4. ESPEDIENTI: SCALE E ZATTERE
 
 
 

   "Non scendere dalla scala, Ifor, l'ho portata via io."
S. Beckett, Watt

"Non si può vivere in questo mondo, ma non c'è nessun altro luogo dove andare".
J. Kerouac, The Dharma Bums
 
 
 

   1. Come è possibile giustificare il nonsense ? Ogni discorso è necessariamente legato a un contenuto e a un certo tipo di informazioni, e quello sulla nudità non fa eccezione. Ciò vuol dire che mi trovo nella stessa posizione del mistico: nego la razionalità e tuttavia ricorro al discorso, poiché devo giustificare i miei scritti, e far capire al lettore perché li compilo. Questo capitolo è particolarmente dedicato ai dogmatici, affinché comprendano la funzionalità del nonsense  e della nudità essenziale.
   Tutte le apologie e i discorsi di legittimazione vertono sulla funzionalità, celando il fondamentale quesito: "a cosa servono?". Qual è l'utilità di scrivere sul nonsense ? E ancora (problema aggiuntivo): scrivendo sul nonsense, e deplorando quanti cercano affannosamente di dare un significato all'esistenza, non si corre forse il rischio di assegnargliene uno, invalidando così le proprie posizioni?
   Queste domande riconducono alla pretesa confutazione dello scetticismo, esaminata nel capitolo precedente. A esse sarebbe facile replicare che sono in realtà meri artifici verbali, i quali non cercano di penetrare la posizione effettiva dello scrivente,1 e perdono di vista il punto essenziale, il nonsense, da attingere nella pratica, anziché nella sfera concettuale. E sarebbe altrettanto facile ricondurre un certo tipo di obiezioni alla posizione di Aggivessana (esposta nel capitolo precedente): qui venivano alla luce tutte le conseguenze della filosofia del nonsense, e non soltanto quelle intraviste dal razionalista sistematico.
   Questo modo di rispondere alle obiezioni è peraltro perfettamente lecito. In questa sede non vi insisterò particolarmente, poiché darò per acquisiti i risultati delle considerazioni esposte nel capitolo precedente, applicabili al discorso in questione. Posso riaccentuare l'incomprensione tipica del razionalista dogmatico, il quale critica il nonsense  partendo da una posizione precostituita e gli applica lo schema antiquato della 'confutazione dello scettico', non afferrando il valore 'vitale' e 'pratico' della nudità.
   Tuttavia, poiché ho deciso di prestare attenzione alle esigenze del 'razionalista', nella speranza di trovare un punto d'incontro 'umano' (in quanto filosoficamente non abbiamo granché da dirci), seguirò in questo capitolo un'altra ottica, in modo da rispondere alle sue obiezioni. Mi ha suggerito la possibilità d'un confronto una dottrina che, al pari della filosofia del nonsense, viene resa oggetto di critiche analoghe: anch'essa, infatti, si serve di strumenti che, per altri versi, critica ampiamente. Si tratta del Buddhismo a cui più volte, in queste righe, mi sono riferito. Questa dottrina ha attratto il mio interesse poiché, in certe frange (cinesi, giapponesi e indiane, relativamente alla scuola di Nàgàrjuna), arriva a mete sorprendentemente simili a quelle indicate dalla filosofia della nudità. Al punto tale che stabilirei persino una sorta di identità effettiva tra le due tendenze, se solo si riuscisse a cancellare le grandi differenze culturali che le separano.
   Nel corso della storia il Buddhismo si è presentato come dottrina/non-dottrina, religione/non-religione o filosofia/non-filosofia. Ha così reagito alla soverchiante potenza dell'ortodossia bràhmanica, che imponeva nella cultura indiana un Corpus di dogmi2. Il Buddhismo è nato con la figura del Buddha storico, Shàkyamuni, come pratica dell'illuminazione. Soltanto in un secondo tempo, ha esibito una struttura teoretica. Tuttavia, in conformità ai princìpi dello stesso Shàkyamuni, questa struttura s'è rivelata in fondo una non-struttura: filosofi e maestri buddhisti hanno sempre ribadito la negatività del pensiero e della razionalità, concependoli come ostacoli alla 'liberazione' (sanscr.: bodhi ; cin.:wu ; giapp.: satori). Finché si pensa, si è vittima della mente, e si coltiva l'illusione dell'individualità (mentre, in realtà, si è soltanto un flusso di elementi nonsensical, definiti dharma), della reincarnazione, della colpa, ecc.; in breve: si è intrappolati nella rete delle opinioni.
   L'atteggiamento del Buddha, attraverso il 'nobile silenzio' contrapposto alle questioni metafisiche dei discepoli, è comprensibile solo nell'ottica che destabilizza il senso. Anche l'impotenza del metafisico - affidatosi a un'arma, il pensiero, che è assolutamente inadeguata a cogliere la realtà nuda - è sapientemente indicata dal Buddha. Nel Cùla Màlùnkya Sutta, il metafisico viene presentato come lo stolto che, ferito e ancora prima di essere curato, vorrebbe sapere che tipo di freccia l'ha colpito, da dove è arrivata, chi l'ha lanciata, ecc.3 Un simile stolto mette a repentaglio la sua vita, curando l'inessenziale e trascurando l'essenziale (mentre dovrebbe preoccuparsi con urgenza dell'assistenza necessaria). Si pensi agli avyakata  (sanscr.: avyàkrita), ossia alle questioni indeterminate, lasciate dal Buddha volutamente in sospeso e insolute - questioni che esauriscono la globalità delle possibili domande metafisiche, di nessuna utilità ai fini della liberazione - e si attingerà il carattere pratico della dottrina, profondamente antispeculativo.4
   Comunque sia, pur riconoscendosi come teoria/non-teoria, il Buddhismo ci ha lasciato un Corpus di scritti (redatti dai discepoli di Shàkyamuni), e s'è affidato al tanto deprecato linguaggio per trasmettere i capisaldi della dottrina. Infatti, che in questo modo venga trasmessa una dottrina (sanscr.: dharma ) è indubbio. Questa dottrina però è non-dottrina, nella sua essenza, poiché non mira a ripristinare la rete delle opinioni, bensì, al contrario, a infrangerla: essa non vuole costituirsi come l'ennesima speculazione od opinione. Con queste premesse, come dev'essere considerato il Corpus buddhista? In altri termini, come è possibile legittimare, da un lato, il discorso del Buddha, e, dall'altro, invalidare il discorso in genere?
   E' facile notare che questi interrogativi sono gli stessi a cui viene chiamata a rispondere la filosofia della nudità. Anche nel Buddhismo il problema verte sulla giustificazione della scrittura, e cioè sulla funzionalità da essa rivestita in un discorso che la rifiuta, rivelandone l'illusorietà.5 Come affronta il Buddhismo questo problema? Nello Alaguddùpama Sutta, Buddha paragona il dharma (ossia: la dottrina buddhista) a una zattera che dev'essere abbandonata, una volta attraversato il fiume.6 Il dharma  ha un valore strumentale e provvisorio: non dev'essere inteso come un referente definitivo e assoluto. Quindi non dev'essere conservato, una volta attinta la mèta (cioè la liberazione).
    Il discorso può essere facilmente tradotto nei termini della filosofia del nonsense : l'esposizione dei princìpi della nudità ha soltanto un valore provvisorio. Essa, al pari della zattera buddhista, è un espediente, uno strumento usato per arrivare da qualche parte. Una volta attinta la mèta (ossia il nonsense ), l'esposizione può cessare, e la dottrina essere accantonata. È come quando un negozio chiude per esaurimento della merce. Il fine del negoziante era quello di ricavare un certo sostentamento dalla vendita: egli non ha mai pensato che la vendita potesse essere fine a se stessa. Essa era un espediente per sbarcare il lunario, e vivere decentemente. Neanche il lavoro è un fine in sé, ma serve a ottenere qualcosa (una gratificazione personale, una certa stabilità economica, ecc.); allorché il fine venga attinto, si può tranquillamente smettere di lavorare.
   La zattera, al pari del discorso e dell'esposizione teorica, è un espediente di valore provvisorio: la si può lasciare da parte, quando il compito viene portato a termine.
   Le celebri parole della proposizione n. 6. 54, con cui Wittgenstein si accinge a concludere il Tractatus, possono essere riferite alla filosofia del nonsense. Esse attestano una posizione perfettamente compatibile con la nudità.

   "Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate (unsinnig), se è salito per esse - su esse - oltre esse (egli deve, per così dire, gettare via la scala dopo che v'è salito ) [corsivo mio]."7

   La scala wittgensteiniana è come la zattera buddhista: viene messa da parte quando il compito è svolto. Essa dev'essere usata provvisoriamente, poiché il suo valore è puramente strumentale. Coloro che volessero conservarla finiscono per confondere la scala con l'obiettivo che essa consente di raggiungere. È lo stesso errore di quanti s'attaccano agli 'espedienti' del Buddhismo (le scritture, le pratiche meditative, ecc.), ritenendoli un fine in sé, e ne perdono di vista il valore meramente strumentale.
   Riassumo ora le fila del discorso, in merito alla questione della giustificazione della scrittura. L'esposizione del nonsense  rischia il coinvolgimento nell'ambito del senso, perlomeno nel momento in cui viene effettuata: provvisoriamente, si conferisce un significato a ciò che è di per sé caratterizzato dall'assenza di significato. Tuttavia, questa  provvisorietà ha una funzione strumentale, e serve ad arrivare da qualche parte. Nel tentativo di evidenziare il nonsense, si parla per un attimo il linguaggio di quanti non arrivano a cogliere la portata pragmatica ed esistenziale della nudità. Ma la zattera, o la scala, è soltanto un espediente: serve a raggiungere la riva, o la soffitta. In ogni caso, rientra nella dimensione dell'effimero: è lì che va collocata, non potendo risiedere altrove.

   2. Fin qui ho cercato di venire incontro al razionalista, esorcista della nudità, sperando di soddisfarne le richieste di ulteriori chiarimenti. Egli, naturalmente, non mi giustifica e mi considera incoerente, poiché continuo a parlare, dopo aver mostrato l'inconsistenza del discorso. A nulla servirebbe metterlo davanti alla mia confutazione della confutazione dello scettico, oppure al fatto che il nonsense  può trasparire spingendo all'estremo limite il discorso (da me non rigettato a priori, come già indicato). Questi tentativi di giustificazione non lo convinceranno mai: il razionalista continuerà a dire che mi espongo al senso e alla teoria, finché parlo, scrivo e ragiono. Anche un'esposizione provvisoria, per lui, è sempre un'esposizione. Nei termini del mio avversario, il valore d'un espediente è essenziale: infatti, se l'espediente venisse a mancare, non si attingerebbe mai alcun fine. Ricordargli che sta confondendo la zattera con la terraferma non servirebbe a molto.
   Infatti, l'incomprensione generatasi è totale: secondo i sostenitori del nonsense, un'esposizione provvisoria è un'esposizione vaga e indefinita, che apre ampi varchi al possibile, cioè al nonsense ; secondo il razionalista dogmatico, un'esposizione provvisoria è pur sempre un'esposizione (su questa base egli potrebbe addirittura pensare d'aver confutato il mio discorso sugli espedienti). Nei termini della logica proposizionale, si potrebbe dire che io stabilisco un'equivalenza tra <p.q> e <p.z> (ossia, rispettivamente, tra un'esposizione provvisoria e un'esposizione vaga e indefinita), mentre il mio avversario insiste caparbiamente sull'equivalenza tra la proposizione <p.q> e la variabile p (dove p vale per esposizione, e q per provvisoria). A differenza di me, l'esorcista del nudo non sembra tenere in conto la provvisorietà, indicata dalla variabile q.
   Non è un caso che l'esorcista non comprenda la provvisorietà: è la valenza pratica della mia posizione a sfuggirgli, ovvero la portata nonsensical della nudità. Comunque sia, non c'è modo di continuare a dialogare con un interlocutore di tal fatta (che dovrebbe essere isolato e rieducato, in quanto non avvezzo alla discussione). Così, posso lasciarlo da parte e formulare un'altra proposizione, che chiarisce ulteriormente la visione del nonsense. La metafora della scala, della zattera, in breve, dell'espediente, è stata esposta per puro gusto estetico: di fatto il sostenitore del  nonsense non ha bisogno di giustificare il suo discorso.  Questa proposizione è perfettamente compatibile con la citazione beckettiana in apertura di capitolo: entrambe esprimono adeguatamente, molto più di qualsiasi giustificazione teorica, l'essenza della filosofia del nonsense .8
   Chi parla del nonsense  lo fa solo per passare il tempo, e provare un piacere estetico: infatti, non deve convincere nessuno della bontà delle proprie posizioni. Tra l'altro, nessuno potrebbe convincersi della validità del nonsense, che è un elemento non corrispondente ad alcun contenuto ideativo o concettuale. Non si può essere persuasi del vuoto, d'una trasparenza che si sottrae al pensiero. O lo si è già, da sempre, o non lo si sarà mai. Ed è questo il motivo della profonda spaccatura tra i sostenitori del nonsense  e gli esorcisti della nudità. Per questo non si riesce a trovare un'intesa.
   C'è un racconto di Kafka che illustra questa situazione, in forma allegorica e metaforica, e che pertanto richiede alcune precisazioni. Ne sono protagonisti l'uomo di campagna e il guardiano della porta della legge9. L'uomo chiede di entrare, ma il guardiano risponde che per il momento non può concederglielo. Poiché la porta della legge è, come sempre, aperta, l'uomo dà una sbirciatina, per vedere cosa ci sia là dietro, ma non riesce a vedere nulla. Il guardiano lo scoraggia ulteriormente: anche se gli riuscisse di metterlo da parte, vi sarebbero altri guardiani, sempre più forti e potenti, a sbarrargli l'accesso. L'uomo allora decide di attendere il momento propizio, e si mette a studiare il guardiano. Dimentica gli altri custodi, e pensa che l'unico ostacolo alla legge sia rappresentato dall'uomo che gli sta davanti. Il tempo passa, e l'uomo invecchia. Alla fine, prima di morire, rivolge l'ultima domanda al guardiano, chiedendogli come mai, in tutti quegli anni, non abbia visto mai nessuno passare dalla porta. La risposta del guardiano sconcerta l'uomo di campagna: "nessun altro poteva entrare qui perché quest'ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo."10
  Nella mia lettura, il guardiano è la ragione, elemento implacabile che cerca continuamente di persuadere l'uomo della validità dello sforzo teoretico, prospettandogli una mèta e un enigma da risolvere. L'uomo di campagna è l'uomo in genere, che cede al guardiano, credendo alle fandonie che gli vengono propinate. Se quest'uomo non avesse ceduto alle lusinghe del senso, ma si fosse accorto che la porta della legge è sempre aperta, sarebbe subito entrato. Se avesse avvertito la portata nonsensical  della nudità, la sua richiesta sarebbe stata ben presto esaudita, poiché lui solo, in realtà, poteva soddisfarla - o negarsela. Dopotutto, le sue intuizioni sul guardiano erano fondate: quest'uomo è il suo vero ostacolo sulla via. Soltanto l'intelletto impedisce all'essere umano di attingere il nonsense, insegnandogli a diffidare delle proprie risorse, e alimentando l'illusione che ci sia una verità da cogliere. E' sempre in questione, come si può vedere, l'esorcismo della nudità.
   Riguardo alla giustificazione del discorso sul nonsense, non se ne potrà trovare nessuna in grado di soddisfare l'obiettore razionalista ed esorcista. Questi e l'adepto del nonsense sono arroccati su posizioni troppo divergenti. L'esorcista s'illude, al pari dell'uomo di campagna del racconto kafkiano, che esista qualcosa da cogliere e che l'accesso alla legge richieda il dispendio di chissà quali energie. D'altro canto, l'adepto del nonsense  sa che la porta è sempre aperta e che ogni sforzo11 teoretico allontana da una mèta nuda.
   Il contrasto tra i due interlocutori è simile a quello tra Sàlih e Ràbi'a, illustrato nel racconto Sufi La porta, particolarmente adatto alla meditazione solitaria.

   "Sàlih così insegnava ai suoi discepoli: "a chi bussa continuamente la porta verrà aperta."
   Ascoltando un giorno Ràbi'a disse: "fino a quando dirai: "verrà aperta?" La porta non è mai stata chiusa".12

   Finché l'esorcista continuerà a pensare che la porta sia chiusa, sarà proprio così; in caso contrario, ci si aprirà al nonsense e si sospenderà l'esorcismo, comprendendo finalmente che la porta è stata sempre aperta. Il nudo è a portata di mano: forse l'uomo di campagna del racconto kafkiano ha avuto occasione di capirlo, per un attimo, ma non è riuscito a mantenere questa convinzione.
   Non si creda che il contrasto tra l'esorcista del nudo e l'adepto del nonsense  sia qualcosa di alieno, che non ci riguarda: esso avviene nel nostro intimo, in ciascuno di noi . E' sempre la stessa lotta: di volta in volta, veniamo spinti a dubitare delle acquisizioni ottenute e dei territori conquistati; mentre è la nudità, ciò che abbiamo attinto da sempre, che dovremmo tesaurizzare.
   La portata universale, interiore, del conflitto viene descritta da un poeta-filosofo profondamente imbevuto di spirito Sufi, G. K. Gibran. Le sue osservazioni sulla conoscenza (knowledge) si inseriscono perfettamente nel mio discorso. A coloro che lo interrogano sulla conoscenza, il profeta gibraniano (figura di saggio che ricorda Zarathustra) risponde che, in realtà, stanno chiedendo di ciò che già sanno, e hanno saputo, da sempre.

   "I vostri cuori conoscono in silenzio i segreti dei giorni e delle notti.
Ma le vostre orecchie hanno sete del suono (thirst for the sound) della conoscenza del vostro cuore.
Vorreste conoscere in parole ciò che già avete saputo in pensieri.
Vorreste toccare con le vostre dita il corpo nudo dei vostri sogni (the naked body of your dreams )."13

   Ognuno già sa, e conosce, il nudo. Ha appreso da sempre la perfetta trasparenza del suo cuore, che nessuna nuvolaglia intellettuale potrà mai offuscare. Nei suoi momenti migliori, ognuno sa che non c'è nulla da cercare, e che l'esorcismo della nudità non può trionfare. Tuttavia, per la maggior parte della vita cadiamo vittima dell'illusione e dell'esorcismo, e assumiamo le spoglie dell'insicuro uomo di campagna kafkiano, o del maestro che insegna a bussare di continuo (come se la porta fosse chiusa!), o degli interlocutori del profeta gibraniano, i quali domandano qualcosa a cui potrebbero già rispondere da soli, senza bisogno di mediatori.
   Ognuno potrebbe capire - perché dentro di lui c'è qualcosa che lo ha avvertito da sempre - che la nudità è una sottrazione, un vuoto dell'animo in cui nessun concetto o nessuna rappresentazione disturba più la perfetta trasparenza del nonsense . Molti mistici si sono avvicinati a questo, muovendo da posizioni differenti, le quali però, aliene alle illusioni del pensiero concettuale, finivano pur sempre per sfociare nella nudità essenziale. In questo ambito spicca la figura di Meister Eckhart, come particolare fruitore della chiarezza del nonsense .
   Nel sermoneVidete, qualem caritatem dedit nobis pater, ut filii dei nominemur et simus, Eckhart accenna a una facoltà conoscitiva racchiusa nel fondo dell'anima (grunt der seele), definibile in negativo  rispetto alla razionalità (la quale si rivolge invece al dominio sulle cose esteriori, attraverso le rappresentazioni e i concetti)14. Il mistico tedesco torna sulla questione nel sermone Renovamini spiritu mentis vestrae . E' grazie a questa facoltà che riusciamo veramente ad amare Dio, spogliando l'anima da qualsiasi residuo intellettuale o immaginativo, relativo alla conoscenza rappresentativa e concettuale.15 Secondo Eckhart, soltanto la conoscenza del 'fondo dell'anima' consente di attingere il divino e di scorgerne la presenza: trascurandola, si finirebbe per occultare la reale natura di Dio, sovrapponendole immagini mondane più o meno colorite e fuorvianti.16 Il Dio di Eckhart è un fondamento indefinibile, la cui portata nonsensical  è evidente: infatti, ogni pensiero ne tradirebbe l'essenza, poiché vi aggiungerebbe qualcos'altro.17 E che Dio sia il nonsense  s'avverte anche in altri passi dell'opera eckhartiana, allorché il mistico tedesco ci esorta a rimanere nella semplicità della nostra condizione originaria, dove nessun legame ci vincolava alle cose e non aderivamo neppure a Dio (unica condizione per attingerlo veramente, dopotutto). Secondo Eckhart, è possibile cogliere Dio soltanto in uno stato di 'irruzione' (durchbruch).18 A mio avviso, questo stato di irruzione, o di distacco da ogni possibile legame, coincide con l'apertura alla nudità, in quanto ogni immagine viene eliminata e il lavoro del concetto è finalmente sospeso. Si può incidentalmente osservare che a questo punto, poiché anche l'immagine di Dio viene a mancare, si finisce proprio per attingere il nonsense .
   Il riferimento a Eckhart serviva a mostrare la concretezza d'una conoscenza che l'uomo ha già coltivato da sempre, benché i concetti e le rappresentazioni tendano a ottunderla. Essa fa corpo con la nudità essenziale. L'uomo ideale di Eckhart, distaccato dalle cose, è il perfetto compagno del maestro Sufi: entrambi ci ricordano che la porta è aperta da sempre, quindi non c'è nulla da ottenere, se non quanto già si sappia. Il razionalista avrà sempre grandi difficoltà, se vorrà dialogare con personaggi di questo calibro, o studiarne le posizioni dal proprio punto di vista: non potrà che fraintenderle. Non a caso l'equivoco è l'elemento ricorrente nella letteratura critica su Eckhart, non ancora misuratasi con il Durchbruch  di cui sopra.19
   Ritornando allo spunto iniziale, cioè all'eventualità di giustificare la scrittura dell'adepto del nonsense, in base alle precedenti acquisizioni posso stilare queste interessanti conclusioni. Non c'è bisogno di giustificare il   nonsense, poiché chi vi aderisce vi aderisce da sempre, e non cerca giustificazioni; chi non vi aderisce, invece, non cambierebbe idea nemmeno davanti alle giustificazioni più persuasive. Il nonsense  è accessibile solo a quanti vi aderiscano da sempre, poiché ciò comporta l'essere consapevoli che si è già giustificati e che non servono legittimazioni. Ogni giustificazione occulterebbe il nonsense, cioè quanto si sa già senza bisogno di giustificazioni. Il discorso sembrerà sofistico, ma in realtà è questo il modo più onesto di inquadrare il nonsense, mostrandone la peculiarità effettiva, al fine di evitare di confonderlo con ciò che non è . Ecco il motivo per cui il sostenitore del nonsense  non deve convincere nessuno della validità delle proprie posizioni. Il che non esclude, peraltro, che possa continuare a sostenerle, in modo da soddisfare una finalità estetica e motivazioni che affronterò tra poco.

   3. Il fautore del nonsense  non scrive per convincere, né è un persuasore occulto. L'unico valore delle sue opere consiste nel tentativo di far avvertire ai lettori la consistenza del nonsense  e del nudo. Egli può richiamarsi ai maestri del passato, i cui libri non avevano un carattere persuasivo, e procedevano nella stessa direzione. Infatti, se certi scritti venivano commentati in base a un presunto valore 'persuasivo', perdevano mordente, risultando incoerenti e inconsistenti.
   Per far comprendere l'importanza di certi maestri, in relazione al nonsense, devo citarli direttamente, mostrando cosa hanno insegnato. D'altra parte, mi riferirò soltanto ad alcuni di loro, cioè a quelli che ritengo più significativi.
   Al filosofo cinese Lao-tzu viene attribuito il Tao-te-ching, il testo basilare del Taoismo. Egli attesta continuamente la non predicabilità del principio ultimo, il tao, pur facendovi riferimento in tutta la sua opera.20 È in questione un discorso senza oggetto, in quanto il tao sarà inevitabilmente perso di vista.21 Viene formulata una filosofia della natura che si rifà alla spontaneità (tzu-jan ) delle cose, senza chiamare in causa né una legge né un ordinamento del mondo. Grazie a questa naturalezza dell'accadere22, nel mondo tutto va come dovrebbe andare, come se esistessero una legge o un principio ordinatore, in realtà assenti.23
   Queste tematiche di filosofia della natura trovano riscontro nella parte etica del Tao-te-ching, in cui, se possibile, viene ancora più accentuato il carattere nonsensical  dell'opera. Lao-tzu chiama più volte in causa il vuoto (hsü), quando si tratta di indicare l'elemento su cui dovrebbe basarsi il comportamento del saggio (sheng-jen). Egli gli consiglia di attingere la 'sommità del vuoto' (hsü-chi) e la 'quieta stabilità' (ch'ing tu)24; termini che suggeriscono un'etica non normativa, in una direzione 'aperta' alle varie possibilità dell'esistenza. Anche l'assunto dell'azione senza azione (wei-wu-wei), puntualmente enfatizzato, rinvia a questa concezione etica25: esso caratterizza l'azione spontanea e non premeditata, che non interferisce col corso naturale delle cose.26 Il fatto che si 'agisca senza agire' è del resto un principio etico speciale, che risulta ampiamente indeterminato: fa corpo con l'indeterminatezza del principio unico, il tao, già presentato come insondabile nella parte cosmologica.27
   Stando a Lao-tzu, le suaccennate categorie (il vuoto, l'azione senza azione, ecc.) servono a evidenziare il carattere nonsensical  del mondo, dal punto di vista dei vari ambiti dell'indagine filosofica (la cosmologia, l'etica, ecc.). In questo quadro, Lao-tzu non può soggiacere a una visione dottrinaria, basata su concetti esplicitamente formulati. I concetti persuadono, mentre qui, nel mondo del nonsense, nessuna opinione può imporsi su un'altra: ciò significa, in altri termini, che non viene formulato alcun dogma cui aderire. Se l'esistenza è fondata sul nonsense, anche lo stile filosofico dovrà risentirne: quindi, solo categorie 'vuote' potranno imporsi nel quadro. Con ciò si torna al punto di partenza. Opere come il Tao-te-ching  non hanno la pretesa di essere equiparate a quelle dei filosofi sistematici: il loro valore è un altro, ben più concreto. I loro autori si prefiggono di modificare la coscienza del lettore, orientandolo a una visione del mondo più 'aperta'; e sarà lui stesso a partorirla, poiché le categorie del Tao-te-ching  non sono concetti, cioè esangui fantasmi del reale. Lao-tzu esprime il carattere del nonsense, che recalcitra a essere incapsulato nel concetto. Il contenuto dell'opera si apre alla nudità: questa sarebbe eternamente occultata, se trionfasse l'ennesima riproposta del senso, cioè una visione dottrinaria cui il lettore dovesse pedissequamente attenersi. È come se Lao-tzu parlasse sempre per metafora, scoraggiando ad libitum  tutti coloro che tendono a considerarlo l'apostolo del senso, d'una visione filosofica dogmatica, tranquillizzante e rasserenante, cioè esorcista del nudo. Le parole del filosofo taoista tendono a costituire un modello, ma l'oggetto è il nonsense : coloro che intendano alla lettera certe espressioni metaforiche sono votati al fallimento e all'incomprensione, cioè destinati a tradire l'essenza del Tao-te-ching. Il valore del libro consiste nel suo aspetto di cliché , attraverso il quale l'autore cerca di modificare lo stato d'animo e la visione del lettore. Da questo punto di vista l'opera funziona da matrice, spingendo a ragionare diversamente e a riconoscere il nonsense : essa non è un trattato da imparare a memoria o da citare all'occasione, fraintendone le autentiche funzioni. Il Tao-te-ching si prefigge di sgombrare il campo dai concetti, per creare il vuoto (hsü) - altro termine con cui si può qualificare la nudità o il nonsense. Questo libro non mira a creare nuovi concetti, bensì a legittimare un comportamento pragmatico, che risulti meglio in sintonia con la spontaneità e il flusso della vita. Leggendolo si viene trasformati, purché si sia pronti a recepirne lo spirito. Ma questa ricezione non può certo essere nozionistica o mnemonica. I concetti del Tao-e-ching  sono sfuggenti ed evanescenti: ogni volta che sembrano far capolino, ci si deve volgere in direzione del vuoto.28
   Lo stesso tipo di scrittura nonsensical  - con cui, a prescindere dai dogmi o dalle certezze, vengono proposti materiali che funzionino da modelli e invitino la mente a funzionare diversamente - si ritrova nei kòan del Buddhismo Zen e nei racconti dei maestri Sufi.29 E' I. Shah a notare che le storie narrate dai maestri ai discepoli soddisfano una finalità didattica e funzionano da modelli.30 Nello Zen e nel Sufismo, malgrado le indubbie differenze storiche e culturali, ci troviamo davanti a un'esigenza analoga, che non impone la ricerca, bensì lo scardinamento, del senso, in modo da aprirsi alla nudità essenziale della realtà. Il maestro Sufi o Zen si prefigge semplicemente di far avvertire al discepolo il nonsense, senza trasmettergli credenze o convinzioni. Egli mira a presentare la possibilità d'un particolare stato d'animo, che il discepolo deve realizzare personalmente, a prescindere dall'ausilio delle spiegazioni.31 Infatti, la consapevolezza che gli si richiede non ha nulla a che fare con l'ambito esplicativo.
   Anche il kòan seguente, che ha per protagonista il già menzionato maestro Zen Chao-chou, dischiude il nonsense, evidenziando la superfluità delle spiegazioni. L'unico scopo del kòan consiste nel cercare di rendere palpabile la nudità della realtà.

   "Chao-chou giunse alla dimora d'un eremita, e domandò: "c'è qualcuno, c'è qualcuno?" L'eremita alzò il pugno. Chao-chou disse: "l'acqua è scarsa; non si possono gettare gli ormeggi qui" - e se ne andò. Giunse di nuovo alla dimora d'un eremita, e chiese: "c'è qualcuno, c'è qualcuno?" Anche [quest'] eremita alzò il pugno. Chao-chou disse: "tu puoi dare, tu puoi portar via; puoi uccidere, puoi dare la vita" - e s'inchinò gentilmente (li )."332

   Benché i due compiano gli stessi gesti, Chao-chou sembra valutarli in maniera diversa. In questo modo, il lettore è invitato a riflettere sul senso del kòan, cercando di individuare l'eventuale discrepanza comportamentale tra i due eremiti. Quando però s'accorge che in realtà non ne esiste alcuna, il nonsense  si attesta prepotentemente. A quel punto l'ottica della spiegazione viene invalidata33 e si percepisce finalmente la nudità, non più occultata dal principio di discriminazione. Il razionalista dogmatico avrebbe tappato la bocca a Chao-chou: secondo lui, se proprio aveva intenzione di comunicare il nonsense, avrebbe fatto meglio a tacere. Chao-chou, invece, pur continuando a parlare, non trasmette alcun significato. Egli rende il nonsense  tangibile. Se il suo kòan non fosse stato tramandato ai posteri, sarebbe venuto meno un modo particolare di rendere accessibile il nonsense.
   Il valore della scrittura consiste nel rendere percepibile il nonsense, nella misura in cui ciò sia possibile. Perciò, non si deve scartare il linguaggio, né cedere alle lusinghe terroristiche del razionalista a oltranza, che vorrebbe metterci a tacere, insistendo sulla nostra contraddittorietà.
   Il maestro del nonsense  fa sentire la nudità a coloro ai quali si rivolge: egli non ha altra funzione. La contraddittorietà cui talvolta si espone ribadisce la sua irrazionalità basilare: il che non solo non ne intacca le posizioni, ma anzi ne indica la coerenza logica. Il maestro vorrebbe che i suoi interlocutori percepiscano l'assurdo, cominciando a pensare non pensando, e servendosi della logica e del linguaggio come meri strumenti, da sconfessare dopo averli utilizzati. Questa situazione è, come al solito, simboleggiata dalla metafora della zattera, oggetto di indiscutibile utilità che però va abbandonato, una volta raggiunto lo scopo. Il linguaggio non è un fine in sé, ma dev'essere utilizzato per arrivare alla sfera che lo travalica. E il fine si realizza proprio mettendo in luce, attraverso il linguaggio, l'inconsistenza del linguaggio. Quando il linguaggio gira a vuoto, come nei kôan Zen, appare il nonsense .
   Nel Corpus del Buddhismo Mahàyàna ('grande veicolo') questi spunti sono continuamente presenti. Si consideri una delle opere principali di questa linea di tendenza, il Vajracchedikà Prajñàpàramità Sùtra. Il suo autore, pur dimostrando un grande rispetto per la logica e il linguaggio, finisce per invalidare entrambi, tornando alla nudità essenziale.  Subhuti chiede al suo maestro di illustrargli la dottrina del vuoto (sanscr.: shùnya). Questi risponde, di volta in volta, alle domande, a differenza dei monaci Zen: tuttavia, le sue parole diventano non-parole, come dimostrano le seguenti citazioni.
   Il maestro liquida in poche battute la questione della liberazione (nirvàna),  fondamentale obiettivo buddhista.

   "Benché gli esseri viventi siano stati realmente condotti [alla sponda del] nirvàna, nessuno è stato realmente condotto [alla sponda del] nirvàna (na kashcit sattvah parinirvàpito bhavati )".34

   Le parole del maestro significano che la sponda del nirvàna non si attinge, ma è qualcosa a cui siamo già arrivati da sempre: non è che in questa situazione si divenga qualcosa di diverso da ciò che si è sempre stati. Da un altro punto di vista, tuttavia, si può asserire che veniamo condotti al nirvàna. Non si tratta d'una contraddizione, quanto della possibilità di varie alternative, che però trovano tutte nel nonsense  la loro matrice essenziale. 35
   Si consideri la situazione in cui il maestro definisce l'oggetto della dottrina. Egli non dice che l'oggetto è una cosa ('un principio'), né che è una non-cosa ('un non principio') [na sa dharmo nadharmah36]. A questo punto, una logica di tipo aristotelico avrebbe esaurito le sue possibilità di comprensione, e invece il discepolo Subhuti non può fare a meno di prendere atto  del nonsense. Il sostenitore del nonsense  non ha motivato la sua posizione, né l'ha espressa in forma discorsivo-dogmatica (a differenza di quanto sto facendo ora, da un punto di vista esplicativo-esegetico). Egli non ha detto: "il nonsense  è la realtà, quindi ricorro a un linguaggio adeguato". Ha soltanto alluso al nonsense. Spetta a noi commentare le sue parole, cercando di non tradirle. E l'unico commento possibile al nonsense  dovrebbe riprodurne lo spirito, limitandosi a ripetere le parole del maestro indiano, senza aggiungere nulla; infatti, qualsiasi esegesi (foss'anche la più accurata) rischierebbe di distorcerlo.

   4. Posso ora fare il punto della situazione, per sottolineare a quali risultati sono arrivato in questo capitolo. In primo luogo, sono venuto incontro al mio oppositore ideale, l'esorcista del nudo, rimarcando la provvisorietà del mio tentativo teoretico e considerandolo, al pari della scala wittgensteiniana, un utile espediente e nulla più (dopo averli usati, entrambi possono essere tranquillamente accantonati). In seguito ho chiamato in causa il Buddhismo: anch'esso, definendosi dottrina non-dottrina o teoria non-teoria, al pari della mia filosofia del  nonsense, s'è posto il problema di giustificare il ricorso alla letteratura. La teoria degli upàya (cin.: fang-pien) ['espedienti']  permette di uscire dall'impasse : nel Buddhismo la letteratura e le pratiche meditative fungono da espedienti, da surrogati o palliativi, per tutti coloro che non abbiano attinto, in quanto non ancora illuminati, la consapevolezza necessaria per poterne fare a meno. Essi non sanno ancora che non c'è nulla da attingere e che siamo già perfetti da sempre. La zattera che serve a spingersi alla sponda del nirvàna, poi distrutta o accantonata al pari della scala wittgensteiniana, è una metafora utile a tradurre lo stato d'animo di chi debba giustificare il discorso sul nonsense. Se l'esorcista dovesse ancora insistere a confondere la scala con l'obiettivo da raggiungere, o la zattera con il nirvàna, non avrei più nulla da dirgli: davanti a una tale ottusità, non posso che cedere le armi. Il che peraltro non implica una resa.
   Lasciata da parte la preoccupazione di rendere il discorso intelligibile e coerente a un avversario di questa risma, non rimane che chiarire altri aspetti dell'attività di colui che scrive sul nonsense. A questo punto, si può agevolmente constatare che il compito del sostenitore del nonsense  è non persuasivo per principio: egli è infatti convinto che nessuno potrebbe mai essere persuaso della filosofia del nonsense, se già non l'accetta in partenza, nel proprio intimo. D'altra parte, se la teoria del nonsense  è priva di contenuto, come si potrebbe convincere qualcuno della sua validità? Questa teoria è vaga e indeterminata, poiché riconosce la nudità e la vuotezza dell'esistenza. E la nudità può essere percepita, ma non può essere imposta a nessuno. Con queste premesse, potrà comprenderla soltanto colui che ha già le potenzialità per farlo, e che si muove verso il nonsense .
  Il sostenitore del nonsense  parla dunque per se stesso e per quanti la pensano come lui, benché difettino della determinazione necessaria per imboccare definitivamente la strada della nudità, in quanto tengono ancora in conto le allettanti offerte degli esorcisti di turno. Il sostenitore del nonsense, forse, parla soltanto per passare il tempo. Tuttavia, la sua funzione è estremamente rilevante: egli può, disponendo della necessaria abilità, lasciar intendere ai suoi lettori le tracce del nonsense  e le vestigia della nudità. Il suo discorso, ancorché non persuasivo, può far presa sul lettore, inducendolo a modificare la propria Weltanschauung  e ad avvertire la nudità. L'esempio dei maestri taoisti, Zen e Sufi dovrebbe aver indicato a sufficienza le possibilità e le modalità della funzione didattica del materiale letterario.
   Affinché il lettore non cada nella trappola di cui è rimasto vittima l'uomo di campagna, nel kafkiano Davanti alla legge, è necessario che questi scritti esistano, in modo da esercitare la loro funzione. L'esorcista vuole invece vietarli, esplicitandone le contraddizioni37; le quali, in ultima analisi, sarebbero tutte riconducibili alla pretesa confutazione dello scettico, analizzata nel capitolo precedente. L'esorcista teme che i lettori, una volta incoraggiati a sospendere il pensiero speculativo, possano avvertire il nonsense. Così, infatti, scoprirebbero che hanno già saputo, e capito, tutto da sempre.
   Per chiarire ulteriormente il carattere antiteoretico della filosofia del   nonsense e, se possibile, compendiarne e riassumerne le posizioni, dovrò ora illustrarne nuovi tratti, che fanno da corollario ai precedenti. Essi mostreranno la peculiarità di questa filosofia e la sua relativa invulnerabilità rispetto agli attacchi di avversari occasionali.

NOTE
1Infatti, se si comprendesse veramente la filosofia del nonsense, non avrebbe senso formulare tali interrogativi.
2Il termine 'dogma' può essere applicato al pensiero indiano in un'accezione specifica, diversa da quella con cui è tristemente noto nel pensiero occidentale.
3K. E. Neumann/G. de Lorenzo (a cura di), I discorsi di Gotamo Buddho , tr. it., Bari 1969 [ristampa anastatica dell'edizione del 1925] , II, LXIII, pp. 126 e sgg.
4Gli avyàkata sono considerati nei sutta n. LXIII e LXXII (ibid., II, risp., pp. 123 e sgg.; pp. 203 e sgg.).
5Questo aspetto è stato sviscerato ulteriormente nel Buddhismo nàgàrjuniano, in primis, e in certe correnti del Buddhismo cinese e giapponese, soprattutto il Ch'an e lo Zen.
6I discorsi di Gotamo Buddho, cit ., I, sutta XXII, pp. 209 e sgg. (vedi anche il sutta n. XXXVIII, pp. 383 e sgg.).
7L. Wittgenstein, Tractatus logico - philosophicus, cit ., p. 82.
8Il loro equivalente zenico è il gàtha  ('composizione poetica') di Jenye (cin.: Shan-hui; 497 - 569): "a mani vuote io vado, e la vanga è portata dalle mie mani/a piedi io cammino, ma sulla groppa d'un bue incedo" (cfr. D. T. Suzuki, An Introduction to Zen Buddhism; tr. it., Introduzione al Buddhismo Zen, Roma 1970, p. 61).
9La legge è metafora dell'assurdo, assai ricorrente in Kafka.
10F. Kafka, Vor dem Gesetz; tr. it., Davanti alla legge, in: Racconti , Milano 1976, pp. 188-9 (il racconto è stato inserito dall'autore nel celebre romanzo Il processo ).
11L'inanità dello sforzo è tratteggiata in un altro racconto breve kafkiano,Il messaggio dell'imperatore : qui ostacoli sempre nuovi si frappongono all'esecuzione del compito, che diviene irrealizzabile   (ibid., p. 198).
12I. Shah, The Way of the Sufi; tr. it., La strada del Sufi, Roma 1971, pp. 171-2.
13G. K. Gibran, cit ., p. 94 [trad. mia].
14M. Eckhart, Sermoni tedeschi, tr. it., Milano 1985, p. 224.
15Ibid., pp. 257-8.
16Eckhart reinterpeta un passo del vangelo di Giovanni (Gv, 16, 16 ), facendo dire a Cristo: "Se qualcosa, anche minimo, aderisce all'anima, non mi vedrete" (cfr.: Modicum et iam non videbitis me, ibid., p. 185).
17Cfr. il sermone Unus Deus et pater omnium, ibid., pp. 41 e sgg.
18Cfr. il sermone Nolite timere eos qui corpus occidunt, animam autem occidere non possunt ; ibid., pp. 80-1.
19Anche il fatto che Eckhart chiami il nonsense  'Dio' ha generato equivoci.
20"Il tao che può esser considerato tao non è il tao eterno" (Tao-te-ching , I) [tutte le traduzioni delle citazioni da quest'opera sono mie].
21Tao significa 'via', cioè corso del mondo, in senso cosmologico, e anche 'dieta' o metodo di condotta, in senso etico (cfr. i miei lavori: Antologia della filosofia cinese, cit., pp. 38-9; Vivere il Taoismo, Milano 1996).
22Impossibile non notare l'analogia con la Unschuld des Werdens  più volte tratteggiata da Nietzsche in Also sprach Zarathustra  (su questo punto si veda il mio Buddhismo del vuoto come Aufhebung del Buddhismo, in: Annali dell'istituto di filosofia, Urbino 1987, n. 1, p. 39 e sgg.).
23La naturalezza dell'accadere è correlata al principio individuale di ogni creatura, cioè il te ; cfr.:Tao-te-ching, LI.
24Ibid., XVI.
25Ibid., XXXVII.
26Il principio del wei-wu-wei non può essere frettolosamente considerato un'esortazione all'inattività: "senza azione (wu-wei) non è comunque non azione (pu-wei)" (ibid., XLVIII); "il tao è costantemente nella non azione, eppure non c'è nulla che non venga fatto (tao ch'ang wu-wei erh wu-pu-wei )" (ibid ., XXXVII).
27Per uno sviluppo di questi temi, si veda il mio Vivere il Taoismo, cit.
28Tra gli interpreti del Tao-te-ching, Karl Jaspers s'è reso conto del carattere pratico e, per così dire, 'esistenziale' di quest'opera (Die grossen Philosophen; tr. it., I grandi filosofi, Milano 1973). Per una disamina della sua posizione, cfr. il mio Il Lao tzu di Karl Jaspers,  in: Annali dell'istituto di filosofia, Urbino 1989, n. 2, pp. 185-233.
29Il Sufismo è una corrente della mistica islŸmica, suddivisa in vari Ordini e scuole (si vedano i miei lavori: Il Sufismo, Milano 1996; Il canto del derviscio, Milano 1994, III ediz.; Il bimbo e lo scorpione, Milano 1996).
30The Way of the Sufi, cit ., p. 89.
31E' questo il succo del dialogo tra un maestro Sufi e un suo discepolo, riportato da I. Shah in Thinkers of the East  (cit ., p. 115): l'uomo deve imparare comprendendo la sua propria condizione, e tuttavia questa condizione non può essergli spiegata.
32Mumonkan , cit ., XI.
33Anche L. Wittgenstein attacca a più riprese l' 'ottica della spiegazione'. Egli considera il proprio metodo filosofico 'puramente descrittivo': "le descrizioni che diamo non sono accenni di spiegazioni" (The Brown Book; tr. it., Il libro marrone, Torino 1983, p. 163). Altrove, ammonisce così un interlocutore ideale: "se [...] la tua testa è ossessionata da spiegazioni, trascurerai di tenere a mente i fatti più importanti" (Remarks on the Philosophy of Psychology, 1980, I, § 927). L'analogia tra lo Zen e Wittgenstein ha solo uno scopo euristico: l'avversario di entrambi è l'ermeneutica, vincolata alla spiegazione (anche Nietzsche potrebbe inserirsi nel discorso). Wittgenstein estende la propria visione antiermeneutica alla dimensione religiosa e antropologica (cfr.: C. G. Luckhardt, Wittgenstein: Sources and Perspectives; tr. it., Milano 1979, II ediz., p. 18).
34Ivi, 17a [testo sanscrito in: E. Conze (a cura di), Vajracchedikà Prajñàpàramità Sùtra, Roma 1974 (II ediz.); trad. mia.].
35Rigorosi studiosi del Buddhismo potrebbero sostenere che le due affermazioni del maestro corrispondono a due diversi livelli di realtà, e quindi a verità diverse o a differenti gradi di comprensione. Di fatto nel Mahàyàna, per influsso del patriarca Nàgàrjuna, ha attecchito la teoria della duplice verità, relativa e assoluta  (cfr.: Màdhyamika Kàrikà, XXIV, 8 e sgg.; tr. it., Le stanze del cammino di mezzo, Torino 1979, p. 121 e sgg.). Tuttavia,  la distinzione tra le verità può essere lasciata cadere, una volta attinto il vuoto dell'esistenza, ovvero l'ambito del nonsense . Questa problematica si evidenzierà nel Buddhismo Ch'an, ma ne esistono i germi già nel Buddhismo indiano, nei continuatori dell'opera di Nàgàrjuna (per esempio in Candrakìrti, autore d'un commentario alla Màdhyamika Kàrikà). L'assunto essenziale del Buddhismo 'vuotista', cioè della scuola nàgàrjuniana, è proprio la 'distruzione delle opinioni' (da questo punto di vista, viene invalidata anche la distinzione tra verità assoluta e relativa).
36Vajracchedikà  Prajñàpàramità  Sùtra, cit ., 30b.
37Sulla possibilità di considerare la contraddizione in una prospettiva non esorcizzante e non demonizzante, si prendano in esame le osservazioni di Wittgenstein a proposito dei Principia mathematica  di Russell e Whitehead: "supponiamo che io dimostri che P non può essere dimostrata (nel sistema di Russell): con questa dimostrazione ho dimostrato P. Ora, se questa dimostrazione appartenesse al sistema di Russell - avrei contemporaneamente dimostrato l'appartenenza e la non appartenenza di questa proposizione al sistema di Russell. - Ecco cosa capita a costruire proposizioni di questo genere. - Ma qui c'è una contraddizione! EEbbene,  sì, qui c'è una contraddizione.  Nuoce a qualcuno, qui ?" [corsivo mio] (Remarks on the Foundations of Mathematics; tr. it., Osservazioni sopra i fondamenti della matematica, Torino 1971, p. 68).
 

 
 
 
 
 

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