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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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III. LE ARTI FIGURATIVE
NON v'è mondo maggiormente sensibile, capace di prodigiose azioni e di dannose reazioni, del mondo dell'arte. In esso i confini fra materia e spirito, i rapporti fra tecnica e forma, i nessi fra estetica e vita sono difficilissimi a precisare, tanto che i filosofi da secoli si affannano nella soluzione di tali problemi. Per questo il Fascismo ha agito con la massima prudenza, evitando di stabilire schemi preconcetti ed obbligatori per le espressioni artistiche e cominciando la sua azione col creare una nuova atmosfera che conquistasse a poco a poco l'elemento fondamentale del processo artistico, l'uomo. Preparate così le basi, il Fascismo s'è messo in condizione di svolgere con successo la sua opera di propaganda, diretta a conquistare all'Italia ed all'umanità l'ideale di un'arte possente, ricca di ispirazioni e di linfa, e materiata di solido pensiero. Arte piena di vita, che come quella dell'età dei Comuni e del Rinascimento parli al cuore delle folle. Valutata nel suo complesso, l'opera del Fascismo nei riguardi delle arti, di quelle figurative in ispecie, appare da una parte scrupolosamente rispettosa delle libertà individuali, che sono il fondamento stesso della vita artistica, dall'altra parte tenacemente applicata, senza fretta e senza perder tempo, a realizzare l'idea di un'arte sempre più profondamente umana e fascista. La vita degli artisti s'era lasciata crescere, nei cessati regimi, come una pianta selvatica che non ha bisogno delle cesoie del potatore e della zappa che dissoda il terreno. Le bastava l'aria libera, il sole, l'urto dei venti, l'alternarsi delle stagioni. Anche le male piante intorno, residui delle passate vegetazioni, non le erano tolte, che anzi l'aiutavano a salire più libera ed a scapricciarsi nelle fronde. Di fronde infatti ne produsse moltissime e i rami capaci di germinare s'intricarono coi rami secchi. Ma i frutti apparvero sempre più grami ed insipidi. La libertà per cui tanto s'era combattuto contro l'accademia tirannica e scolastica dell'Ottocento era divenuta, nella vita artistica, come in quella politica, origine di confusione e d'anarchia. Il Fascismo, contrapponendosi alle forze di disgregazione della vita nazionale, non poteva ignorare che quelle forze agivano, residui della mentalità ottocentesca, anche nel campo dell'arte. In quanto fondatore dello stato corporativo, non poteva e non doveva tralasciare dal comprendere nell'inquadramento generale delle energie della Nazione anche quelle degli artisti. La storia d'Italia, alla quale volentieri il Fascismo ricorre per suggerimenti e conferme, dimostrava non solo che le corporazioni delle arti e dei mestieri non nuocciono allo sviluppo libero dell'arte, ma che anzi al fiorire della vita corporativa in Italia aveva corrisposto uno dei più fiorenti e gloriosi periodi dell'arte nostra. L'inquadramento sindacale degli artisti è uno dei più coraggiosi atti compiuti dal Fascismo nella volontà di rinnovare e coordinare la vita nazionale. Si trattava, quando fu deciso, di andar contro ad un concetto di libertà astratta, a qualunque costo, dimostratosi assurdo e nocivo nella vita politica, ma tenacemente radicato nella vita intellettuale per la vecchia convinzione che gli artisti non siano cittadini come tutti gli altri e che l'attività del loro ingegno sia un frutto del capriccio e di una specie di fatale indisciplina della loro esistenza. Si trattava quindi di dimostrare coi fatti, ciò che era vero del resto nella storia, che non soltanto l'arte è libertà, ma anche dura disciplina, come ogni altra attività dello spirito umano, e che, anche per gli artisti, il sentirsi partecipi della vita totale della Nazione e in essa ordinatamente inquadrati, non nuoce affatto alla libertà del loro spirito. E siccome lo Stato si assumeva con ciò l'impegno di proteggere la loro categoria al pari di tutte le altre, doveva anzi, dalla partecipazione alla vita corporativa, scaturire per gli artisti un maggior senso di sicurezza dell'esistenza materiale, capace di liberare meglio le energie destinate alla creazione delle opere d'arte. Se chiara è la teoria, non altrettanto agevole è l'applicazione pratica. La vita corporativa degli artisti è all'inizio della sua affermazione. Appunto perché la loro classe è stata per oltre un secolo ritenuta non suscettibile d'inquadramento sindacale come le altre categorie dei cittadini, l'applicazione è più delicata. Ma i risultati raggiunti sono già imponenti e tali da dare sicuro affidamento per l'avvenire. La categoria di artisti che più prontamente ha ricevuto un saldo ordinamento corporativo è quella degli architetti. Tutti sanno in che discredito fosse caduta non soltanto la professione ma il titolo stesso di architetto. La ragione precipua di tale fenomeno risiedeva nel fatto che i così detti architetti non erano che semplici disegnatori d'architettura, istruiti nelle Accademie di belle arti senza alcuna seria preparazione tecnico-scientifica, peggio ancora con il presupposto che l'architettura fosse un'arte di semplice disegno esteriore senza alcun rapporto coi metodi e i sistemi della costruzione, con il carattere e la funzione degli edifici. Il Fascismo comprende sùbito che in un Paese gloriosamente architettonico come l'Italia non si poteva continuare in tale stato di cose e creò quelle Scuole superiori d'architettura che hanno dato risultati ancora molto superiori alle speranze in virtù del loro saggio e pratico ordinamento, nel quale le esigenze della tecnica e quelle dell'arte sono armoniosamente equilibrate. Tali scuole, elevate in seguito al rango di Istituti superiori per equipararle ai Politecnici o scuole d'ingegneria, sono divenute oggi facoltà universitarie, come era giusto e logico che avvenisse. Non soltanto i giovani accorsero nei nuovi istituti, testimoniando il bisogno che si aveva della loro creazione, ma da poco più d'un decennio s'è andata formando una falange di giovani architetti, eccellentemente preparati, animosi, tenuti al corrente dei più moderni metodi della costruzione, capaci di attuare quel rinnovamento architettonico di cui parleremo. Conseguenza pratica di tutto ciò è stata una immediata rivalutazione del titolo di architetto, prima confuso con quello di disegnatore o di ingegnere, oggi portato con fierezza da coloro che ne sono ben degni. In tal modo l'inquadramento sindacale degli architetti è stato facile e spedito perché la professione era ben definita dal diploma, il quale dava diritto all'iscrizione nell'albo e quindi all'esercizio della professione. E per coloro che da almeno cinque anni facevano l'architetto senza averne conseguito la laurea perché ancora le scuole superiori d'architettura non erano state costituite, speciali commissioni giudicarono se essi avessero la capacità e la pratica sufficienti per essere equiparati nel titolo e nell'iscrizione all'albo. Dato l'ordinamento delle Accademie di Belle Arti non era altrettanto agevole procedere all'ammissione dei pittori e degli scultori nei sindacati degli artisti. Preoccupava sopra tutto la presenza di numerosi autodidatti, i quali avevano dato pure eccellenti prove delle loro capacità. Non si poteva cioè ricorrere ad un diploma come titolo per l'iscrizione e si doveva cautamente procedere alla riforma degli istituti di istruzione artistica i quali, per riconoscimento unanime, continuavano a vivere in ordinamenti e sistemi d'insegnamento non più adeguati ai tempi nuovi. Come si sa anche questa riforma è in corso d'esecuzione. Ma intanto gli artisti non potevano essere esclusi dal generale inquadramento delle forze vive della Nazione. Perciò le ammissioni nei sindacati degli artisti avvennero con criteri di grande larghezza, specialmente in base ai saggi che essi davano della loro capacità nelle varie esposizioni di pittura e di scultura. Una selezione era dunque ritenuta necessaria, anche per una preoccupante invasione di dilettanti che si rivelava sempre più dannosa agli interessi ed al prestigio stesso della classe degli artisti. E siccome l'unico mezzo per procedere alla indispensabile selezione era quello di giudicare gli artisti in base alle opere presentate nelle esposizioni si cominciò a mettere ordine nel grande caos delle varie mostre d'arte che pullulavano in Italia o come stracchi residui di quelle organizzate dalle varie società promotrici o come frutto di iniziative individuali. Una legge tipicamente fascista stabilì una gerarchia fra le varie esposizioni partendo dal principio d'una selezione graduale. Raggruppati i sindacati per provincie o per gruppi di provincie, ogni Sindacato ebbe, fra gli altri, il compito d'organizzare mostre sindacali o interprovinciali nelle quali avvenisse una prima selezione degli artisti e delle opere. Fu istituita quindi una esposizione quadriennale d'arte nazionale che fosse capace di scegliere, riassumere, presentare al pubblico il meglio della produzione artistica del quadriennio già saggiata nelle mostre sindacali. E siccome fioriva la gloriosa istituzione delle Biennali veneziane, unica grande rassegna periodica dell'arte contemporanea internazionale che esista nel mondo, fu riserbato alle Biennali il compito di presentare, in una ulteriore selezione, il meglio dell'arte italiana al confronto immediato di quella straniera. Da ciò nacque spontaneamente l'opportunità di profittare dell'ottima ed esperta istituzione veneziana per appoggiare ad essa l'organizzazione delle mostre d'arte italiana all'estero, sotto la vigilanza del Ministero per la stampa e la propaganda. Non v'è dubbio alcuno che la vita degli artisti italiani abbia già largamente risentito benefici da un tale ordinamento delle esposizioni, tanto più che il Regime fascista non si è soltanto preoccupato del problema puramente organizzativo, ma ha istituito premi, promosso concorsi, interessato enti e categorie di cittadini, incoraggiato in ogni modo l'acquisto delle opere d'arte con una larghezza di mezzi, con una liberalità di criteri che non ha riscontro in nessun'altra nazione del mondo. Affermata la necessità di immettere gli artisti, con tutta la dignità della loro alta funzione, nella vita corporativa dello Stato fascista, costituiti i sindacati degli architetti e degli artisti, regolate le esposizioni, promossi gli scambi con l'estero, l'ordinamento sindacale, pur nella sua fase formativa, ha dimostrato quanto esso sia capace di costituire una protezione ed una difesa della categoria, giungendo fino alla costituzione di speciali casse d'assistenza per alleviare il grave disagio economico che la crisi mondiale ha prodotto particolarmente in una classe di cittadini che risente più di molte altre gli effetti della situazione generale. L'ordinamento sindacale non è tutto e non può essere tutto ciò che costituisce l'intervento dello Stato nella vita degli artisti, così come le esposizioni non sono e non possono essere l'unica via per cui l'arte penetra nella vita della Nazione e vi partecipa. S'è anzi sempre più fatta strada la persuasione che le esposizioni, residui d'un tempo in cui l'arte era confinata entro l'ambito d'una cornice o i limiti d'un piedistallo, siano più nocive che utili in quanto incoraggiano un'arte senza destinazione, abbandonata al capriccio dell'acquirente, non incoraggiata dalla fiducia del committente. Gli artisti cominciano a sentire quanto sia per loro più soddisfacente pensare la loro opera per uno scopo ben determinato, per un ambiente in cui essa viva e partecipi in modo permanente di ciò che le sta attorno e per il quale essa sia stata creata. Torna a rinascere il gusto per la pittura murale e per la scultura inquadrata nell'architettura, con un felice richiamo a quella unità delle arti che è stata sempre la fierezza e la gloria della tradizione italiana. È stato perciò provvidenziale lo straordinario sviluppo del rinnovamento edilizio promosso dal Fascismo. La trasformazione di molte città ha dato luogo ad un eccezionale fervore di studi d'urbanistica che è un'arte spesso nascosta sotto apparenze scientifiche ed economiche, ma non per questo meno delicata e sensibile in quanto è capace di dare un volto alle nostre città, di perfezionare oppure di guastarne il fascino e la bellezza, consacrati da secoli. Si può affermare che tutte le città italiane hanno sentito il bisogno di provvedere con ordine alle esigenze del proprio sviluppo attuale e futuro mediante piani regolatori, studiati partendo dai risultati d'un concorso nazionale, elaborati poi dagli stessi vincitori del concorso con l'assistenza degli uffici tecnici comunali. Ed è questa la norma sana per risolvere i complessi problemi, in Italia assai più ardui che altrove, norma che, dove è stata adottata, ha dato ottimi frutti rivelando una schiera di giovani urbanisti perfettamente preparati, consci di che cosa sia la sacra bellezza della maggior parte delle nostre città e capaci di armonizzare il nuovo con l'antico. Né si può dimenticare la fondazione delle città pontine e sarde, cui presto s'aggiungerà Aprilia, per testimoniare come, specialmente a Sabaudia, la preparazione urbanistica dei giovani architetti sappia prontamente dare ottimi esempi di quest'arte che deriva direttamente dalla tradizione dell'Impero romano. Così l'attività edilizia regolata dall'urbanistica, ha avuto un'influenza enorme sul nascere, sul crescere e sull'affermarsi dell'architettura italiana moderna, da troppo lungo tempo isterilita dalla vacua e retorica imitazione degli antichi stili. Recenti accanite polemiche si sono svolte liberamente mostrando quale fermento d'idee animi le nuove schiere degli architetti italiani in aperto contrasto con quelle zone grigie dei conservatori che per eccesso di prudenza e deficienza di ardire vorrebbero lenta evoluzione laddove si manifesta una necessità di rivoluzione. Il duce non esitò a schierarsi dalla parte dei giovani mostrando ancora una volta come l'Italia nuova non abbia timore di ardimenti, quando questi partano da una maturata coscienza e si mantengano in quel senso di misura e di equilibrio che è tradizione costante dello spirito italiano. Ciò che pochi anni or sono sembrava un sogno lontano, l'esistenza d'una viva e rinata architettura italiana moderna, oggi è una sicura realtà. Essa partecipa evidentemente al movimento mondiale, sorto dall'uso di nuovi metodi e di nuovi materiali della costruzione, ma accentua sempre meglio i lineamenti di una propria fisionomia non più adattandosi nella scolastica imitazione degli stili del passato, ma ispirandosi ad una continuità ideale della tradizione che non deve e non può essere dimenticata. Ormai in edifici pubblici, in quartieri e in case d'abitazione, in fabbriche dell'industria, in ville e villini, in aeroporti, stazioni, città universitarie, ospedali, stadi, palestre, scuole, case dei Fasci e dei Balilla, sempre più di frequente e dovunque si afferma l'architettura italiana rinnovata. Lo Stato vigila questo rifiorire, non soltanto coi propri organi del Ministero dei Lavori Pubblici e di quello dell'Educazione Nazionale, ma promovendo in larghissima misura i concorsi regolati dal Sindacato degli architetti, in modo che i termini del bando e i modi del giudizio abbiano ogni possibile garanzia di serietà e d'imparzialità. Nasce cioè dall'antichissima e sanissima istituzione italiana del concorso, caduta in discredito durante i tempi della democrazia elettorale, un automatico equilibrio delle varie tendenze portate al giudizio della pubblica gara. Nasce inoltre, per il fatto che i nostri architetti operano per la massima parte entro città il cui carattere è l'affermazione d'una lunga tradizione italiana, una necessità di intonare la moderna architettura a quel carattere, rievocato naturalmente nello spirito e non nelle forme accademicamente intese. Ormai si può dire che l'attività edilizia così largamente incoraggiata dal Fascismo in ogni parte d'Italia ha promosso un fervore creativo, una molteplicità di affermazioni, una verifica delle tendenze sotto l'impero delle esigenze della realtà, che sono i fattori determinanti d'una sempre più certa differenziazione dell'architettura moderna italiana da quelle degli altri paesi stranieri. Una recente disposizione tipicamente fascista ha stabilito che dalla somma totale necessaria per la costruzione di opere pubbliche sia prelevata una percentuale destinata a opere di decorazione e di arredamento di quel determinato edificio, in modo da dare lavoro a scultori, pittori, arredatori, così come si dà lavoro agli architetti. È il riconoscimento del principio per cui lo Stato non ritiene esaurita la sua funzione rispetto all'arte soltanto col promuovere e regolare le esposizioni, ma intende ristabilire in tutta la sua efficacia il fatto dell'ordinazione delle opere d'arte, oltre a quello dell'acquisto. Anche in questo lo Stato fascista si riallaccia ad una lunga, continua, gloriosa tradizione italiana. Nessun paese del mondo può mostrare una tanto nobile ed imponente moltitudine di opere d'arte create per la collettività dei cittadini in edifici pubblici d'ogni genere, quanta ne può mostrare l'Italia. Stato e Chiesa si son sempre serviti dell'arte come di una delle più alte ed efficaci manifestazioni della propria potenza e del proprio dominio a beneficio materiale e spirituale dei cittadini e dei fedeli, a cominciare da quando Roma madre piantava archi onorari e teatri, basiliche e terme, templi e stadi fino agli estremi confini dell'Impero e queste architetture ornava di statue e di affreschi, di rilievi e di mosaici. Proprio questa funzione pubblica dell'arte, così tipica della ininterrotta tradizione italiana, ha fatto sì che l'arte nostra non perdesse mai il suo profondo contenuto di umanità e la sua perfetta concordanza con la vita, evitando di cadere in astrattismi e in bizantinismi d'origine intellettuale destinati al godimento di pochi privilegiati oppure in quelle manifestazioni di gusto corrente e volgare che sono incoraggiate dal mercantilismo privato. Preparare il ritorno dell'arte a questa sua intima e necessaria comunicazione con la collettività dei cittadini è appunto compito dello Stato; e il Fascismo ha seguito questa via. D'altronde le attuali tendenze dell'arte italiana affermano sempre più il bisogno degli artisti di reagire contro l'impressionismo di marca straniera al quale gli artisti italiani dell'Ottocento avevano aderito per moventi analoghi a quelli che avevano determinato l'adesione della vita politica italiana ai principi della democrazia e del liberalismo originati dalla rivoluzione francese. E ciò aveva prodotto all'Italia, in arte come in politica, evidentissimi danni. Si vogliono invece oggi, con determinazione unanime, sebbene con libertà d'espressione dei vari temperamenti, rivalutare gli elementi più caratteristici dell'arte italiana di ogni secolo: composizione e ritmo, concretezza formale e senso spaziale, aderenza intima alla realtà e necessità di trasfigurarla. Si ritorna alle antiche tecniche della pittura, dall'affresco al mosaico, agli antichi temi della scultura, dalla statua al rilievo, per una necessità intima di ristabilire quell'unità delle arti, architettura, scultura e pittura, che è il vanto supremo della nostra tradizione. Insomma i bisogni ideali degli artisti, che nella necessità di reagire contro l'arte del periodo immediatamente precedente trovano la ragione stessa del riconoscere sé stessi in continuità di spirito con gli antenati, coincidono coi bisogni reali della Nazione che vuole apparire rinnovata anche attraverso le opere pubbliche che essa crea. Gli artisti chiedono lavoro, non beneficenza spicciola di sussidi o di acquisti; e lo Stato lo procura loro per il bene della collettività, affrontando magari immaturità, imperfezioni, errori inevitabili ed umani, poiché sa che con questo mezzo agisce sulla vita degli artisti e quindi indirettamente, col migliorare e disciplinare questa vita, sull'arte. Al tempo stesso lo Stato incoraggia, col proprio esempio, gli enti e i cittadini a rivolgersi con fiducia all'arte, come ad una delle necessità fondamentali del vivere civile. È inutile aggiungere che finora nulla di simile si è fatto e si fa all'estero nel campo delle relazioni fra Stato e arte, come recenti convegni e congressi internazionali hanno chiaramente dimostrato. Il Fascismo ha agito anche in un altro campo che ha strette attinenze con l'arte: quello delle industrie artistiche e dello artigianato. Una grande esposizione milanese, la Triennale dell'architettura e delle arti decorative, mostra periodicamente i progressi raggiunti, le posizioni conquistate. Quando fu fondato l'Ente nazionale per le piccole industrie e per l'artigianato, quando fu costituita la vasta e numerosa Corporazione artigiana era il caos più disperante, poiché si trattava di un mondo nel quale sembrava fatale il disordine dell'iniziativa individuale. Un inquadramento sindacale, un sistema di aiuti, sussidi, incoraggiamenti, suggerimenti, pubbliche mostre e gare, un lavoro paziente di disciplina e di persuasione, hanno trasformato la situazione, vincendo numerose difficoltà dipendenti dal periodo della crisi economica. Per quanto riguarda, nel complesso problema, specialmente l'arte, si è cercato di ristabilire i contatti fra artisti da un lato e artigiani e piccoli industriali dall'altro. Spessissimo dal centro si sono diramati, verso gli isolati che vivono lontani dal fervore della creazione artistica, disegni e modelli che gli artisti, in seguito a dirette commissioni o concorsi, avevano elaborato tenendo conto delle particolari esigenze della tecnica e dell'economia. Il connubio felicemente istituito nella Triennale milanese fra architettura e arti decorative ha stimolato le industrie e gli artigianali a rendersi conto delle esigenze delle abitazioni, dal mobilio alle stoffe, dai metalli alle ceramiche ed ai vetri, cercando nuovi materiali o nuovi usi di antichi materiali, obbedendo al gusto di semplificazione delle forme in obbedienza all'architettura, cercando di nobilitare col lato estetico il lato commerciale e contribuendo così grandemente ad un effettivo miglioramento del gusto. Il fatto stesso che un artigiano della Sicilia si senta affratellato all'artigiano del Veneto da vincoli corporativi, contribuisce all'unificazione ed all'aggiornamento del suo gusto, pur mantenendo libera la caratteristica e individuale capacità di creazione sua propria, l'aderenza ai bisogni della regione in cui opera. In un paese come l'Italia in cui la varietà di abitudini, di caratteristiche locali, di tradizioni è permanente da secoli, pur nella generale unità che rende riconoscibile un prodotto italiano da mille altri stranieri, il lavoro di coordinamento e di inquadramento delle piccole energie è particolarmente delicato e difficile per il rischio di distruggere quella stessa varietà nell'unità che è tipica nelle manifestazioni artistiche ed artigiane della nostra Patria. Perciò si deve fare molto assegnamento anche sulla riforma dell'insegnamento nelle scuole d'arte che è ormai matura, anche nei particolari. Essa parte dal principio di una graduale elevazione dell'istruzione dei giovani dal mestiere all'arte, dalle piccole alle grandi creazioni, senza perder di vista né l'addestramento tecnico generale e specifico di ogni arte, né le superiori esigenze dello spirito creativo. Si ritorna cioè, dopo gli errori dell'insegnamento accademico e dopo le deviazioni conseguenti al concetto della libertà assoluta che ha tanto incoraggiato il dilettantismo, a quel serio e severo e paziente addestramento dei giovani che era, nei più gloriosi tempi dell'arte italiana, l'indizio d'una coscienza artistica matura e che permetteva, a coloro che non riuscivano nell'arte, di ripiegare sul mestiere e di trovare in esso soddisfazione e sostentamento. Se si pensa alla falange di spostati che è uscita dalle Accademie di Belle Arti, appunto perché queste pretendevano di essere incubatrici di geni e non contemplavano il caso che i giovani da esse istruiti non riuscissero tali e quindi non sapessero come campare, si ha la misura del come lo Stato possa agire sulla vita artistica della Nazione, anche e specialmente attraverso le scuole d'arte. In queste pagine destinate ai giovani che intendono dedicarsi alla vita politica non si è parlato per proposito di questa o di quella tendenza d'arte. In uno Stato sano e ben costituito le varie tendenze non contano; conta la somma delle opere compiute in quanto interpretano i vari aspetti e le varie aspirazioni della vita della Nazione, contano le singole individualità degli artisti eccellenti in quanto sono tipiche e inconfondibili espressioni dell'indole della stirpe. Operando con circospezione, ma con decisione, inquadrando gli artisti nei sindacati, regolando le esposizioni, favorendo le opere pubbliche col concorso degli artisti, riordinando l'artigianato, preoccupandosi dell'istruzione nelle scuole d'arte, creando sopra tutto quell'aspirazione ideale e quel clima spirituale che sono il presupposto d'ogni nascere o rinascere dell'arte, il Fascismo ha assolto e continuamente assolve il proprio compito. Tutto ciò si andrà svolgendo, integrando, perfezionando, così come si lavora senza posa il buon terreno che deve dare l'abbondanza dei fiori e dei frutti. |