3. SCETTICISMO, DISCUSSIONE, RELATIVISMO
 
 

 I pesci nuotano nell'acqua. Essi nuotano continuamente senza mai raggiungere il limite dell'acqua.
Gli uccelli volano nel cielo. Essi volano continuamente senza mai raggiungere il
limite del cielo.
Dògen, Shòbògenzò

Quando arrivi in cima a una montagna, continua a salire.
Massima Zen
 

 

    1. La visione del nonsense  è forse da accostare allo scetticismo? In caso di risposta affermativa, quali sono le differenze e le affinità tra le due concezioni? Il problema è assai complesso. Per prima cosa si dovrà chiarire cosa s'intende per scetticismo, poiché il termine è tutt'altro che univoco. Chi afferma che la metafisica non è in grado di sciogliere l'enigma della realtà, e sottolinea simultaneamente l'impotenza dei mezzi cognitivi abituali (sensi, intelletto, ecc.), è senz'altro invischiato in una posizione scettica. Benché non sia facile compendiare l'essenza dello scetticismo in una definizione,1 posso attenermi a quest'indicazione di massima, riservandomi di integrarla a tempo debito.
   Concepito nei termini suindicati, lo scetticismo ha qualcosa a che fare col nonsense ? Chi assume la posizione della nudità afferma chiaramente che non c'è un senso  da cogliere. Nella misura in cui quest'asserzione può essere condivisa dallo scetticismo (perlomeno da un certo scetticismo), è indubbio che viene perseguita una direzione affine. Tuttavia, si deve fare un'importante aggiunta, per non confondere i sostenitori del nonsense  con gli esorcisti del nudo. I primi affermano che non c'è un'enigma della realtà, quindi possono appoggiare lo scettico fino al punto in cui questi afferma che non si può conoscere nulla. Ma non possono evidentemente seguirlo quando egli lascia trasparire che potrebbe esserci una sfera situata oltre  le limitazioni della conoscenza. In questo caso, però, si tratterebbe di uno scetticismo particolare, strettamente affine al misticismo religioso o ad alcune forme di sapere dogmatico (anche lo scettico che aderisce acriticamente alla scienza rientra in questo gruppo). Esiste, in altre parole, uno scetticismo che svaluta la filosofia, per esaltare la religione o la scienza. Io invece, come fautore del nonsense, non posso sostituire un Moloch  con un altro, perché cadrei pur sempre nell'idolatria. E posso restare nell'ambito della filosofia, senza scantonare altrove, a patto di intenderla diversamente, fondandola sulla nudità e sul nonsense. Si deve quindi concludere, provvisoriamente, che lo scetticismo (inteso come supra ) s'avvicina alla filosofia del nonsense, allorché fa capire che non esiste un senso  da cogliere; ciò costituisce anche l'elemento migliore dello scetticismo in genere. In quanto  evidenzia i limiti della metafisica tradizionale, lo scetticismo procede dunque in una direzione affine alla mia.
   Dal canto mio, tiro acqua al mulino dello scetticismo, affermando che ogni filosofia racchiude la contraddizione ed è frutto di pulsioni e passioni individuali, che in ogni filosofia i 'princìpi primi' sono garanzia d'irrazionalità (e dunque elementi negativi, anziché probanti), che il sistematico costruisce arbitriamente il proprio schema del mondo, ecc. Si tratterà di vedere fin dove si spingano le affinità e si evidenzino le effettive divergenze.

   2. Per un confronto di posizioni filosofiche si deve esaminare il 'dire', ossia come esse si esprimono in termini linguistici.2 La proposizione generale dello scettico è "non credo"; l'oggetto è la metafisica in genere o le sue singole proposizioni in particolare. Questa posizione può essere condivisa, nei limiti suindicati, dalla filosofia del nonsense, perciò devo analizzarla meglio. Continuerò a servirmi degli strumenti linguistici, pur constatandone la validità provvisoria.
   La proposizione "non credo" ha sempre un oggetto; altrimenti, lo scettico sarebbe un dogmatico puro, e non avrebbe senso tentare un confronto.3 Cercare quest'oggetto significa prendere sul serio lo scettico, cioè, anziché scartarne a priori  le posizioni (come farebbe il dogmatico), cercare di capire il suo mondo e cosa egli effettivamente sostenga. Esistono vari esempi, ormai classici, nella Storia della filosofia, di radicali fraintendimenti della posizione scettica, espressi da personaggi che evidentemente non avevano altre argomentazioni da opporle. Il loro denominatore comune è la traduzione della proposizione basilare dello scettico in altri termini, in modo da poterla fronteggiare.
   Si veda, per esempio, Cousin:

   "[...]"non c'è alcuna verità, alcuna certezza"; traducete: "è vero, è certo che non può essercene"... è un evidente dogmatismo (c'est un dogmatisme évident ). "E' vero, è certo"... Che ne sapete voi, che non ammettete nessuna verità, nessuna certezza? Lo scetticismo sbocca (aboutit ) dunque, esso stesso, nel dogmatismo."4

   La traduzione di Cousin non coglie l'essenza della proposizione dello scettico. Quest'ultimo afferma ¬p ("non c'è verità") e il razionalista legge: p¬ ("è vero: non può essercene"). Le due proposizioni sono equivalenti? Un recinto che abbia un buco è forse come nessun recinto?5 Il vero dogmatico non è forse colui che non ascolta la posizione dell'altro, e la trasforma in qualcosa di diverso, perché solo così potrà 'confutarla'? Ammesso e non concesso che lo scettico non sia disponibile alla discussione, non si può forse dire lo stesso del suo avversario dogmatico, che riesce a discorrere con lui solo fraintendendone le posizioni?
   Nella Storia della filosofia questo fraintendimento costituisce il denominatore comune, puntualmente ricorrente, delle obiezioni allo scettico. Gentile è su questa linea, allorché afferma che

   "lo scetticismo è la posizione più assurda del pensiero, l'affermazione che più violentemente neghi se stessa: poiché anche la negazione dello scettico è un'affermazione [corsivo mio], non potendo la mente pensare altrimenti che affermando, cioè conferendo il valore di verità al proprio giudizio; ciò che allo scettico verrebbe interdetto dal sofistico contenuto della sua affermazione, che non sia dato di conoscere la verità, cioè, appunto, la realtà".6

   Anche in questo caso si assiste a una traduzione bell'e buona: mentre lo scettico nega, Gentile dice che afferma, poiché la mente può soltanto affermare. Rimane il fatto che, se lo scettico avesse voluto veramente affermare qualcosa, lo avrebbe fatto direttamente e non per negazioni. Lo scettico dice che non si può conoscere la verità; nella traduzione di Gentile quest'osservazione equivale ad ammettere che una verità, in qualche modo, la si conosce (essa suonerebbe: "non si può conoscere alcuna verità"). Il ragionamento di Gentile snatura completamente la proposizione dello scettico. Egli, come tutti i razionalisti a oltranza, non si sforza di comprendere la posizione dell'avversario; e non mi stupisce che non lo faccia, poiché difetta dell'attitudine mentale, pratica ed esistenziale, necessaria per comprendere lo scetticismo.7
   Da una posizione analoga alla suindicata prende le mosse un'altra celebre, presunta confutazione dello scetticismo, formulata da K. Fischer, lo storico idealista. Nella sua Geschichte der neueren  Philosophie  egli afferma che

   "lo scettico fa del dubbio (Zweifel) una certezza (Gewissheit), e va a finire, in qualsiasi modo si ponga, in contrasto con se stesso. Poiché, se il dubbio (Zweifel) è certo (gewiss), egli non è più scettico. Se invece il dubbio (Zweifel) è esposto al dubbio (zweifelhaft), egli annulla se stesso, e pone fine al suo scetticismo."8

   La traduzione della proposizione scettica consiste, in questo caso, nel far coincidere il dubbio (Zweifel) e la certezza (Gewissheit), i quali sono, in realtà, due elementi opposti. Il dubbio espone alla sospensione del giudizio, poiché sono due alternative a presentarsi (come indica l'etimologia tedesca, Zweifel deriva da zwei, cioè 'due'); la certezza esprime invece l'adesione incondizionata a una proposizione. Quindi, se si comprende veramente la posizione dello scettico, la prima alternativa di Fischer ("se il dubbio è certo, egli non è più scettico") cade automaticamente, poiché il dubbio (Zweifel) non è la certezza (Gewissheit ); la seconda alternativa ("se il dubbio è esposto al dubbio, lo scettico annulla se stesso") non pone affatto fine allo scetticismo, ma anzi lo rafforza. Infatti, se Fischer ammette che il dubbio(Zweifel), come sospensione del giudizio e ammissione di varie alternative o soluzioni, è a sua volta 'dubbioso' (zweifelhaft), ha già dato ragione allo scettico. Questi asserisce proprio, in primo luogo, che il dubbio equivale alla sospensione del giudizio e, in secondo luogo, che esistono varie soluzioni d'un problema; poiché manca una soluzione unica, viene smentita la funzione 'esclusiva' della verità e della ragione9. Se ci fossero tante verità e tante ragioni, non ci sarebbero più 'la Verità' e 'la Ragione', care agli esorcisti della nudità. Fischer è completamente spiazzato.
   Si consideri la questione in un'altra ottica. S'è visto che il razionalista  altera a bella posta la proposizione dell'avversario, poiché questo è l'unico modo cui può ricorrere per 'controbattere' una concezione di cui non comprende il significato. Secondo lui, il fatto che lo scettico non ammetta alcuna opinione, né alcuna verità, equivale ad asserire che ne ammette una. Fin qui si spinge il pensiero occidentale, agevolmente smentito dalle considerazioni precedenti (ma si dovrà tornare sul significato pragmatico, non immediatamente logico, della proposizione dello scettico). L'Oriente, che, come in altre circostanze, si è rivelato molto più profondo dell'Occidente,10 ha considerato in modo diverso la questione dello scetticismo, bandendo ogni semplicismo.
   Il Buddhologo H. Bechert presenta un kôan particolare, imperniato sul dialogo tra Aggivessana, lo scettico assoluto, e ßkyamuni, il Buddha storico. Questa è la parte che mi interessa:

   Aggivessana: "Gautama, io parlo ora nel modo seguente e sono di quest'opinione: "non ammetto nessun'opinione".
   Il Buddha: "Appunto quest'opinione, Aggivessana, "non ammetto nessun'opinione", non ammetti tu neppure quest'opinione?"
   Aggivessana: "Se, Gautama, ammettessi quest'opinione, ciò equivarrebbe, da una parte, alla non ammissione  d'un'opinione e, dall'altra, all'ammissione  dell'opinione secondo cui io non ammetto nessuna opinione".11

   Aggivessana comprende la posizione dell'avversario (infatti, riconosce di ammettere un'opinione), ma nel contempo mantiene la propria (infatti, riconosce di non ammettere un'opinione). Così, viene superato il punto di stallo in cui l'Occidente si arrestava, a proposito della confutazione dello scetticismo. Aggivessana ammette che la sua posizione in realtà ne compendia due (l'ammissione e la non ammissione d'un'opinione, e non soltanto, semplicisticamente, l'ammissione d'un'opinione, nei termini di Cousin, Fischer e Gentile). C'è una contraddizione. E' questo il punto in cui lo scetticismo può sfociare nel nonsense : infatti, è questa la direzione in cui Buddha spinge Aggivessana. Buddha indica allo scettico, come modelli di perfezione teorico-pratica, coloro che, per un verso abbandonano quest'opinione (cioè "non ammetto nessuna opinione"), e per l'altro "non ne ammettono più un'altra."12 Non è che, a questo punto, lo scetticismo venga abbandonato. Tuttavia, viene sospinto alle sue estreme conseguenze: dovrà essere accompagnato dalla distruzione di tutte le opinioni, vero traguardo dell'apertura al nonsense. Ritornerò sulla distruzione delle opinioni, che costituisce il culmine dell'affermazione della nudità. Per ora posso ribadire un'importante proposizione. Essa fa seguito a quella formulata nel paragrafo precedente, secondo cui lo scetticismo e la filosofia del nonsense  sono vicini, nell'affermare che non c'è un senso  da cogliere: lo scetticismo deve sfociare nel nonsense, che, solo, lo garantisce, portandolo a totale compimento. La relazione dello scetticismo con la teoria del nonsense  dev'essere fondata su queste ultime considerazioni.

   3. Quando lo scettico rinuncia a discutere, prende le distanze dai sostenitori del nonsense. Per loro, infatti, la discussione ha valore, non perché ci fa cogliere il senso della vita (come invece ritengono gli esorcisti del nudo), ma proprio per il motivo opposto: perché essa evidenzia le molteplici contraddizioni insite nel ragionamento e il soggettivismo insopprimibile dei disputanti, spingendo dunque al relativismo.
   In che modo? Semplicemente presentandosi come tale, cioè come discussione. Essa ha gravi limiti. Nella discussione ciascun interlocutore sostiene il proprio punto di vista e, solo relativamente, è disposto a cedere alla posizione dell'altro. Occasionalmente, si potrà essere persuasi, magari su questioni marginali, ma permarrà sempre la convinzione di essere logicamente nel giusto, e ci si atterrà alla propria posizione. Il che indica una sorta di impermeabilità nei confronti dell'esterno.13 Ogni interlocutore avalla i propri assunti. Anche quando non si è convinti delle proprie opinioni, le si difende a spada tratta, una volta contraddetti, quasi si trattasse di proteggere un bene personale che rischi d'esserci sottratto. Come s'è visto nel cap. I, le convinzioni filosofiche sono in realtà sorrette da motivazioni pulsionali di bassa lega, tutt'altro che ideali ed elevate, a ben vedere. S'è anche visto come ogni discorso sfoci inevitabilmente nella contraddizione, qualora si tenti di svilupparlo fino alle estreme conseguenze. In base a questi spunti si evidenzia il valore della discussione per la filosofia del nonsense, che, quindi, non può rifiutarla.
   Si può prendere atto della validità della seguente proposizione: la discussione, nonostante i suoi limiti, e anzi grazie a essi, può evidenziare il nonsense.14 Con ciò tento di valorizzare l'importanza relativa delle parole e della logica, avendo sempre in mente il punto finale della mia ricerca, cioè la nudità essenziale. Anche nello Zen la logica e il linguaggio vengono considerati in prospettiva analoga.15 Così, le parole servono a essere invalidate. Parlando si evidenzia il nonsense, se solo gli si presta ascolto. Con ciò non voglio, proprio io, ripristinare l'importanza della logica e del linguaggio, bensì ribadirne l'impotenza: essa s'attesta automaticamente, una volta che il linguaggio proceda 'a ruota libera'.
   Quindi, non posso che deplorare l'atteggiamento dello scettico, cioè l'interdizione del discorso. Più si parla, e più traspare la povertà essenziale del discorso. Per metterla in risalto non è necessario assumere alcun atteggiamento particolare: si tratta soltanto di far procedere il discorso a ruota libera.
   E' questa la direzione adottata in psicoanalisi (o nella psicoterapia a orientamento analitico): la parola si muove freewheeling, e le libere intrusioni (freie Einfälle) fanno capolino nella mente del paziente senza un disegno preordinato, cioè alla rinfusa. Tradurre freie Einfälle  con 'libere associazioni' serve soltanto a legittimare la convinzione che la teoria psicoanalitica sia debitrice al materialismo meccanicistico, che invece Freud accantona. La dimensione psicoanalitica restituisce alla discussione la sua dignità, rendendola disponibile al silenzio, o meglio al nonsense. Finché si crede alla capacità della mente di associare i pensieri, si crede ancora al disegno, al progetto, al télos , che invece la psicoanalisi pone tra parentesi. Qualcuno potrebbe criticare questa posizione, osservando che il discorso del paziente ne esprime i desideri pulsionali, e quindi è dotato d'un piano e d'una direzione. A prima vista, quest'obiezione è legittima (infatti, il paziente parla dei propri sintomi). Tuttavia, seguendo la catena associativa si finisce in una mèta  nonsensical. Lo ha mostrato J. Lacan, nello scritto che meglio di altri ne riassume l'insegnamento16 e che attesta la supremazia del significante (il nudo) sul significato.17 Ma si tratta di temi da considerare più ampiamente in altra sede.18
   L'essenza autentica della discussione viene recuperata nella seduta analitica, mentre, nel contempo, il nonsense ne risulta corroborato. Ciò non è contraddittorio. A Freud va il merito di aver spinto la discussione al punto in cui il nonsense  s'evidenzia. Anche la contrapposizione di due o più argomentazioni conduce, sebbene più tortuosamente, alla stessa mèta (come vedremo in seguito). In entrambi i casi, è il riconoscimento dei limiti della discussione che balza in primo piano, facendo emergere la nudità.
 Nel caso della psicoanalisi, è difficile illustrare al lettore, ignaro della tecnica, in cosa consista precisamente l'emersione del nonsense : per capirlo, questi "dovrebbe pagare l'accesso all'altra scena", ossia entrare in terapia. Tuttavia, si può ugualmente accennare alla questione, mettendo in risalto alcuni aspetti del setting  analitico. In primo luogo, si pensi alla sollecitazione cui il paziente è sottoposto, quando è invitato a dire qualsiasi cosa gli passi per la mente, senza seguire alcuna concatenazione logica; mentre, per altri versi, l'analista si chiude nel silenzio. Ne deriva un tipo di interazione dialogica perlomeno singolare. In secondo luogo, si consideri la posizione dell'analista, che volge le spalle al paziente (nella terapia freudiana ortodossa), mostrando così, tra l'altro, l'effettivo disinteresse provato da una persona nei confronti del discorso dell'altra.19 Questi dettagli rivelano, nella loro radicalità, ciò che il discorso ordinario permetterebbe già di cogliere, se solo gli si prestasse ascolto.20

   4. Cos'è che la discussione ordinaria permette di evidenziare? Come ho anticipato, se si presta attenzione al dialogo fa capolino il relativismo. La discussione si presenta come l'effettivo confronto tra punti di vista diversi. In realtà, ciascuno degli interlocutori (al pari dell'analista freudiano, ma su un altro piano) è completamente immerso nel suo mondo: si sforza di dimostrare la propria opinione, senza curarsi di quella dell'altro. Sembra disposto a mutarla, eppure, nel proprio intimo, non lo farà mai.
    È questa l'essenza della discussione, indipendentemente dal numero degli interlocutori o dalla materia dell'argomentazione. La discussione è dunque, nella sua essenza, una forma di relativismo, da intendere come la formulazione di punti di vista diversi su uno stesso tema.
   Su questo si dovrebbe poggiare l'accento: si discute perché non si è d'accordo, in quanto si hanno visioni diverse su uno stesso argomento. E ciò dovrebbe legittimare la conclusione che esistono molte 'ragioni', non una soltanto. Se fosse altrimenti, saremmo come i morti che, presumibilmente, nei cimiteri non dialogano tra loro (avranno forse capito che non c'è nulla da discutere?).
  A prescindere da certi paragoni, più o meno pittoreschi, è indubbio che un accordo totale tra gli uomini segnerebbe la fine di ogni discussione. Di fatto, quest'accordo non esiste21: ogni interlocutore rimane della propria opinione, ed è disposto ad accordarsi con l'avversario soltanto su assiomi che, in parte, avrebbe già condiviso prima d'impegnarsi nella discussione (e che forse non gli erano venuti semplicemente in mente, mentre le argomentazioni dell'altro gli hanno fornito uno spunto di riflessione). L'interlocutore può modificare soltanto le opinioni che già sarebbe stato, in partenza, disposto a modificare. Si consideri il caso di un musulmano ortodosso: questi avrà una visione del mondo fondata sul Corano, e potrà accogliervi soltanto gli eventi storici che vi si conformano (come la 'guerra santa'); a tutti gli altri (come la 'pace universale'), per forza di cose, dovrà essere refrattario. Non servirà a nulla tentare di convincerlo a cambiare idea nel corso d'una discussione.22
   Ogni interlocutore espone il proprio  punto di vista, e accoglie quello altrui soltanto se c'è la possibilità d'un accordo o d'una sovrapposizione. S'attesta dunque la portata universale del nonsense : non c'è una verità assoluta di riferimento. Va invece constatata l'estrema varietà e molteplicità dei punti di vista individuali, che non sarà mai soffocata dagli sforzi degli esorcisti della nudità. Questi non riescono a imporre la loro "merce": una verità  allgemeingültige, ossia universale e necessaria.23
   Il relativismo è quindi l'esito necessario della discussione. Si può dedurre che ognuno potrebbe dimostrare ciò che vuole. L'interlocutore asserisce il proprio punto di vista, ed è reso ostinato dallo sviluppo del discorso; magari non è del tutto convinto della sua opinione, tuttavia, per avere la meglio, cerca a tutti i costi di imporla all'avversario. Tenta di far breccia nel discorso dell'oppositore, individuandone un punto debole per rivelarne l'inconsistenza. Così, se sa giocare meglio di lui con le parole, e ha una maggiore padronanza della logica discorsiva, potrà facilmente ottenere questo risultato. E comunque, il fatto che ci riesca significa forse che la sua posizione è più fondata di quella dell'avversario? Il fatto che egli abbia la meglio significa che la sua teoria aderisce alla realtà, mentre l'altra è falsa e inconsistente? Forse lui ha ragione perché è riuscito a zittire l'avversario? Il fatto che l'abbia spinto al punto in cui questi non possa più ribattere (perché non ci sono più argomentazioni disponibili o semplicemente non ne trova più), stabilisce forse che lui ha ragione e l'altro ha torto?
   Questa problematica, riscontrabile peraltro in ogni discussione, è focalizzata nel modo più efficace da Chuang-tzu, taoista cinese vissuto intorno al 300 a. C.

   "Se io e te discutiamo, il fatto che tu mi vinca [nel dibattito], e io non riesca a farlo, significa che tu hai veramente ragione (shih), e che io ho veramente torto (fei)? E se io ti vinco [nel dibattito] e tu non riesci a farlo, ciò significa che io ho veramente ragione, e tu hai veramente torto? Forse il primo ha ragione e l'altro ha torto? Forse entrambi abbiamo ragione ed entrambi torto? Io e te non possiamo saperlo tra noi [ossia, finché la questione resta confinata al nostro ambito]; e, stando così le cose, anche un'altra persona sarebbe avvinta dalla stessa oscurità. Chi potrebbe, in effetti, essere in grado di correggerci? Se è qualcuno d'accordo con te, e [cerca di] correggerci, poiché è [già] d'accordo con te, come potrà correggerci? Se è qualcuno d'accordo con me, e [cerca di] correggerci, poiché è [già] d'accordo con me, come potrà correggerci? Se invece la sua opinione diverge sia dalla mia che dalla tua, e cerca di correggerci, poiché la sua opinione diverge sia dalla mia che dalla tua, come potrà correggerci? Stando così le cose, se io, te e un'altra persona non siamo in grado di sapere [se qualcuno ha ragione o torto] tra noi [ossia, finché la questione resta confinata al nostro ambito], si dovrà aspettare ancora un'altra persona [per saperlo]?"24

   A questo punto il processo in moto rischia di protrarsi all'infinito, senza che si possa mai contemplare serenamente, cioè imparzialmente ed equanimamente, la situazione per stabilire una volta per tutte chi ha ragione (shih) e chi ha torto (fei).
   Si mostrano così altri tratti del già sottolineato relativismo della discussione. Ogni interlocutore si cura unicamente di dimostrare la validità delle proprie vedute, risultando relativamente impenetrabile al confronto: si ritiene vero  il proprio discorso (sempre se si è in buona fede) e falso  quello altrui, senza poter mai dimostrare la fondatezza dei propri parametri di giudizio.25
   Così, dando libero sfogo alla discussione è tornato in scena il nonsense : si deve per forza sottoscriverlo, dopo che il suddetto relativismo ha prepotentemente disorientato gli esorcisti della nudità, fautori di una verità universale e assoluta (allgemeingültige). A questo punto, il terrorismo ideologico insito nella loro metodologia dovrebbe essere evidente. Essi vogliono imporre all'interlocutore qualcosa di infondato, contrabbandandolo come qualcosa di perfettamente plausibile. I loro discorsi possono risultare più persuasivi dei miei, e i loro sistemi possono attrarre gli sprovveduti, irretiti da un'apparente perfezione. Tuttavia, a ben vedere, si finirà sempre per riconoscere il velleitarismo di certi teoreti, nonché l'impotenza basilare dei loro disperati tentativi di occultare il nonsense.
   E' innegabile: discutendo, non si convince nessuno. Nella discussione emerge piuttosto il relativismo, la forte inclinazione di ogni interlocutore, spinta alle estreme conseguenze, ad avallare la propria posizione, chiamando in causa parole come 'vero' e 'falso' che di per sé non hanno senso alcuno.
  Questo aspetto è talmente ovvio che sarebbe superfluo rimarcarlo, se solo gli esorcisti della nudità potessero condividerlo: ognuno si crea la propria visione del mondo, a cui resta ancorato e che cerca di imporre nella discussione, non potendo rinunciare ai propri pregiudizi. L'individuo è spinto a stabilire e a seguire una struttura di riferimento, per orientarsi nella realtà. Ma non potrà pretendere che questa struttura sia vera, mentre quella degli altri è falsa, solo perché è lui a vederla così. Siamo sempre allo stesso punto: non c'è una no man's land  da cui attingere il senso della vita, il significato del mondo e dell'esistenza, cioè una verità assoluta che possa concederci l'agognata pace, consentendoci di dimenticare la nudità.
   Il relativismo è dunque il riconoscimento del nonsense. Ognuno crede d'aver ragione e pensa d'aver attinto il vero, mentre in realtà è vittima dell'esorcismo della nudità. Un abile dialettico potrà convincere gli altri di essere in torto, ma non per questo, come ha mostrato Chuang-tzu, la sua posizione sarà realmente fondata.
   Una posizione può essere smentita da un'altra, e questa da un'altra ancora, e così via. Con la discussione non si raggiungerà mai nulla, poiché ognuno si sforza di dimostrare la validità dei propri assunti. Di fatto non si dimostra niente, e il nonsense  continua a regnare.
   Se l'assolutismo avesse la meglio, la nudità sarebbe sconfitta, poiché le verrebbe assegnato un contenuto specifico. Ma ciò non avviene, e ogni discussione esaspera soltanto i punti di vista degli interlocutori, cioè le debolezze e le passioni individuali (su cui poggiano le visioni del mondo). Viene così sottolineata l'inconsistenza d'una logica incapace di dar vita all'unica creatura che, per legittimarsi come tale, dovrebbe partorire: la verità . Questa creatura impossibile da generare non è mai sola, ma sempre in compagnia. Non essendo autonoma, non è mai nata, poiché la nascita è separazione, cioè realizzazione della propria singolarità. Il vero è sempre vero per qualcuno, in conformità alle strutture e alle convinzioni individuali: non è mai 'vero a se stante', 'vero assoluto' e allgemeingültige . Il vero è tale in riferimento a una struttura, a una visione del mondo. Non esiste il vero in sé, che prescinda dalle visioni del mondo.
   Come ci ricorda N. Goodman:

   "se m'interrogo sul mondo, mi si può rispondere come esso è sulla base di una o più strutture di riferimento; ma se insisto che mi si dica come esso è indipendentemente da tutte queste strutture, che cosa mi si potrà rispondere?"26

   Da un punto di vista culturale, poiché l'esperienza umana del mondo è sempre diversa,27 non s'attingerà mai una postazione ideale da cui determinare la verità (o la falsità) d'una visione filosofica. I termini 'vero' e 'falso' non hanno senso, in riferimento alle visioni del mondo.28 Le Weltanschauungen  sono prodotte dagli esorcisti della nudità, i quali, nelle varie culture e società, esercitano influssi differenti, di varia intensità, ma sempre lesivi della nudità essenziale.
   Gli scrittori che denunciano il condizionamento culturale delle visioni del mondo e la possibilità d'un'alternativa, rendendosi disponibili al relativismo, suscitano un grande interesse.29 I lettori si sentono per un attimo liberati dal fardello della loro eredità culturale, che essi ritenevano universalmente diffusa e incontestabile, un 'dover essere' cui era d'obbligo aderire.30
   In questo ambito riscuotono successo le opere di C. Castaneda, in cui compare lo stregone yaqui don Juan, una peculiare figura del nonsense. Dopo essere stato sottoposto a un durissimo training, l'autore trae questa conclusione:

   "don Juan concentrò i suoi sforzi migliori per convincermi oltre ogni possibilità di dubbio che il mondo da me ritenuto reale era semplicemente una descrizione del mondo : una descrizione inculcatami al momento della mia nascita [corsivo mio]."31

   Spunto ribadito anche in altre occasioni:

   "la nostra realtà è semplicemente una delle tante descrizioni [del mondo]".32

   È possibile descrivere altri mondi, articolandoWeltanschauungen  sempre più complesse ed elaborate. Tuttavia, è impossibile attingere una postazione da cui contemplare lo stesso processo interpretativo, nel tentativo di attingere la descrizione definitiva e onnicomprensiva. Questa descrizione non esiste.33 Se esistesse, sarebbe possibile fondare la certezza assoluta e allgemeingültige .
   Nel pensiero occidentale il fatto che questa postazione non esista è di recente acquisizione. Si consideri la controversia tra Wittgenstein e B. Russell, in merito al significato delTractatus logico-philosophicus. Nella Storia della filosofia è una disputa essenziale, poiché contrappone i fautori del nonsense agli esorcisti della nudità. Secondo Russell, l'esorcista, esiste un metalinguaggio, con cui discutere il linguaggio in genere.34 Egli tira acqua al mulino del razionalismo 'assoluto' e allgemeingültige : infatti, se si può criticare il linguaggio dall'esterno, si può anche criticare il mondo dall'esterno, e attingerne finalmente il senso (eccoci tornati al problema che per me costituisce la quintessenza della filosofia).
   Nel Tractatus Wittgenstein non affronta esplicitamente la questione. Non dice mai: "non c'è metalinguaggio e quindi tutto il tuo discorso, Russell, è vaniloquio metafisico nel senso peggiore del termine!"35 Indirettamente, però, l'affronta in tutta l'opera. Infatti, già nella Prefazione il filosofo austriaco afferma che il suo obiettivo principale consiste nell'indicare il limite del pensiero, che può essere tracciato solo nel linguaggio, aggiungendo che ciò che oltrepassa il limite è solo un'assurdità (Unsinn).36 Ciò equivale a dire che oltrepassare il linguaggio è impossibile: un metalinguaggio, cioè una postazione privilegiata da cui discutere il linguaggio dall'esterno, non esiste.37

   5. Dalla discussione si passa al relativismo, cioè al riconoscimento delle diverse soggettività in gioco, delle differenze nei condizionamenti culturali, ecc. Il relativismo non deve peraltro essere considerato un punto d'arrivo, bensì consentire, al pari dello scetticismo, di suffragare ulteriormente il nonsense. Non ci si deve arrestare al relativismo, per indicare che ogni posizione filosofica può essere vera. In realtà, ogni posizione è falsa finché pretende di costituirsi come allgemeingültige. Ma il relativismo è molto utile, in quanto, superandolo, si attinge un dato essenziale: se è possibile fondare una molteplicità infinita di posizioni (tutte valide, con buona pace di Goodman), dev'esserci qualcosa di sbagliato nel voler fondare una posizione a tutti i costi. Il relativismo ci fa capire che si deve sospendere in toto  il tentativo di fondare posizioni, aprendoci alla nudità.
   Il relativismo è il regno della possibilità. Da questo punto di vista recupera l'eredità dello scetticismo, poiché l'apertura a verità molteplici pregiudica necessariamente l'adesione a una verità esclusiva, ossia alla  Verità. Sia il relativismo che lo scetticismo combattono la verità allgemeingültige, ossia la certezza assoluta. Entrambi possono essere vantaggiosamente impiegati per attingere il nonsense. Tuttavia, dopo aver eliminato la verità assoluta, anziché continuare a produrre Weltanschauungen  di varia lega, perché non aprirsi al baratro della nudità, in modo da scoprire che non c'è niente da scoprire? A questo punto, il nonsense  si attesterebbe prepotentemente.
   Questo discorso cerca di invalidare la possibilità d'un relativismo costruttivo e d'uno scetticismo fine a se stesso. Come s'è visto, gli svantaggi dell'ultimo consisterebbero nella mancata analisi della discussione, nella rinuncia aprioristica e (in parte) dogmatica alla logica e al linguaggio. Gli svantaggi del primo consisterebbero invece nel voler fondare a tutti i costi una posizione, una Weltanschauung, anziché ricavare dalla molteplicità delle posizioni filosofiche l'apertura al nudo (se tutto è vero, infatti, niente è vero). L'autentica posizione relativistica annulla se stessa: una volta ammesso che ogni posizione è legittima e possibile, si dovrebbe smettere di perseguirne una in particolare, a scapito delle altre - cioè smettere di perseguire qualsiasi  direzione. La via che porta ovunque, in realtà, non porta da nessuna parte.38
   La scoperta dell'inesistenza d'una verità allgemeingültige  dovrebbe condurre allo stesso traguardo: poiché ogni interlocutore in una discussione si limita ad avvalorare le proprie opinioni, ritenendole fondate, è una pluralità di posizioni che dev'essere constatata, anziché l'esistenza di un punto finale da cui poter dominare la totalità del processo. Un'assunzione di imparzialità è un mero spettro del Brocken.
   Si può concludere che il nesso tra lo scetticismo, la discussione e il relativismo (termini da intendere come spiragli e non come chiusure al nonsense) mette ulteriormente in luce l'inconsistenza della 'universale necessità' (Allgemeingültigkeit) d'una no man's land  da cui pretendere di esorcizzare la nudità. S'arriva dunque a questa proposizione: la certezza39 assoluta, allgemeingültige , è incompatibile col nonsense. Per supportare le proprie argomentazioni e soddisfare il proprio orgoglio, avendo la meglio in una disputa verbale ognuno potrebbe affermare ciò che vuole. Questi crede di aver fondato qualcosa di 'vero', ma ha il diritto di definirlo tale? La molteplicità del possibile non dovrebbe piuttosto spingere a riconoscere l'inconsistenza della verità e della teoria in genere?
   Ed è forse possibile attingere una no man's land  da cui giudicare la validità delle proposizioni d'un interlocutore? E' possibile vedere il mondo a prescindere da ciò che è 'vero per me'(o che tu riesca  a vederlo a prescindere da ciò che è vero per te)?40 A questa domanda non c'è risposta: eppure, è proprio questa la risposta; a questo punto, la nudità dovrebbe diventare trasparente. Poiché non esiste una postazione privilegiata da cui giudicare la discussione, la logica, il linguaggio, la teoria, la verità, ecc., si riesce a scoprire la nudità. Anzi, essa si rivela da sé.
   Si dovrebbe adottare l'atteggiamento del cacciatore, raccomandato da don Juan a un Castaneda ancora troppo preso dalla logica formale e alieno al nonsense :

   "il cacciatore è inaccessibile perché non spreme il mondo fino a deformarlo. Lo tocca lievemente, rimane quanto deve e quindi si allontana agilmente, lasciando appena un segno [corsivo mio]".41

    Si giunge a questa prospettiva in base alle considerazioni precedenti: se cade il vero assoluto, grazie all'azione congiunta dello scetticismo e del relativismo, i quali sfociano nel  nonsense, non si è più obbligati a interpretare il mondo, cioè a deformarlo, ma ci si può aprire alla nudità. Si tratterà di muoversi con grazia, come il cacciatore, in questo nuovo universo appena attinto, per non rischiare di sciuparlo attraverso l'intrusione indebita del pensiero interpretante.42
   E' una pausa ermeneutica43 che ci viene richiesta: solo allora il mondo sarà visto 'come è', e la sua 'quiddità' verrà completamente attinta.44 Questa mèta non è come tutte le altre: non posso invalidare le certezze per poi presentarne, a mia volta, una.
   Riprenderò questo spunto in seguito, ma per ora posso sottolineare che il nonsense non è una certezza, bensì l'opposto: è l'attingimento della trasparenza della vuotezza. Esso è un nulla, privato però delle sue caratteristiche negative e dotato d'una positività infinita. Soltanto l'esorcista del nudo, arroccato sulle sue posizioni dogmatiche, potrà accusarmi di incoerenza, pensando che voglia proporre un principio primo (dopo che ho contestato la stessa possibilità di formularlo). Gli altri capiranno che il nonsense  è il riconoscimento della sovrabbondanza vitale, una nudità che non aspira a presentarsi come certezza.45 Si tratta, piuttosto, della mera possibilità: vaga perché nuda a trasparente, cristallina perché aperta al baratro, il punto in cui ogni interpretazione cessa rivelando i propri punti deboli. Poiché il nonsense  non è suscettibile di dimostrazione logica, come giustificarlo o confutarlo? Esso attende di essere vissuto, una volta che se ne riconosca l'esistenza.
   Si dovrà ora chiarire la posizione di chi scrive sul nonsense, illustrandone la motivazione intima della produzione letteraria.

NOTE
1La natura dello scetticismo recalcitra a essere incapsulata in una definizione, poiché ne risulterebbe appiattita e svilita.
2Il fatto che lo scettico aderisca occasionalmente al linguaggio gestuale esula dalle considerazioni seguenti. Del resto, anche in questo caso se ne dovrebbero tradurre le espressioni nel linguaggio verbale (se lo scettico ride della verità, è perché ne dubita). Il discorso è diverso nel caso del linguaggio gestuale dei monaci Zen, direttamente aperto al nonsense .
3Com'è noto, per Kant lo scetticismo è dogmatismo (cfr.: Kritik der reinen Vernunft, cit., p. 56). Si veda anche, però, in merito alla distinzione tra scetticismo e dogmatismo: I. Kant, Prolegomena zu einer jeden künftigen Metaphysik, die als Wissenschaft wird auftreten  können; tr. it., Prolegomeni ad ogni futura metafisica, Bari 1925, pp. 36-7.
4V. Cousin, Cours de philosophie  - Histoire de la philosophie du XVIII si&ècle , Bruxelles 1836, I, p. 135.
5Ricavo l'esempio da L. Wittgenstein, Philosophische Untersuchungen; tr. it., Ricerche filosofiche, Torino 1980, II ediz., p. 63.
6G. Gentile, I fondamenti della filosofia del diritto , Pisa 1916, p. 20.
7È C. Renouvier a sottolineare vigorosamente che lo scetticismo è meno una dottrina che una pratica, nonché i vantaggi che si traggono dall'aderirvi (lo sviluppo dello spirito di ricerca e d'indagine, la consapevolezza critica nei riguardi delle asserzioni delle scuole filosofiche, ecc.); cfr.: Traité de psychologie rationelle d'après les principes du criticisme, Paris 1911, II, p. 2. Renouvier è seguito da G. Rensi, secondo il quale lo scettico è sincero e leale, mentre il sistematico, pur di mantenere la stabilità e la fondatezza del proprio sistema, ne cela ad arte i punti deboli (riuscendo soltanto così a evitare di diventare scettico lui stesso); cfr.: Lineamenti di filosofia scettica , Bologna 1919, p. XIV.
8Ivi , Heidelberg 1912, I, p. 29.
9Una prospettiva analoga è adottata da G. Rensi (Lineamenti di filosofia scettica,cit ., pp. XXIV-V).
10I termini "Oriente" e "Occidente" vengono usati come categorie di ampio significato semantico. Mi rendo conto del pericolo di schematismo e di genericità, cui si presta questa posizione.
11H. Bechert, Prospettive buddhistiche, in: H. Küng (a cura di), Christentum und Weltreligionen; tr. it., Cristianesimo e religioni universali, Milano 1986, p. 438 (la conoscenza del kôan in questione si deve a uno studio di T. Kazama, alla cui traduzione attinge Bechert).
12Ibid., p. 439.
13Dovremmo chiederci se un filosofo sarà mai in grado di persuaderne un altro; ovvero se un filosofo sarà mai in grado di capire un libro di filosofia, l'esposizione del pensiero di un altro. Data quest'incapacità di fondo, se tale è la condizione dei filosofi, cioè dei presunti specialisti della discussione, come si dovrà considerare il caso di un qualsiasi interlocutore nei confronti delle posizioni di un altro?
14Una volta Gurdjieff si rivolse così ai suoi allievi: "guardate bene dentro di voi: tutte le discussioni vi hanno mai portato da qualche parte?[...] Se guardate sinceramente in voi stessi, se vi rispondete onestamente, dovete convenire che non vi hanno portato a niente"(Gurdjieff parle à ses élèves; tr. it., Vedute sul mondo reale, Milano 1985, p. 200). Questo niente  è il nonsense, cioè il valore inestimabile della discussione (un valore che annulla se stesso).
15Nonostante il Buddhismo Zen predichi l'indipendenza dalla parola scritta, di fatto nessuna religione vivente attribuisce un'importanza maggiore alle parole e ai discorsi (cfr.: T. Izutsu, Toward a Philosophy of Zen Buddhism, cit, p. 96).
16Si tratta del Seminario sulla 'lettera rubata' , apparso per la prima volta nell'opera La psychanalyse, Paris 1957, II, pp. 1- 44; ora in: Ecrits, cit ., pp. 7-58.
17Posso limitarmi a indicare che la posizione lacaniana è direttamente ricavabile dal testo freudiano. Nel famoso caso dell' "uomo dei lupi"(Aus der Geschichte einer infantilen Neurose, tr. it., Dalla storia di una nevrosi infantile,  in: Opere, Torino 1975, VII, pp. 487 e sgg.), è lo stesso Freud a rilevare che la catena associativa del paziente - su cui è impostata la ricostruzione della sua storia clinica e dell'evento che presumibilmente ha prodotto la nevrosi - s'arresta infine in un elemento (il lupo, cioè il significante primario) privo di senso, irriducibile ai soddisfacimenti libidici del soggetto (quanto al suo significato ultimo, si badi bene, infatti l'ho definito 'significante primario'; nella nevrosi e nella psicosi esiste sempre un residuo simbolico non interpretabile e non riconducibile alla storia e al delirio personale del paziente).
18Si veda il mio Realtà e linguaggio dell'inconscio, cit.
19J. Haley, nel suo Strategies of Psychotherapy (tr.it., Le strategie della psicoterapia, Firenze 1977, pp. 110-32), cerca di 'razionalizzare' la situazione analitica, mostrandone i frequenti double binds ('doppi legami'), attraverso i quali si dice a una persona di fare una cosa e di non farla; per esempio il paziente è incoraggiato a parlare, ma ne è anche scoraggiato, poiché l'analista non risponde alle sue domande. Tuttavia, quest'interpretazione non tiene conto del carattere nonsensical  della situazione analitica (spunto da riprendere altrove).
20C. Rogers, tra gli altri, ha sottolineato vigorosamente, e riferendosi più di Freud alla discussione ordinaria, la componente nonsensical  del discorso, procedendo quasi in direzione Zen. Infatti, il terapeuta rogersiano risponde al paziente con mugolii, oppure ripete quanto questi gli ha appena detto, dando l'apparenza d'un ebetismo radicale (poiché non fornisce alcuna interpretazione dei sintomi). Per un approfondimento della questione rinvio al mio La pratica del Buddhismo Zen nella psicoterapia, cit ., p. 124 e sgg.
21Come nota Goodman, nei confronti della scienza: "la tanto decantata comunanza di opinione tra gli scienziati è solo una pretesa, smentita, non senza ironia, dalle profonde controversie che imperversano quasi in ogni scienza, dalla psicologia all'astrofisica"(Ways of Worldmaking; tr. it., Vedere e costruire il mondo, Roma-Bari 1988, p. 162).
Per quanto riguarda la filosofia, esistono forse proposizioni ormai accettate all'unanimità dalla comunità dei filosofi? Anche in questo campo la comunanza di opinioni sembra soltanto una chimera. E allora, come si può parlare di una Storia della filosofia (o della scienza)? Non sarebbe meglio oltrepassare la posizione gentiliana, e concludere che non solo non esiste la Storia dell'arte ma nemmeno la Storia della filosofia (e della scienza)?
22Naturalmente si allude all'IslŸmismo tradizionale. Queste considerazioni non sarebbero applicabili a certe correnti del pensiero musulmano, quali il Sufismo.
23Nel Concetto dell'angoscia, Kierkegaard distingue la comprensione generica del discorso da quella dei singoli aspetti che ci toccano personalmente (tr. it., Milano 1947, p. 180). Nei termini della filosofia del nonsense, solo il secondo tipo di comprensione è possibile, mentre l'altro è chimerico e illusorio.
24Chuang-tzu, Harvard-Yenching Institute 1965, n. 20, p. 7 (la citazione riproduce la mia traduzione; cfr.: Antologia della filosofia cinese, Milano 1991, pp. 95-6).
25Nel beckettiano Happy Days, Winnie si rende conto che non si fonda mai una verità attraverso il discorso. E lo esprime nel modo absurd  tipico dei caratteristi di Beckett: "C'è così poco che si possa dire, che si dice tutto. (Pausa) Tutto quel che si può (Pausa). E non c'è mai qualcosa di vero  " [corsivo mio]  (S. Beckett, Happy Days, tr. it., Giorni felici, Milano 1978, p. 219).
26Ways of Worldmaking, cit.,  p. 3.
27Goodman lo riconosce apertamente. Gli esquimesi, per esempio, dispongono di vari termini per esprimere il concetto di 'neve'(ibid., p. 9). Ciò vuol dire che la loro esperienza del mondo è diversa da quella di altre culture in cui è un unico termine a caratterizzare la neve. L'analisi goodmaniana della capacità di 'fabbricare mondi'   (Worldmaking ) fornisce importanti spunti alla filosofia del nonsense . Tuttavia, una certa rilettura del relativismo, secondo la quale il fatto "che le versioni corrette e i mondi reali siano molti non cancella la distinzione tra versioni corrette e sbagliate"(ibid., p. 23), mi sembra ricondurre per vie traverse all'occultamento del nonsense, ripristinando un criterio di efficienza e di adeguamento al modello 'assoluto'. Non mi convince il tentativo di Goodman di attribuire al relativismo un significato 'costruttivo'.
28Nell'ambito artistico, Goodman nota giustamente che la distinzione vero/falso è irrilevante: "un quadro non figurativo, ad esempio di Mondrian, non afferma nulla, non denota nulla, non raffigura nulla, e non è né vero né falso, ma ha molto da mostrare" (Ways of Worldmaking, cit., p. 20).
29L'osservazione che una visione del mondo è culturalmente determinata potrebbe sembrare banale, eppure non se ne traggono mai tutte le conseguenze (cioè non la si valuta mai a fondo).
30Questo 'alleggerimento' è la causa principale dell'interesse per i mondi esotici e le culture orientali (in un primo tempo per l'India, ora per la Cina e il Giappone). Ci si volge all' 'altro' nella speranza di scoprire una civiltà che dispensi dalla ricerca del senso, ma poi ci si indirizza altrove, allorché le aspettative vengano disilluse (si consideri il recente venir meno dell'interesse per il mondo indiano).
31C. Castaneda, Journey to Ixtlan; tr. it., Viaggio a Ixtlan, Roma 1973, p. 6.
32Ibid., p. 7.
33J. F. Lyotard, rifacendosi a Horkheimer, definisce 'paranoici razionali' coloro che pensano di poter giudicare i fenomeni del mondo e della società da un punto di osservazione esterno. Contrapponendo Nietzsche a Marx, e ribadendo la necessità del prospettivismo e l'inesistenza d'una verità assoluta, Lyotard finisce per mettere in discussione la stessa validità sociologica del concetto di 'lotta di classe' (cfr.: La condition postmoderne, cit., p. 27).
34Come osserva A. J. Ayer (Wittgenstein, tr. it., Roma - Bari 1986, p. 188 e sgg.), è Russell, nella sua presentazione del Tractatus, a sottolineare che Wittgenstein volesse formulare un linguaggio ideale, e che molti problemi svanirebbero, ammettendo una gerarchia di linguaggi. Così Russell si apre al metalinguaggio, ammettendo la possibilità d'un confronto tra i vari linguaggi (e dunque d'una postazione privilegiata, dalla quale giudicare la correttezza del linguaggio). In realtà, Wittgenstein non fu mai disposto ad accettare la possibilità d'una gerarchia di linguaggi (ibid., p. 189).
35Non è un caso che Wittgenstein non lo faccia: nella sua filosofia, questa proposizione ("non c'è metalinguaggio") sarebbe a sua volta insostenibile e vuota.
36Tractatus logico-philosophicus, cit., p. 3.
37Questa posizione viene ribadita nell'interoTractatus. Per un primo approccio alla negazione wittgensteiniana del metalinguaggio, cfr. le proposizioni n. 3. 332 e n. 4.041. Nella successiva produzione wittgensteiniana, il rifiuto del metalinguaggio è, se possibile, ancora più categorico. Si consideri questo passo: "i risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non senso e di bernoccoli che l'intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio [corsivo mio]. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta" (Philosophische Untersuchungen, cit., p. 68). I bernoccoli prodottisi nella disperata ricerca del metalinguaggio, come "linguaggio che va oltre il linguaggio", dovrebbero farcene comprendere l'inconsistenza.
38Queste considerazioni mi sono suggerite dagli spunti nietzschiani della Gaia scienza (§ 374).
39Wittgenstein nota giustamente che la certezza ha un valore relativo (è 'certezza per me', 'per te', ecc.), ed è determinata unicamente dall'adesione a un gioco linguistico specifico (Philosophische Untersuchungen , cit ., p. 293).
40Il poeta e filosofo G. K. Gibran esprime liricamente quest'assunto: "say not, "I have found the truth," but rather, "I have found a truth" (The Prophet; tr. it. riv., Il profeta, Milano 1983, III ediz., p. 94). A truth  è la verità 'per me', mentre the truth  sarebbe la verità per tutti - e di tutti.
41C. Castaneda, Journey to Ixtlan, cit ., p. 74.
42Si tratta di prendere a modello in negativo  l'Humpty Dumpty carrolliano, presuntuoso esorcista del nudo che sostiene di poter "spiegare tutte le poesie che siano mai state inventate... e molte di quelle che non sono ancora state inventate"(L. Carroll, Through the Looking - glass, tr. it., Attraverso lo specchio, Milano 1975, p. 222).
43L'importanza del cosiddetto 'secondo Wittgenstein' consiste proprio nell'aver indicato che la filosofia non deve spiegare nulla, ma solo prendere atto dei giochi linguistici che avvengono all'interno della società (Philosophische Untersuchungen, cit., p. 219). Essi sono fenomeni nonsensical, che semplicemente accadono, e non possono essere definiti (se potessero esserlo, si tornerebbe all'ottica della 'spiegazione'; cfr.: ibid., p. 49). "Il gioco linguistico è qualcosa di imprevedibile [...] non è fondato, non è ragionevole (o irragionevole). Sta lì - come la nostra vita" (On Certainty; tr. it., Della certezza, Roma - Bari 1978, § 559, p. 91). E' erroneo pensare che il gioco linguistico consista in un insieme di regole (contra J. von Neumann/O. Morgenstern, Theory of Games and Economic  Behaviour , Princeton 1944, III ediz., p. 49). Il concetto di 'gioco linguistico' è stato usato anche in psicoterapia, contro i sostenitori dell' "interpretazione" (cfr. E. Berne, Games People Play, New York 1964).
44I buddhisti cinesi usano il termine wu-hsin ('non mente') per indicare lo stato in cui si smette di colorire gli oggetti, e li si vede finalmente come sono realmente, cioè nudi (cfr.: T. Izutsu, Toward a Philosophy of Zen Buddhism, cit., p. 22). Altrove è il termine tathatà  ('così è')[cin.: ju-shih ; giapp.: kono mama ] a caratterizzare la capacità di osservare le cose prescindendo dalle coloriture affettive e/o razionali (cfr. D. T. Suzuki, Zen and  Japanese Culture, Princeton 1973, III ediz., pp. 230 - 1).
45Il nonsense  somiglia più al vuoto che al nulla. Fa corpo col vuoto, che Cioran considera "il nulla privato delle sue qualifiche negative [...], il nulla trasfigurato" (Le mauvais démiurge, cit., p. 107).
 

 
 
 
 
 

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