CONCLUSIONE
 
 
 

"Lo scopo di un libro può essere quello di istruire,
eppure può venire usato come guanciale.
Anche se il suo obiettivo è dare conoscenza, insegnamenti, giovamento."
Jalàluddìn Rùmì, maestro e poeta Sufi

"E' facile conoscere la Via; difficile è non parlarne."
Chuang-tzu
 
 
 

   Non è possibile concludere un discorso sul nonsense, visto che non ci sono opinioni da ribadire. Affinché si colga ulteriormente la dimensione filosofica della nudità, preferisco addurre alcuni esempi letterari, anche per compendiare le posizioni già illustrate. Ma mi asterrò dal commentarli, poiché certi spunti teoretici dovrebbero a questo punto essere noti e comprensibili.
   Il primo esempio riguarda H. Hesse. Il protagonista del celebre romanzo Siddhartha, nella sua ricerca della via all'illuminazione, s'imbatte nel Buddha storico, Shàkyamuni. I due danno vita a un interessante dialogo. Siddhartha rimprovera Shàkyamuni di aver formulato una dottrina: infatti, nel momento della teorizzazione, la spontaneità dell'universo (e cioè la nudità) viene profondamente alterata. Ogni dottrina intralcia il flusso vitale, sovrapponendovisi arbitrariamente. Siddhartha condivide le posizioni d'una certa filosofia cinese, che riporta 'sulla terra' il Buddhismo indiano, ridimensionandone le pretese metafisiche e speculative.
   Buddha risponde a Siddhartha che farebbe bene, a sua volta, a guardarsi dalle opinioni: Shàkyamuni inquadra l'obiezione di Siddhartha nel campo delle drishti ('visioni speculative'), e non si prende la briga di confutarla. Ma la risposta di Siddhartha è inattaccabile, in quanto pone, per così dire, il Buddhismo contro se stesso, esaperando il modo cinese di intendere questa 'religione', che è molto diverso dalla concezione speculativa del 'piccolo veicolo'. Questo dice Siddhartha al Buddha.

   "Tu hai proprio ragione, non si può riporre nulla nelle opinioni. Ma lasciami dire ancora questo: non ho mai dubitato di te un solo istante[...]: che tu sia il Buddha, che tu abbia raggiunto lo scopo [...]. Tu hai scoperto il modo di liberarti dalla morte. Questa liberazione (Erlösung) ti è arrivata attraverso la tua stessa ricerca, per la via a te propria[...]. Non ti è arrivata grazie alla dottrina (Lehre)! E allora - questo è il mio pensiero, o venerabile - la liberazione non è impartita a nessuno in virtù della dottrina! [...] Noi samana cerchiamo di liberarci dall'io, o venerabile. Se ora io divenissi uno dei tuoi discepoli, o venerando[...], potrebbe accadermi questo: solo in apparenza, in maniera illusoria, il mio io potrebbe quietarsi e liberarsi; in realtà, esso continuerebbe a vivere e a espandersi, poiché, nel frattempo, avrei incorporato in esso la dottrina, la mia imitazione [dei comportamenti monastici], il mio amore per te e la comunità dei monaci!"1

   Poiché l'adesione a una dottrina non ha alcun rapporto con la liberazione, anzi la ostacola, e l'Io, come involucro del senso, potrebbe essere rafforzato da una condotta rigidamente preordinata e dalla sensazione di appartenere a una comunità, Siddhartha abbandona il Buddha, continuando il proprio pellegrinaggio  verso il nonsense, cioè la distruzione delle opinioni.2
   L'ostacolo, in realtà, siamo noi stessi, ultimi custodi del senso, insoddisfatti orfani della significanza. L'apertura al nonsense  è una situazione che ben pochi riescono a tollerare (infatti, affidarsi al senso e alla razionalità sarebbe ben più confortevole). Eppure si deve sviluppare la consapevolezza necessaria per attingerla, come Siddhartha ha il coraggio di fare.
   Il problema è vincere se stessi. Lo indica anche il seguente racconto, Perché il cane non riusciva a bere? , attribuito a Shiblì, un maestro Sufi.

   "Fu chiesto a Shiblì: "chi ti avviò sul sentiero?"
   Egli rispose: "un cane; un giorno lo vidi moribondo per la sete, presso l'orlo dell'acqua. Ogni volta che si vedeva riflesso nell'acqua si spaventava e si tirava indietro, perché pensava che ci fosse un altro cane. Infine fu tale il suo bisogno che scacciò la paura e balzò nell'acqua; al che l'altro cane svanì. Il cane s'accorse che l'ostacolo, che poi era lui stesso, la barriera fra lui e quanto cercava, s'era dissolto. In modo analogo anche il mio ostacolo svanì quando seppi che si trattava di quello ch'io ritenevo essere me stesso. La Via mi fu dunque mostrata dal comportamento di un cane."3

   Ogni commento è semplicemente superfluo. Una volta distrutto il senso, e vanificato l'esorcismo dell'irrazionalità, la nudità apparirà da sé. Ma si deve sconfiggere l'ultimo guardiano che le intralcia il cammino: noi stessi.
   Alcuni potrebbero ancora ostinarsi a pensare, malgrado le considerazioni dei capitoli precedenti, che i teorici del nonsense  alludano a una via, a un sentiero ben determinato da percorrere. Anziché rispondere direttamente a certe critiche, preferisco rifarmi a un racconto di Kafka, intitolato Rinuncia!, dal valore esemplarmente illustrativo. Un commento non potrebbe che sciuparlo.

   "Era la mattina per tempo, le vie pulite e deserte. Andavo alla stazione. Confrontando il mio orologio con quello d'un campanile, vidi che era molto più tardi di quanto non avessi pensato, dovevo affrettarmi assai, lo spavento di quella scoperta mi rese incerto della via, non conoscevo ancora bene questa città; fortunatamente vidi una guardia poco distante, corsi da lui e senza fiato gli domandai la strada. Egli sorrise e disse:
   "Da me vuoi sapere la via?"
    "Appunto" risposi "dato che non so trovarla da me."
   "Rinuncia, rinuncia!" E si girò con grande slancio, come chi vuol essere solo con la propria risata."4

   Se si rinuncia a cercarlo, il nonsense  viene finalmente attinto. Se non se ne parla, se ne illustra l'essenza. In questo paradosso risiede l'importanza ultima della nudità, percepita da un'azione senza sforzo, che, pure, la attinge, al di là delle lusinghe della significanza.

NOTE
1H. Hesse, Siddhartha, Frankfurt am Main 1976, pp. 31 e sgg.
2Siddhartha si rivela un vero adepto dello Zen, applicandone la massima essenziale ("se incontri il Buddha per strada, uccidilo!").
3I. Shah, The Way of the Sufi, cit ., p. 133.
4F. Kafka, Tutti i racconti, cit ., p. 372.
 

 
 
 

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CAPITOLO 6                             INDICE

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