, che tanta influenza invece esercita su tutti i fenomeni economici.

È questo un concetto profondamente morale ed Egli lo ribadisce anche nel discorso pronunziato alle maestranze dello stabilimento Poligrafico di Roma, il 26 gennaio 1923, quando riafferma con l'autorità che Gli deriva dal Suo alto posto di tremende responsabilità.

"Mi vanto di essere un figlio di lavoratori. Mi vanto di aver lavorato con le mie braccia. Ho conosciuto le umili fatiche della gente che lavora. Quando io lavoravo, la giornata era di dodici ore. Oggi è di otto. Questa vostra conquista è intangibile: se qualcuno vi dice il contrario mentisce sapendo di mentire".

E più avanti:

"È logico: ed è giusto: ed è legittimo che le categorie dei lavoratori si difendano per migliorare le loro condizioni di vita, non solo materialmente, ma anche moralmente. Ma per ciò fare, non è necessario di seguire le chimere internazionalistiche, per ciò fare non è necessario di rinnegare la Patria e la Nazione, poiché è assurdo prima ancora di essere criminoso, rinnegare la propria madre".

Ma il Governo che vuole riportare la Nazione agli antichi splendori non può ignorare i bisogni delle classi lavoratrici e venir loro incontro con provvidenze. Il Fascismo non deve e non può ignorare il fenomeno sindacalista — il più grandioso della Storia Moderna — ed il Fascismo non può restarne immune. Ma il Sindacalismo Fascista nel pensiero di Benito Mussolini è così posto in modo chiaro ed esplicito.

Al Gran Consiglio Fascista, il 15 maggio 1923. Egli così si esprime:

"Il Sindacalismo fascista si differenzia da quello tradizionale perché presenta caratteristiche proprie e una propria originalità: sono infatti gli operai, i datori di lavoro, i tecnici, i quali costituiscono un insieme armonico con un unico obiettivo: quello di raggiungere il massimo di produzione e di benessere, subordinando i propri agli interessi superiori della Patria. Caratteristica questa che colpisce in pieno le concezioni del Marxismo, il quale considera irreparabile il conflitto di classe. Il Fascismo invece smentisce tale irreparabilità. Nessuna traccia delle vecchie abitudini di tracotanza si trova infatti nella nostra azione, la quale si basa invece su possibilità concrete, e non su prevenzioni e su dogmatismi".

Sono così gettate le basi di quel sindacalismo a carattere nazionale, che avversari, e anche, qualche volta, fascisti stessi, negavano potesse divenire realtà concreta della Nazione. Gli avversari cercavano di demolire l'incipiente organizzazione appellandosi alle irrevocabili pretese delle leggi economiche ed ai luoghi comuni sia della lotta da classe, che del bagaglio economico Marxistico.

Essi guardavano il fenomeno da un solo punto di vista, da un solo lato, e sono stati smentiti crudamente dalla realtà di tanti anni di lavoro e di evoluzione.

I fascisti quasi non credevano alle possibilità sindacali, perché si dicevano privi di tecnici del sindacalismo e perché credevano principalmente all'onnipotenza della Confederazione del Lavoro ed alle altre Associazioni sindacali aventi all'incirca gli stessi fini e gli stessi obiettivi. Ma Benito Mussolini conosce troppo bene gli uomini e le ragioni profonde dei loro più profondi contrasti. Egli ha vissuto con gli uomini che lavorano, conosce la loro vita, le loro necessità, le loro aspirazioni. Guardando negli occhi il Suo Popolo vi sa scorgere i bisogni e le sofferenze; ne sa intuire le necessità presenti e future e sa anche loro indicare la via migliore, che se pure, momentaneamente è la più aspra e la più dolorosa, in definitiva riuscirà la più utile all'interesse della Nazione, — che è poi quello che deve sovrastare sempre — l'interesse dea singoli.

Egli comprende benissimo che il paradiso terrestre è impossibile a realizzarsi — almeno nelle condizioni odierne della civiltà — e perciò non inganna e dice cose che fanno rabbrividire per la nudità con la quale vengono profferite — ma che rispondono però pienamente alla realtà sociale e smantellano ubbie che potrebbero essere seriamente pericolose per l'avvenire.

Ai contadini del Polesine, il 2 giugno del 1923, Egli fra l'altro dice:

"La lotta di classe può essere un episodio nella vita di un popolo; non può essere il sistema quotidiano perché significherebbe la distruzione della ricchezza e quindi la miseria universale.

La collaborazione cittadina, fra chi lavora e chi dà lavoro, fra chi dà le braccia e chi dà il cervello; tutti gli elementi della produzione hanno le loro gerarchie inevitabili e necessarie; attraverso a questo programma voi arrivate al benessere, la Nazione arriverà alla prosperità ed alla grandezza".

Agli operai dello stabilimento Fiat, il 24 ottobre del 1923, Egli ribadisce il suo concetto finché non entri in profondità nella coscienza dei lavoratori della Nazione:

"Per questa Italia nuova io chiedo l'adempimento silenzioso del vostro dovere di operai e di cittadini. Solo con il lavoro e con la collaborazione fra tutti gli elementi si aumenterà il benessere individuale. Fuori di questo, io lo proclamo solennemente, fuori di questi limiti è la miseria individuale e la rovina della Nazione".

Ed a Torino stesso, ai sindacati, nel novembre dello stesso anno, Egli ricorda che: "Il Fascismo non segue gli interessi più o meno legittimi di categorie, ma solo gli interessi superiori e generali della Nazione. Il Governo, il Fascismo vanno sicuramente verso gli uomini che faticano nelle officine e sui campi, vanno con cuore aperto e sicuro verso di essi. Non possono promettere il paradiso terrestre, ma essi sanno che gli operai devono essere elevati moralmente e materialmente, perché non può una Nazione avere grandezza se gli uomini del lavoro sono abbrutiti e mortificati".

Ai giornalisti stranieri nel novembre del 1923. Egli fra l'altro accenna al Sindacalismo Fascista ed a tal uopo afferma solennemente che: "Il Sindacalismo Fascista, mira alla collaborazione sociale, allo scopo di evitare gli scioperi che sono stati sempre rovinosi. Il Fascismo considera lo sciopero come una ultima ratto alla quale si deve incorrere soltanto nel caso estremo".

Ma i termini della collaborazione delle classi furono tracciati nell'importante adunanza tenuta a palazzo Chigi, fra i rappresentanti delle organizzazioni industriali e quelle operaie. In quella riunione che fu presieduta dal Capo del Governo, il 20 dicembre 1923, fu stipulato il noto patto di palazzo Chigi, patto col quale si venne ad incanalare il movimento sindacale fascista su basi più solide e meglio rispondenti alle concezioni sindacali espresse dal fascismo.

In quella adunanza il Capo del Governo fissando i termini della collaborazione così si espresse fra l'altro:

"Non vi è dubbio che la situazione psicologica delle classi lavoratrici di oggi è mutata. È certo che sulla psicologia delle masse hanno influito l'esperimento russo e l'azione fierissima del Fascismo. L'errore del Marxismo è quello di credere che vi siano due classi soltanto. Errore maggiore di credere che queste due classi siano in perenne contrasto fra di loro. Il contrasto vi può essere, ma di un momento e non è sistematico. L'antitesi sistematica sulla quale hanno giocato tutte le teorie socialiste, non è un dato della realtà. La collaborazione è In atto: si è visto che c'è un limite per il capitale e un limite per il lavoro. Il capitale sotto pena di suicidio non può incidere oltre una certa cifra sul dato lavoro, e il dato lavoro non può andare oltre un certo segno nei confronti del capitale.

"Ma c'è anche il lato economico, quello della collaborazione. Essi riguardano particolarmente la industria italiana che fino ad oggi è stata troppo individualista. È un vecchio sistema che bisogna abbandonare; bisogna costituire il fronte unico della economia italiana almeno nei confronti dell'estero come fanno gli altri che hanno un fronte unico finanziario e un fronte unico industriale-economico. "...Bisogna che il sindacalismo operaio e capitalistico si rendano conto della nuova realtà storica: che bisogna evitare di portare le cose al punto dell'irreparabile: bisogna evitare più che sia possibile la guerra fra le classi, perché essa nell'interno di una Nazione è distruttiva. Ne abbiamo una esperienza che si potrebbe dire tragica. D'altra parte, al disopra di quelli che sono contrasti di interessi umani e legittimi, c'è l'autorità del Governo, il quale è nella condizione propizia per vedere le cose sotto un aspetto generale. Il Governo non è agli ordini degli uni, né degli altri. È al disopra di tutti, in quanto riassume in se stesso non soltanto la coscienza politica della Nazione, nel presente, ma anche tutto ciò che la Nazione rappresenta nel futuro".

Ed al Consiglio Nazionale delle Corporazioni dei lavoratori il 22 maggio del 1924, il Capo del Governo ritorna di nuovo sul tema della collaborazione e che essa "deve essere praticata in due: che i datori di lavoro non devono approfittare dello stato attuale, instaurato dal Fascismo che ha dato un senso di disciplina alla Nazione, per soddisfare ai loro egoismi: che essi devono considerare gli operai, come elementi essenziali della produzione: che devono fare il loro interesse in quanto coincide con quello della Nazione e non invece vi contrasti".

Il sindacalismo fascista ha bisogno di sentirsi guidato nei suoi passi e con mano ferma, perché su di esso si appuntano le critiche più serrate e da parte delle altre organizzazioni concorrenti e da parte di studiosi dei fatti sociali, i quali proclamavano più o meno in buona fede, che il sindacalismo fascista era un non senso, riportandosi alle vecchie discussioni più o meno oziose. Il Capo del Governo interviene indirettamente nella disputa accesa e senza ritorcere le accuse, traccia con sicurezza le vie che il sindacalismo fascista deve percorrere, senza curarsi delle dispute più o meno interessate. Ed il 22 luglio del 1924 al Gran Consiglio del Fascismo, traccia i compiti del Sindacalismo Nazionale:

"Io assegno un grande compito al sindacalismo fascista. Esso deve:

1) elaborare quegli istituti mediante i quali la Corporazione dovrà essere riconosciuta giuridicamente e innalzata come una forza dello Stato;

2) elevare le condizioni morali della gente che lavora, in modo da renderla sempre più aderente alla vita della Nazione;

3) effettuare la collaborazione in un senso attivo, cioè nel senso che una quota parte del profitto vada a beneficio di coloro che hanno contribuito a realizzarlo. Le classi industriali devono rendersi conto di questo loro dovere che, praticato in tempo, si identifica colla saggia tutela del loro interesse".

Ma lo sviluppo della rivoluzione fascista deve tendere inevitabilmente ad una nuova via, che porti alla instaurazione di un nuovo ordine economico, così come è avvenuto per la politica.

Il nuovo ordine politico presuppone prossimo un nuovo ordine economico il quale gradualmente realizzato, con saggia ed oculata azione, non può non fare aderire sempre più i lavoratori alla Patria; e gettare le basi per il nuovo ordinamento corporativo della società italiana, la quale viene così a riprendere la sua funzione direttrice nella civiltà del mondo.

Due sono i principii ai quali il secolo presente può rivolgersi: essi sono espressi dall'esperimento russo e da quello italiano. Due civiltà in contrapposizione, due mentalità diverse, due razze differenti, due principii economici, che pur sembrando ai superficiali legati da un certo filo più o meno tenue, sono in definitiva antitetici. Il Mondo deve scegliere fra Roma e Mosca. Il duello concettuale ed ideale esiste. Mosca ha segnato irreparabilmente la sconfitta dei principi per i quali era trionfata la rivoluzione. Roma, invece, più saggiamente, costruisce pietra su pietra il nuovo edificio, non tanto per sé, quanto per darlo come modello insuperato ed insuperabile agli altri popoli, nell'interesse della civiltà. La costruzione che ne verrà fuori non sarà un castello di carta, né una costruzione effimera perché pone salde fondamenta e profonde radici nella coscienza dei lavoratori di tutte le gradazioni. Mussolini, ai lavoratori del Monte Amiata, il 31 agosto 1924, così traccia, per sommi capi, il pensiero del Fascismo, nei rapporti tra capitale e lavoro.

C'è in germe già il pensiero organico di una nuova costituzione sociale su nuove basi, meglio rispondenti alle supreme necessità della Nazione, ed ai suoi interessi presenti e futuri.

Egli dice alto e forte, mentre la polemica politica imperversa aspra e violenta oltre ogni dire:

"Vi dirò quello che pensa il Fascismo dei rapporti fra capitale e lavoro, quale è la dottrina del sindacalismo fascista, che cosa vuole il Fascismo, che cosa si promette di compiere domani.

"Il punto di partenza, o amici, è questo: la Nazione. Che cosa è la Nazione? La Nazione è una realtà: siete voi. Moltiplicatevi sino a diventare la cifra imponente di quaranta milioni di italiani che hanno lo stesso linguaggio, lo stesso costume, lo stesso sangue, lo stesso destino, che hanno gli stessi interessi: questa è la Nazione, è una realtà. Bisogna rispettarla. Che cosa in questo momento io vedo dinanzi a me? La Nazione, vedo il popolo, il popolo che non ha più le classi o le categorie dai confini insuperabili. Qui siamo popolo: vedo degli ufficiali che guidano il nostro Esercito glorioso: vedo carabinieri che sono la espressione inflessibile del rispetto della legge, vedo dei tecnici, dei signori, vedo dei lavoratori e delle camicie nere: vedo la gagliarda gioventù fascista che mi dà l'idea di una primavera fiammeggiante. Questo è popolo. Il Fascismo insegna a subordinare gli interessi individuali e gli interessi di categoria agli interessi della Nazione. Guai a chi varca certi limiti: i datori di lavoro non debbono volere che la massa dei loro dipendenti viva in condizioni di disagio e di povertà.

Non è nel loro interesse né è nell'interesse della Nazione. D'altra parte i lavoratori non debbono chiedere all'industria ciò che l'industria non può sopportare".

Egli ama intrattenersi con la gente laboriosa che vive di lavoro, e con i lavoratori Egli trova gli accenti più persuasivi perché comprende gli stati d'animo e le necessità delle masse. Ma non li sa adulare. Come indica i diritti, con la stessa precisione e rudezza traccia i doveri, esigendo il loro adempimento pieno.

Alle Maestranze dello Stabilimento Metallurgico di Dalmine, il 27 ottobre del 1924, Egli in un discorso profondo, enuncia i diritti del lavoro, associandoli però ai doveri.

Ogni diritto, per lui presuppone in antecedenza l'adempimento di un dovere:

"Voi sapete quello che io penso: ritengo che tutti i fattori della produzione sono necessari: necessario il capitale, necessario l'elemento tecnico, necessaria la maestranza. L'accordo di questi tre elementi dà la pace sociale, la pace sociale dà la continuità di lavoro, la continuità del lavoro dà il benessere singolo e collettivo. Fuori di questi termini, ve lo dico con assoluta schiettezza, non vi può essere che rovina e miseria".

Il 26 novembre del 1924, al Congresso delle Corporazioni Egli ritorna sul Sindacalismo fascista

per riaffermare che:

"Non si può negare l'esistenza di un sindacalismo fascista. Non si può negare che questo sindacalismo fascista abbia solide basi nella coscienza dei lavoratori italiani, che non credono più alle utopie di una volta. Voi avete inteso che pel benessere della Nazione sono indispensabili la produzione e il lavoro. Il sindacalismo fascista parte da questi presupposti e in ogni momento della sua azione li tiene presenti".

Siamo nel 1925 e le masse si sentono penetrate dal nuovo spirito creato dalla rivoluzione. Nonostante il fervore della politica Mussolini avverte questo stato d'animo ed interviene per tracciare la via da percorrere. Il suo studio su "Fascismo e Sindacalismo" pubblicato in "Gerarchia" contiene il pensiero del Presidente. L'esame è approfondito non solamente dal punto di vista politico, ma anche e forse sopratutto, da quello economico e storico.

Questo studio ebbe vasta ripercussione nel mondo politico italiano ed in quello sindacale, che nell'epoca in cui fu scritto, era in un momento caratteristico; perché i sindacalismi dei vari partiti erano tutti, chi più, chi meno, in dissoluzione, e d'altra parte il sindacalismo fascista si trovava nella sua fase di sviluppo e di ascesa.

Il Capo del Governo inizia il suo studio accennando ai grandi scioperi metallurgici lombardi del marzo 1925 ed alle polemiche che in margine ad essi fiorirono. Tale sciopero, con l'aggiunta delle indiscrezioni sui lavori della Commissione dei diciotto, ed alle mozioni adottate in aprile dal Gran Consiglio Fascista, rimisero in prima linea il problema del sindacalismo fascista, la cui esistenza era stata negata dagli altri aggruppamenti. Tale sciopero porse al sindacalismo fascista la constatazione che essi erano in errore.

Il sindacalismo fascista esisteva nella vita della Nazione, e si affermava sempre più, prendendo poi la direzione esclusiva ed assoluta della direzione del movimento sindacale italiano.

Il sindacalismo italiano è ormai una realtà nazionale attuale, dalla quale non si può prescindere. Le "Corporazioni" non sono entità astratte, ma entità concrete, scriveva il Capo del Governo; passando a soffermarsi brevemente sull'origine del Sindacalismo mette in evidenza gli elementi fondamentali della sua ideologia, le forze che lo costituivano e gli ulteriori sviluppi di tutte le sue possibilità future. Nel sindacalismo Fascista Egli vede "un gran serbatoio di forze umane, nel "Fascismo, un mezzo potente di elevazione morale e materiale delle vaste masse che stanno alla base della società nazionale". Scrive inoltre parole di alto incitamento onde interessare sempre più e sempre meglio i fascisti allo studio ed all'amore per il movimento sindacale "che costituisce una delle novità della rivoluzione fascista ed una delle sue massime garanzie".

Dopo di che l'Autore fa la storia del sindacalismo fascista, ed a tal proposito scrive che per tutto il 1919, non si può ancora parlare di un sindacalismo fascista, nemmeno in embrione, non ostante che al Congresso Fascista di Firenze del 1919, partecipassero molti operai, in grande parte superstiti dei Fasci d'Azione Rivoluzionaria Interventista del 1915. Né nel 1920 può parlarsi di un miglioramento della situazione sindacale, nonostante il moltiplicarsi nelle varie città d'Italia dei Fasci. Solo nel 1921 il Fascismo diventa fenomeno di masse rurali e vede sboccare in esso il fenomeno sindacale in tutta la sua complessa vastità e quindi con tutti i suoi problemi tecnici ed umani. Nel dicembre del 1921 il Partito precisa il suo atteggiamento nei riguardi del Sindacalismo. Il programma statuto parla così: "Il Fascismo non può contestare il fatto storico dello sviluppo delle Corporazioni, ma vuole coordinare tale sviluppo ai fini nazionali. Le Corporazioni vanno promosse secondo due obbiettivi fondamentali, e cioè come espressione della solidarietà nazionale e come mezzo di sviluppo della produzione. Le Corporazioni non debbono tendere ad annegare l'individuo nelle collettività livellando arbitrariamente la capacità e le forze dei singoli, ma anzi a valorizzarle ed a svilupparle".

Il Capo del Governo aggiunge che in questa dichiarazione schematica non vi sono tutti gli elementi di una dottrina, ma gli spunti di essa, ma i germi per un ulteriore sviluppo.

L'Autore riproduce i postulati che il Partito Fascista proponeva e che sono stati realizzati dal Governo Fascista.

Essi sono i seguenti:

1) "la promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i salariati la giornata legale media di otto ore, colle eventuali deroghe consigliate dalle necessità agricole ed industriali;

2) "una legislazione sociale aggiornata alle necessità odierne specie per ciò che riguarda gli infortuni, l'invalidità e la vecchiaia dei lavoratori sia agricoli che industriali o impiegatizi, sempre che non inceppi la produzione;

3) "una rappresentanza dei lavoratori nel funzionamento di ogni industria limitatamente per ciò che riguarda il personale;

4) "l'affidamento della gestione di industrie o di servizi pubblici ad organizzazioni sindacali che ne siano moralmente degne e tecnicamente preparate;

5) "la diffusione delle piccole proprietà in quelle zone e per quelle coltivazioni che produttivamente lo consentono".

Il Capo del Governo soggiunge che il sindacalismo fascista prima di essere nazionale fu provinciale e regionale e che l'unità nazionale delle Corporazioni venne dopo, quando cioè le file furono riordinate e le idee chiarificate attraverso i congressi e le discussioni giornalistiche.

Le linee che fanno differenziare il sindacalismo fascista da tutti gli altri sono così riassunte da Mussolini:

"Accettazione della idea di Patria come realtà tangibile ed intangibile, il che esclude gli internazionalismi impegnativi e politici destinati a rifrantumarsi alla prima occasione, ma non esclude gli utili contatti internazionali, dove sia dato difendere il lavoro italiano, come le Corporazioni hanno fatto e faranno nei congressi ginevrini.

"In secondo luogo il sindacalismo fascista considera l'elemento capitale non come un elemento da sopprimere — il che è praticamente e storicamente assurdo — ma come un elemento da liberare e da potenziare. Le Corporazioni hanno un interesse diretto a che il capitale italiano sia il più possibile libero da ceppi interni od esterni. L'antitesi diretta — capitalismo — proletariato — di origine marxiana — esula completamente dal sindacalismo fascista, il quale l'ha praticamente superata nel campo agricolo e ha tentato di superarla, col famoso Patto di Palazzo Chigi, anche nel campo industriale.

"Le Corporazioni possono sperare di migliorare le sorti dei loro sindacati, se il capitalismo è debole, statico, pauroso. Da queste premesse scaturisce la posizione del terzo elemento tecnico-operaio. La sua sorte particolare è legata, in primo luogo, alla sorte generale della Nazione. Se la Nazione è oppressa, la massa operaia è oppressa. Se la bandiera della Nazione è rispettata, anche gli operai che appartengono a quella Nazione, sono rispettati. La gerarchia delle Nazioni si riverbera sulla posizione delle loro classi operaie".

E più oltre:

"Né può l'elemento tecnico-operaio disinteressarsi della sorte del capitale e del capitalismo, il primo considerato come strumento, il secondo come sistema sociale...

"...Il Sindacalismo fascista sa che le rivendicazioni operaie salariali spinte oltre un certo limite, incontrano ostacoli insuperabili di ordine obiettivo, che non si possono superare se non con l'artificio foriero di crisi...

"...Nazione, Capitale, Corporazioni, non sono in antitesi irriducibili come predicarono — con imprecisa visione dei fenomeni economisti, i socialisti, — ma sono in rapporti di stretta interdipendenza fra di loro, dalla quale scaturisce la necessaria coordinazione. In questa chiara nozione è il nocciolo del sindacalismo fascista per il quale collaborazione è regola e la non collaborazione l'eccezione..".

È riprodotto l'interessante ordine del giorno votato in una riunione fra i rappresentanti delle Corporazioni e quelli della Confederazione delle Industrie, avvenuta a Palazzo Chigi il 19 dicembre 1923, e presieduta dal Capo del Governo.

Con quell'ordine del giorno il sindacalismo fascista venne riconosciuto come unico rappresentante delle masse operaie italiane.

Tale ordine del giorno così suonava:

"La Confederazione Generale dell'Industria Italiana e la Confederazione Generale delle Corporazioni Sindacali Fasciste intendendo armonizzare la propria azione con le direttive del Governo hanno dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti le industrie, dei tecnici e degli operai come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della Nazione; riconoscendo la completa esattezza di questa concezione politica e la necessità che essa sia attuata dalle forze produttrici nazionali; dichiarano che la ricchezza del Paese, condizione prima della sua forza politica, può rapidamente accrescersi e che i lavoratori e le aziende possono evitare i danni e le perdite delle interruzioni lavorative, quando la concordia fra i vari elementi della produzione assicuri la continuità e la tranquillità dello sviluppo industriale; affermano il principio che l'organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto d'interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti fra i singoli datori di lavoro e lavoratori e fra le organizzazioni sindacali, cercando di assicurare a ciascuno degli elementi produttivi migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni ed i più equi compensi per l'opera loro, il che si rispecchia anche nella stipulazione di contratti di lavoro, secondo lo spirito del sindacalismo nazionale; e decidono:

a) "che la Confederazione dell'Industria e la Confederazione delle Corporazioni Fasciste intensificano la loro opera diretta ad organizzare rispettivamente gli industriali ed i lavoratori con il reciproco proposito di collaborazione;

b) "di nominare una Commissione permanente di cinque membri per parte, la quale provveda alla migliore attuazione dei concetti su esposti sia al centro, sia alla periferia, collegando gli organi direttivi delle due Confederazioni, perché l'azione sindacale si svolga secondo le direttive segnate dal Capo del Governo".

È riportato inoltre un altro ordine del giorno presentato al Gran Consiglio Fascista dallo stesso Capo del Governo e che suona così:

"Il Gran Consiglio, presente il Direttorio delle Corporazioni, riafferma i suoi postulati di collaborazione fra tutti gli elementi della produzione purché tale collaborazione sia intelligente e reciproca;

"considera lo sciopero effettuato dalle Corporazioni come un atto di guerra al quale — eccetto per i pubblici servizi — si può fare ricorso quando tutti i mezzi pacifici siano stati tentati ed esauriti, poiché lo sciopero danneggia i datori di lavoro, ma incide sui bilanci operai, e arresta il ritmo della produzione, del che approfittano immediatamente le vigili concorrenze straniere per ostacolare la nostra indispensabile espansione economica nel mondo;

"stabilisce nettamente la differenza tra lo sciopero fascista che è una concezione ed ha in se stesso i suoi obbiettivi definiti, e lo sciopero socialista che fu una regola ed è sempre considerato e praticato come un atto di cosiddetta ginnastica rivoluzionaria con fini remoti ed irraggiungibili;

"determina che nella eventualità di una proclamazione ed attuazione dello sciopero deve essere evitato ogni inutile allargamento del movimento e la proclamazione di scioperi e di solidarietà i quali, come una lunga e dolorosa esperienza ha dimostrato, non giovano agli operai in sciopero e ne aumentano il disagio;

"stabilisce che chiamandosi le Corporazioni fasciste ed essendo in realtà una grande ed originale creazione del Fascismo, lo sciopero deve avere l'autorizzazione preventiva degli organi supremi delle Corporazioni e del Partito, senza di che il Partito avrà la facoltà di sconfessare il movimento ed i suoi iniziatori; si dovrà procedere anche ad una revisione dei quadri dei dirigenti del movimento sindacale. I segretari provinciali devono essere nominati di comune accordo tra le Corporazioni con il Partito e le Federazioni provinciali fasciste.

"Il Gran Consiglio dichiara che questa mozione è fondamentale ed invita tutti gli organi delle Corporazioni e del Partito a pubblicarla nei giornali, ad illustrarla ai Sindacati e ad attenervisi rigorosamente con quel senso di consapevole disciplina che è la caratteristica, il privilegio e l'orgoglio del Fascismo Italiano.

"Il Gran Consiglio, udite le dettagliate relazioni dei membri del Direttorio delle Corporazioni per le singole industrie, prende atto con vivissima soddisfazione dello importante sviluppo organizzativo delle Corporazioni; richiama talune organizzazioni di datori di lavoro al rispetto dei postulati del concordato di Palazzo Chigi, altrimenti il Fascismo prenderà le misure necessarie onde spezzare il monopolio di quelle organizzazioni che anteponessero ciecamente i loro interessi individuali a quelli della produzione e della Nazione".

Segue un altro ordine del giorno del Gran Consiglio che suona così:

"Il Gran Consiglio, presente il Direttorio delle Corporazioni Fasciste, prese in attento esame le vicende di ordine sindacale culminate nello scorso mese di marzo nello sciopero generale metallurgico in Lombardia, constata, a confusione di tutti gli avversari, che il sindacalismo fascista può contare su forze imponenti anche fra le masse operaie urbane, come è documentato irrefragabilmente dai seguenti fatti:

1) "in tutte le città della Lombardia, da Brescia a Varese, da Bergamo a Mantova, le maestranze metallurgiche hanno abbandonato e ripreso il lavoro obbedendo esclusivamente agli ordini delle Corporazioni;

2) "nella stessa città di Milano l'ordine di ripresa del lavoro fu dato dalle Corporazioni dopo l'accordo con gli industriali, fu seguito da ben 5697 operai il primo giorno, che salirono a 9748 nel secondo giorno, come stamparono gli stessi fogli antifascisti, il che consigliò la "Fiom" a non insistere in una battaglia già da essa clamorosamente perduta;

3) "nello stesso periodo di tempo ed in quello immediatamente successivo le Corporazioni fasciste stipularono concordati metallurgici nell'Emilia, nel Veneto, nell'Umbria, nella Liguria ed altri concordati nazionali in altre industrie interessanti centinaia di migliaia di operai, nonché l'odierno concordato che interessa tutti gli impiegati metallurgici di Lombardia.

"Ciò precisato il Gran Consiglio, mentre saluta con schietta solidarietà le moltitudini operaie raccolte nelle Corporazioni, riafferma la necessità del sindacalismo fascista, che deve non solo migliorare le condizioni dei lavoratori manuali, tecnici ed intellettuali, ma preparare la inserzione graduale ed armonica dei sindacati stessi nella vita dello Stato onde le masse lavorataci siano sempre più un consapevole elemento di collaborazione per la prosperità e la grandezza della Nazione".

Il Capo del Governo constata l'efficienza imponente dal sindacalismo fascista, sia come numero di aderenti, sia per il numero delle conquiste realizzate in pro delle classi lavoratrici.

"I risultati ottenuti dal sindacalismo fascista, in soli tre anni di vita — afferma il Capo del Governo — sono stati superiori a tutte le aspettative". Le difficoltà superate sono state tante, specie se si pensi all'ambiente nel quale si è dovuto muovere, ed alle difficoltà dei quadri, vale a dire degli organizzatori, che invece il sindacalismo socialista possedeva in gran numero e di ottime qualità acquistate specialmente attraverso le lotte aspre di tanti anni e di tante lotte.

"Il sindacalismo fascista — soggiunge il Capo del Governo — ha dovuto superare anche altre gravi difficoltà, come quella, ad esempio, di far comprendere a taluni datori di lavoro che il collaborazionismo non significa garanzia illimitata per gli egoismi sordidi degli individui. Ciò ha condotto il sindacalismo fascista ad una maggiore mobilità di movimenti, perché se il collaborazionismo non è reciproco, esso è una frase o una mistificazione".

Chiude invitando i fascisti a prepararsi onde affrontare i problemi del riconoscimento giuridico della Magistratura del Lavoro e delle Corporazioni.

"Il Sindacalismo — scrive il Capo del Governo — insieme con l'azione politica generale del Governo e con quella amministrativa dei Comuni, è un mezzo potente per giungere alle masse profonde del popolo italiano e per allargare su di esse la base del regime".

È il tema sul quale il Capo del Governo ritorna volentieri, come por farlo penetrare in profondità nell'anima delle masse, che sono qua e là ancora stordite, e vagano senza meta e senza ideali perché se hanno ripudiato il sindacalismo rosso, non hanno ancora abbracciato quello nazionale con fede e con entusiasmo necessari per creare una salda coscienza sindacale, a carattere nazionale. Mussolini vede nell'anima della moltitudine, e legge negli occhi dei lavoratori questo travaglio tremendo creato dall'attaccamento al passato ed al bisogno profondamente sentito di rinnovarsi. La crisi è profonda, dalla sua risoluzione dipende in gran parte l'avvenire della rivoluzione. O essa riesce ad inquadrare ed a disciplinare le forze della produzione mettendole al servizio della Nazione per la sua prosperità e per la sua grandezza, o essa deve rinunziare a chiamarsi rivoluzione sociale, perché non è riuscita a creare un ordine nuovo anche nell'economia. Mussolini intuisce che il nuovo ordine sociale deve avere per base i sindacati e quindi conseguente alla sua intuizione ed alla sua visione della società futura, lavora con fede e con energia in tal senso. L'artefice non chiede riposo se non quando ha esaurito la sua opera, frutto del suo travaglio e della sua creazione.

Egli chiede agli uomini di buona volontà di aiutarlo in tal senso, che la fatica è ardua essendo troppi i pregiudizi da sfatare, i castelli da distruggere, i veleni da estirpare dovuti ad una oltre che trentennale e furiosa e impetuosa propaganda di dottrine marxistiche. Ma c'è qualche cosa che lo sorregge, c'è la tenacia dell'apostolo e l'intransigenza dell'uomo che ha troppa fede e troppa intolleranza.

La visione del sindacalismo nazionale che Egli ha, è totalitaria. Il Suo spirito ed il Suo pensiero si ribellano a dividere con gli altri aggruppamenti sindacali l'organizzazione sindacale. Il sindacalismo nazionale, figlio primogenito della rivoluzione fascista o sarà fascista o non sarà mai.

Ma la Sua volontà non conosce ostacoli. Dinanzi a Lui non esistono barriere insormontabili. Ha troppa fede e troppa volontà per rassegnarsi a veder rampollare un sindacalismo fascista in margine ed in concorrenza di sindacalismi di altri colori.

Al Congresso Fascista tenuto in Roma, il 22 giugno 1925, così si esprime sul sindacalismo:

"Ieri ho detto all'on. Rossoni che bisognava difendere il lavoro: certamente. Ma non è vero che io sia scettico sul sindacalismo. Volevo veder chiaro nelle cifre, ma io sono un vecchio sindacalista.

"Io ritengo che il fascismo debba applicare gran parte dalle sue energie all'organizzazione dell'inquadramento delle masse lavoratrici, anche perché ci vuole qualcuno che seppellisca il liberalismo. Il Sindacalismo è l'affossatore del liberalismo.

"Il Sindacalismo, quando raccolga le masse, le inquadri, le purifichi e le elevi, è la creazione nettamente antitetica alla concezione atomistica e molecolare del liberalismo classico. Poi, o camerati, non è più il caso di discutere sulla opportunità o meno del sindacalismo. Come sempre il fatto, nel Fascismo, ha preceduto la dottrina. Bisogna fare del sindacalismo senza demagogia, del sindacalismo selettivo ed educativo, che non prescinda mai, parlando dei diritti, dai doveri che bisogna necessariamente compiere".

Ma insiste ancora sul sindacalismo ed ai lavoratori parmensi, il 23 ottobre del 1925, così dice: "Io sono sindacalista, fascista sindacalista: intendo cioè che le tre parole di attività del Fascismo siano queste: partito, quindi amministrazione dei comuni, delle provincie, propaganda politica, opera di cultura, tutto quello che serve, in una parola, a tener inquadrate spiritualmente le nostre forze; milizia, e cioè difesa armata del Regime; e finalmente sindacalismo, ossia elevazione con il nostro metodo della necessaria severità e della disciplina che evita la lusinga e sopratutto la menzogna. Non dobbiamo, cioè promettere più di quello che siamo matematicamente sicuri di poter mantenere. Qui è la rivoluzione fascista, o camerati! La rivoluzione è nel fatto che quarantamila operai di questa terra sono schierati sotto i nostri gagliardetti. Rivoluzione è quando il Governo inserisce le proprie forze sindacali nello Stato e dà a queste forze sindacali, che il vecchio demo-liberalismo ignorava, il loro posto nella vita. Ma noi diciamo: prima i doveri e poi i diritti. Il nostro è un sindacalismo italiano. Noi amiamo tutti gli elementi e li poniamo su di un piano comune che è la Nazione, cioè la collettività di cui siamo parte interessata, al benessere del tutto. Avete inteso? Credo di sì, perché il mio è un linguaggio molto chiaro. I vostri occhi mi dicono che voi siete molto intelligenti. Occorre continuare su quella via: elevare le masse operaie senza ingannarle e mantenerle rigidamente fedeli alla causa del Fascismo e della Nazione".

La rivoluzione trionfa. I programmi di ieri diventano le leggi dell'oggi ed in prima fila troviamo quelle riflettenti i rapporti tra capitale e lavoro. Il conflitto tra questi due elementi della produzione viene avviato verso una soddisfacente risoluzione, con un colpo di volontà che non ha precedenti. Mussolini sottolinea la portata enorme della legge fascista pronunziando alla Camera dei Deputati, un discorso nel quale con profondo acume viene riesaminata ed ampliata l'ardua e secolare questione. Siamo agli 11 dicembre del 1925.

Nel discorso il Capo del Governo incomincia col definire il carattere del Sindacalismo Fascista, affermando che esso si differenzia dal sindacalismo rosso per una ragione fondamentale: cioè non mira a colpire il diritto di proprietà. "Inoltre — afferma il Capo del Governo — il sindacalismo fascista è un sindacalismo selettivo, è un sindacalismo che vuoi migliorare le condizioni delle categorie e delle classi che sotto i suoi gagliardetti si raccolgono e non ha finalismi: non ne può, non ne deve avere.

"Il nostro sindacalismo è collaborazionista in questi tempi del processo produttivo: è collaborazionista nel primo tempo, quando si tratta di produrre la ricchezza; è collaborazionista in un secondo tempo, quando si tratta di potenziare questa ricchezza; può non essere collaborazionista nel terzo tempo, quando si tratta della ripartizione dei profitti conseguiti". Osserva che la legge sulla quale Egli parla è veramente fondamentale e considera due economie: quella industriale e quella agraria che procedono su due linee parallele e debbono essere quindi trattate alla stessa stregua e non può quindi concepire perché ad un certo punto l'economia agraria arriva fino alla magistratura obbligatoria cioè all'obbligo, mentre quella industriale si arresta alla semplice facoltà. Pensa che una legge così fatta è una legge mutilata: obbligo o facoltà, ma per entrambe, anche perché bisogna tener conto che una netta separazione fra le due economie non esiste in quanto l'economia si industrializza.

Egli crede che si debba arrivare ad una concezione unitaria dell'economia nazionale.

Accenna alle varie epoche nelle quali il secolo liberale ha riconosciuto nei vari Paesi, il diritto di coalizione e di sciopero: dall'Inghilterra nel 1825 all'Italia nel 1900. Mette in evidenza che subito dopo aver riconosciuto tale diritto, si è quasi contemporaneamente intravista la necessità di regolare questi atti di guerra fra le classi sociali, e la legislazione dei vari Paesi si è messa su questo terreno.

A meglio tratteggiare tale tendenza della moderna legislazione si sofferma ad enumerare rapidamente e ad illustrare brevemente i principali provvedimenti adottati al riguardo dai vari Stati del mondo.

Por ciò che riguarda l'immutabilità delle leggi afferma che sono tali quelle per esempio, di natura morale quale il decalogo di Mosè, ma le altre, quelle cioè che interessano l'economia, le vite dei popoli, i rapporti fra gli individui, quelli dei gruppi e delle collettività, non possono essere né eterne, né immutabili, né perfette.

Accenna ai numerosissimi provvedimenti presi dal Governo dei Soviety e riguardanti la materia sulla quale Egli parla e si sofferma brevemente sulla nuova politica economica, la Nep, introdotta da Lenin nel 1921, e con la quale il dittatore rosso demoliva la superstruttura e la bardatura del comunismo russo, dando così un nuovo respiro all'economia della Repubblica Sovietica.

Ricorda che in Russia l'arbitrato non è obbligatorio e ciò per non spaventare il capitale privato così duramente provato durante la fase di comunismo militare. E si spiega. Altrimenti la nuova politica economica instaurata da Lenin con intelligenza e con molto senso di realtà, si sarebbe inevitabilmente conclusa in un fallimento clamoroso.

Sono riportati i risultati ottenuti a mezzo della conciliazione nei vari Paesi: essi sono soddisfacenti dovunque e permettono di guardare l'avvenire con serenità e tranquillità.

Infine consta che oltre all'opera di controllo che le corporazioni fasciste faranno a se stesse, c'è anche l'opera di controllo sovrano esercitato dal Governo.

Egli ha viva fiducia nel grande esperimento che nasce in una determinata atmosfera politica e morale, e che è il prodotto di un regime. Nessun pericolo Egli vede fino a quando l'atmosfera morale creata dalla rivoluzione fascista sia modificata, e fin quando il regime sia imbattibile.

Chiude la sua orazione con le seguenti frasi che racchiudono ancora una volta la fiducia dell'Uomo nell'opera del Regime:

"Ma questo regime politico e questa atmosfera sono, nel calcolo delle previsioni umane, immodificabili.

"In questa certezza è la nostra fiducia in questa legge".

Dopo il discorso pronunziato alla Camera dei Deputati vi è quello pronunziato al Senato del Regno nella seduta dell'11 marzo 1926 e nel quale tratta dell'origine e della dottrina del sindacalismo fascista.

Il Capo del Governo precisa che la legge che si trova in discussione dinanzi al Senato è "la più coraggiosa, la più audace, la più innovatrice, quindi la più rivoluzionaria".

Prende l'occasione per mettere in rilievo e ricordare quindi il sindacalismo fascista: la sua origine, le ragioni del suo sviluppo, le conseguenze della sua azione nel campo economico come in quello strettamente politico. I sacrifici che esso è costato, gli scopi cui tende inevitabilmente, la forza sulla quale si appoggia e dalla quale ritrae la sua profonda ragione d'essere, nella vita della Nazione, i servizi che è destinato a compiere, la funzione che è chiamato ad esplicare per gli ulteriori sviluppi della rivoluzione. Oltre a ciò, il Capo dei Governo crede utile soggiungere fra l'altro che:

"Altro punto del sindacalismo fascista è il riconoscimento della funzione storica del capitale e del capitalismo. Qui siamo decisamente antisocialisti. Secondo la dottrina socialista il capitale è il mostro, il capitalista è l'aguzzino, il vampiro. Secondo la nostra dottrina tutto ciò è della cattiva letteratura; non solo il capitalismo non è al declino, ma non è nemmeno all'aurora.

"Dobbiamo abituarci a pensare che questo sistema capitalistico, con le sue virtù e con i suoi difetti, ha dinanzi a sé alcuni secoli di esistenza; tanto è vero che laddove lo si era abolito anche fisicamente, là ritorna. Falsa era la concezione del socialismo che impersonava il capitalismo in determinati individui e ci dava ad intendere che questi individui godevano di sfruttare il povero proletariato. Tutto ciò è ridicolo. I capitalisti moderni sono capitani d'industria, dei grandissimi organizzatori, uomini che hanno e devono avere altissimo senso di responsabilità civile ed economica, uomini dai quali dipende il destino ed il salario di migliaia di operai. Che cosa possono chiedere questi uomini? Il successo della loro industria è il successo della Nazione. I godimenti individuali! Ma c'è una legge ed è questa:

che è possibile accumulare delle ricchezze all'infinito, ma la possibilità di goderle è limitata. Una delle cose più burlesche della letteratura socialista era quella di far credere che la felicità degli uomini dipendesse esclusivamente dal soddisfacimento più o meno completo dei loro bisogni materiali: e questo è assurdo. Il Capitalismo ha una funzione che il sindacalismo fascista riconosce in pieno, così pure il sindacalismo fascista si rende conto che il tutto è legato ai destini della Nazione; che, se la Nazione è potente, anche l'ultimo degli operai può tenere alta la fronte; se la Nazione è impotente e disorganizzata, se la Nazione è abitata da un piccolo popolo disordinato, tutti ne risentono le conseguenze e tutti devono assumere un'aria di umiliazione e di rassegnazione come è stato por trenta e più anni in Italia.

"Collaborazione di classe: altro punto fondamentale del sindacalismo fascista. Capitale e lavoro son due termini che si completano: l'uno non può fare a meno dell'altro, e quindi devono intendersi, ed è possibile che s'intendano. Lo dico perché ho l'esperienza di tre anni di Governo. Tutte le crisi di ordine sindacale che si sono avute in questi anni, hanno avuto la loro soluzione quasi sempre a Palazzo Chigi, attraverso la conciliazione degli interessi.

"Certo che lo Stato si assume dei grandi compiti: ma nel discorso della Scala io ho dichiarato che nella mia concezione, nella concezione del Fascismo, tutto è nello Stato, nulla fuori dello Stato e sopratutto nulla contro lo Stato. Oggi noi veniamo a controllare tutte le forze della industria, tutte le forze dell'agricoltura, tutte le forze della banca, tutte le forze del lavoro. Il compito è arduo ma la esperienza ci conforta, e da noi stessi la fiducia che l'esperimento riuscirà. Riuscirà perché il clima storico è cambiato; riuscirà perché le masse vanno educandosi, perché noi le educheremo, migliorandole qualitativamente, selezionando i quadri, respingendo gli indegni, espellendo i poltroni. Tutto ciò non può essere fatto in un giorno, ma l'importante è che ciò esista e che sia applicato".

Ormai si è entrati definitivamente nel periodo costruttivo della nuova società italiana. La legge del 3 aprile ha avuto una portata enorme sia all'interno che all'estero. Da essa si intravedono gli sviluppi ulteriori della rivoluzione fascista. Con essa sono gettati i pilastri del grande edificio corporativo italiano destinato a mutare le basi stesse della Società Nazionale, ed a servire di riferimento a tutti gli altri Stati, che si dibattono fra difficoltà senza nome, tra il vecchio che non muore ed il nuovo che non nasce.

È la grande crisi che ancora urge e preme sui popoli e che gli uomini di Stato vogliono risolvere con vecchi metodi. Essi si illudono, non hanno ancora compreso il ritmo e la necessità dei nuovi tempi.

Nel messaggio ai fascisti in occasione dell'approvazione del Regolamento per la applicazione della legge sui rapporti collettivi del lavoro, il 19 maggio 1926, il Capo del Governo, così si esprime fra l'altro, a proposito dell'ordinamento corporativo dello Stato:

"Lo Stato demoliberale, agnostico, e imbelle, fu.

Al suo posto sorge lo Stato fascista.

Per la prima volta nella storia del mondo una rivoluzione costruttiva come la nostra, realizza pacificamente nel campo della produzione e del lavoro, l'inquadramento di tutte le forze economiche e intellettuali della Nazione per dirigerle verso uno scopo comune. Per la prima volta si crea un sistema potente di quindici grandi Associazioni, tutte poste sullo stesso piano di parità, tutte riconosciute e garantite, nei loro legittimi e conciliabili interessi, dallo Stato sovrano.

"Soltanto oggi, il popolo che lavora nelle sue varie attività e categorie si eleva, nello Stato fascista, a soggetto operante e consapevole del proprio destino".

Ai lavoratori del porto di Genova il 24 maggio del 1926, il Capo del Governo, mette un rilievo che le fortune della Patria sono intimamente legate a quelle del lavoro.

Ed ai cittadini dell'industre Prato, due giorni dopo il discorso di Genova, Egli ritornando sul concetto della lotta e della collaborazione delle classi, fra l'altro, così si esprime:

"Mi tardava di venire in questa Prato che lavora, che produce, che esporta, che ha masse operaie disciplinate, che applica il principio vitale della collaborazione di classe perché il principio opposto della lotta di classe significa soltanto distruzione di ricchezza e rovina anche per il popolo. Voi sentite che solo dall'armonia costituita dai tre principi: capitale, tecnica, lavoro — vengono le sorgenti della fortuna".

Ma anche la funzione economica delle cooperative è tenuta ben presente dal Capo del Governo, il quale, ai rappresentanti dell'Ente della Cooperazione, l'11 luglio del 1926, così dice:

"Dichiaro come Capo del Governo e del Fascismo, che una Cooperazione selezionata, non solo ha diritto di esistere nello Stato corporativo, ma può adempiere ad una utilissima funzione. La Cooperazione di consumo in particolare può rendere efficaci servizi in questo periodo storico. È per questo che il Governo Fascista intende assistere e aiutare questo movimento: perché possa raggiungere i suoi alti scopi".

Ormai siamo nei giorni in cui si inizia con metodo e con alto senso di responsabilità il grandioso esperimento al quale il mondo intero guarda con stupore e qualche volta forse con mal celata invidia.

Siamo al 31 luglio del 1926, ossia al giorno nel quale s'inizia l'attività del Ministero delle Corporazioni che tanta influenza è chiamato ad esercitare nella vita della Nazione, in ogni suo campo, da quello strettamente economico a quello squisitamente giuridico.

Il Capo del Governo pronunzia non il solito discorso d'inaugurazione, ma — sobriamente traccia i compiti che il nuovo Ministero è chiamato ad assolvere — il ruolo che gli spetta nella realizzazione completa della legislazione rivoluzionaria del Regime — le funzioni che è chiamato ad assolvere nel campo produttivo come in quello del nuovo diritto corporativo scaturito dal trionfo della rivoluzione in tutti i campi.

Egli fra l'altro così si esprime:

"Il Ministero delle Corporazioni è l'organo per cui al centro o alla periferia si realizza la Corporazione integrale, si attuano gli equilibri fra gli interessi e le forze del mondo economico. Attuazione possibile sul terreno dello Stato perché solo lo Stato trascende gli interessi contrastanti dei singoli e dei gruppi per coordinarli ad un fine superiore; attuazione resa più spedita dal fatto che tutte le organizzazioni economiche riconosciute, garantite, tutelate dallo Stato corporativo, vivono nell'orbita comune del Fascismo; sono guidate da uomini iscritti regolarmente al Partito Fascista. Né potrebbe essere altrimenti. L'esperimento fascista che ha preciso inizio oggi con la inaugurazione ufficiale del Ministero delle Corporazioni, è seguito con interesse crescente da uomini di Stato, da politici, da studiosi di tutto il mondo. Sono certo che esso riuscirà pienamente e segnerà la strada agli altri.

"V'è un fattore che giustifica la nostra certezza ed è il senso di consapevole laboriosa disciplina di cui offre testimonianza superba da ormai quattro anni tutto il popolo italiano.

"La gente del lavoro fu sino a ieri misconosciuta o negletta dallo Stato del vecchio regime. La gente del lavoro si accampò fuori dello Stato e contro lo Stato. Oggi tutti gli elementi della produzione, il capitale, la tecnica, il lavoro entrano nello Stato e vi trovano gli organi corporativi per l'intesa e la collaborazione nonché, in dannata ipotesi, il ricorso supremo della Magistratura del Lavoro. Non si esagera affatto, chiamando rivoluzionario nello spirito e negli istituti, questo complesso di riforme, in altri paesi tentate ma non mai condotte alla loro logica compiutezza come osa fare il regime fascista".

Il 5 agosto del 1926 fa delle dichiarazioni alla "Associated Press", che hanno un contenuto economico di prim'ordine e che servono a sempre meglio precisare il suo pensiero.

Egli dice:

"Prima dell'avvento del Fascismo si era proclamato che l'organizzazione della vita economica di una Nazione esorbitava dalle funzioni dello Stato. Questa era un'idea erronea sorta dal fatto che il nostro attuale tipo di sviluppo industriale era avvenuto dopo la definizione delle funzioni dello Stato liberale democratico. Lo Stato Fascista ha per primo riparato questo errore. Ciò abbiamo fatto noi soli dando, forse, un esempio al mondo, con l'incorporare nello Stato tutte le forze della produzione. La lotta di classe è finita. Lo sciopero non è più scusabile di una insurrezione. Lavoro e capitale hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Entrambi devono cooperare, le loro dispute sono regolate dalla legge, innanzi ai tribunali, mentre qualsiasi violazione da parte loro è punita. Le organizzazioni di lavoro infatti, come qualsiasi organizzazione di carattere pubblico che possa influire sugli interessi della Nazione, sono permesse solo in quanto esse vengono ad inserirsi direttamente o indirettamente nella struttura dello Stato. L'assurdità di tollerare una costante minaccia di guerra civile economica è abolita".

Nel quarto anniversario della Marcia su Roma il Capo del Governo nel suo Messaggio alla Nazione si sofferma, come sul fatto più saliente dell’annata, a sottolineare l'importanza della legge del 3 aprile sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi. Egli così dice:

"La legge rivoluzionaria per eccellenza, destinata a rimanere nella storia del mondo, è quella sulla disciplina dei contratti collettivi di lavoro. Con questa legge, lo Stato demo-liberale, agnostico di fronte al fenomeno sindacale, è stato sepolto. Abbiamo creato lo Stato sindacale-corporativo. Tredici Federazioni raccolgono milioni e milioni di produttori. Mai Stato vi fu nella storia a base più vasta. La creazione del Ministero delle Corporazioni è il nuovo fatto nella vita costituzionale d'Italia. L'avere affrontato e risolto uno dei più tormentosi problemi della società contemporanea è, e rimarrà sempre, merito indistruttibile della Rivoluzione Fascista... Lo Stato Corporativo è la creazione tipica e l'orgoglio legittimo della Rivoluzione Fascista".

Ed agli Avanguardisti, speranze dell'Italia di domani, di Capo del Governo nella stessa date, dice:

"Camicie nere! Dall'anno scorso a quest'anno noi abbiamo fatto la vera, unica profonda rivoluzione, abbiamo sepolto il vecchio Stato democratico-liberale, agnostico e paralitico. Il vecchio Stato che, in omaggio agli immortali principii, lascia che la lotta delle classi sociali si tramuti, in una catastrofe sociale. A questo vecchio Stato che noi abbiamo sepolto con un funerale di terza classe, abbiamo sostituito lo Stato Corporativo Fascista, lo Stato della società nazionale, lo Stato che raccoglie, controlla, armonizza e contempera gli interessi di tutte le classi sociali, le quali si vedono egualmente tutelate. E mentre prima, durante il regime demoliberale, le masse laboriose guardavano con diffidenza lo Stato, erano contro lo Stato, consideravano lo Stato come un nemico di ogni giorno e di ogni ora, oggi non c'è italiano che lavora che non cerchi il suo posto nelle Corporazioni, nelle Federazioni, che non voglia essere una molecola vivente di quel grande, immenso organismo vivente che è lo Stato nazionale corporativo fascista".

I fatti dominanti del 1927 nel quale rifulgono e si assommano i principii economici che il Capo del Governo detta per la Rivoluzione Fascista sono quelli che trovano la loro più alta espressione nella Carta del Lavoro, la quale è "non soltanto il documento di un alto pensiero nazionale, cioè particolare dell'Italia, ma è una manifestazione di valore umano ed universale".

La Carta del Lavoro come tutti i documenti basilari e fondamentali di un regime contiene quindi il pensiero sociale della rivoluzione delle Camicie Nere, e perché tale ne racchiude anche il contenuto economico, cioè l'insieme dei principii economici ai quali si ispira il nuovo ordine nazionale. Mussolini dà le direttive da seguire ed enuncia i principii dai quali non bisogna discostarsi nell'elaborazione del documento più importante della storia contemporanea.

Nel Gran Consiglio del Fascismo, nella riunione del 6 gennaio del 1927, il Capo della Rivoluzione traccia nelle sue grandi linee il documento con il seguente ordine del giorno:

"Il Gran Consiglio Fascista, riaffermato categoricamente il diritto dello Stato a dettare le norme regolatoci della produzione e del lavoro nazionale, secondo i principii del nuovo ordine, le cui premesse si contengono nella legislazione sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi, richiamandosi, ai compiti propri del Ministero delle Corporazioni, strumento di attuazione rivoluzionaria e dagli organi centrali corporativi di imminente costituzione, accoglie l'idea della Carta del Lavoro e ne delibera lo studio secondo i seguenti criterii:

1) "dichiarazione della solidarietà tra i vari fattori della produzione nell'interesse supremo della Nazione;

2) "coordinamento organico delle leggi per la previdenza e d'assistenza ai lavoratori;

3) "coordinamento ed aggiornamento delle leggi protettive del lavoro;

4) "norme generali sulle condizioni contrattuali del lavoro.

"Il Duce del Fascismo, Capo del Governo e Ministro per le Corporazioni, intesi i Ministri interessati ed il Segretario Generale del Partito, stabilirà la elaborazione definitiva dei criterii ed i normativi concetti della Carta".

L'11 febbraio del 1927, nella riunione che si teneva presso il Ministero delle Corporazioni, Sua Ecc. Bottai, dava comunicazione di punti di massima, fissati dal Duce del Fascismo per l'elaborazione del documento da parte degli esperti.

Il contenuto del documento comunicato da Bottai in quella occasione racchiude in una chiarissima ed elaborata sintesi il pensiero economico di Benito Mussolini.

Il documento così suona:

"Primo scopo di questa riunione — enunciava il documento — deve essere la determinazione del programma di lavoro, il che implica le necessità di definire alcuni punti, di massima e sopratutto di bene affermare l'indirizzo dell'opera di studio in conformità allo spirito della legislazione fascista.

"Bisogna evitare che la .passione della codificazione e i residui della vecchia mentalità politica possano trascinare il nostro lavoro fino a compromettere la eccezionale virtù degli istituti creati dalla legislazione sui rapporti collettivi del lavoro, e fino ad imporre una rigida opprimente armatura di oneri alla produzione nazionale, proprio nell'atto in cui faticosamente si inizia il riassetto economico, finanziario e monetario — oltreché morale — della Nazione ed in cui sì svelano più minacciose le concorrenze straniere.

"Quindi, bisogna anzitutto riaffermare i principi fondamentali dell'ordinamento corporativo i quali possono riassumersi così:

"1. attuazione della parità di diritto fra le classi sociali giammai conseguita dai regimi liberali e demo-sociali e proclamazione della solidarietà fra tutti i cittadini di fronte agli interessi superiori della Patria, i quali pertanto diventano il limite e la norma di ogni diritto individuale, da quelli della proprietà e del profitto a quelli del lavoro e dal salario.

"2. fondazione delle autarchie sindacali, mercé la elevazione della Associazione Professionale (Sindacato) alla dignità di pubblico istituto, investito di un vero e proprio potere normativo sugli interessi della rispettiva categoria professionale e di compiti sociali, per cui vuol essere considerata un organo di politica economica e di educazione nazionale. La formula di tale autarchia può concretarsi così: "Il massimo di funzioni per lo Stato; nessun potere contro lo Stato".

"3. Responsabilità dei singoli cittadini inscritti alle Associazioni di fronte al Sindacato per quanto si attiene alla esatta osservanza delle pattuizioni disciplinative del lavoro e della produzione.

"4. Responsabilità dei Sindacati di fronte allo Stato per ciò che interessa la disciplina delle categorie professionali che essi organizzano, regolano e rappresentano, e dovere dei Sindacati di assicurare tale disciplina nei singoli soggetti mediante opportuna revisione dei propri poteri statutari.

"5. Collaborazione organica dei Sindacati col Ministero delle Corporazioni, strumento del rinnovamento politico e sociale, per assicurare allo Stato la piena direzione delle forze sociali ed ottenere il massimo di solidarietà e di disciplina tanto nell'ordine morale che nell'ordine economico.

"Nel Regime Fascista, regime organico, la dichiarazione dei diritti e dei doveri deve concernere tanto i singoli cittadini quanto le Associazioni che questi adunano e che, nell'ordinamento corporativo, costituiscono gli elementi fondamentali del Regime. Da siffatti principi derivano parecchi corollari di indole giuridica e politica che, elaborati nelle successive riunioni e concretati dalla Carta del Lavoro, verranno a svolgere ancora oltre il sistema corporativo, nei suoi armonici rapporti tra la funzione dello Stato Fascista, effettivamente Sovrano anche nell'ordine morale, e la funzione collaboratrice e organizzatrice delle Confederazioni sindacali.

Primo corollario appare quello che mediante la istituzione degli organi centrali corporativi il Fascismo è il primo Regime il quale valorizza i lavoratori, chiamandoli a partecipare al regolamento della produzione, non già al controllo delle singole aziende come pretendeva il sindacalismo anarchico, ma al controllo di tutta l'azienda economica nazionale.

Ma tale controllo costituisce nel medesimo tempo un diritto ed un dovere del lavoratore, imponendogli di subordinare le sue rivendicazioni economiche alla effettiva potenzialità dell'azienda nazionale medesima. Vi è di più: nell'orbita di tale diritto e di tale dovere, e cioè nell'orbita della Corporazione statale fascista, si promuove effettivamente lo svolgimento di una nuova Economia, di cui non si possono identificare i tratti, ma che accenna già a delinearsi sotto l'azione del contratto collettivo di lavoro e diventerà più concreta mercé l'azione coordinatrice dei Sindacati e degli organi corporativi".

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In sostanza, la Carta del Lavoro, voluta e tracciata da Mussolini, contiene i principi della nuova economia: quella corporativa. Essa è perciò la dottrina economica espressa dal Fascismo secondo i principii annunciati dal suo Capo, ed affermatasi già vittoriosamente all'antitesi di quella liberale e di quella socialista. Essa ha due caratteri fondamentali che sono l'unità e l'indipendenza, delle quali, la prima implica l'eliminazione dei contrasti fra tutti gli elementi che intervengono nella .produzione e l'equilibrio delle attività produttrici onde evitare il sopravvento di talune industrie sulle altre promuovendo in tal modo la solidarietà economica fra le varie regioni d'Italia.

L'economia corporativa si differenzia nettamente da quella liberale specie per quanto riguarda la Stato italiano, quello corporativo cioè, con i suoi organi sindacali e corporativi si propone di attuare una scrupolosa giustizia distributiva in tutti i rapporti economici, esigendo dal singolo il sacrificio del suo immediato e spesso solo apparente tornaconto agli interessi supremi della Nazione, siano essi presenti o futuri.

In sostanza la nuova economia che scaturisce dalla rivoluzione è contrassegnata da principii e motivi, morali e volontaristici che tanta influenza esercitano sulla costituzione economica odierna e che tanto scarso posto trovano invece nelle elaborazioni dottrinarie e pratiche delle teorie economiche estranee all'economia corporativa.

Con la Carta del Lavoro si afferma chiaramente che per il Fascismo unica realtà è l'economia nazionale ed anche questa è concepita in funzione della potenza nazionale, la quale si concreta, come ben afferma Bottai, oltre che nei beni materiali, anche nei beni spirituali: idealità e fini politici e morali.

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