|
MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
|
IV. LA STAMPA
LA stampa periodica nel Regime Fascista è un mezzo dello Stato. Non è un potere autonomo, che si può esplicare anche all'infuori dello Stato o contro di esso: è un servizio essenziale della vita moderna che concorre ai fini dello Stato. In Italia, non abbiamo la stampa di Stato. Il periodico (giornale o rivista) è un organismo pienamente responsabile, che agisce in armonia con la dottrina e con gli interessi statali. La legge fascista, disciplinando la stampa periodica, ha creato quella effettiva libertà di stampa (la sola possibile), che consiste nell'affrancamento della stampa dalla soggezione agli interessi particolari. In Italia la stampa è perfettamente libera, perché non può essere strumento degli interessi di un privato, o di una azienda, o di un gruppo finanziario. Nessun'altra concezione della libertà di stampa è ammissibile. La devozione della stampa allo Stato non può essere considerata come menomazione di libertà, perché corrisponde a un dovere generale, indiscutibile a un interesse collettivo altrettanto assoluto. Il criterio di libertà nei riguardi della stampa, come d'altronde in quelli di qualsiasi opera o azione, è stato identificato dal Regime fascista con il criterio di responsabilità. Non esiste, infatti, una censura preventiva, ma la legge prevede e punisce con interventi di polizia o con interventi giudiziari, tutte quelle manifestazioni giornalistiche che possano, in qualsiasi maniera e misura, nuocere moralmente o materialmente al costume nazionale e agli interessi e ai fini dello Stato. Perché questo criterio di responsabilità, posto a base della funzione giornalistica nell'Italia fascista, si precisasse in un senso legale, il Regime ha disciplinato la professione del giornalista, istituendo l'albo professionale. Era infatti del tutto incomprensibile che si richiedesse l'iscrizione in un albo per ogni libero professionista (medico, avvocato, ingegnere, ragioniere, ecc.), e non per chi ha nelle mani uno degli strumenti più delicati della vita sociale. L'iscrizione all'albo è garanzia di moralità e costituisce perciò il fondamento del decoro della professione giornalistica. Nessuno, in Italia, può esercitare questa professione se non è iscritto all'albo. Per l'iscrizione sono richiesti i certificati da cui risulti la piena onorabilità morale e politica e il sufficiente livello intellettuale del giornalista, che, sul principio della professione (e per i 18 mesi successivi) è iscritto col titolo di "praticante". Giornalista professionista è soltanto chi eserciti esclusivamente la professione, ritraendone la sussistenza. In apposito elenco sono iscritti i pubblicisti, ossia le persone, che, pur esercitando una attività giornalistica di qualche importanza, non ne fanno la loro professione esclusiva. Qui si deve notare che la tutela morale e finanziaria del giornalista italiano, nel campo sindacale, è quale non esiste in nessun altro Paese. L'Italia ha anche il primato della previdenza a favore dei giornalisti. L'albo professionale è una delle basi del criterio di responsabilità che il Regime ha posto a presidio della funzione della stampa. L'altra base è l'istituto legale della "gerenza". Qualunque pubblicazione periodica deve essere preventivamente autorizzata dall'autorità politica. Ogni giornale o rivista deve avere un "gerente responsabile", riconosciuto dall'autorità giudiziaria. Anteriormente alla legislazione fascista, il gerente responsabile era un "uomo di paglia", un prestanome, un espediente per eludere effettivamente, da parte dei proprietari, degli ispiratori, dei direttori e redattori di un periodico, la responsabilità legale. La materia, pur così grave, era regolata (come tutta la posizione giuridica della stampa) da un vecchio editto piemontese del 1848. Si riconosceva la gerenza, con palese irrisione alla legge, a una qualunque persona, sostanzialmente estranea all'attività morale e politica del periodico: spesso a un rivenditore di giornali, che, legalmente, era chiamato a rispondere, anche in giudizio, d'ogni reato compiuto dall'organo di cui aveva la rappresentanza contro la società, e di ogni offesa privata. La legge fascista ha eliminato questo sconcio, prescrivendo che responsabile del periodico debba essere il direttore o uno dei principali redattori. Il Fascismo ha dunque moralizzato la stampa, col darle una completa indipendenza dall'interesse particolare al tempo stesso che la investiva di una precisa responsabilità. È appena necessario ricordare che nei Paesi dove la libertà di stampa viene tuttora intesa come libero mercato e accaparramento di organi di opinione, si assiste ai più sorprendenti voltafaccia degli organi medesimi, la cui proprietà trapassa, al pari di quella di un qualsiasi oggetto, in seguito a maneggi politici o a transazioni commerciali, spesso tutt'altro che oneste e legittime. Ma la moralizzazione della stampa effettuata in Italia dal Fascismo, non si è limitata all'impedimento del giuoco degli interessi e delle influenze particolari. Il Regime ha dato alla stampa italiana una norma di superiore dignità. La cosiddetta "cronaca nera", che dilagava per pagine e pagine pur nei giornali riputati seri e autorevoli, è stata costretta in giusti limiti. Lo "scandalo" che è ancora oggi la risorsa principale di tanti giornali stranieri; il delitto, l'aberrazione non hanno più nella stampa italiana un compiacente strumento pubblicitario. Anche le cronache giudiziarie sono state ridotte a un succinto notiziario. Tutto ciò che è insano, morboso, immorale; tutto ciò che è capace di diffondere esempi riprovevoli e suggestioni nocive è escluso dalla stampa italiana. Unificata da una sola fede e da una disciplina, la quale non è se non il richiamo costante alla funzione naturale del giornalismo, la nostra stampa si è anche allontanata da quelle polemiche personalistiche che, se potevano divertire un determinato pubblico, certo non contribuivano alla serietà e alla compostezza giornalistica, e rappresentavano, comunque, una dispersione di energie e, insieme, un motivo di disorientamento. Come alla "cronaca nera" si son sostituite le cronache delle opere pubbliche, delle grandi manifestazioni collettive, dell'assistenza sociale; così alle polemiche si è sostituita l'esposizione dei grandi problemi della vita, colta nei suoi aspetti caratteristici: lavoro, scienza, eticità, lotta, conquista. Il Regime, d'altronde, con le sue fondamentali trasformazioni nell'ordine morale, politico, economico; con le sue grandiose intraprese di rinnovamento e di potenziamento nazionale, ha dato e dà alla stampa un poderoso alimento. Il nuovo ritmo, il nuovo fervore, il rapido progresso cui la Rivoluzione fascista ha portato il Paese, dall'educazione allo sport, dall'arte al costume, dalle armi all'agricoltura, all'industria, sono le sorgenti da cui il giornalismo italiano ritrae il suo tono dinamico. La vita moderna impone al giornalismo le caratteristiche della rapidità e della sintesi. Si potrebbe credere che queste caratteristiche siano connaturali nella stampa periodica; ma l'esempio dei tardi e prolissi giornali del passato (di un passato anche recente e non dappertutto scomparso) ci prova che non è precisamente così. L'evoluzione dei mezzi di comunicazione corrisponde alla evoluzione del giornalismo, la precede, anzi, l'annuncia e la determina. Ma a questo sviluppo tecnico corrisponde anche lo sviluppo spirituale. Una tendenza assai spiccata del giornalismo di alcuni paesi stranieri porta a differenziare e separare il giornale d'informazioni dal giornale d'opinione: è però un distacco innaturale, e in ogni modo inammissibile nell'Italia fascista. Il giornale fascista considera l'informazione non come un fine, ma come un mezzo per nutrire, sviluppare e plasmare le coscienze. Il giornale fascista ha sempre una base informativa. Da ciò deriva anche il particolare sviluppo dato dalla nostra stampa quotidiana ai servizi esteri. Questi però sono stati proporzionati ai servizi interni. Per quanto si possa e si debba interessarsi alle cose straniere, dobbiamo dare il primo posto alle nostre. Infatti, una delle funzioni sostanziali della stampa periodica, nel Regime fascista, è l'illustrazione e la valorizzazione delle attività nazionali. Fra i molti e difficili compiti del giornale moderno, il primo è, senza dubbio, quello di sostenere la coscienza della Nazione attraverso l'esame quotidiano dei fatti che ad essa si riferiscono o che possono interessarla. Tuttavia il giornale fascista non trascura la curiosità e il desiderio ricreativo del lettore, ma, nel soddisfarli, mantiene una misura, un equilibrio e cerca di dare un indirizzo. Il giornale è lo strumento ideale, per trasformare la curiosità in un mezzo di conoscenza, ma non deve prestarsi alle curiosità futili e morbose. Lo stile fascista ha portato la sua agilità e la sua sobrietà anche nel campo giornalistico. Lo stesso contributo della letteratura al giornalismo (terze pagine) va inteso come una cooperazione al fine generale educativo che il giornale deve proporsi, sia con l'informazione che col dibattito di idee. È facile comprendere che senza una disciplina collettiva, il giornalismo di un Paese, nel suo complesso, non potrebbe mantenersi su questa via e a questo livello. La disciplina, quale è stata realizzata, nei riguardi della stampa, dal Regime fascista, non soltanto garantisce l'indipendenza del giornalismo da ogni passione, pressione, interesse di ordine particolare, ma conferisce al giornalismo stesso una nuova dignità, investendolo di alcuni dei compiti superiori che lo Stato etico assolve nell'ambito della nazione. È infatti, questa disciplina collettiva che consente al giornalismo italiano di interpretare lo spirito nazionale, e che gli attribuisce l'onore di indirizzarlo verso i suoi giusti obiettivi, assiduamente chiariti. La controprova di questa varietà possiamo facilmente trovare in ciò che accade in quei paesi dove lo Stato, invece di inquadrare la stampa nel disegno generale della sua dottrina e della sua azione, la lascia in balìa della speculazione privata O anche dei governi che si succedono, per il giuoco parlamentare, e che, mentre sono in vita, si accaparrano con influenze varie e con interventi finanziari (fondi segreti) determinati organi, i quali perciò, cambiano di opinione a seconda delle vicende ministeriali. Mancando un inquadramento, una disciplina, tutte le deviazioni sono possibili e tutti i traffici sono praticamente ammessi, o tollerati. Lo stesso freno della legge, per reprimere gli eccessi, gli abusi, si dimostra, nel maggior numero dei casi, tardivo e inefficace; lo scandalo della corruzione giornalistica è all'ordine del giorno. La disciplina della stampa impedisce la corruzione. Il giornale asservito, il giornalista "pagato" scompaiono. La funzione giornalistica è ricondotta a svolgersi in una atmosfera di purezza. Pernio di questa disciplina e fonte, al tempo stesso, d'informazione è, in Italia, il Ministero della Stampa e Propaganda, che coordina e controlla, nell'interesse dello Stato, un gruppo di attività sociali fra loro strettamente legate, come la stampa periodica, la produzione libraria, il teatro, il cinematografo, la radio, il turismo. Il Ministero della Stampa e Propaganda è una delle più importanti creazioni del Regime. Esso dà forma pratica e continuativa all'intervento dello Stato in un vasto e delicatissimo settore della vita collettiva. Armonizzando molteplici attività affini e cooperanti, il Ministero per la Stampa e Propaganda realizza una potente concentrazione di energie e dà una norma sicura ai rapporti vicendevoli fra tutte queste attività, assicurandone lo sviluppo, sulle linee generali dei principi e dell'interesse dello Stato fascista. Il Fascismo ha sempre compreso la necessità di una stampa attiva, intelligente, sensibile. È pieno di significato il fatto che la lotta dal Fascismo combattuta nel dopoguerra contro la vecchia Italia decadente e contro il sovversivismo, abbia avuto per propugnacolo e bandiera un giornale: Il Popolo d'Italia. Questo quotidiano, fondato da Benito mussolini nel dicembre del 1914 per rischiarare la coscienza della nazione e condurla a concepire la guerra come l'unico mezzo di afferrare il destino e di aprire all'Italia un degno avvenire, è da considerarsi il fulcro del nuovo giornalismo italiano. Il Popolo d'Italia ha assunto il carattere di una istituzione nazionale, e una importanza storica. La sua stessa esistenza sta a dimostrare il grande posto avuto, e anche attualmente tenuto, dalla stampa nella Rivoluzione fascista. Durante quello che può chiamarsi il periodo squadristico della Rivoluzione (marzo 1919 - ottobre 1922), il Popolo d'Italia dette la parola d'ordine al movimento destinato a trasformare profondamente il nostro Paese. Pochi altri organi ebbero un carattere del tutto fascista, mentre la maggior parte della stampa borghese a base industriale si limitava ad osservare con prudenza gli avvenimenti, o faceva dei giuochi d'equilibrio, o si metteva senz'altro contro il Fascismo. I Fasci crearono tuttavia, anche in quel periodo, alcuni piccoli giornali di diffusione locale: fogli di battaglia dalla vita breve e impetuosa sui quali si addestrarono non pochi fra i buoni giornalisti usciti dalla Rivoluzione. Dopo la Marcia su Roma, alcuni organi di stampa, già indifferenti o avversi, aderirono al Regime o furono fascistizzati; altri, con maggiore o minor fortuna, ne sorsero. Ma la crisi risolutiva dalla quale cominciò l'assetto definitivo della stampa fascista, avvenne nel periodo che, all'ingrosso, va dal giugno 1924 al gennaio 1925: il famoso periodo delle levate di scudi e degli scandali, nel quale le forze sovversive e, insieme, i vecchi partiti parlamentari, spararono le ultime cartucce prima di soccombere e sparire per sempre. Superata la crisi, il giornalismo italiano trasse nuova vita dalla disciplina stessa che gli veniva data legalmente dal Regime. Attorno ai vecchi quotidiani, riscattati dalla Rivoluzione vittoriosa, e a qualche nuovo quotidiano sorto nei momenti della lotta, si affermarono non pochi settimanali di provincia, cui va riconosciuto il merito di una grande fede, e, spesso, di uno stile robusto, genuino, rispecchiante l'entusiasmo rivoluzionario delle masse fasciste, con gli occhi fissi su Roma, con l'anima pronta a tutti gli ordini del Capo. Anche questa stampa periodica è stata una palestra di addestramento per i giovani, ai quali il Regime ha largamente aperto le porte del giornalismo con tutta una serie di disposizioni e di aiuti di ordine pratico, oltre che con l'avviamento culturale (cattedre universitarie di giornalismo, scuola di giornalismo, esercitazioni studentesche di giornalismo, ecc.). Altro e importante settore della stampa fascista è quello delle riviste, alcune veramente autorevoli ed efficaci ai fini della formazione del clima rivoluzionario, dello sviluppo del pensiero fascista e dell'azione culturale, o più propriamente educativa, condotta dal Regime. È noto che la prima delle riviste fasciste, Gerarchia, fu fondata da Benito mussolini come filiazione del Popolo d'Italia. Si deve anche aver presente, per rendersi conto del rinnovamento giornalistico in Italia, di uno speciale ramo della stampa nato dal sindacalismo fascista, e quindi dal corporativismo, per la trattazione dei problemi dottrinari e pratici del nuovo ordine economico-sociale e per la rassegna delle attività varie e molteplici di questo campo, in cui si concreta uno dei massimi postulati della Rivoluzione fascista. Oggi il giornalismo italiano, che fa parte dei quadri della Rivoluzione, ha una attrezzatura moderna, che lo mette in grado di corrispondere ai fini generali della stampa periodica e a quelli speciali dell'azione rivoluzionaria. Largamente integrato dai servizi della radio, questo strumento di informazione, di formazione, di propaganda, contribuisce a precisare la fisionomia dell'Italia fascista. Per il suo carattere sintetico, il giornalismo italiano mira alla sostanza delle cose. Disponendo di fonti informative assolutamente legittime, ha una serietà e una coerenza che invece mancano, in molti casi, al giornalismo straniero. La sua assoluta indipendenza lo preserva giova ripeterlo da tutte quelle deviazioni cui è tanto facile assistere fuori d'Italia. È fatto per il popolo e per lo Stato: per questo indissolubile binomio. Ciò gli consente di concentrare tutta la sua potenza su un campo d'azione degno e concreto. Non va a caccia di indiscrezioni, non cerca il "colpo di scena", è astronomicamente lontano dalla "stampa gialla" che continua ad aver fortuna, speculando su istinti inferiori e su profondi strati di ignoranza, fuori d'Italia. Nel pensiero e nella pratica fascista, la stampa, pure assolvendo il suo classico compito di notiziario, è uno strumento di educazione civile; e il bisogno di spiritualità insito nell'indole nazionale vi si rispecchia. Effettivamente la stampa italiana fa un posto notevole alle attività culturali e ai problemi d'ordine morale. Il suo vivissimo interessamento per lo sport rientra anch'esso, oltreché in un campo principale di informazione moderna, negli interessi dell'educazione fisica, inseparabile dall'ordinamento educativo fondato e sviluppato dal Fascismo. La notizia, nel nuovo stile dato dal Regime al giornalismo italiano, diventa breve, nitida, tutta sostanza. L'inchiesta sui fatti è compiuta con un impegno di chiarezza, che trascura il particolare senza rilievo. Tutti gli argomenti offerti dalla vita quotidiana guadagnano da questa stringatezza, la quale permette anche di moltiplicare e variare le trattazioni. Le così dette "rubriche fisse" (economia, arte, divulgazione scientifica, ecc.) acquistano, nella brevità, maggiore vivacità ed evidenza. Il giornale fascista non è discorsivo, è incisivo. Per l'insieme dei suoi peculiari caratteri, esso richiede una seria preparazione in chi vi eserciti una qualsiasi funzione. Gli improvvisatori, i dilettanti, non possono e non debbono trovar terreno nella stampa fascista, che offre un superiore campo di collaudo alle energie dell'intelletto e del sentimento. Questa stampa squisitamente politica, ma anche e per ciò stesso squisitamente sociale, consente l'esplicazione di qualsiasi attitudine all'artista di ogni arte come al tecnico di ogni ramo, al letterato come allo scienziato. Proprio perché la professione giornalistica è stata nettamente delimitata, differenziata, tutelata, la stampa italiana è aperta alle più varie espressioni del temperamento e del gusto, dell'intelligenza e della competenza. Il "mestiere", nel suo peggior significato, scompare. Il sindacalismo fascista, organizzando anche il settore giornalistico, lo tutela (col dargli la base morale e legale del professionismo) dall'invasione di elementi estranei, ma nel contempo coll'eliminare la possibilità di intromissioni eterogenee vi accentua la selezione e la graduazione dei valori, spronata dall'intenso dinamismo che attorno al giornale si sviluppa e di cui esso riceve il riflesso, nella varietà delle collaborazioni occasionali o sistematiche. Una delle maggiori prove fornite dal sindacalismo fascista è quella dell'inquadramento delle professioni liberali già ritenuto impossibile. Oggi le associazioni sindacali della stampa sono qualcosa di meglio che sodalizi per la difesa di interessi collettivi. Il sindacato di stampa realizza in pieno il carattere del sindacalismo fascista, che è, anzitutto, rappresentanza morale; ed esprime infatti la coesione del giornalismo italiano, non in un interesse proprio, ma in un'idea, in una fede, in un interesse nazionale. La stampa, in Italia, è opinione, perché esprime la perfetta armonia della coscienza nazionale col Regime. È anche come lo è tutto il Fascismo "milizia civile a servizio della Rivoluzione". Il giornalismo in Italia nacque, per circostanze politiche, economiche e anche geografiche, piuttosto tardi, almeno nel suo aspetto moderno. Dopo il Risorgimento subì non poco, per forza di cose, l'influsso dei modelli stranieri. Generalmente, il suo orizzonte politico si restrinse all'ambito elettorale e parlamentare, pur non mancando nobili caratteristiche eccezioni. Rispecchiò anche il regionalismo, che non poteva scomparire, quando l'unità, raggiunta all'ingrosso sul terreno politico, era ancora da farsi nel mondo dello spirito. Questa tendenza ostacolò e ritardò lo sviluppo di grandi organismi giornalistici di diffusione e risonanza nazionali. Il giornale locale si moltiplicò all'infinito, contribuendo a tener divisa e disorientata la massa della popolazione. Il Fascismo si trovò dinanzi a questo stato di cose, quando intraprese la sua battaglia e quando, diventato Regime, mise mano alla riforma della stampa. Attualmente, esistono ancora dei giornali locali, ma non esiste più il giornale di Tizio o di Caio. Tornando e riflettendo su questo fatto, si può misurare la grandezza dell'evoluzione compiuta, nel Fascismo e per il Fascismo, dalla stampa italiana. Da questo fatto è provenuta una vera e propria rigenerazione del giornalismo nazionale. Scomparso il "mestiere", riconquistata la vera libertà, la stampa ha anche ripreso la sua "missione". La parola abusata esprime la realtà dell'oggi. Questa missione è altrettanto difficile che elevata. Ma ad essa il Fascismo offre un clima e un terreno quanto mai propizi. Le idealità rivoluzionarie, le opere della Rivoluzione sono l'ambiente e l'orizzonte in cui la stampa italiana è chiamata a vivere e a coprire nuove tappe del suo perfezionamento. Il tono di nobiltà, di lealtà, di forza dato dal Fascismo alla vita della nazione; la grandiosità degli eventi determinati dal Regime sono il viatico della stampa italiana, le mostrano la via, la sospingono a diffondere idee, visioni, insegnamenti, in armonia con la potenza di slancio che la Rivoluzione fascista ha dato al nostro popolo. Il carattere missionario della stampa può rivelarsi, manifestarsi in pieno all'infuori di ogni illusione e di ogni demagogica ciarlataneria soltanto in un Paese in cui esista un simile slancio, appoggiato su una disciplina interiore, su un ordine effettivo. Questo carattere è il solo che si debba chiedere alla stampa, anche nel suo lato puramente informativo; ed è quello dal quale si può giudicare se la funzione della stampa stessa risponda davvero a un principio di utilità e di bene sociale. |