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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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V. TEATRO, CINEMA E RADIO
IL teatro, inteso nella sua più generica accezione di "spettacolo", è uno dei fenomeni più costanti e importanti della vita sociale. Esso accompagna l'evoluzione dei popoli dalle forme più arretrate a quelle più progredite della civiltà, ovunque e sempre presente come espressione viva dei concetti, dei gusti, delle aspirazioni delle collettività. Presso i Greci il teatro tradusse il sentimento religioso, la concezione eroica ed estetica della vita, il senso critico ed ironico di alcuni aspetti della società, divenendo un formidabile strumento di propaganda civile e di coesione nazionale. Presso i Romani, pur assumendo un'importanza di gran lunga minore, il teatro poté essere anche interprete della più alta forma di filosofia esistita prima del Cristianesimo: lo stoicismo. Procedendo oltre nel tempo, vediamo i popoli medioevali creare spontaneamente le ingenue rappresentazioni dei misteri, nei quali, con le colorazioni e gli accenti di una commossa fantasia, sono oggettivate le storie del Signore e dei santi. In tempi più recenti il teatro esprime volta a volta la suggestione degli esempi classici, il sentimento musicale, la gaiezza e la frivolità di certi strati sociali, il tentativo d'accedere ad una sfera superiore di poesia, l'amore per la libertà e per la Patria. Anche limitandoci a considerare le vicende del nostro solo Paese, chi non ricorda, per esempio, l'azione che hanno esercitato sullo sviluppo del sentimento nazionale i drammi d'Alfieri, di Niccolini, di Manzoni, le opere di Verdi? Oggi la tecnica ha aggiunto al teatro tradizionale altre forme di spettacolo e di divertimento, come il cinematografo e la radiotelefonia; e mentre alcuni supponevano che queste nuove forme avrebbero soppresso le vecchie, l'esperienza ha dimostrato invece che tutte possono coesistere, perché rispondono ad esigenze pratiche ed estetiche diverse. Il solo, vero risultato che si è raggiunto è questo: che oggi tutti i cittadini di una stessa Nazione, anche quelli dimoranti nelle più lontane campagne, sentono di partecipare ad una comune vita sociale, e nessuno ormai può sottrarsi all'influenza delle idee e degli esempi propagati dai vari tipi di spettacolo. Il teatro, il vecchio e tradizionale teatro, conserva tuttora il suo prestigio e la sua influenza, anche politica, sulle folle: basterebbe ricordare, per esempio, che in tempi vicinissimi a noi, in un paese d'oltr'Alpe, il Coriolano di Shakespeare è divenuto la bandiera intorno alla quale s'è imperniato un vasto movimento popolare. È quanto dire che lo Stato fascista non può disinteressarsi d'un fenomeno che ha tanta importanza per l'evoluzione dei costumi, delle idee, delle aspirazioni d'un popolo. Non si possono lasciare senza controllo nelle mani di gruppi particolari mezzi così potenti d'educazione e di propaganda; anche lo spettacolo deve piegarsi alle esigenze d'ordine generale, proponendosi delle finalità armonizzanti con quelle, superiori, dello Stato fascista. Del resto, questo interessamento dello Stato non preclude la via alle iniziative individuali, indispensabili per la fioritura dell'arte, anzi, molto spesso, prende la forma d'aiuti e d'incoraggiamenti. Si viene così logicamente a considerare anche l'aspetto economico del problema dello spettacolo, che non è senza peso nella vita di una Nazione. Come il Fascismo abbia inserito il mondo dello spettacolo nell'organizzazione sindacale e corporativa, adottando per i lavoratori di questo ramo provvidenze analoghe a quelle vigenti in altri campi, si vedrà meglio più oltre. Qui preme rilevare che il Fascismo non s'è accontentato d'adattamenti comodi e artificiosi, ma ha inteso risolvere il problema nella sua integralità. Tutti ricordano che in Italia, specialmente nel periodo del dopoguerra, hanno imperversato commedie e altri spettacoli d'origine straniera, spesso imitati anche da noi, che non conoscevano altro contenuto che il piccolo mondo delle persone tronfie e mediocri che trascinano la loro pietosa esistenza tra i salotti e i tabarini. Questo mondo è estraneo all'autentico popolo italiano, quello dei campi e delle officine, delle aziende e dei laboratori, al progresso del quale tende il Fascismo con tutte le sue forze. Perciò il teatro fascista, come ha detto il duce, dev'essere un teatro di "massa". Questa parola ha dato origine a discussioni e polemiche, nelle quali non è il caso d'entrare. È certo però che il significato fondamentale dell'espressione "teatro di massa" vale come indirizzo artistico che si rivolga ai sentimenti più elementari, profondi e nobili dell'anima umana, rendendosi immediatamente comprensibile alle folle; ciò che non toglie tuttavia che allo stesso concetto non faccia capo quella politica, oggi in pieno sviluppo, che tende a rendere i teatri accessibili a un gran numero di persone, sia contemporaneamente con la costruzione di vasti locali, sia gradualmente per mezzo della riduzione dei prezzi. È chiaro dunque quello che il Fascismo attende dal suo teatro: rotto l'incantesimo del mondo piccolo-borghese, che sembrava il tema obbligato dei commediografi moderni, il teatro fascista deve portare sulla scena azioni e passioni alte e virili, capaci di scuotere profondamente l'animo delle folle, risvegliandone le voci migliori. La fede, la passione patriottica, le conquiste del lavoro, il poema del sacrificio e tutte le altre qualità ed idealità umane che il Fascismo celebra nella sua dottrina, e ancor meglio nella sua opera quotidiana, sono degno alimento dell'arte compiutamente fascista. Non diversa è l'ispirazione che ha fatto grandi i drammi di Sofocle, di Seneca, di Shakespeare, di Corneille, d'Alfieri, i quali hanno superato i secoli perché degli elementi contingenti non hanno fatto il contenuto della loro arte, ma soltanto l'occasione per attingere le vette del pensiero e della poesia. Il Fascismo rifiuta come non suoi, come incompatibili con le esigenze di un'arte vera, e come dannosi per il gusto del popolo italiano, tutti i tentativi di lanciare un teatro d'ambiente ristretto, preoccupato unicamente di descrivere con maggiore o minore compiacenza i fatterelli di una società mediocre, o d'analizzare le involuzioni cerebralistiche di qualche mattoide. La superficialità, il cerebralismo e il conseguente scetticismo sono quelle tare che la rivoluzione fascista ha già soppresso da tempo nella vita politica e che non sono più tollerabili nemmeno nel dominio dell'arte, ove deve entrare lo stesso soffio possente che ha rinnovato la vita nazionale. Il nostro teatro, che era decaduto per mancanza d'una superiore concezione della vita e d'una forte fede nazionale, trova ora il terreno adatto per preparare la sua rinascita; il teatro, e ugualmente il cinema e la radio, possono e devono elevarsi alle sfere superiori dell'arte, distinti dal suggello inconfondibile della loro italianità. Il primo passo per dare un'unità economica e spirituale al mondo del teatro fu iniziato dal Fascismo con l'istituzione della Corporazione del Teatro, alla quale fanno capo due Federazioni. Gli sviluppi successivi del problema hanno reso poi necessaria la fondazione di un altro organo: l'Ispettorato del Teatro (1935), che funziona in seno al Ministero per la Stampa e Propaganda. Prima dell'anno XIII (1935) il Regime non era intervenuto in iniziative artistiche private, se non in via eccezionalissima, con aiuti singoli. Con l'Ispettorato, il teatro è per la prima volta considerato come corpus artistico, anima e tecnica, sostanza e forma. Si provvede a risanarlo in toto, con una serie di provvedimenti per cui arte, educazione, economia, non sono che aspetti connaturati ed inseparabili d'uno stesso spirito. Elencheremo qui i provvedimenti in forma schematica, poiché assai spesso essi sono ancora da attuare e determinabili soltanto nelle grandi linee. 1. - È abolita ogni iniziativa personale di mediazione per l'accaparramento degli artisti ed è abolito il trust delle commedie straniere. L'Ispettorato ha creato appositi uffici che regolano tanto l'introduzione dei lavori stranieri, quanto la loro distribuzione alle compagnie, alla cui formazione l'Ispettorato stesso presiede e concorre finanziariamente. 2. - L'Ispettorato regola il giro delle compagnie (prosa e operette) per le varie piazze, creando ritmi proporzionati alle risorse locali ed evitando concorrenze e dispersioni. I provvedimento che coronerà le disposizioni in questo campo sarà il riscatto di tutti i teatri comunali d'Italia, cui il Regime s'accinge con enorme sollievo di tutte le compagnie, ostacolate nella loro circolazione da vecchi canoni spesso esosi. 3. - Sono in progetto tre teatri di Stato per la prosa, stabili, le cui compagnie sono ancora da formare. In via d'esperimento, l'Ispettorato ha creato una Compagnia dei grandi spettacoli, che ha debuttato con un programma di grandi novità al Lirico di Milano. 4. - È creato il "Sabato Teatrale", una delle più moderne istituzioni, tutta italiana. Questa permette agli operai e ai piccoli impiegati, per cui i prezzi dei grandi spettacoli erano qualcosa di proibitivo, un accesso dignitoso ai più insigni teatri di musica e di prosa. Con prezzi minimi (di lire 1 o 2 o 3 o 4 al massimo) operai e piccoli impiegati accedono alle sedie e alle poltrone e ai palchi di teatri rimasti sempre inaccessibili per gli umili. Questa istituzione è stata creata d'accordo con l'Opera Nazionale del Dopolavoro, già benemerita della vita teatrale italiana per l'istituzione del Carro di Tespi, di prosa e lirico. 5. - Per cura del Ministero dell'Educazione Nazionale, si è riordinata ex novo l'Accademia "Eleonora Duse", dotandola di vasti locali e d'esperti insegnanti. È una scuola integrale del teatro (regia, trucco, recitazione, ecc.). 6. - Si è formata anche, per iniziativa dell'Ispettorato, una Compagnia dei Giovani, che ha il compito di presentare soltanto lavori di giovani. Nelle giovanili iniziative dei Littoriali, il Regime è intervenuto con fervidi incoraggiamenti. Com'è noto, il G. U. F. di Firenze s'è segnalato in questo campo per mirabile slancio. È il G. U. F. che ha creato un vero Teatro Sperimentale, assurto a fama nazionale con la rappresentazione di sette od otto notevolissime cose. Il Regime Fascista non ha voluto, come altrove è accaduto, far del cinema un'industria ed un monopolio di Stato. Ha preferito lasciarlo all'industria privata, dando alla produzione una forte unità ed una sicura guida. Istituiva all'uopo, con decreto-legge 28 settembre 1934-XII, n. 1566, la Direzione generale della Cinematografia presso il Ministero per la Stampa e la Propaganda. A promuovere la produzione nazionale, la Direzione era ben presto dotata d'un originale congegno finanziario che merita d'esser visto con precisione. La concessione di anticipazioni a favore della produzione nazionale è stata decisa dal Consiglio dei Ministri in data 31 marzo 1935-XIII; il decreto è apparso sulla Gazzetta Ufficiale dell'8 luglio 1935-XIII (legge n. 1143). Per tale decreto il Ministero per la Stampa e la Propaganda è autorizzato a concedere agli industriali cinematografici che ne facciano domanda, anticipazioni sulla produzione di pellicole cinematografiche nazionali. Un fondo speciale è costituito a tale fine presso il Ministero per le Finanze, nella misura di 10.000.000 di lire annui, per 5 esercizi finanziari a partire dall'esercizio 1935-36. Presso il Ministero è costituita una "Sezione credito cinematografico" ed un Comitato che decide sulla concessione. La concessione è subordinata all'approvazione (da parte della Direzione generale per la Cinematografia) del soggetto, della sceneggiatura, del piano finanziario e del piano di lavorazione, nonché all'accertamento della idoneità finanziaria e tecnica del richiedente. L'anticipazione non può superare l'importo di un terzo della spesa direttamente inerente alla produzione della pellicola: ed è corrisposta gradualmente, a misura del bisogno, dopo che il produttore abbia dimostrato di aver erogato in proprio la quota di spesa che deve rimanere a suo carico. Le somme introitate per il noleggio, come pure le quote realizzate con lo sfruttamento della pellicola all'estero, sono anzitutto devolute al produttore sino a totale reintegrazione della quota di spese da esso sostenuta e successivamente allo Stato fino al completo rimborso della sua anticipazione. Qualora lo Stato non ottenga l'integrale recupero della propria anticipazione, la differenza non rimborsata sarà prelevata dai proventi realizzati con altra pellicola fabbricata dallo stesso produttore, con le agevolazioni previste dal decreto. (Il regolamento relativo alla attuazione di questo decreto è apparso nella Gazzetta Ufficiale del 30 settembre 1935-XIII; decreto ministeriale, col numero 3362). Dei 10.000.000 annui così attribuiti al finanziamento della produzione cinematografica nazionale, 6 vengono distribuiti annualmente dal Ministero per la Stampa e la Propaganda, attraverso la Direzione generale per la Cinematografia, e 4 vanno a costituire la metà del fondo del credito bancario cui si accenna in seguito. Sui finanziamenti concessi attraverso la "Sezione credito cinematografico" del Ministero Stampa e Propaganda, che hanno forma di anticipazioni, lo Stato non preleva interesse o beneficio di alcun genere. Per aumentare ancora le disponibilità a favore degli industriali, si è organizzato poi un credito bancario. Con decreto 14 novembre 1935-XIV, n. 2504, è istituita presso la Banca Nazionale del Lavoro una Sezione autonoma per il credito cinematografico (che era già prevista dal decreto precedente sulle anticipazioni). Tale Sezione è costituita in ente morale, con patrimonio separato e gestione distinta da quella della Banca Nazionale del Lavoro, ed è sottoposta alla vigilanza del Ministero delle Finanze, di concerto col Ministero per la Stampa e la Propaganda. La Sezione esercita il credito cinematografico in forma di mutuo, non eccedente il 60 % del costo globale di produzione della pellicola. I mutui sono concessi soltanto a quei film che hanno avuto preventivamente la autorizzazione del Ministero per la Stampa e la Propaganda, attraverso i competenti servizi della Direzione generale per la Cinematografia. Qualora il richiedente abbia ottenuto per la produzione della stessa pellicola anticipazioni a norma del decreto precedentemente indicato, da parte della Sezione credito cinematografico del Ministero Stampa, l'ammontare del mutuo concesso dalla Sezione del credito bancario dovrà essere ridotto dell'importo corrispondente a tale anticipazione. Il fondo di dotazione è costituito da una compartecipazione dello Stato per 20.000.000 da prelevarsi in rate annuali di 4 milioni sui fondi stabiliti dal decreto precedente, e da un apporto di 20.000.000 della Banca Nazionale del Lavoro, da versarsi in due rate annuali. Il fondo così costituito per un totale di 40.000.000 di lire, può essere aumentato con conferimento di altre istituzioni, non inferiori a L. 1.000.000. Gli utili netti della Sezione, detratta una quota non minore del 20 %, da assegnarsi alla riserva, andranno ripartiti tra lo Stato, la Banca e gli altri eventuali partecipanti. La quota di utili spettante allo Stato sarà devoluta ad incremento della riserva. (Il decreto concernente la costituzione di tale Sezione di credito bancario è apparso nella Gazzetta Ufficiale del 22 febbraio 1936-XIV). I mutui della Sezione di credito bancario sono concessi ad un determinato tasso di interesse non ancora fissato dal Consiglio di amministrazione della Sezione stessa. Tale interesse avrà comunque carattere di favore e sarà estremamente mite. Infine, la produzione nazionale è incoraggiata da vistosi premi. Con decreto 5 ottobre 1933, n. 1414 (pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale dell'11 novembre 1933-XII) parzialmente modificato con decreto 20 luglio 1934, n. 1301 (pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale del 16 agosto 1934-XII), il Ministero delle Finanze, su richiesta del Ministero per la Stampa e la Propaganda, stanzia annualmente una somma di L. 2.000.000, tratta dagli introiti della tassa di doppiaggio dei filmi stranieri, fissata in lire 30.000 per film. Tale somma è impiegata per il pagamento di premi alle pellicole di produzione nazionale, proiettate nelle sale del Regno durante il periodo tra il 1° luglio e il 30 giugno, corrispondente al periodo dei bilanci statali, che presentino pregi di dignità artistica e di esecuzione tecnica. Per essere riconosciute come nazionali, le pellicole debbono avere i seguenti requisiti: a) il soggetto deve essere di autore italiano o ridotto o adattato da autori italiani; 6) la maggioranza del personale artistico ed esecutivo deve essere italiana; e) gli interni e gli esterni (salvo particolarissime eccezioni) debbono essere stati girati in Italia. L'attribuzione dei premi viene fatta da una Commissione nominata per decreto dal Ministro per la Stampa e la Propaganda e presieduta dal Direttore generale per la Cinematografia. L'assegnazione della somma da destinarsi in premio ad ogni pellicola è fatta dal Ministero per la Stampa e la Propaganda, sentito il parere della Commissione. Con gli stessi decreti legge suindicati si stabilisce che i produttori di pellicole nazionali i quali eseguano o facciano eseguire in Italia adattamenti supplementari in lingua italiana di pellicole sonore estere, sono esonerati dalla tassa di doppiaggio, fissata in L. 30.000 per ogni film (con recente decreto), in ragione di tre adattamenti (doppiaggi) per ogni pellicola nazionale prodotta. Si tratta, quindi, di un beneficio fisso di L. 90.000 per ogni film prodotto. La produzione nazionale è anche favorita da un sistema di provvidenze che riguardano il cosiddetto "contingentamento" e le condizioni di noleggio. Con legge 13 giugno 1935-XIII, n. 1083 (intervenuta a parziale modifica del decreto legge 5 ottobre 1933 e della legge 5 febbraio 1934), è fatto obbligo agli esercenti delle sale cinematografiche in tutto il Regno e per tutte le categorie di cinema, di proiettare, per ogni tre pellicole cinematografiche sonore di produzione non nazionale, una pellicola cinematografica sonora ad intreccio, di metraggio non inferiore ai 1500 metri, di produzione nazionale, secondo i principi precedentemente stabiliti nei confronti dei premi. Le pellicole da proiettarsi per effetto di questo decreto, debbono essere prodotte interamente nell'ultimo biennio: ad evitare che tornino in circolazione vecchi filmi, in frodo alla legge. In ogni caso dovranno essere proiettate per ogni trimestre non meno di tre pellicole nazionali aventi i requisiti sopraccennati. Il Ministero per la Stampa e la Propaganda potrà variare con suo provvedimento la proporzione delle pellicole nazionali da proiettarsi obbligatoriamente rispetto a quelle straniere, in relazione allo sviluppo della produzione cinematografica nazionale. Con lo stesso decreto si stabilisce che le condizioni di noleggio delle pellicole nazionali non possono essere meno favorevoli di quelle che si praticano per le pellicole di produzione estera di pari importanza, e che con uno stesso contratto non potranno essere noleggiate insieme pellicole nazionali e pellicole di produzione estera. Da questo grandioso e ingegnoso sistema di provvidenze, la produzione nazionale è avviata verso un degno avvenire di cui è simbolo la Città cinematografica che sta sorgendo nelle immediate vicinanze di Roma: il più vasto "insieme" di teatri e di laboratori che abbia oggi l'Europa. Ed è sorta intanto, a cura della Direzione generale, anche una fiorente scuola integrale cinematografica, col nome modesto di "Centro sperimentale di cinematografia". Questa scuola, originale modello, avrà tra poco una vasta sede propria e comprende già i seguenti corsi: Regia e Recitazione - Estetica cinematografica - Tecnica ottica - Tecnica sonora - Scenografia e Corsi complementari - Dizione - Direzione di produzione - Musica - Trucco - Storia del costume - Storia della cinematografia - Legislazione - Educazione fisica. La scuola è già frequentatissima, poiché il cinema nazionale attrae sempre più le giovani energie dell'Italia fascista. Di quest'attrazione è già un'insigne prova anche nell'attività dei Cine-GUF, mirabile per qualità e per quantità, come ha dimostrato la classifica dei filmi a passo ridotto presentati alla Mostra cinematografica internazionale di Venezia dell'anno XIII-1935. I Cine-GUF formano ormai, nel loro insieme, un vivaio nazionale di cineasti. Nel campo internazionale l'Italia occupa una posizione preponderante per l'assistenza fornita all'Istituto internazionale di cinematografia educativa, che ha sede in Roma. Il compito della propaganda e della documentazione nazionali spetta all'Istituto L. U. C. E., del quale tutti gli Italiani conoscono l'attività. Una sezione dell'Istituto segue attualmente le vittoriose campagne dei nostri soldati in Africa Orientale. Creata dal genio inventivo d'un grande Italiano, la radio deve al Regime fascista il suo sviluppo e il suo potenziamento. In poco più che un decennio (la prima stazione, quella di Roma, fu attivata nell'ottobre del 1924) è diventata la più rappresentativa voce della civiltà nazionale. Affidata all'Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (Eiar), essa ha nello Stato fascista l'animatore ed il moderatore ad un tempo. Lungi dal poter dirsi perfetta, questa voce cerca ancora la pienezza dell'estensione ed il segreto della profondità. Merita quindi d'essere studiata particolarmente dai giovani, poiché rappresenta un mondo nuovo, che offre ancora immense regioni ai pionieri dello spirito, dell'arte, della tecnica. Gli estetizzanti che la disprezzano non vedono le cose che in superficie. La radio, una volta acquistata una sicura, tecnica e stilistica nozione delle sue possibilità, evolverà secondo una estetica autonoma: avrà una propria creatività non meno artistica e non meno originale che quella del cinema. Nel nostro paese, senza l'intervento del Regime, sarebbe ancora al caos, perché, abbandonata a sé stessa, non avrebbe mai trovate le forze per progredire e neppure per sostenersi. I molti milioni d'abbonati che altri Paesi han dato alla radio nazionale, son mancati alla nostra, che languirebbe ancora se non fosse stata sorretta per tempo dall'iniziativa generosa di privati e dall'illuminata volontà del Ministro Costanzo Ciano. Ad un anno appena da quella di Roma, nel 1925, era inaugurata la stazione di Milano, e le altre si susseguivano con tal ritmo che nell'anno XII la rete radiofonica italiana contava già quattordici impianti trasmittenti, con una potenza complessiva di 190 kw-antenna: e aveva già in progetto altre grandi stazioni, come quella di Bologna. La rete radiofonica può essere ormai compresa fra le opere potenti e squisite dell'Italia fascista e tra quelle destinate a più fiorente sviluppo. "Tale rete notava l'Annuario Eiar dell'anno XIII che è suscettibile d'essere collegata con quella musicale europea attraverso i cavi di Tarvisio, Chiasso e Modane, sta per essere completata mediante gli allacciamenti di Bolzano a Milano e di Napoli a Palermo, il primo dei quali, in mancanza di cavi telefonici adatti, è stato effettuato per mezzo di un impianto telefonico musicale con correnti ad alta frequenza, convogliate su linee aeree". Uno degli impianti esemplari, che meritano d'essere visitati per la meravigliosa complessità, è quello per la trasmissione mondiale ad onde corte da Roma-Prato Smeraldo. "Portata la potenza a 20 kw-antenna, questa stazione trasmittente ha oggi la possibilità di fare le trasmissioni con quattro diverse onde, in guisa da poter raggiungere i vari continenti, nelle varie stagioni, scegliendo o l'una o l'altra delle onde. Degli aerei direzionali fanno convergere l'energia irradiata verso l'America del Nord o del Sud, il Sud Africa e l'Estremo Oriente". Lo spettacolo di queste antenne direzionali, che da Roma segnano ed aprono alle onde le vie del cielo, è uno dei più originali che l'Italia nuova possa offrire a fantasia di poeta. Il duce ha particolarmente favorito cotesto accentramento dei grandi impianti in Roma, e dei più vivaci organi della propaganda radiofonica. Egli ha voluto che la Radio italiana diventasse sempre più educatrice all'interno e dominatrice all'estero. "Con questa mole d'impianti concludeva l'Annuario dell'Eiar per l'anno XIII che porteranno la potenza installata complessiva a 450 kw-antenna, e particolarmente con le caratteristiche dei nuovi potenti trasmettitori di Roma-Santa Palomba, non solo risulteranno notevolmente migliorate le ricezioni in ogni punto della Penisola, ma sarà data la possibilità agli ascoltatori di fare uso di apparecchi riceventi semplici e di basso costo. E la voce di Roma potrà raggiungere i più lontani paesi e continenti, con potenza pienamente adeguata all'importanza che, per l'impulso e la guida del duce, essa ha assunta nel mondo". Ed ora che abbiamo dato un'occhiata agli impianti, vediamo gli organi culturali più caratteristici, creati o sviluppati dal Regime. Innanzi tutto il Regime, con legge 15 giugno 1933, anno XI, n. 791, creava la Radio Rurale, ente statale che funziona in seno al Ministero delle Comunicazioni, alle dirette dipendenze del Segretario del Partito, e con la stretta collaborazione dei Ministeri dell'Educazione Nazionale e dell'Agricoltura e Foreste. "Il villaggio deve avere la radio" aveva ammonito il duce in un articolo sul Popolo d'Italia: e, per merito del duce, la Radio Rurale non è soltanto nata ma ha anche avuto uno straordinario impulso. In ogni Comune, per disposizione del Segretario del Partito (Fogli di disposizioni: n. 202 e 286) il Segretario politico, mettendosi d'accordo con le autorità locali, politiche, scolastiche, agricole, ha il compito di suscitare e di coordinare le iniziative nell'intento di assicurare a tutte le scuole rurali del Comune la disponibilità d'un apparecchio ricevente, e di riferire al Segretario federale da cui dipende sui risultati ottenuti. La radio sta conquistando la campagna gradualmente, attraverso uno sforzo metodico e intensivo, cui partecipano, come si vede, tutti gli organi, centrali e locali, del Regime. Il Ministero Stampa e Propaganda ha dato ora la spirituale unità ai vari organi della Radio, intensificandone e coordinandone le funzioni politiche e culturali. È nella memoria di tutti l'imponente adunata del 2 ottobre 1935-XIII, nella quale il popolo italiano dichiarava alta al mondo la sua volontà di affrontare la lotta per assicurare il proprio destino. Mentre una emissione speciale era creata per gli Italiani del bacino del Mediterraneo, altre emissioni di propaganda in lingue straniere erano ideate per l'Europa continentale e per le Americhe. La radio è diventata così un vivido centro mondiale d'irradiazione: il più vasto e sensibile strumento di divulgazione, che il nuovo Ministero abbia in suo potere. Dopo aver cominciato, una diecina d'anni or sono, con un'umile rubrica educativa, il "Cantuccio dei bimbi", la radio finiva col trovare la più vigorosa voce di propaganda politica nelle "Cronache del Regime". Il più rappresentativo fra i nuovi organismi radiofonici, il "Giornale Radio", passava da Milano a Roma, sotto il diretto controllo del Ministero, ed è oggi affidato, per la direzione politico-artistico-culturale, all'Ispettorato del Teatro, che gli sta dando nuova vita. Il "Giornale Radio" s'è venuto costituendo come un vero e proprio grande organismo giornalistico, con una originale fisionomia e peculiari funzioni informative ed educative. Ha anche creato, attraverso una rete di corrispondenti e collaboratori specializzati, rubriche geniali, come "Le voci del Mondo". Quest'ultima, ch'è la radiofonica per eccellenza, ed ha, come tale, un grande avvenire, ha aperto alla radio il cosmo delle voci naturali e delle sociali, come un unico immenso teatro. Abbiam potuto discendere, con la radio italiana, nel cratere del Vesuvio, ed udire il rantolo sommesso dello "sterminator Vesevo". "Con il trillare degli uccelli è stato raccolto il pianto dei neonati, con il rombare delle macchine le melodie delle foreste; con i balbetti dei selvaggi le parole degli illuminati. Voci! Canti! Poesia! Tutta poesia. La radio, per chi sta ad ascoltarla, cioè per chi sa astrarsi dalla mediocre realtà che è in tutte le cose umane, trasforma, ricercandone e svelandone l'essenza, ogni voce del mondo, se schietta e sincera, in poesia". Si è polemizzato, in Italia, su i caratteri e i limiti del "Giornale Radio". Qualcuno ha sostenuto che la radio è, di per sé, tutta un giornale, cui si tratterebbe di dare una peculiare impronta artistica. Altri ha sostenuto che un giornale radiofonico ha un compito informativo ed uno stile suoi propri, inconfondibili. L'esperienza ha dimostrato quanto delicato e singolare sia il compito dell'informatore radiofonico e quanto sia difficile educare un vero radio-reporter. L'esperienza ha dimostrato (e la cosa ha un particolare interesse per le iniziative artistiche del GUF) che il cronista radiofonico, quand'è un semplice narratore o commentatore d'avvenimenti estemporanei e non lascia pervenire al radiouditore la loro voce naturale, finisce col diventare, per quanto dotato di virtù oratorie, inefficace e noioso. Il fatto deve parlare insieme con la voce del narratore, approfondendola e vivificandola nella spirituale realtà. Il cronista radiofonico è non lo spettatore ma il protagonista d'un dramma sinfonico. S'apre dunque con la radio, all'iniziativa dei giovani, tanto una drammaturgia narrativa quanto una drammaturgia documentaria pura, che fa d'una voce umana lo spirituale centro interpretativo d'una sinfonia naturale o sociale. Il Giornale Radio ha già promosso documentari di questo genere, illustrando "la Casa delle locomotive", "la Giornata del Soldato", "l'Opera Maternità e Infanzia". Il "Giornale Radio" è insomma in isviluppo anche da questo lato artistico-documentario. Oltre il notiziario vero e proprio, comprende conversazioni e rubriche di carattere politico, letterario, scientifico ecc. anche se queste, per ragioni d'ordine pratico e per non appesantire le varie emissioni, vengono distribuite in altri momenti e non fanno "corpo" col giornale stesso. Molte di queste rubriche sono state istituite direttamente per interessamento del Regime: altre sono da esso controllate. In conclusione, la Radio appare ogni giorno più come una fusione originale d'un giornale sui generis con un teatro sui generis: e le "ore" radiofoniche esperimentate da qualche guf hanno, di solito, perfettamente intuito questa funzione geniale della Radio nella cultura nazionale, che la televisione sta per rendere ancor più complessa. È indubitabile che la funzione artistica educativa della rappresentazione ottenuta dal concorso dei mezzi che possono portarla dinanzi a grandi masse di popolo sarà incomparabilmente più grande che per il passato. Più grave e ancor più nobile sarà il compito di chi dovrà creare il vero "teatro" di domani. |