"I cinque colori accecano la vista dell'uomo.
Le cinque note musicali attutiscono l'udito dell'uomo.
Lao-tzu, Tao-te-ching
E' vano sperare che si possa raggiungere un vero
'in sé' musicale con manipolazioni basate sulla matematica. Non
è vero che si seguono le leggi della natura, come taluni affermano,
poiché quegli stessi ordinamenti del materiale che si atteggiano
cosmicamente sono un prodotto di attività umane (ed è il
caso dello stesso temperamento equabile e dell'uguaglianza delle ottave).
Ciecamente si innalza un prodotto del pensiero umano a fenomeno originario
e lo si adora: un autentico caso di feticismo.
T. W. Adorno, Dissonanzen
1. Il luogo specifico del nonsense
è l'arte, nei suoi molteplici aspetti. Essa è il momento
dell'essenzialità, del venir meno della teoria e della speculazione.
È il luogo del silenzio, in cui gli esorcisti della nudità
non si sono ancora spinti. E non è un caso che essi siano
così ostili all'arte e alla sua esuberante vitalità: infatti
si volgono ai concetti, a realtà esangui, prive di reale concretezza.
Gli esorcisti si comportano come i necrofili, i quali sono in grado di
far l'amore soltanto con i cadaveri, poiché la realtà viva
del corpo umano, con la sua rigogliosa sensualità, li scoraggia
e li intimidisce. L'arte è il luogo della vita e della 'spontaneità',
che i Taoisti chiamano tzu-jan. Il termine significa 'l'esser-proprio-così-del-sé';
esso implica una naturalezza e una libera espressione delle proprie qualità,
che il concetto soffocherebbe, mentre l'arte eleva nel modo più
compiuto.
Come fa l'arte a realizzare questa
concretezza, esasperando la nudità essenziale dell'esistenza? Per
rispondere alla questione dovrò addurre esempi specifici, cercando
di delineare un'estetica del nonsense, e richiamandomi a ciò che
il pensiero concettuale e necrofilo non riesce a cogliere.
Alla sfera artistica ci si è
rapportati in vari modi. Generalizzando, si può dire che in Occidente
l'arte si è concentrata sul senso, mentre in Oriente sembra essersi
basata proprio sulla sospensione del senso, nel tentativo di cogliere altre
dimensioni, più vive e vitali, dell'esistenza. La situazione artistica
ha così rispecchiato le diverse concezioni filosofiche dei due mondi:
da una parte, l'Occidente cristiano (cattolico e protestante), con la sua
ricerca del senso (ovvero: 'teologia'); dall'altra, l'Oriente, con la sua
insistenza sul vuoto e sul nudo. La prospettiva è volutamente schematica:
in Occidente, sono esistite notevoli eccezioni alla regola (si pensi all'atteggiamento
antispeculativo dei mistici, aperto alla vacuità; in primis, a Meister
Eckhart); in Oriente, non tutte le scuole filosofiche (indiane, cinesi
e giapponesi) si riconoscerebbero nel ruolo di promotrici del nonsense
.1
Nonostante ciò, questa contrapposizione
generica, riguardo al campo artistico, risulta abbastanza fondata, se si
escludono gli ultimi due secoli di storia. Attualmente, l'Oriente e l'Occidente
soggiacciono ad ampie contaminazioni: ciascuno s'è impadronito degli
schemi artistici dell'altro, nel tentativo di arricchire il proprio quadro
di riferimento culturale. Così, potrò richiamarmi sia all'Oriente
che all'Occidente: in entrambi gli ambiti cercherò di descrivere
le modalità d'un'arte che si consegna al nonsense.
2. Le arti giapponesi si prestano
particolarmente all'esemplificazione d'un'estetica del nonsense. Si consideri
la poesia, ambito in cui, con l'haiku, i giapponesi sono riusciti a ricreare
lo spirito della filosofia Zen2. L'haiku è un componimento di 17
sillabe (cadenza: 5/7/5),3 che verte per lo più su tematiche naturali
o stagionali, ma anche sulle creature dell'universo (gli animali, l'uomo,
ecc.). Dal punto di vista tematico e strutturale, l'haiku è estremamente
semplice. Ma questa semplicità è permeata da un acuto senso
di profondità, che i giapponesi chiamano yùgen . Il termine
è composto da due parole: yù e gen . Yù
significa 'vago', 'confuso', 'flebile', 'povero', 'nebbioso', 'indistinto';
gen significa: 'occulto' 'misterioso', 'oscuro'. Combinandosi, i due termini
vengono a significare: 'profondità misteriosa'. Essa non sarà
mai vagliata esaustivamente: dischiude al possibile, cioè al vuoto
e al nonsense, non essendo qualcosa che il pensiero concettuale riuscirebbe
a scandagliare.
Lo yùgen riguarda ciò
che ci è sempre vicino, ovvero lo stato naturale delle cose, il
vuoto disprezzato dai necrofili, i quali gli anteponevano i loro esangui
fantasmi concettuali. Ribadisco uno spunto essenziale della filosofia del
nonsense : le cose sono già note a tutti; si tratta soltanto di
guardarle senza la lente deformante del concetto e della teoria. Se solo
riusciamo a coltivare questo tipo di 'sguardo', attingeremo, in tutta la
sua portata, la spontaneità. Provando lo yùgen, scopriamo
di sapere già tutto, e di aver dimenticato questo tipo di consapevolezza
solo perché siamo stati condizionati dal pensiero, cioè dall'esorcismo
della nudità e dalla necrofilia teoretica. Lo yùgen non è
una forma di sapere esoterico, il quale ci catapulterebbe di nuovo nella
sfera del senso. La sua 'nebulosità' non svaluta la concretezza
del quotidiano: anzi, la valorizza enormemente.
"Commetteremmo un grave errore se scambiassimo questa nebulosità per qualcosa di empiricamente privo di valore o di significato per la nostra vita quotidiana. Si deve piuttosto ricordare che la Realtà, ovvero l'origine di tutte le cose, è una quantità ignota all'intelletto umano, ma che comunque possiamo sentirla nel modo più concreto."4
Queste parole del critico giapponese
D. T. Suzuki ci ricordano che il nonsense, in qualità di nudità
essenziale, può essere profondamente avvertito e sentito: ma non
nella sfera concettuale, che lo svilirebbe, bensì nella vita d'ogni
giorno. Il termine yùgen possiede una rilevanza pedagogica:
se s'attinge il quotidiano, che vi si cela dietro, la profondità
è totalmente svelata e il nonsense viene realizzato. Il termine
implica quindi una coincidentia oppositorum: il 'profondo' è l'abituale,
il 'misterioso' è l'ordinario o il quotidiano. S'attesta una trasparente
opacità, nei modi della nudità essenziale. Lo yùgen
può mostrarsi in ogni evento naturale (nel sole al tramonto, nel
volo delle anatre che escono da un banco di nebbia, nella caduta delle
foglie autunnali, ecc.), purché se ne colgano la spontaneità
e l'immediatezza, sospendendo la decodificazione del pensiero razionale,
rivolto alla ricerca del senso.
Lo yùgen domina la
sfera dell'haiku. Possiamo percepirlo nella seguente composizione di Bashò,
uno dei maestri del genere, pervasa di profonda semplicità:5
ume ga ka ni
" Al profumo dei pruni,
notto hi no deru
d'improvviso, appare il sole,
yama ji kana .
sul sentiero montano!"6
L'atmosfera evidenzia proprio un
momento particolare: il sole che fa capolino in un quadro spontaneo e naturale.
Di più non si può dire, essendo già il messaggio dell'haiku
- il nudo - veicolato dalla composizione stessa.7
Un altro esempio mostrerà
l'immediatezza dell'istante, a cui s'allude. Si tratta d'una composizione
di Chiyo-jo (1701-1775), poetessa di Kaga:
hototogisu
"Cucù,
hototogisu tote
come il verso del cucù,
akenikeri .
albeggia."8
Chiyo udì un cucù per
tutta la notte. Poi spuntò l'alba. Lei non fece altro che descrivere
la propria esperienza, a prescindere da qualsiasi fronzolo od ornamento
letterario.9 È questo lo yùgen, veicolato dall'haiku: la
ricerca del senso è messa tra parentesi;10 ogni espediente stilistico
viene accantonato, per porre in risalto l'unicità dell'esperienza,
la naturalezza d'una nudità esistenziale che, finalmente, può
essere avvertita. L'autore di haiku si cala nella stessa realtà
che descrive, e non è un osservatore distaccato che indugi alla
riflessione, sovrapponendo l'astrattezza concettuale al flusso delle cose.
Egli forma un tutt'uno con la natura. È questo il suo modo di aprirsi
al nudo.
Il poeta occidentale, in genere,
osserva 'dall'esterno' la situazione da descrivere, oggettivandola. Così,
prende corpo la distinzione soggetto/oggetto: il primo è l'autore
della composizione; l'altro è il contenuto lirico. Ogni situazione
discriminante, è noto, ripropone la ricerca del senso. Il poeta
occidentale è colui che deve delucidare l'esperienza, mentre il
poeta orientale ne prendeva semplicemente atto, finendo per immedesimarsi
totalmente nella scena da illustrare. In più, il primo è
l'osservatore privilegiato d'uno scenario, e crede di detenere i segreti
dell'espressione artistica. Viene così a determinarsi una netta
linea di demarcazione tra il lettore e l'autore, tra il creatore e il fruitore
dell'opera: s'impone la distinzione soggetto/oggetto, e quindi la ricerca
del senso delle cose. Colui che non abbia appreso la tecnica compositiva
si trova in condizione di inferiorità: gli viene prospettata la
necessità di perseguire il senso, cioè di studiare la produzione
poetica per carpirne i segreti. Si ripresenta la separazione tra i produttori
del senso e coloro che vengono ipnotizzati a ricercarlo: a ben vedere,
si tratta sempre dell'esorcismo della nudità.
Nell'haiku il dualismo autore/lettore
viene a cadere: leggendo un haiku si è invitati a comporne, sollecitati
dalla sua semplicità espressiva. Come ha notato R. Barthes, nel
suoL'empire des signes, l'haiku avrebbe
"una proprietà un poco fantasmagorica: per cui ci si immagina sempre di poterne comporre da sé con facilità."11
Coloro che sono stimolati a produrre
haiku non considerano più l'autore della composizione un modello
irraggiungibile, bensì vengono esortati a imitarlo. Beninteso, anche
la produzione di haiku richiede una certa abilità: secondo me, l'unico
requisito autentico è però l'apertura al nonsense, la percezione
della nudità esistenziale.12 Finché si cerca il senso del
mondo è impossibile comporre haiku, o goderne.
Si considerino le tendenze letterarie
che in Occidente sembrano muoversi in una direzione affine all'haiku: il
crepuscolarismo e l'ermetismo. Anche i crepuscolari sono molto attenti
agli eventi naturali e ai dettagli d'un particolare scenario (è
importante che sia proprio quello e non un altro). Il loro programma
poetico, però, è filtrato da una mentalità tesa ad
attingere il senso del reale, la quale non sa rinunciare ad atavismi speculativi
di remota origine, retaggio d'un'eredità greca in cui la sofía,
la conoscenza, era l'ambito da valorizzare.
In questo quadro, per esempio, si
inserisce il Moretti di Che vale ?:
"Non ci sono luci né ombre:
il grigio, il grigio che incombe
sui cuori e un tarlo: la noia."13
Il contesto è minimale, come
quello dell'haiku: scenario semplice e descrizione scarna. Tuttavia, la
riflessione del poeta fa apertamente capolino, enfatizzando la noia e il
grigiore dell'esistenza, qualcosa su cui l'haiku non si pronuncerebbe mai,
poiché ciò equivarrebbe a definire la vita, sovrapponendo
al nonsense la sfera concettuale. Se i poeti haiku affermassero che
l'esistenza è noiosa, non farebbero altro che etichettarla, alimentando
la ricerca del senso.14 Anche nelle frange migliori del crepuscolarismo
s'avverte una 'retorica negazione della retorica'15, in base alla quale
non si sa rinunciare alla tentazione (tipicamente necrofila) di giudicare
e classificare la vita.16
Si potrebbero addurre moltissimi
esempi dell'impossibilità di attingere l'apertura al nudo, che è
invece alla portata del descrittivismo dell'haiku. Anche quando i crepuscolari
inclinano al descrittivismo, nel tentativo di evitare l'intrusione del
poeta nella composizione, e cercano di cancellare le riflessioni del soggetto
in merito all'esperienza, è solo una piattezza impoetica che prende
corpo. È la mancanza di liricità dell'elenco, la sua aridità,
che si può constatare.
"Finestre cieche. Paraventi chiusi.
Tavoli zoppi. Mobili incantati.
Mummie di fiori. Teschi di bambini..."17
Questo frammento d'una composizione di Valsecchi è molto eloquente. Riguardo all'apertura alla nudità, esso non può certo reggere il confronto con il seguente haiku di Onitsura (nato nel 1660), di ben altra levatura descrittiva:
tobu ayu no
"Guizza la trota;
siko ni kumo yuku
sul fondale scorrono
nagare kana .
le nuvole."18
E anche l'ermetismo, incline alla
sinteticità, nel tentativo di cogliere l'immediatezza e la spontaneità
della vita resta prigioniero della mentalità occidentale, protesa
alla ricerca del senso. La poesia di Ungaretti, che rappresenta forse il
prodotto più elevato dell'ermetismo, esemplifica questo aspetto:
nell'espressione "m'illumino d'immenso", il poeta dimostra di soggiacere
alla riflessione, sforzandosi di render conto, una volta per tutte, della
qualità dell'esistenza, che viene definita con un termine unico.
Viene così riprodotto, in altre modalità, il delirio di onnipotenza
del sistematico, il quale formula un principio primo, e crede che vi si
possa compendiare il mondo.19
3. Nell'haiku è sempre accentuato
l'interesse per le cose naturali, che i cinesi chiamano wan-wu ('le
diecimila cose'). Poiché quest'ottica valorizza i molteplici aspetti
del quotidiano, nessun elemento può essere considerato indegno di
figurare nella composizione poetica. In effetti esistono haiku che trattano
di formiche, ragni, cicale, lucciole, ecc.; in breve, di ogni creatura
dell'universo, la quale, benché minuta, non è certo meno
importante d'un'altra.20 Nell'haiku il centro del cosmo è ovunque,
in ogni aspetto della totalità. Ogni elemento è rilevante
di per sé, non essendoci, in questo mondo, né protagonisti
né comprimari. Proviamo così un gusto che non pensavamo più
di possedere, che era andato perduto, e godiamo dell'insignificante e dell'ordinario.
È il nonsense a tornare prepotentemente sulla scena.
I poeti nipponici, nell'haiku, parlano
anche dell'uomo, senza però indulgere all'introversione sterile,
tipica delle succitate correnti letterarie occidentali. Nell'haiku l'uomo
è un soggetto non individualizzato: la descrizione minuta di eventi
personali (nascita, morte, malattia, ecc.) viene espressa in un biografismo
cronachistico essenziale, che non cede mai all'autocompiacimento o alla
riflessione. L'essere umano non riflette sulla propria esistenza, e si
riconosce nudo e vuoto.
Ciò risulta dai seguenti
haiku di Issa:21
ware ueshi
"Tra i pini già piantati,
matsu mo oi keri
anch'io sono vecchio:
aki no kure .
crepuscolo autunnale."22
kore ga ma
"E' proprio questa
tsui no sumika ka
la mia ultima dimora,
yuki goshaku .
cinque piedi di neve?"23
Questi haiku sono estremamente concisi: l'autore inserisce nella breve struttura sillabica 5/7/5 tutte le proprie sensazioni. Il contesto, breve ed essenziale, le valorizzerà ad libitum, come espressione d'una naturalezza su cui sarebbe erroneo insistere o indugiare. In effetti, il commento d'un haiku è impossibile: poiché nella composizione è già insito l'intero universo nonsensical, qualsiasi esegesi non potrebbe che invalidarne le componenti nude, riconducendo violentemente alla ricerca del senso. I commentatori d'un haiku non fanno altro che ripetere le parole del poeta. Cosa dire di questo haiku, del contemporaneo Y. Seishi, che è già completo nella sua espressione della nudità? Un commento non potrebbe che danneggiarlo.
shojo taru
""Ragazza felice di trovarsi così,
yorokobi haru no
ad occhi chiusi
hi ni metsumuru .
in un giorno primaverile."24
Il mondo della ragazza è tutto lì, fino a confondersi col giorno e la stagione: il quadro è denso d'una mirabile compiutezza espressiva. A questo punto, non c'è altro da aggiungere.
4. Mi sono dilungato sull'haiku proprio
perché esso rappresenta un chiaro esempio di arte del nonsense,
e rivela i multiformi aspetti della nudità. Mi volgo ora ad altre
arti, cercando di esaminare come questi stessi aspetti vi si manifestino.
La concisione è la componente
essenziale dell'haiku. Anche la filosofia del nonsense dev'essere
concisa: deve fondarsi su un'economia verbale, in quanto, se il suo discorso
fosse più articolato, rischierebbe di soggiacere al senso.25 La
sinteticità dell'haiku permette di mostrare la nudità della
realtà, che può risaltare meglio in uno scenario limitato,
un quadro disadorno e minimale. La parola, che qui fa capolino, si staglia
su uno sfondo che le conferisce un altissimo valore, nella perfetta convivenza
del silenzio e dell'espressività. Così, poiché sulla
realtà non c'è molto da dire, ben venga la concisione dell'arte,
e della filosofia, del nonsense !
Con la sua abituale lucidità,
Wittgenstein definì la condizione ideale della produzione artistica,
in quest'annotazione del periodo 1932-34:
"in arte è difficile dire qualcosa che sia altrettanto buono del non dire niente."26
L'haiku mi sembra l'esempio mirabile
d'un'arte che non dice niente - in quanto il dire riporterebbe al senso
-, e tuttavia ha molto da offrire, poich&é porge la nudità
(o shùnyatà buddhista). La concisione è un espediente
idoneo a svolgere questo compito.
Essa può essere riscontrata
anche in altri settori dell'arte giapponese: per esempio, nella pittura
sumie . In questo caso, l'economia dei tratti di pennello è uno
strumento creativo di primaria importanza.
"Il pittore deve eliminare dal suo disegno tutti gli elementi non essenziali usando un minimo di pennellate e risparmiando l'inchiostro nei limiti del possibile."27
Come se, nel tentativo di ritrarre
il nonsense, ossia 'ciò che non può essere ritratto', il
pittore manifestasse un timore reverenziale, e l'approccio ottimale consistesse
obbligatoriamente nella brevità, la concisione e l'economia. Si
esprime così la convinzione, tipicamente nipponica, che uno sforzo
ulteriore e una più intensa accentuazione del tratto farebbero perdere
di vista lo yùgen, ossia, nei miei termini, la nudità dell'universo.
Da questo punto di vista, esistono
vistose differenze tra i pittori occidentali e orientali. I primi (per
esempio, Raffaello o Michelangelo) tendono a 'riempire lo spazio', credendo
che la realtà sia totalmente decodificabile, e quindi vada 'riempita',
cioè 'coperta' o 'capita' in ogni aspetto. Essi emulano i metafisici
occidentali, i quali, con i loro sistemi, pretendono di decodificarla completamente,
non lasciando niente di insoluto (nella loro ricerca del senso i razionalisti
esorcizzano le eventuali carenze e i vuoti del pensiero, ovvero ciò
che non si inserisce negli schemi precostituiti, finendo così per
negare la realtà viva delle cose). I pittori occidentali mirano
a impadronirsi dello spazio: secondo il miglior stile rinascimentale, ogni
sezione del quadro è riempita di 'colore'. Essi pensano d'aver dominato
lo spazio, mentre i metafisici, per altri versi, con le loro fredde
creazioni concettuali pensano d'aver dominato la realtà. I pittori
occidentali violentano la fisicità dello spazio, sforzandosi di
renderlo armonico, cioè completamente 'pieno': tentano di eliminare
tutti i vuoti, ossia gli interstizi tra le cose.28
I pittori giapponesi (influenzati
dall'arte cinese) aderiscono invece a un'economia espressiva basilare.
Secondo loro lo spazio non va né colmato, né riempito - è
assurdo pensare di poterlo dominare -, bensì è spesso lasciato
tale e quale, ossia 'vuoto' (='bianco'). La pittura non è
più, a questo punto, una mera descrizione della realtà, ma
assurge a caratterizzazione del 'vuoto' (sanscr.: shùnyatà;
giapp.: kù), per esprimere la questione nei termini del Buddhismo
Mahàyàna.
Il culmine del processo creativo
si attinge nella cosiddetta 'iscrizione su carta bianca' (haku shi san):
la parte superiore di un foglio reca alcuni versi, destinati a illustrare
l'essenza di un dipinto che, nelle aspettative ma non nella realtà,
dovrebbe trovarsi nella parte inferiore.29 Così, il principio estetico
dell'apertura al vuoto è spinto alle estreme conseguenze. In questa
situazione è impossibile occultare il vuoto, ossia il nonsense :
la pittura che nega se stessa, come l'haku shi san, o che valorizza gli
spazi tra gli oggetti, riesce ad aprirsi al baratro e all'assoluta trasparenza
della nudità, accettandola. Si procede verso un'arte sempre meno
prolissa e assertoria: essa s'attesta come luogo del nudo, poiché
non dice niente, eppure questo niente esprime la totalità
dell'universo (come già nell'haiku).
Non è facile aderire all'arte
del nonsense : coloro che non l'abbiano assimilata non riuscirebbero a
produrre alcunché in questo campo. Questo principio è illustrato
dal seguente aneddoto, relativo a un famoso pittore giapponese.
"Una volta a Ike no Taiga (1723-1776), un notevole pittore giapponese del periodo Edo, fu chiesto: "Cosa trovi più difficile nella pittura?" La sua risposta fu: "disegnare uno spazio bianco in cui non sia raffigurato assolutamente nulla - ecco la cosa più difficile da realizzare nella pittura."30
Quest'attitudine artistica è
difficile da adottare, poiché comporta uno 'svuotamento' mentale,
cioè la totale soppressione dei concetti. Si dovrebbe tornare alla
condizione del bambino,31 il quale è artista per eccellenza, senza
aver mai imparato i princìpi dell'arte: infatti, non si può
imparare ciò che già si conosce. Da questo punto di vista,
gli ambiti gnoseologici ed estetici della filosofia del nonsense
procedono di pari passo: è al fanciullo che si torna.
La condizione del bambino, attonito
e pieno di stupore nel contatto col mondo, è stata presentata anche
dai pittori occidentali contemporanei, i quali hanno rivisto il rapporto
con lo spazio, in una netta direzione 'orientale'. Basti pensare a P. Klee
o a J. Miró, che recuperano vistosamente aspetti naïf, retrocedendo
verso l'Origine, la condizione di ying-erh ('lattante') tesaurizzata dal
Taoismo.
Moltissimi quadri della produzione
di Klee sono da considerare in quest'ottica. Dovendo compiere una selezione,
per esigenze di spazio (e invitando il lettore alla diretta, doverosa osservazione),
mi posso richiamare alle seguenti opere: Immagine d'una città
(acquarello del 1921), Un viso anche del corpo (composizione a colla
e olio del 1939), e Diciassette, matto (inchiostro e acquarello del 1923).
Nel primo quadro viene ridefinito il rapporto con lo spazio, che non è
più riempito in maniera angosciante o dominatrice, come invece avveniva
nella pittura rinascimentale. Nel secondo, oltre a rivalutare in altro
ambito il predetto spunto, Klee tratteggia un viso come lo disegnerebbe
un bimbo, con una semplicità venata di yùgen. Nel terzo,
infine, la nudità essenziale viene evocata da una cifra (che compare
nel titolo) e da alcune frecce, le quali in realtà non sembrano
indicare nulla di specifico, in quanto il quadro potrebbe essere osservato
in ogni direzione, e capovolto a piacere. Nessun elemento dell'opera può
essere privilegiato, imponendosi sugli altri (aspetto tipico della migliore
arte pittorica, o poetica, giapponese).
Dal punto di vista dell'apertura
alla nudità, analoghe considerazioni valgono per i quadri di Miró.
Si considerino opere come Personaggi ritmici (olio su tela del 1934) e
Il bell'uccello rivela l'ignoto a una coppia d'amanti (guazzo del
1941). In entrambe viene ridefinito il rapporto del pittore occidentale
con lo spazio. Gli interstizi tra gli oggetti, nel tentativo di esaltare
il vuoto, vengono rivalutati e il tratto risulta tipicamente infantile.
S'allude così a una condizione naïf, in cui ci si meraviglia
d'un'esistenza trasparente e nonsensical. Bastino questi pochi esempi per
mostrare in che misura sia avvenuta nell'arte occidentale una mutazione
di paradigma, decisamente in direzione del nonsense, rispetto ai canoni
tesaurizzati da secoli.32
Anche nell'ambito figurativo, come
in quello poetico, l'arte del nonsense procede verso il 'non espresso',
ben consapevole che ogni tentativo di sovrapporre un contenuto alla nudità
dell'esistenza significherebbe tradirla. In Oriente certi artisti hanno
dischiuso importanti orizzonti, poi tesaurizzati da altri: si è
capito che è meglio 'non dire', cioè valorizzare la concisione.
Se il mondo è nonsense, quanto più se ne parla, tanto più
se ne fraintende lo spirito. Con queste premesse, l'arte dovrà essere
concisa.
In quali termini è possibile
parlare del nonsense ? Il discorso sul nonsense è simile a
una zattera: la si usa per arrivare da qualche parte, poi la si accantona
(cfr. il cap. IV). Nella stessa prospettiva, si possono scrivere haiku
o dipingere quadri che ci aprano alla nudità. La produzione (e la
fruizione) dell'opera d'arte può essere un utile espediente, purché,
per suo tramite, s'attinga veramente il nonsense .
5. Fin qui ho considerato i settori
artistici in cui, apparentemente, sembra sussistere una relativa apertura
al senso. Se però li si considera più a fondo, si capisce
che essi escludono decisamente la significanza (meaning), per lasciar posto
alla nudità essenziale. È questo il caso dell'haiku, paradigma
della trasparenza poetica: qui ogni elemento acquista lo spessore
del nonsense, in un universo che non privilegia alcunché. Ed è
anche il caso della pittura orientale e occidentale, nelle frange che ridefiniscono
il concetto di 'spazio', indulgendo a concessioni naïf, nel tentativo
di riprodurre la condizione infantile di stupore e meraviglia nei confronti
del mondo naturale.
In poesia e in pittura, peraltro,
si celava ancora il pericolo di una metaforizzazione provvisoria, di una
riproposta del senso. Nell'haiku si rischiava di soggiacere alle tentazioni
del linguaggio, perseguendo un significato simbolico; nelle arti figurative
(discorso da estendere alla scultura e all'architettura), ugualmente, si
poteva cogliere l'oggetto in prospettiva simbolica, esponendosi a un'ermeneutica
interpretativa. Ma certi pericoli erano più apparenti che reali,
proprio perché i modelli proposti (l'haiku, i quadri di Klee e di
Miró, e la cosiddetta 'iscrizione su carta bianca') eludevano, a
una più attenta considerazione, la ricerca del senso. Inoltre, non
appena il commento cercava di penetrarli più a fondo rischiava subito
di smarrirne il senso, tipicamente nonsensical. E comunque, in un altro
ambito il pericolo di esporsi al senso è ancora più lieve:
mi riferisco alla musica, arte sovrana dell'estetica del nonsense, in cui
la nudità dell'esistenza appare in tutta la sua 'vacuità'
(sanscr.: shùnyatà ).
Gli elementi nonsensical delle
altre arti, oltre a essere esasperati, vengono sublimati nella musica,
attraverso le peculiarità d'un linguaggio che si interdice la metafora
e la simbolizzazione. Non si può escludere, naturalmente, che la
musica possa occasionalmente prestarsi alla simbolizzazione; tuttavia la
sua sfera è, per vocazione, antisimbolica. Un'osservazione wittgensteiniana,
nella seconda parte delle Philosophische Bemerkungen, supporta queste convinzioni.
"In un discorso su argomenti estetici, mi accade di usare le parole: "devi vederlo così ; è così che è inteso" [...] devi sentire questa battuta come un'introduzione".33
E poi il discorso centra il punto
essenziale: ogni percezione è un'interpretazione, con la quale si
conferisce un senso specifico a qualcosa. La motivazione ultima del fenomeno
è riconducibile ai giochi linguistici (language games). Per ciò
che ora mi interessa notare, il fatto che una certa battuta debba essere
sentita come un'introduzione, nelle intenzioni del compositore, fa parte
del gioco linguistico, ossia non corrisponde a una situazione naturale,
già data, che debba essere proprio così.
Il gioco linguistico spinge al relativismo,
e scoraggia l'assolutismo. Non esiste un senso assegnato una volta per
tutte, come invece vorrebbero gli esorcisti della nudità: esso è
stabilito dalle regole del gioco. È puramente arbitrario sostenere
che una certa sequenza di battute debba essere sentita come un' ouverture,
ossia indicativa d'un preludio. Le battute non hanno senso, a prescindere
dai giochi linguistici in cui le si colloca. Sono gli esorcisti della nudità
a farci credere che la musica persegua una finalità ben precisa,
e che certe sequenze debbano essere intese come preparatorie. In realtà,
non esistono 'battute preparatorie' in assoluto: sono soltanto i giochi
linguistici a renderle tali. È la nostra assuefazione ai modelli
d'una tradizione musicale ben determinata a farcele considerare 'preparatorie',
poiché il nostro giudizio è condizionato dall'adesione a
un modello, nel riconoscimento d'uno stile. Ma non esiste una tradizione
'assoluta'.
La natura artificiosa dell'esegesi
praticata dagli esorcisti della nudità si evidenzia di più
nel caso della musica, poiché questa, rispetto alle altre arti,
è meno dipendente dal linguaggio verbale.34 In quest'ambito la metaforizzazione
e la dipendenza dalle parole si riducono ulteriormente, ed è per
questo che la musica si colloca di diritto ai vertici d'una filosofia del
nonsense, che tende a mostrare (zeigen) più che a dire
(sagen).35
Gli esorcisti della nudità,
necrofili e amanti della teoria, si trovano a mal partito quando si scontrano
con la musica: d'un quadro si può dire, in genere, cosa simbolizza,
mentre il tessuto musicale recalcitra a essere imbrigliato nelle maglie
d'una visione organica e sistematica della vita. Il flusso di note, infatti,
fa corpo col flusso naturale delle cose: manca una direzione ultima cui
tendere.
Naturalmente, c'è musica
e musica: alcune tendenze musicali hanno perseguito il nonsense, dando
voce alla nudità, e altre se ne sono distaccate, codificando un
linguaggio che, come sistema di segni, rappresenta l'equivalente degli
schemi del teoreta necrofilo (da cui la ricaduta nel senso). Fino a un
certo periodo, la musica occidentale sembrava proprio procedere in quest'ultima
direzione. Con il ritorno alla tonica, che suggellava qualsiasi composizione,
si ossequiava il senso, nel rispetto di un codice rigorosamente prefissato
che impediva alla nudità di manifestarsi. La forma-sonata, nelle
sue trasformazioni, ha sbarrato per secoli la via alla creatività:
imponendo l'adozione di certi canoni, ha perseguito il senso (enfatizzando,
per esempio, l'esigenza della modulazione dalla tonica alla dominante).
Tutto ciò che travalicava
il codice è stato considerato nonsenso, nell'accezione più
dispregiativa del termine. Questa situazione ermeneutica ha dominato la
musica per parecchi secoli, mentre in pittura, ugualmente, sono stati imposti
determinati canoni (per esempio, la manipolazione dello spazio). In musica
s'è cercato di attingere l'ordine, la perfezione e l'armonia (la
composizione bachiana risulta rigorosamente 'matematica'),36 a scapito
della contraddizione e dell'assurdità esistenziale, variamente
esorcizzate.
L'atteggiamento del compositore
può essere paragonato a quello del sistematico: entrambi cercano
di tappare le falle dei propri schemi, per sopprimere tutto ciò
che non vi rientra, ovvero il disarmonico e il contraddittorio. Il compositore
'matematico' e 'meccanico' (in quanto aderisce pedissequamente a uno schema)
è un sistematico, poiché sa già quali realtà
ossequiare e quali trascurare: tiene in gran considerazione il bello e
l'armonico, ed esclude per principio tutto ciò che è asimmetrico
o sgradevole.37 Nella Storia della musica, per enfatizzare anche questi
altri aspetti si dovrà attendere gli equivalenti, quanto a carica
distruttiva, di personaggi come Nietzsche o Wittgenstein.
Non è un caso che la musica
occidentale abbia imboccato un vicolo cieco, ponendosi l'esigenza di elaborare
il proprio linguaggio in modo meccanico e matematico. Nell'arco di pochi
secoli, s'è ben presto rivelata la limitazione d'una tale prospettiva.
Persino gli spiriti che si sono proposti di debordare lo schema (tra i
quali Schönberg, il geniale inventore della dodecafonia) si sono invischiati
negli stessi canoni che pretendevano di minare. Finché si sono limitati
ad attingere alla tradizione musicale dell'Occidente, essi non hanno potuto
trovare nulla che potesse aiutarli, poiché questa è protesa
alla ricerca del senso.
Schönberg ha spinto alle estreme
conseguenze il processo di meccanizzazione e matematicizzazione della musica.
Le potenzialità d'una composizione dodecafonica, ancorché
molto ampie, a causa dell'estensione dello schema, attingono pur sempre
a modelli limitati di riferimento, mentre il compositore s'impegna a tavolino,
isolandosi dall'universo sonoro e immergendosi in aridi calcoli matematici
- vale a dire, sempre nella ricerca del ssenso. Questi s'illude, riducendo
la musica a matematica, di essere riuscito a conferire un senso all'esistenza.
Ma la sua impotenza artistica ne attesta il fallimento, e il nonsense
continua a irriderne gli sforzi.
Sarà soltanto in seguito
che si apriranno veramente nuove piste, grazie al fecondo apporto degli
stilemi della musica orientale. Infatti, ogni volta che l'arte occidentale
s'è contaminata con quella orientale, s'è realizzato uno
scambio assai creativo e stimolante, nella tesaurizzazione del nonsense.
J. Machlis, autore della monumentale
Introduction to Contemporary Music, sintetizza nei seguenti termini la
differenza tra la musica occidentale e orientale, relativamente ai loro
influssi sul compositore americano contemporaneo.
"L'impiego d'un'accentuazione regolare è stato un elemento fondamentale, nel senso che il movimento ininterrotto verso uno scopo ha caratterizzato la musica occidentale per gran parte della sua storia, e questo senso esprime sicuramente qualcosa di fondamentale a proposito della visione del mondo dell'uomo occidentale. Il carattere statico d'una musica priva d'accenti ha invece molto in comune con altre culture, soprattutto con quelle dell'Oriente, e non sorprende il fatto che molti dei compositori alla ricerca di questo carattere nella loro musica sono allo stesso tempo molto influenzati dalle modalità di pensiero e di comportamento orientali [tutti i corsivi sono miei]."38
Machlis ci ricorda che la maggior
parte dei compositori occidentali, nella creazione dei brani, ha perseguito
uno scopo o una teleologia. Questi artisti hanno creduto all'esistenza
d'una rigorosa concatenazione di cause ed effetti nella sfera musicale.
Si è così prodotto un sistema di riferimento, secondo il
quale una certa battuta doveva essere sentita come introduttiva, un'altra
come conclusiva, ecc. La composizione era l'equivalente, in piccolo, di
un sistema filosofico: soggiaceva al principio di causa e a una certa coerenza
interna, a una tensione predeterminata (attraverso le varie modulazioni
armoniche), e a una finalità ultima (suggellata dal ritorno alla
tonica).
D'altra parte, la situazione della
musica contemporanea, grazie all'influsso vitale dell'Oriente, risulta
profondamente diversa. Nella musica orientale, soprattutto nelle aree sino-giapponesi
e indo-tibetane, compositori ed esecutori non seguono una direzione rigorosamente
predeterminata. In che senso? In primo luogo, essi tendono a scambiarsi
i ruoli, poiché l'improvvisazione diviene l'elemento trainante39.
In secondo luogo, lo schema risulta più elastico: i suoni si susseguono,
semplicemente. Gli aspetti accidentali o sgradevoli dell'esecuzione/composizione
non vengono accantonati, come invece avveniva nella musica 'matematica'
occidentale.
Ovviamente, anche la musica orientale
possiede le proprie strutture; si basa sui modi e sui processi seriali,
anziché sulle 'scale' occidentali. Tuttavia, queste strutture sono
corroborate dall'improvvisazione: non ci si preoccupa che una melodia o,
in genere, un certo sviluppo della composizione debbano necessariamente
evidenziarsi. Ogni nota esprime il mondo, e non ha senso, a prescindere
da se stessa.
Viene così esibita una nudità
che il compositore occidentale aveva occultato. Questi aveva indicato a
priori come andava intesa una determinata concatenazione di note, secondo
i dettami e i canoni del sistema tonale. Il suo terrorismo ideologico risulta
affine a quello del filosofo sistematico, secondo il quale la razionalità
e la logica aristotelica sono le chiavi del mondo, che tutti devono accettare
come tali.
Machlis ha inoltre messo in luce
la mancanza d'accenti della musica orientale. La funzione di quest'espediente
consiste nell'evitare che una nota possa elevarsi sulle altre: nell'ambito
sonoro, non esistono gerarchie o privilegi; è il flusso ciò
che conta. L'Oriente ha preferito il sistema modale, anziché quello
tonale, poiché in quest'ambito certe esigenze musicali potevano
essere soddisfatte.40
Nella musica indiana, soprattutto
nei rŸga, è la singola nota a fungere da centro tonale. Ma non per
questo viene invalidata l'esigenza di una struttura sonora non gerarchica:
se lo sviluppo dell'improvvisazione, infatti, dovesse sospingere i suoni
nell'ambito d'un altro centro tonale, quest'ultimo tenderebbe naturalmente
a imporsi. Non esiste una gerarchia imposta dall'esterno, in virtù
di princìpi strutturali o di canoni tradizionali, a cui il materiale
musicale dovrebbe conformarsi. Ogni volta che la musica improvvisata occidentale
ha avuto un buon riscontro, risultando meno prevedibile e scontata, è
perché ha fatto propri gli assunti e gli stilemi dei sistemi orientali,
rendendosi disponibile alla modalità.
Dal punto di vista dell'apertura
al nudo, l'importanza della musica orientale è enorme. In primo
luogo, essa non è caratterizzata dall'attenzione per lo scopo. Il
che è stato ampiamente riconosciuto, e tesaurizzato, da tutti i
compositori più sensibili nei confronti della cultura orientale.41
In quest'ambito, a J. Cage (a modo suo, allievo di Schönberg) spetta
sicuramente una posizione di primissimo piano. Ne illustrerò dunque
brevemente la concezione estetica, enfatizzando che la valorizzazione degli
stilemi orientali è stata determinata dal suo interesse per il nonsense
.
Cage riconosce esplicitamente che
"i suoni che l'orecchio può sentire possono essere musica [..]: per essere goduti, non hanno bisogno di avere uno scopo"42.
Secondo lui, è questa l'origine
della musica: grida casuali, colpi, richiami e altri rumori nonsensical.
Dopo un certo periodo, piuttosto lungo, si sono consolidati alcuni canoni
compositivi, i quali hanno dettato legge in campo musicale. Certi aspetti
del flusso sonoro sono stati privilegiati, a esclusione di altri;
la musica occidentale ha preferito incanalare i suoni secondo strutture
razionali e prevedibili, in modo da ottenere l'opera d'arte: nient'altro
che la precisa e puntuale applicazione delle regole.43
Cage rinuncia agli abituali procedimenti
compositivi della musica occidentale, per aderire a una sorta di 'taoismo
sonoro', in cui 'si lasciano essere i suoni',44 anziché preoccuparsi
dell'esito delle loro combinazioni. In questo modo egli si apre al nonsense,
sforzandosi di porre sullo stesso piano tutte le altezze tonali, senza
privilegiarne alcuna. Anche nell'haiku il poeta conferiva la medesima dignità
a tutte le creature del mondo, astenendosi dal preferirne alcuna.
L'universo è semplicemente,
è sonoro -45 sembra dire Cage, pur non conferendo alcun senso all'esistenza.
Il suono è soltanto una metafora del nonsense. Cage riconosce che
le cose sono proprio come sono, e dunque il compositore non deve sforzarsi
di organizzarle, dando loro un senso. Questo, se si vuole, è dato
dalle cose stesse, che si trovano ammassate in un nudo universo sonoro:
privilegiandone una qualsiasi, la totalità del vuoto verrebbe sminuita.
Cage sviluppa ulteriormente questo
tema.
"Qual è lo scopo di scrivere musica? Un primo scopo è, naturalmente, non avere nessuno scopo, ma occuparsi dei suoni. Oppure, la risposta può assumere forma paradossale: una mancanza di propositi voluta di proposito, o un gioco, senza proposito alcuno. Questo gioco, tuttavia, è un'attestazione di vita: non un tentativo di trarre ordine dal caos né di suggerire progressi creativi, ma semplicemente un modo di risvegliarci a quella stessa vita che stiamo vivendo, e che è una vita tanto straordinaria, purché si riesca ad espellerne la mente e i desideri e a lasciare che agisca come vuole."46
L'unico modo di lasciar essere la nudità
consiste nel sospendere la pretesa del senso, rinunciando a sovrapporre
uno schema arbitrario all'arte e alla vita. Cage è taoista perché
lascia essere ciò che è . In questo modo si apre alla
nudità, senza indicare alcun programma.
Il razionalista necrofilo, che odia
il flusso vitale, potrebbe tacciare Cage di incoerenza, per rammentargli
che l'assenza di scopo è pur sempre uno scopo. Poiché ho
già avuto a che fare con un simile interlocutore, che è stato
redarguito nei capitoli precedenti, non mi pare opportuno prestargli altra
attenzione. Lo invito soltanto a rileggere le mie osservazioni sulla sua
presunta confutazione dello scettico, affinché possa applicarle
al problema in questione. Potrà così notare che la sua critica
non intacca affatto la posizione di Cage, non cogliendone lo spirito. Il
compositore americano si volge alla straripante ricchezza dell'universo,
in cui i suoni risultano già organizzati da sempre - 'bene' o 'male'
non sta al musicista dirlo. Egli si limita a prendere atto della loro esistenza
in un universo nonsensical, grazie al quale essi sono proprio ciò
che sono, e nient'altro.
Per concludere, c'è soltanto
un modo per comporre musica e ottenere una certa continuità strutturale.
"Domanda: "in che modo si può
ottenere una continuità [nella composizione musicale]?
Risposta: "[...] Non preoccupandosene
minimamente."47
Cage subisce direttamente l'influsso
del pensiero orientale, lasciando essere le cose e i suoni come sono, senza
pretendere di dominarli o condizionarli. I suoi procedimenti compositivi
risentono del wei-wu-wei ('azione senza azione') taoista. Cage, al
pari del compositore giapponese di haiku, si limita a descrivere un processo
in atto (sonoro, in questo caso), senza sovrapporgli nulla. La sovrapposizione
ricondurrebbe infatti all'orbita del senso, e ciò dev'essere accuratamente
evitato, se si vuole prestare veramente attenzione al flusso delle cose.
Questo discorso può essere
applicato ad altri compositori, nel solito tentativo di rendere conto d'un'arte
improntata ai princìpi del nonsense, e modellata su stilemi orientali
o i cui tratti siano comunque compatibili con essi. A questo riguardo,
si tratta di mettere in luce il valore dello spazio e del vuoto, già
indicato in poesia e in pittura. È necessario evitare di sovraccaricare
lo spazio sonoro: si deve tener conto non solo delle note, ma anche delle
pause, le quali rivestono un ruolo considerevole nell'economia della composizione.
In questo modo si dà corpo all'elemento non udibile, alla componente
nonsensical del silenzio (si consideri il valore del silenzio nel
sogno dei due monaci; cfr. § 6, cap. II). I fautori del senso vengono
così scoraggiati: essi temono l'emersione del silenzio, poiché
non saprebbero come codificarla.
Riguardo a questa tematica, nella
Storia della musica occidentale è a Webern che ci si deve rifare.
È lui il vero iniziatore della musica contemporanea.48 Il suo merito
principale, nell'ambito dell'estetica del nonsense, consiste nell'aver
attribuito una certa funzione alle pause e al silenzio, nonché all'intensità
dei suoni. Non è determinante stabilire se questa concezione della
musica subisca direttamente l'influsso di stilemi orientali, quanto che
essa sia compatibile con loro e con i princìpi estetici del nonsense
.
"Webern è [...] un poeta dell'ineffabile che castiga la musica verso l'ideale mistico del silenzio: i suoi pezzi strumentali sono miniature aforistiche di brevissima durata, ed è raro che il volume sonoro vi si innalzi ad eccessi dinamici [...] L'universo poetico di Webern [è] fatto di vibazioni impercettibili, di grigi colori smorzati, di gridi soffocati in sospiri."49
Webern 'persegue' la mancanza di
scopo cara a Cage: la melodia è dissociata ed eseguita in minuti
frammenti, dai vari strumenti orchestrali; irriconoscibile e quasi impercettibile,
essa cede il posto al silenzio e alle pause, le quali acquistano la stessa
importanza delle note50. È un modo come un altro per riconoscere
il valore della sosta, dell'interstizio sonoro tra una nota e l'altra.
A questo (inter)spazio viene concessa un'effettiva rilevanza espressiva,
mentre la musica precedente lo relegava a semplice appendice.
Con Webern la musica annulla se
stessa, rinunciando alla pretesa di dare un senso all'universo e di costituire
un 'secondo mondo' da sovrapporre al nonsense. Con lui l'ermeneutica musicale
cede il passo alla spontaneità: il volume d'un quartetto d'archi
tende pian piano a sfociare nel silenzio, in quanto il compositore ritiene
che la percezione del suono possa suggerire la resa al senso. Il pianissimo
accenna al non detto, a ciò che è inesprimibile per natura,
in quanto vuoto e trasparente. È la nudità dell'esistenza
che torna a imporsi, e che invece sarebbe soffocata, se l'esegeta di turno
potesse rivolgere la sua attenzione a un flusso di note ben individuabile.
Con Webern il materiale della composizione
non consiste più nelle singole note, bensì negli interstizi
e nelle pause, che alludono direttamente alla nudità dell'universo.
Il seguente capitolo del Tao-te-ching
verte, in fondo, sulla stessa tematica.
"Unire trenta raggi nel mozzo d'una
ruota -
nel non essere (wu) sta l'uso del
carro.
Plasmare l'argilla per farne un
vaso -
nel non essere sta l'uso del vaso.
Cesellare porte e finestre per farne un
casa -
nel non essere sta l'uso della casa.
Quindi ciò che esiste (=l'essere,
yu), determina il vantaggio;
l'inesistente (=il non essere, wu) determina
l'uso."51
Lao-tzu sottolinea il valore del
vuoto, l'unico elemento che consenta veramente di accedere all'uso (yung)
di qualcosa. Il non essere (wu) è il vuoto: esso può essere
paragonato allo zero, l'unico numero reale, in quanto è in base
a esso, entrando in relazione con esso, che gli altri acquistano consistenza
e spessore. Nella musica di Webern la pausa e il silenzio sono i valori
reali verso cui si deve tendere per esprimere il nonsense : le note lo
occulterebbero, poiché potrebbero soggiacere ai tentativi ermeneutizzanti
del musicologo di turno (dietro le cui spoglie si cela la ben nota figura
dell'esorcista necrofilo).
Su questa pista Webern è
seguito, radicalmente, da John Cage, il cui brano 4' 33'' è assolutamente
silenzioso: il compositore americano esapera l'influsso post-schönberghiano.
Webern è simile ai compositori di haiku: umili poeti dalla voce
flebile e parchi di parole, i quali, per paura di violentare il senso,
danno vita a bozzetti minimali, con un descrittivismo che lascia spazio
al silenzio (il silenzio che fa seguito alla lettura d'un haiku riveste
un'importanza fondamentale). Cage va invece equiparato ai pittori nipponici
del genere haku shi san ('iscrizione su carta bianca'), in cui il
vuoto s'impone prepotentemente, facendo valere i propri diritti senza ulteriori
mediazioni.
Resta aperta la questione se è
meglio arrivare direttamente al vuoto, come fanno Cage e i pittori dello
haku shi san, o procedere per mediazioni, come Webern e gli autori di haiku.
Nell'ultimo caso, il riconoscimento della nudità passa attraverso
un materiale quotidiano, ordinario e abituale. Del resto, questo materiale
non violenta il nonsense, poiché coincide con il contenuto della
visione del mondo del bambino, cioè l'ambito naîf che si ricollega
alla distruzione delle opinioni e alla liberazione(satori). Esiste
dunque un'effettiva identità di intenti tra il Buddhismo Zen e la
filosofia della nudità.
6. In questo capitolo ho voluto richiamarmi
all'arte (poetica, figurativa e musicale), al fine di sottolineare l'esuberante
pregnanza delle forme vitali, che vengono impietosamente soffocate dai
necrofili della teoria, con la loro attenzione esclusiva per i concetti.
Nell'arte prende corpo un altro pensiero, cioè il nonsense,
nelle sue molteplici sfaccettature: un mondo non ancora deformato dall'interpretazione
e dall'ermeneutica. L'arte è il regno della profonda semplicità:
qui le cose appaiono come sono veramente, e non come i teorici le vorrebbero.
Questi sono impegnati a costruire Hinterwelten, ossia 'mondi dietro al
mondo' (per usare un'espressione nietzschiana), misconoscendo la sovrabbondanza
vitale della nudità; l'arte del bozzetto minimale, della concisione
funzionale, invece, riesce perfettamente a incarnare il nonsense. È
un'arte che non dice nulla, all'infuori di se stessa, e non ha altro valore,
all'infuori di se stessa.
È l'arte del bambino, soggetto
creativo per eccellenza: in lui la trasposizione delle sensazioni in immagini
o in suoni e la meraviglia nei confronti dell'universo non sono state ancora
contaminate dalla riflessione. Gli esorcisti della nudità non hanno
ancora operato i loro condizionamenti.
È l'arte che annulla se stessa,
ogni qual volta pretenda di imporre una poetica o un programma; se fosse
altrimenti, riprodurrebbe le illusioni del senso e dell'ermeneutica.
Essa sopprime se stessa, e diviene arte 'antiteleologica', vanificando
i parametri consolidati dalla tradizione, i quali rinviano al bello e all'armonico,
cioè a unaWeltanschauung, e risulterebbero inaccettabili all'estetica
del nonsense.
Questo tipo di arte riceve un notevole
apporto dall'Oriente (anche qui, come sul piano gnoseologico, l'influsso
orientale si rivela corroborante e revitalizzante per l'Occidente). Essa
insegna a camminare sull'abisso della nudità, tesaurizzando gli
stimoli provenienti da vari ambiti: l'haiku, la musica improvvisativa orientale,
la pittura su carta bianca e quella sumie (caratterizzata da una
sapiente economia dei tratti d'inchiostro).
Quest'arte insegna a diffidare delle
certezze, delle adesioni agli schemi e ai parametri scontati, per proiettare
l'uomo in nuove sensazioni e dimensioni, più consone al nonsense.52
È un'arte che mette in discussione se stessa. Allo stesso modo,
per altri versi, la filosofia di Nàgàrjuna mette in discussione
la filosofia, come ambito della drishti (opinione o theòría).
Come riesce, questo tipo di arte,
a vanificare se stessa? Per esempio rincorrendo il silenzio in musica,
la pausa in poesia, e lo spazio bianco in pittura. In ogni caso, essa si
volgerà sempre al nonsense, riconoscendo la nudità. Di quest'arte
è superfluo e fuorviante parlare:53 si può soltanto prenderne
atto e ammirare lo sforzo creativo di quanti la producono (al posto del
commento, è richiesta l'emulazione). Poiché essi indugiano
nell'abisso del nonsense, i loro gesti possono essere soltanto imitati
o assimilati, e mai descritti.
NOTE
1Questo ruolo può essere ascritto, genericamente,
alle varie scuole del Buddhismo Mahàyàna, le quali si sono
propagate in una vasta area dell'Oriente (Cina, Tibet, Giappone, ecc.).
In India la questione è più complessa (non si può
sostenere che il Bràhmanesimo veicoli la distruzione del senso).
2R. H. Blyth ha sviscerato minuziosamente il
rapporto tra la poesia estremo-orientale e lo Zen (cfr.: Haiku, I, Eastern
Culture, Tokyo 1949, pp. 162 - 268). Il tema è ripreso altrove,
meno diffusamente (cfr.: History of Haiku, Tokyo 1963, vol. I, pp.
1 - 8).
3Questa è, da secoli, la struttura tradizionale
dell'haiku. Recentemente alcuni poeti giapponesi hanno sentito l'esigenza
di svincolarsi da questo schema, per adottare strutture più libere;
si vedano, tra l'altro, le composizioni di Hòsha (1885-1954). Cfr.
anche l'antologia da me curata: Haiku, cit.
4D. T. Suzuki, Zen and Japanese Culture , cit
., p. 221.
5Bashò (1644-1694) è l'iniziatore
dell'haiku moderno (cfr. tra gli altri: D. T. Suzuki, Zen and Japanese
Culture, cit., p. 227). Egli conferì al genere un'impronta inconfondibile,
imponendovi l'attenzione per il mondo naturale e l'osservazione distaccata
degli uomini e delle cose.
6Cito dalla mia traduzione: Haiku, cit., p. 33.
7Come nota acutamente R. Barthes: "l'haiku [...]
entra in quella sospensione del senso che ci risulta cosa inattesa, perché
rende impossibile l'esercizio più corrente della nostra parola,
che è il commento" (L'empire des signes , tr. it., Torino 1984,
p. 96). L'haiku dà luogo a una sorta di 'visione senza commento'
(ibid., p. 97).
8Ibid., p. 46.
9D. T. Suzuki analizza la storia della composizione,
in riferimento alla vita di Chiyo (Zen and Japanese Culture, cit ., pp.
224 e sgg.).
10"Pur essendo del tutto intelligibile, l'haiku
non vuol dir nulla" (R. Barthes, op. cit ., p. 80).
11Ibid ., p. 80.
12Un passo dei Dharma Bums di J. Kerouac
(New York 1959; tr. it., I vagabondi del dharma, Milano 1983) è
assai illustrativo in proposito. Il protagonista (cioè l'autore
stesso) tenta di comporre un haiku, dopo aver sentito declamare dall'amico
Japhy una composizione di Shiki, un poeta giapponese ("saltella il passero
sulla veranda, con le zampette bagnate"; ivi , p. 52). È lui stesso,
tuttavia, a ritenere insufficienti i propri sforzi: "sotto il lago...buche
nere che fanno le sorgenti", no porco cane questo non è un haiku,
non si fa mai abbastanza attenzione con questi haiku" (ibid., pp. 52-3).
Il rapporto causale messo in evidenza nella composizione del protagonista
è totalmente estraneo allo spirito dell'haiku; quest'ultimo si rivolge
al nonsense, non al principio di ragion sufficiente.
13Per le composizioni dei crepuscolari, cfr.:
W. Binni, La poetica del decadentismo, Firenze 1968, p. 157.
14I crepuscolari indugiano sull'intimismo, su
sentimenti umani quali l'umiltà e l'indifferenza dolente (ibid.,
p. 158), dimostrando così di soggiacere alla riflessione, alla tendenza
a etichettare la vita, anziché ad accettare la nudità del
flusso esistenziale.
15Ibid ., p. 160.
16Si consideri la seguente composizione di Binazzi:
"Raccontiamo, raccontiamo/ma senza dolore/e senza nostalgie,/tanto per
passar l'ore/e scacciare la malinconia" (ibid., p. 160). La si confronti
con il seguente haiku di Bòsha (1900-1941), in cui l'assenza di
retorica e di considerazione 'psicologica' della propria condizione è
veramente significativa: hi no tama no / gotoku ni sekite / kakure sumu
["Come una palla di fuoco,/ tossendo,/ vivo appartato."] (cito dalla mia
traduzione; cfr.: Haiku, cit., p. 104). È in questione una pura
e semplice descrizione, senza compiacimenti o lamentele di sorta.
17Cfr.: W. Binni, op. cit ., p. 161.
18Cfr.: L. V. Arena (a cura di), Haiku, cit.,
p. 27.
19Le antinomie precedentemente riscontrate nella
poesia persistono nel teatro occidentale. Anche qui l'immediatezza e la
spontaneità non vengono mai colte, ma solo postulate in base a un'esigenza
programmatica: da ciò l'evidente paradossalità d'una spontaneità
coatta, tutt'altra cosa della tzu-jan valorizzata dall'haiku. Nemmeno
il Living Theatre farebbe eccezione, malgrado il tentativo di ricomporre
la frattura tra spettatore e attore, in direzione del recupero della spontaneità:
se la spontaneità è perseguita consciamente, infatti, come
da programma, si ricade nell'ambito del senso, perdendola per sempre.
20Si considerino questi due haiku di autori contemporanei.
Il primo è di K. Bòsha: ganzen ni / kumo no su kakari / yù
sanga . ["Davanti agli occhi, pende/ la tela di ragno,/ il rivo montano
di sera."] (cito dalla mia traduzione; cfr.: Haiku, cit., p. 106).
Il secondo è di N. Kusatao: yoru no ari
/ mayoeru mono wa / ko wo egaku . ["Formiche notturne,/ una si smarrisce
- e/ traccia un arco."] (cito dalla mia ttraduzione; cfr.:ibid., p. 13).
21Issa (1762-1826) fu uno dei grandi maestri
dell'haiku. La sua esistenza fu particolarmente triste e infelice. Soggetti
ricorrenti delle sue composizioni erano gli insetti. Dai suoi haiku traspare
anche una profonda compassione, assolutamente priva di retorica ed enfasi,
per tutti gli esseri viventi.
22L. V. Arena (a cura di), Haiku, cit., p. 64.
23Ibid., p. 70.
24Ibid., p. 15.
25Il modello ideale della filosofia del nonsense
è 'l'economia o avarizia di parole' a cui accenna Lao-tzu (Tao-te-ching
, XXIII).
26L. Wittgenstein, Vermische Bemerkungen, cit
., p. 51.
27T. Izutsu, op. cit., p. 220.
28È certamente vero che l'arte occidentale
contemporanea (almeno da Van Gogh in poi) si muove in una direzione nettamente
diversa. Tuttavia, certe tendenze hanno dominato per secoli; inoltre, i
pittori che sono riusciti a distaccarsene sono stati influenzati proprio
dagli artisti orientali (in primis, dai giapponesi).
29Cfr.: T. Izutsu, op . cit., p. 221. Si veda
anche: Y. Yashiro, Nihon bijutsu no tokushitsu, Tokyo 1954, IV ediz., pp.
143 e sgg.
30Cfr.: T. Izutsu, op . cit ., p. 234.
31R. Barthes ha individuato l'affinità
tra il bambino piccolo e il compositore di haiku, in un'annotazione che
può valere anche per la pittura: "l'haiku riproduce il gesto indicatore
del bambino piccolo che mostra col dito qualsiasi cosa [...] dicendo soltanto:
quello! Con un movimento così immediato [...] che ciò che
viene indicato rappresenta l'inutilità stessa di ogni classificazione
dell'oggetto: nulla di speciale, afferma l'haiku conformemente allo spirito
zen: l'evento non è classificabile secondo alcuna specie [...] nulla
è stato acquisito, la pietra della parola è stata gettata
inutilmente: non ci sono né onde né colate di senso [corsivo
mio]" (R. Barthes, op . cit ., pp. 98 -9).
32Uno degli esempi più significativi di
quest'inversione di tendenza è sicuramente la Composizione con giallo
di P. Mondrian (olio su tela del 1930). Qui l'apertura al nonsense
convive con la ridefinizione dello spazio, nella concisione essenziale
che ricorda una certa pittura giapponese. Rientrano nel discorso
anche le opere del nostro Fontana, i cui 'tagli' ci sembrano scoraggiare
qualsiasi vocazione 'ermeneutica' d'una ricerca del senso nell'arte.
33Philosophische Bemerkungen, cit., p. 267.
34Il materiale poetico e pittorico, per sua natura,
può essere facilmente fagocitato in prospettiva ermeneutica, mentre
il materiale musicale è più sfuggente a riguardo.
35Questa distinzione è ricavata dal Tractatus
wittgensteiniano. La faccio mia nel senso che l'apertura alla nudità
può essere mostrata, più che detta.
36L'improvvisazione stessa, in Bach, segue schemi
contrappuntistici meccanicamente precostituiti.
37J. S. Bach costituisce il bersaglio ideale
di queste critiche, riguardo alla valorizzazione dell'armonico in musica
(accanto alla conseguente eliminazione dello sgradevole), e all'elaborazione
'matematica' delle composizioni (non a caso, sono proprio i suoi brani
quelli più facilmente ed efficacemente riproducibili sul computer,
con apposito software).
38Tr. it., Introduzione alla musica contemporanea,
II, Firenze 1984, p. 159.
39La situazione della musica occidentale è
ben diversa: fino all'avvento delle avanguardie, il mondo accademico vedeva
l'improvvisazione come il fumo negli occhi.
40Il sistema modale è suscettibile ad
'aprirsi' in molteplici direzioni, poiché l'improvvisazione può
plasmarlo ad libitum, in base agli umori dei musicisti: esso è molto
più flessibile del sistema tonale. A quanti lo contestassero, vorrei
osservare che questo sistema, adottato soprattutto in Oriente (ma anche
in Africa, e, in genere, nelle culture tribali), non si è logorato
nel corso del tempo, né ha mostrato segni di cedimento. In confronto
alla musica tonale europea, le cui origini sono da individuare nel Clavicembalo
ben temperato di Bach, quella modale è molto meno monotona, ripetitiva
e prevedibile.
41J. Machlis redige un lungo elenco di
compositori occidentali contemporanei che, per un verso o per l'altro,
hanno risentito di influssi orientali (cfr. il Dizionario dei compositori
contemporanei e delle loro opere registrate , in appendice al vol. II,
op. cit.). Tra questi possono essere ricordati J. Avsalomov, L. Dlugoszewski,
R. Felciano, P. Glass, L. Harrison, W. Kaufman, H. Partch, S. Reich e T.
Riley.
42J. Machlis, op. cit ., p. 205.
43Ibid ., pp. 205 e sgg.
44Cfr.: J. Cage, Per gli uccelli . Conversazioni
con Daniel Charles, tr. it., Milano 1977, p. 94.
45Cage se ne accorse quando fu condotto in una
camera anecoica. È lui stesso a notarlo: "mi aspettavo realmente
di non udire niente, senza aver mai immaginato ciò che significa
non udire niente. Nell'istante in cui udii me stesso produrre due suoni,
quello della circolazione del mio sangue e quello del mio sistema nervoso
in attività, rimasi stupefatto. Questa è stata per me la
svolta decisiva" (ibid., p. 116).
46J. Cage, Silenzio [antologia da Silence
e A Year from Monday ], Milano 1981, III ediz., p. 31.
47Ibid ., p. 35.
48E' M. Mila a riconoscerlo, mentre Schönberg
e Berg sono considerati i 'liquidatori' d'un passato romantico (Breve storia
della musica, Torino 1963, p. 395).
49Ibid ., pp. 395 - 6.
50L'influsso di Webern è presente anche
nel jazz, grazie all'importanza delle 'note fantasma': note in realtà
non suonate, che però risultano dal contesto, poiché vengono
evocate da note adiacenti, che le 'suggeriscono'. Certi stilemi erano già
noti alla musica orientale, laddove il 'non detto' indicava nuovi universi
espressivi.
51Tao-te-ching , XI (cito dalla mia traduzione;
cfr.: Vivere il taoismo, Milano 1996, pp. 68-9).
52 Non ci sono dubbi: quest'arte è l'arte
del nonsense. Il fatto che la musica ripetitiva o minimale, influenzata
dall'Oriente (nei brani di Philip Glass, Steve Reich e Terry Riley), susciti
sensazioni di noia, o addirittura di rigetto, scoraggia decisamente
quanti tentino di interpretarla, ricorrendo al 'bello' e al 'senso'.
53Le concezioni estetiche esposte nel presente
capitolo devono essere considerate meri espedienti, cioè 'zattere'
buddhiste o 'scale' wittgensteiniane, per arrivare a fruire dell'arte del
nonsense. Se il discuterne (e il leggerne) ha consentito in forma surrogatoria
di attingere tale fruizione, posso ritenermi soddisfatto: ho realizzato
il mio compito.
Copyright: Edizioni Quattroventi,
Urbino 2000