"Una strada è solo una
strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a
nessuna condizione[...] Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente.
Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni
a te stesso, e a te soltanto, una domanda[...] Questa strada ha un cuore?
Tutte le strade sono uguali; non portano da nessuna parte".
C. Castaneda, The Teachings
of Don Juan
Quando uno crede di aver trovato
la soluzione del problema della vita e vorrebbe dire a se stesso: ora è
tutto molto facile, costui dovrebbe solo ricordarsi, per confutare se stesso,
che vi è stato un tempo in cui questa "soluzione" non era stata
trovata; anche a quel tempo però si doveva poter vivere, e
in rapporto a esso la soluzione trovata appare come un caso fortuito.
L. Wittgenstein, Vermischte
Bemerkungen
1. Se il
nonsense è il punto d'arrivo della mia indagine, dovrò
cercare di sondarlo attraverso gli strumenti adatti. Ciò equivale
a chiedersi: "con che cosa si può filosofare?". Il fatto che la
domanda sia formulabile verbalmente evidenzia il medium di cui c'è
bisogno: il linguaggio, nelle sue molteplici sfaccettature. Filosofia e
linguaggio sono correlati. Naturalmente, in quest'equivalenza, s'allude
a un'articolazione logica del linguaggio.
Questo discorso, è
bene precisarlo, non lo faccio completamente mio: in parte, è quello
del cosiddetto 'senso comune'. Quest'ultimo posso invalidarlo, ma non del
tutto, e questo mi permetterà di evidenziare ancora meglio ciò
che intendo per nonsense. Ma non occorre anticipare nulla. Per prima cosa
si dovrà vedere se la logica e il linguaggio siano strumenti adeguati
alla decodificazione del nonsense. A ciò si deve rispondere subito:
ogni parola tradisce il nonsense, occultandone la nudità essenziale.
Da sempre i filosofi hanno cercato di utilizzare un termine onnicomprensivo,
con cui rendere conto della complessità del mondo: esso costituirebbe
la chiave risolutoria di ogni enigma dell'universo. Il cardine delle mie
argomentazioni sarà invece il seguente: questo vertice ultimo non
c'è, né può essere dato. Ciò era ben noto ai
maestri Zen, singolari figure sulle quali tornerò: essi non si stancavano
di scoraggiare i ricercatori del 'termine ultimo', della 'parola risolutoria'
nella quale compendiare i segreti dell'universo.1 Questa parola non esiste;
e qui potrei riportare il discorso ai famosi 'principi primi', di cui ho
già mostrato l'inconsistenza. Seguirò invece un'altra pista,
poiché il problema è valutabile anche in altre ottiche.
In primo luogo,
cos'è il linguaggio? E' uno strumento col quale ci esprimiamo, cioè
comunichiamo un'intenzione, o una volontà, a qualcuno.2 Può
il nonsense prestarsi a essere comunicato o trasmesso? La risposta
è no: ogni parola non può che appiattirlo. Forse il nonsense
si scorge meglio nella risata del maestro Zen, in un haiku autunnale3,
o in un brano di musica giapponese; cioè in un esempio di composizione
insignificante, laddove la successione dei suoni è già la
mèta ultima, senza che se ne debba ricercare un'altra4. Parlare
del nonsense significa tradirlo, fraintenderne l'essenza, e occultare
il nudo per l'ennesima volta.
Questo è
il problema, la difficoltà primaria: aprirsi all'indicibile, all'ineffabile,
ammettendo nel contempo l'impotenza del linguaggio.5 Dire che il nonsense
è il nudo, è il massimo che posso consentirmi. E con ciò
non ho ancora detto nulla.
Riguardo alla
logica, le cose non stanno diversamente: se essa è soltanto l'articolazione
del discorso, e viene meno, al venir meno del secondo, non ha senso girarla
e rigirarla da tutte le parti, per cercare un punto in cui entri meno acqua
nella barca alla deriva. Non esiste una no man's land in cui potersi finalmente
riposare, al riparo dall'inquinamento e dai pericoli dell'esistenza.6 Logica
e linguaggio costituiscono un corpo unico, come già Wittgenstein,
per tutto il Tractatus e le Ricerche filosofiche, continuava a indicare,
a costo di ripetersi. Dal momento che la logica è parolaia (in tutti
i sensi), non può più reggersi in piedi, una volta che la
sfiducia nel discorso abbia attecchito.
Si dirà:
ciò era già noto ai sostenitori dell'"irrazionalismo"7. Già,
ed è forse in Nietzsche che scorgiamo più chiaramente la
difficoltà insita nel problema. Questi capisce infatti che la conoscenza
dell'uomo è limitata o, per meglio dire, che il conoscitore s'arresta
alla propria conoscenza, non potendo avanzare d'un passo. Nietzsche
sa che logica e linguaggio sono strumenti condizionati, da un punto di
vista storico e umano, e perciò non possono dirci nulla di 'vero',
di 'reale', a prescindere dal soggetto, referente ultimo di ogni processo
cognitivo. Da ciò, il varco verso l'irrazionalismo: si tratta dell'ultima
spiaggia, poiché la ragione, la logica e il linguaggio sono necessariamente
correlati. Nietzsche coltiva quest'atteggiamento, ma anche un altro, perché
non si cura di parare le inevitabili contraddizioni. Li compendiamo così:
la logica e il linguaggio sono strumenti limitati (1), ma non ne abbiamo
altri (2), per procedere sul sentiero della conoscenza. Forse le due posizioni
(1 e 2) non fanno necessariamente a pugni; tuttavia, ciò che ora
mi preoccupa è soltanto che entrambe possono insegnarci qualcosa.
Si prenda atto
della prima: "la logica e il linguaggio sono strumenti limitati"; e della
seconda: "tuttavia, non ne abbiamo altri". Il sistematico potrebbe severamente
ammonirmi: poiché la logica e il linguaggio sono gli unici strumenti
disponibili, e non ne abbiamo altri per criticarli, la prima proposizione
è insostenibile. Ma questo è il modo di ragionare di chi
ha a che fare con la morta realtà dei pensieri, e ignora la vitalità
del nonsense. Infatti, Nietzsche vuole soltanto dirci che con
questi strumenti (la logica e il linguaggio) non si va avanti. Io integro
questa posizione, affermando che il nonsense, da intendere come nudità
inestirpabile, non è nemmeno sfiorato dalla logica e dal linguaggio.
E ammetto anche la seconda proposizione: non abbiamo altri strumenti, quindi
dovremo usare la logica e il linguaggio. Mi importa poco che il principio
di non contraddizione venga infranto. Si tratta piuttosto di formulare
un grido di dolore, affine a quello nietzschiano, laddove venga misconosciuta
l'esistenza d'un oltre, che gli strumenti logico-linguistici non riescono
a intaccare. Per me questo 'oltre' è il nonsense - e con ciò
non ho ancora detto nulla. La mia posizione è simile a quella di
chi detesta un certo cibo ma non ha altro da mangiare, forse perché
esso non esiste, o lo si immagina soltanto, perché non se ne può
disporre. Mi sono servito d'un'analogia, ma anch'essa, malgrado sia caduta
in discredito nell'ambito d'un certo 'razionalismo' (='esorcismo della
nudità'), è in grado di avvalorare il discorso.8
Così,
voglio constatare un'impotenza, che però non mira a misurarsi con
realtà imponderabili, celate dietro al magico muro della conoscenza,
bensì con la lucida trasparenza delle cose, finalmente evidente,
una volta che il pensiero logico-linguistico sia cessato. Non è
l'impotenza nei confronti del mistero, bensì quella che rigurgita,
e chiede soddisfazione, allorché la realtà di tutti i giorni,
sorprendentemente nonsensical, viene violentata e impietosamente occultata
dal pensiero.
2. In base a quanto
si è appena detto, non risulterà contraddittorio che la logica
e il linguaggio possano costituire dei referenti, anche nel mio discorso.
Questo perché, riprendendo la metafora del cibo, non è detto
che ci si debba astenere dal mangiare un certo cibo, se esso non risulta
di nostro gradimento. Si tratta di accontentarsi, in un modo o nell'altro.
Tuttavia, il
critico sistematico (o teoreta tradizionale) non sarà soddisfatto
delle mie osservazioni: per lui la mia posizione è insostenibile.
Se la logica e il linguaggio sono insufficienti, non si può continuare
a servirsene. Così egli stigmatizza il mio discorso. Posso anche
prendere atto della sua insistenza e tentare di focalizzare il motivo del
dissidio. Lo individuo ben presto, e facilmente: questi, a differenza di
me, coltiva una fondamentale fiducia nella ragione e, su questa base, riesce
a mettere in risalto che i miei assunti sono indimostrabili. Benché
sembri un gioco di parole, se gli do ragione, non faccio altro, a mia volta,
che perpetuare il servilismo nei confronti della Dea Ragione.9
La mia posizione
non necessita di argomentazioni razionali, per essere avvalorata: vi si
può solo credere. E' frutto d'un'intuizione. Poc'anzi ho detto che
Nietzsche esprime l'impotenza dell'uomo, sconfessando la logica come strumento
cognitivo: egli non ha affatto la pretesa di formulare un assioma inconfutabile.
E anche per me le cose stanno così: si deve credere che la
logica e il linguaggio non ci forniscono l'esatta misura delle cose, e
continuare lo stesso a usare entrambi, ogni qual volta lo si voglia.
Una volta tanto,
non sono in contraddizione: l'obiettivo del mio discorso è la nudità,
ed essa non viene affatto lesa, affermando che l'uomo non riesce, con i
suddetti strumenti, a conoscerla a fondo. E come potrebbe farlo, del resto,
se l'equipaggiamento che essi offrono è tutt'altra cosa della preda
che si vorrebbe conquistare? Questi strumenti, come armi d'offesa, potrebbero
aver ragione dell'orso delle nevi, ma qui è a una balena dell'oceano
che si deve dare la caccia. E dicendo che si dovrebbe intuire qualcosa,
anziché conoscerlo razionalmente, non si vuol tanto spostare l'asse
del problema, quanto indicare una pista, che consenta di accedere al nonsense.
Questo è un punto assai arduo del mio percorso, e dovrò tornarci
più volte, per chiarirlo efficacemente. Per il momento posso dire
che il nonsense si coglie sospendendo i nostri abituali punti di
riferimento, ma continuando anche a usarli, in qualche misura, se
non c'è nulla di meglio.
Una metafora
risulterà chiarificante: il nonsense è un tramonto
sul lago, o uno stormo di anatre selvatiche nei cieli. Per cogliere questi
eventi, anziché di 'comprensione', si dovrà parlare di 'intuizione',
ossia di apertura alla non significanza. Questa proposizione non può
essere condivisa razionalmente; nondimeno ci si può credere, intuendone
la fondatezza. Questo tipo di fede è un sapere immediato, che nel
Buddhismo è designato 'illuminazione', aperçu improvviso
sulla realtà delle cose, cioè sul nonsense.
Qualora il sistematico
avesse qualcosa da obiettare a una posizione che s'affida alla credenza
anziché alla dimostrazione, potrei sempre ricordargli, con Hume,
che ogni certezza poggia su una convinzione (belief).10 Anche le
belle convinzioni 'razionali' e 'dimostrabili' del sistematico sono da
ricondurre a questa fonte. Del resto, già il discorso sui 'principi
primi' avrebbe dovuto indicare che la dimostrazione ha necessariamente
un limite, oltre il quale fa capolino l'assioma, cioè la fine della
razionalità in quanto tale.
3. La logica e il linguaggio
avrebbero senso in riferimento a un 'problema' da cogliere. Se voglio,
per esempio, trovare l'incognita d'un'equazione, posso servirmi del linguaggio
matematico e, conoscendone i fondamenti, arrivare alla soluzione. Questo
perché, in matematica, esiste un problema da risolvere. E'
la stessa situazione dell'enigmista che, compilando un cruciverba, va in
cerca della parola nascosta, e mette in moto tutte le sue conoscenze per
farla saltare fuori. Poiché, anche in questo caso, un termine non
vale un altro, e soltanto uno soddisfa il compito, l'analogia con la matematica
risulta ulteriormente fondata. In entrambi i casi c'è un'incognita
da trovare, una casella da riempire con un contenuto particolare che dev'essere
proprio quello e non un altro (né, mai, un altro).
Mi volgo ora
al 'problema' filosofico: c'è forse un'incognita da trovare, in
questo caso? Certo, posso fingere che ci sia, e mettermi in cammino per
attingerla, ma questo è sufficiente a convincermi che le cose stanno
proprio così? Forse, allora, l'incognita non esiste, e il problema
non c'è. Quest'altro modo di vedere porrebbe subito fine alla ricerca.
La logica e il linguaggio, su queste basi, sarebbero sempre più
sconfessati e invalidati.
In effetti, però,
l'ottica da cui voglio partire è un'altra: esiste una soluzione
al problema, ovvero c'è un'incognita, e non posso sbarazzarmene
facilmente o semplicisticamente; altrimenti cadrei in una posizione assai
superficiale, che non voglio condividere. Ma i termini della questione
vanno rivisti, in modo da chiamare in causa il nonsense, che è sempre
il mio punto di riferimento. Si scopriranno, in questo caso, molte cose.
La soluzione del problema è....che non c'è soluzione! Poiché
si tratta d'una strana proposizione, dovrò chiarirla adeguatamente.
Il problema,
secondo la mia impostazione, è la ricerca del senso della vita.11
Da esso dipende qualsiasi corollario filosofico: ogni domanda è
una domanda sul senso. Ora, ricercare il senso della vita è possibile,
nel senso già indicato nel cap. 1, secondo cui ognuno di noi se
ne dà uno, e imposta in conformità a esso la sua vita. Ma
un senso ultimo, da cui tutti dobbiamo dipendere, non esiste. Non c'è
una soluzione valida per tutti, sia per me che per te, sia per il nero
che per il bianco.12
L'unica soluzione
universale del problema è che non c'è soluzione, poiché
il senso della vita è soltanto il frutto d'una ricerca individuale
sempre diversa, 'mia' o 'tua', a seconda delle circostanze. Chi ricerca
il senso ricerca la soluzione, ed esorcizza la nudità imperante,
che invece potrebbe finalmente rivelarsi, se solo le si prestasse ascolto.
L'esorcista del nudo direbbe che anche l'assenza d'una soluzione è
pur sempre soluzione (in negativo): devo ignorarne le pretese, però,
poiché questi non comprende la situazione reale, difettando dell'intuizione
necessaria. Infatti, ha luogo l' 'illuminazione' se l'assenza di soluzione
viene percepita in un istante. Altro tassello problematico, ma non meno
fondato d'un puzzle che s'affida al nonsense.
4. Il fatto che
la soluzione del problema consista nello scoprire che la soluzione non
esiste è perfettamente compatibile col nonsense. Ma in che modo?
Come già osservato, non esiste una soluzione universale, e il senso
della vita è qualcosa che ciascuno tenta di chiarirsi per conto
proprio. C'è chi ritiene che la propria vita consista nella distruzione
(di se stesso e degli altri), e chi confida nella creazione (artistica
o scientifica). In ogni caso, si perseguirà sempre una direzione
particolare, illudendosi di ricercare il (vero) senso della vita.
Ma tutto ciò
ci porterebbe lontano dal nonsense: ogni tentativo di colmare il vaso della
nudità ne occulta il reale contenuto, cioè il vuoto. Dovrò
allora chiarire, nei termini del nonsense, per quale motivo la soluzione
al problema della vita sia assente. E lo è perché, a ben
vedere, non c'è nemmeno un reale problema da risolvere.
È questa
la lucida posizione di Wittgenstein, espressa in un passo del Tractatus
che forse è il più importante:
"la risoluzione
del problema della vita si scorge allo sparir di esso."13
Finché
si ricerca il problema, si è ancora avviluppati nell'ottica 'enigma'/'soluzione';
ma quando il problema svanisce il cerchio si chiude, infrangendosi. Meno
metaforicamente, si può concludere che il nudo, a quel punto, è
perfettamente percettibile.
Da sempre il
filosofo ha cercato di sondare la questione dell'enigma; ma se l'enigma
non esiste14, la situazione appare in ben altra luce. Si prova un senso
di leggerezza, scoprendo che, se non esiste il problema, la nostra vita
può procedere in tutt'altra direzione.15 Coloro che danno un senso
alla vita diventano esorcisti della nudità, poiché perseguono
una direzione ben determinata, ancorché scelta da loro stessi. E'
solo quando la nudità venga avvertita in modo tangibile che il mondo
appare completamente diverso. E questo è possibile soltanto se l'ottica
'enigma'/'soluzione' viene invalidata una volta per tutte.
Nel delucidare
questo punto, la succitata assenza di soluzione appare in altra prospettiva.
Ora l'esorcista del nudo non può più rimproverarmi di alcun
difetto logico: a questo punto, si capisce che l'inesistenza della soluzione
non è più esistenza di qualcosa (e cioè della non
soluzione). Ora mi sono liberato del fardello 'razionale': so che la soluzione
manca perché non esiste un problema a cui connetterla. E, si sa,
dove non c'è problema, non c'è nemmeno soluzione. Ho seguito
un percorso assai tortuoso per arrivare a questo punto, ma ora gli anelli
si incastrano l'uno nell'altro, e i conti tornano.
Nella psicoterapia,
questo grande ambito dell'autentica filosofia del nostro tempo,16 il paziente
si libera proprio quando s'accorge che le sue preoccupazioni erano infondate,
irreali, e i suoi problemi illusori e inesistenti. Ora egli può
accettare le proprie tendenze nevrotiche, poiché comprende che ogni
problema è inconsistente: né è più importante
perseguire, a tutti i costi, un ideale di normalità.
E' una situazione
straordinariamente affine a quella del discepolo Zen. Questi cerca di liberarsi
dei propri desideri, e pensa che soltanto così riuscirà a
ottenere lo stato di perfezione spirituale, cioè l'illuminazione
o la buddhità. Chiede dunque al maestro la via da seguire per disfarsi
dei desideri. "Che bisogno c'è di liberarsene?" - risponde il maestro17,
facendo capire che il problema è inconsistente; finché si
crede al circolo 'enigma'('problema')/'soluzione' si è ancora lontani
dall'illuminazione. Finché si crede a questo circolo, si pensa ancora,
erroneamente, che esista un 'io' da salvaguardare, poiché il problema
può esistere soltanto per un 'io' corrispondente. Quando però
questo 'io', nella sua essenza, si rivela nudo, nessun problema può
essergli più correlato, e si può tirare un sospiro di sollievo,
nei confronti d'un'esistenza il cui senso è il nonsense, e
d'una personalità il cui nucleo più intimo è la nudità.
Da questo punto
di vista seguo Alan Watts, che mi fa capire chiaramente come la nevrosi
non dipenda dall'indebolimento dell'io, bensì dalla prospettiva
inversa, cioè da un 'io' eccessivamente forte e presente, che va
alla ricerca del senso della vita, e produce la nevrosi, nel disperato
tentativo di trovare una risposta al 'problema' che lo assilla.
"L'individuo che ha disturbi psichici non è tanto la regressione storica in cui non si è in qualche modo riuscita a sviluppare una sufficiente forza dell'io: è la vittima del troppo io [corsivo mio]."18
Finché
si crede al problema, si cerca di dare un senso all'esistenza, ossia di
rifarsi ai modelli socialmente apprezzati (la persona di successo, sicura
di sé, fisicamente attraente, ecc.), proposti dai vari esorcisti
della nudità. L'io si gonfia, e finisce con l'aderire a situazioni
estrinseche alla sua natura, cioè artificiali e inautentiche. E
questo il 'troppo io' di cui parla Watts: la vera fonte della nevrosi.
Lo stato patologico risulterebbe inesplicabile, qualora venisse correlato
allo sviluppo individuale del singolo, cioè alle insoddisfazioni
o alle frustrazioni reali.19 I desideri dell'individuo sono socialmente
alimentati dagli esorcisti del nudo: perciò, non possiamo credere
che corrispondano ai bisogni reali. Probabilmente, l'individuo non ha alcun
desiderio - uno spunto da riprendere successivamente, in un'ottica più
ampia.
Ritorno alla
valenza gnoseologica ed epistemologica dell'assenza del problema. Forse
in nessun'altra cultura come in quella cinese, grazie all'influsso del
Buddhismo Ch'an20, il tema è stato sentito tanto profondamente.
Il maestro Chao-chou (giapp.: Jòshù) forniva risposte tipicamente
nonsensical ai problemi e agli interrogativi dei discepoli. Essi
volevano sapere come andava interpretata la venuta del patriarca Bodhidharma
dall'India, ossia dall'Occidente (in altri termini, come andava interpretata
la diffusione e l'essenza del Buddhismo in Cina). Si aspettavano così
che, una volta ottenuta la risposta e risolto il problema, avrebbero finalmente
attinto il senso della vita. Ma Chao-chou li disorientava, ponendoli di
fronte al nonsense. A domande di quel tipo, rispondeva così: "una
mucca è fuggita dalla stalla"21; "il muschio cresce sui denti anteriori"22;
"l'albero di cedro cresce davanti al giardino",23 ecc. Si trattava di risposte
apparentemente sconnesse, rispetto alla domanda ("Qual è il significato
della venuta di Bodhidharma dall'Occidente?"). Tuttavia ogni risposta andava
bene,24 purché ponesse il discepolo in contatto con la nudità:
questi doveva capire che non c'è soluzione, perché non c'è
problema. Altri maestri Zen rispondevano, ugualmente, in modo nonsensical,
e talvolta irriverente, alle questioni sull'essenza del Buddha. Tung-shan
la definiva: "tre libbre di canapa"25, e Yün-men: "un bastone per
togliere la merda".26 Si poteva replicare in termini gestuali27, con una
risata28, o col silenzio29. L'effetto era sempre lo stesso, e l'intenzione
la medesima: si trattava di comunicare il nudo e di trasmettere ai discepoli
il nonsense .
In questo modo,
i maestri non facevano altro che riprodurre lo stile del Buddha, che dovrebbe
essere adottato da chiunque voglia scoraggiare seriamente la speculazione
e l'esorcismo della nudità.
"Buddha rimaneva in silenzio. Il suo stile era questo; ogni volta che si recava in una nuova città, i suoi bhikku, i discepoli, andavano in giro per le strade ad avvertire la gente: "per favore, evitate di fare queste undici domande". Avevano un elenco di undici domande che esaurivano ogni possibilità di indagine metafisica. E non c'era più niente da chiedere, se toglievi quelle undici domande: rappresentavano l'intera estensione dell'indagine filosofica."30
Correlata al 'problema'
è la tendenza a porre domande, nell'illusione che si possa trovare
una risposta, e indicare a chiare lettere la via da seguire una volta per
tutte. A mio avviso, dovremmo invece interrogarci sulla tendenza a porre
domande, sulla artificiosità che le è connaturata e che pretende
di velare l'estrema trasparenza del nostro essere.
Già nel
porre domande, infatti, si devia dallo scopo principale. La domanda è
la ricerca del senso, d'un elemento che non è insito nella domanda.
Una delle più grandi figure dello Zen, Lin-chi, ricevette un singolarissimo
insegnamento dal suo maestro, compendiato dal seguente frammento di sermone:
"C'è qualcuno [...] che vuol porre una domanda? In tal caso, lo faccia immediatamente! Ma non appena aprite la bocca, siete già lontani. Perché è così? Non lo sapete? Il venerabile ßkyamuni [=Buddha] disse: "il Dharma [=la dottrina] è distinto dalle parole, poiché non è soggetto alla causalità né dipende dalle condizioni."31
Il nonsense
è come la dottrina del Buddha, in quanto una domanda non può
che inficiarlo. Nessuna domanda può essere veramente 'domanda':
infatti, ci si interroga su ciò che non può essere saputo,
poiché ogni forma di sapere lo occulterebbe, cioè sulla nudità
essenziale del nostro essere e del mondo. Con queste premesse, nessuna
risposta potrà mai essere tale, cioè 'risposta', e mancherà
necessariamente il bersaglio. Secondo Novalis ogni risposta è già
contenuta nella domanda, e, in effetti, a ogni domanda c'è una risposta.
Siamo noi a formulare la domanda: ecco perché ci è dato di
trovare la risposta. Ma questo basta a convincerci di aver veramente risposto
all'interrogativo? Non è forse la risposta altrettanto illusoria
della domanda? E non è forse uscendo dall'ottica 'domanda'/'risposta'
che si potrebbe trovare la vera risposta alla vera domanda?
E' quel che ci
suggerisce il solito Chao-chou, nel seguente kòan32:
"Un monaco chiese:
"lo scopo del porre una domanda, qual è?".
Chao-chou disse: "errore".
Il monaco chiese: "lo scopo
del non porre domande, qual è?".
Chao-chou disse: "puoi vederlo
nella mia parola precedente."33
Se ci poniamo
la domanda, sbagliamo; se non ce la poniamo, sbagliamo ugualmente. A questo
punto, l'unica via d'uscita consiste nel non cadere nel circolo 'domanda'/'risposta',
cioè nel sopprimere la consapevolezza relativa alla 'domanda' e
alla 'risposta'. Senza la consapevolezza di star ponendo una domanda, ci
interroghiamo sul nonsense ; senza la consapevolezza di star rispondendo,
ci apriamo al nonsense. Questa posizione è paradossale, poiché
vi si aderisce senza saperlo: l'azione del domandare e del rispondere si
compie senza saperlo. Vedremo in seguito che questo paradosso è
tipico della posizione nonsensical. Per ora prendiamone atto: ci viene
suggerita una sorta di consapevolezza inconsapevole.
Si può
capire l'essenza del nonsense, analizzando questo kòan, che riguarda
ancora Chao-chou.
"Un monaco [del
monastero] del maestro Chao-chou chiese a una vecchia: "quale direzione
devo prendere, per andare a T'ai-shang?"
La vecchia rispose: "va sempre
dritto".
Dopo che il monaco ebbe fatto
pochi passi, la vecchia disse: "è proprio un monaco comune, e cammina
proprio così."
In seguito un altro monaco
raccontò a Chao-chou come s'erano svolti i fatti.
Chao-chou disse: "aspettatemi;
ci andrò [io] e studierò questa vecchia per voi".
E il giorno dopo partì,
facendo [alla vecchia] la stessa domanda [del monaco]. La vecchia diede
la stessa risposta [che aveva dato al monaco]. Chao-chou tornò [al
monastero], e radunò la congregazione dei monaci, dicendo loro:
"ho studiato per voi la vecchia di T'ai-shang."34
Il dettaglio più
rilevante è che Chao-chou e i monaci ottengono la stessa risposta;
tuttavia, il maestro sembra dotato d'una consapevolezza particolare, poiché
ammette d'aver studiato la vecchia per i monaci, i quali invece non hanno
saputo farlo. Questa consapevolezza consiste semplicemente nell'attingere
il nonsense senza saperlo. Mentre i monaci avevano formulato chissà
quali interrogativi, credendo che, a proposito della vecchia, ci fosse
un mistero da scoprire, Chao-chou vede quello che c'è: una vecchia
rugosa, che dice proprio certe cose e basta. Il nonsense consiste
nel riconoscere che le cose stanno proprio così, e nient'altro.
Dire che stanno 'proprio così' significa soltanto che sono nude
e che non c'è un senso da cogliere. I monaci sono ancora invischiati
nell'ottica del 'problema', e disperano di trovare la soluzione; Chao-chou
vede invece le cose come sono, ossia trasparenti, in quanto nonsensical.
Se il circolo 'enigma'/'soluzione' si rompe, si vedono finalmente le cose
come sono, senza più colorarle con le nostre tonalità interpretative.
La nostra febbrile attività ermeneutica s'interrompe. La metafisica
rivela i suoi limiti e la trasparenza si rivela in tutta la sua portata.
L'interruzione
del ciclo 'domanda'/'risposta' consente di attingere la realtà delle
cose, l'elemento 'proprio così' correlato alla loro esistenza. E
tuttavia non dovremmo cadere nell'errore di considerare questo tipo di
conoscenza equivalente al senso comune. Il nonsense è ben
altro. Il senso comune è pur sempre un senso, ed è vittima
dell'esorcismo della nudità, praticato dai sacerdoti della logica.
Per comprendere la nudità ci si può rivolgere nuovamente
allo Zen, a una parabola che chiarisce la differenza di Weltanschauung
tra un discepolo Zen, còlto nelle varie fasi dello studio dottrinario,
e una persona comune.
"Per coloro che non sanno nulla dello Zen le montagne sono soltanto montagne, gli alberi sono soltanto alberi, gli uomini soltanto uomini. Dopo avere studiato lo Zen per qualche tempo, uno giunge a percepire la vanità e fugacità di tutte le forme, e le montagne non sono più montagne, gli alberi non sono più alberi, gli uomini non sono più uomini; giacché, mentre l'ignorante crede nella realtà oggettiva delle cose, chi è parzialmente illuminato vede che esse sono soltanto apparenze, che non hanno nessuna durevole realtà e trascorrono come nuvole in fuga. Ma, conclude la parabola, per colui che ha compreso pienamente lo Zen le montagne sono di nuovo montagne, gli alberi sono alberi e gli uomini sono uomini."35
Nella prima fase la nudità non è percepibile, poiché il discepolo si rivolge ad altro, ossia allo studio d'una dottrina, che dovrebbe garantirgli la conoscenza autentica. Mentre procede nello studio dello Zen, però, s'accorge che le cose non sono come le vedeva: infatti, invischiato nell'ottica 'domanda'/'risposta' o 'enigma'/'soluzione', le deformava ampiamente. D'altra parte, egli non può arrestarsi a questo stadio: deve continuare a vedere le cose come sono, cioè non come illusioni, ma nella loro concretezza, in una trasparenza fondamentale che può essere definita 'nudità' o nonsense. Solo a questo punto il discepolo saprà che non c'era nulla da sapere, e prenderà atto che conosceva già la natura delle cose sin dall'inizio, se solo non si fosse illuso che c'era qualcosa da studiare e da conoscere, cioè una lacuna da riempire. A questo punto, le montagne saranno di nuovo montagne, gli alberi alberi e gli uomini uomini.36 Il discepolo - e noi con lui - deve recuperare ciò che aveva saputo da sempre, ma che gli esorcisti della nudità avevano cercato di sottrargli.
5. L'obiettivo
della ricerca è che non c'è nulla da cogliere. Questo è
stato già notato da alcuni spiriti particolarmente ricettivi e indagatori,
le cui posizioni anticipano il nonsense e lo legittimano. Ne posso citare
alcuni, al fine di chiarire ulteriormente il discorso, e sondare la trasparenza
del nudo.
J. Krishnamurti
sottolineò che ogni religione spinge l'uomo a diventare qualcosa,
cioè a raggiungere un obiettivo, proponendogli un modello predeterminato.37
Nei miei termini, ciò significa che le religioni e i sistemi filosofici
indicano un comportamento ideale, occultando la nudità dell'individuo.
Ogni religione (e ogni filosofia) si attesta come -ismo, come un Corpus
dogmatico di nozioni che soffoca la trasparenza del nonsense (e che ogni
religione sia una ricerca del senso non è difficile da vedere).
La ricerca di Krishnamurti durò parecchi anni. In questo periodo
egli praticò ogni genere di tecnica meditativa, nella speranza di
ottenere l'illuminazione e il risveglio spirituale. Si deve presupporre
che abbia anche analizzato i fondamenti teoretici delle religioni e dei
sistemi filosofici: infatti, se fosse altrimenti, le tecniche sarebbero
risultate inapplicabili. Ma quale fu il risultato del suo addestramento?
Krishnamurti stesso ammise di non aver fatto, in realtà, un solo
passo avanti.
"Per me questa è una grande scoperta; pensavo che, sperimentando tutto questo dall'inizio, avevo fatto dei passi avanti, ma scopro all'improvviso di ritrovarmi al punto stesso da cui sono partito. Ho acquistato esperienza, ho visto il mondo, ho dipinto, ho suonato la musica, ho danzato [...] Ma sono ritornato al punto di partenza iniziale."38
Krishnamurti non
rinnegava le proprie azioni, da un punto di vista empirico ed esperenziale;
tuttavia, osservò che non gli erano servite assolutamente a nulla,
poiché si trovava di nuovo al punto di partenza. Per molto tempo
era stato intrappolato nel ciclo 'domanda'/'risposta', e aveva cercato
di attingere le soluzioni ai 'problemi' prospettate dai fondatori dei vari
sistemi religiosi o filosofici. A un certo momento, però, scoprì
di non essere mai partito: il suo punto di vista era rimasto lo stesso.
A me sembra che quest'esperienza sia la stessa del discepolo Zen, il quale
rivede finalmente le montagne come montagne, gli alberi come alberi, e
gli uomini come uomini. In entrambi i casi, dopo aver vissuto varie frustrazioni
nel tentativo di attingere il senso, si arriva al traguardo completamente
nudi.39 Al pari del discepolo Zen, la cui ricerca s'è arrestata
al predetto punto limite, Krishnamurti cessò di rivolgersi altrove:
andò dritto al nucleo del proprio essere, per scoprirlo nudo, cioè
nonsensical. A quel punto egli non cercò più di essere ciò
che non era, ossia un adepto delle varie religioni (Buddhismo, Cristianesimo,
ecc.), poiché capì che ogni -ismo, in realtà, non
offriva quanto prometteva.
Un altro grande
maestro indiano contemporaneo, da poco tempo scomparso, Bhagwan Shree Rajneesh
condivide questo punto di vista,40 giungendo alle medesime conclusioni.
"Per castrare
gli esseri umani è stata usata questa strategia: tutti coloro che
ti circondano, genitori e insegnanti, continuano a dirti: "sii un Buddha,
sii un Krishna, sii un Gesù, sii uno Zarathustra"; non ti dicono
mai: "sii te stesso!"41
Da cui l'ammonimento
necessario:
"non cercare in nessun modo di essere ciò che non sei, sii solo ciò che sei. E qualsiasi cosa tu sia, è quella giusta, perché tu devi trovare solo e unicamente te stesso."42
Quel 'te stesso' cui si allude non è altro che il nudo, nella sua trasparenza essenziale: l'esorcista può tentare di rimuoverlo, ma non riuscirà mai a eliminarlo. Krishnamurti e Rajneesh ci fanno capire che l'inganno perpetuato dall'esorcista del nudo ha preso forma in molteplici sfaccettature e sottigliezze, al punto di prospettare il modello delle figure sante (Gesù, Buddha, Zarathustra, ecc.), pur di occultare il nonsense e farci credere che esista una mèta da raggiungere, cioè una verità da cogliere. In tutti i casi, viene promosso un particolare tipo di conoscenza: si alimenta l'illusione che sapendo di Gesù, di Buddha, ecc., e diventando (o cercando di diventare) Gesù, Buddha, ecc., si attingerà finalmente il senso della vita. Ma tale conoscenza è un ostacolo al raggiungimento del nonsense. E' ancora Rajneesh a puntualizzarlo:
"ricorda il termine di Dionigi agnosia : uno stato di non conoscenza. Se sai, la tua stessa conoscenza è un disturbo; non puoi ascoltare [cors. mio]."43
Porsi in ascolto
significa avvertire la nudità e il vuoto. Ogni forma di conoscenza
non potrebbe che occultarli entrambi, assecondando gli esorcisti nel loro
programma mistificante. Per avvertire la nudità dobbiamo sentirci
vuoti, cioè privarci di ogni forma di conoscenza. Quest'atteggiamento
è difficile da concepire razionalmente, ma esso soltanto permette
di accedere al nonsense. Soltanto in quest'ottica si capirà che
il problema non esiste, spezzando il circolo 'domanda'/'risposta' o 'enigma'/'soluzione'.
Questa tematica
è stata illustrata con grande efficacia nell'opera autobiografica
di Robert Pirsig, Zen and the Art of Motorcycle Maintenance. Qui, nonostante
il titolo, il discorso non verte tanto sullo Zen, quanto sull'odissea del
protagonista. Egli deve affrontare il nonsense, ma gli è difficile
farlo sino in fondo, e va incontro a mille problemi, appena cerca di diffondere
la propria visione della vita nel mondo accademico. Il protagonista del
romanzo di Pirsig ha riconosciuto la nudità (poco importa che la
chiami qualità); ha capito che qualsiasi allusione al 'problema'
le è estranea, e che il ciclo 'enigma'/'soluzione' ha senso soltanto
per la ragione. Da ciò la produzione d'una particolare consapevolezza,
le cui risonanze wittgensteiniane dovrebbero risultare evidenti.
"Se parto dalle costanti della mia vita mi convinco sempre più che la crisi attuale è causata dal fatto che le forme di pensiero esistenti sono inadeguate alla situazione. Non si può trovare una soluzione razionale perché la fonte del problema è la razionalità stessa [corsivo mio]."44
Quando il
problema è alimentato dalla ragione, non si può trovare una
via di scampo attraverso la ragione: ecco qualcosa che il pensiero occidentale
dovrebbe tesaurizzare45. La ragione infatti, per sua natura, incoraggia
gli esorcisti del nudo, facendoci credere che c'è una mèta
da cogliere, ovvero un senso recondito del mondo e della vita.46 E se essa
dovesse imbattersi nel nonsense (chissà come e per quante minime
frazioni di frazioni di secondo!), censurerebbe subito qualsiasi intuizione,
spingendoci a credere che c'è ancora dell'altro da cercare, poiché
quanto si è visto è erroneo e illusorio.
Fedro, il protagonista
del romanzo di Pirsig e alter ego dell'autore, ha un figlio che vive appunto
questa situazione. Questi si imbatte nella nudità, ma non è
convinto di ciò che ha sperimentato ed è intrappolato, a
causa della ragione, nella seguente, singolare circostanza.
"Quello che sta cercando, quello che vuole, è tutto intorno a lui, ma lui non lo vuole, proprio perché ce l'ha tutto intorno. Ogni passo è uno sforzo sia fisico sia spirituale, perché egli immagina che la sua mèta sia esterna e distante."47
In effetti, la
percezione della nudità può suscitare diverse reazioni. Possiamo
ritrarcene spaventati oppure provare, come nel caso succitato, una sensazione
di insufficienza, credendo che quanto s'è visto non sia il punto
finale, ma ci sia ancora dell'altro da scoprire.
Il primo tipo
di sensazione ("possiamo ritrarcene spaventati...") è un antico
retaggio dell'uomo. Si può ben capire quale sia la funzione storica
esercitata dagli esorcisti del nudo (i fondatori di religioni, i detentori
del sapere filosofico, ecc.): essi hanno cercato di impedire che l'uomo
provasse terrore, spavento e angoscia, posto a confronto con la profondità
vuota del proprio essere.
Perché,
se ci si scopre del tutto trasparenti, si ha timore. È come se ci
si trovasse davanti a un abisso: si vede il baratro, senza vedere chi sta
per cadervi dentro. Infatti non siamo più noi, a rigor di termini.
Siamo ancora qualcosa, eppure non lo siamo, in quanto siamo nudi. L'esorcista
ci accontenta, poiché ci promette un soddisfacimento, sia pure illusorio,
convincendoci che abbiamo un senso, un significato48, e che la vita ha
valore, perché c'è qualcosa da raggiungere. Senza questa
mèta la vita non avrebbe scopo, e molti ne avrebbero paura. Da qui
il suicidio, che è un modo legittimo di portare a termine le cose,
qualora ci si accorga che il nonsense atterrisce, e che la nudità
è un fardello insostenibile.49
L'altra sensazione
(in base alla quale la percezione della nudità non può appagarci,
poiché pensiamo che forse c'è ancora dell'altro da scoprire),
è anche probabilmente più comune. In realtà, le cose
che si trovano a portata di mano sono impenetrabili. La strada che percorriamo
per giungere a casa ci è forse la meno nota. E non vediamo neppure,
lungo il cammino, le case e gli alberi familiari, poiché li abbiamo
profondamente incorporati nel nostro bagaglio cognitivo. Come ci ricorda
Heidegger, in Nietzsches Wort Gott ist tot, "è il più vicino
di tutto, ciò che, appunto perché più vicino, noi
trascuriamo costantemente."50 Con la nudità le cose stanno proprio
così: fin da quando eravamo bambini, gli esorcisti hanno avuto buon
gioco nel convincerci che esiste il senso della vita, e che dobbiamo cercarlo
studiando attentamente una dottrina. Soltanto così siamo stati spinti
a studiare; altrimenti avremmo costituito un materiale sociale inutilizzabile.
Ma abbiamo veramente, con ciò, acquisito qualcosa? La nostra sorte
non è forse identica a quella di Krishnamurti, il cui merito maggiore
sta nell'aver riconosciuto che ogni strada porta sempre allo stesso posto,
cioè al punto di partenza, alla nudità essenziale?51
Comunque sia,
una volta consegnati agli esorcisti del nudo, veniamo convinti che ci sia
qualcosa da cercare, nonché spinti a dubitare della trasparenza
strutturale che ci è sempre davanti agli occhi. Non siamo convinti
che questa trasparenza possa costituire la mèta del nostro itinerario.
Dev'esserci dell'altro, oltre il muro, che ci separa dalla vera conoscenza.
La categoria indiana del 'velo di mŸyŸ' risulta gravemente fuorviante:
è erroneo credere che esista, oltre le apparenze, qualcosa da cogliere,
una verità da attingere, un obiettivo da conseguire.
Mentre oscilliamo
tra lo spavento e la noncuranza, il nonsense ci sfugge. Tuttavia,
siamo delusi o atterriti dalle sue occasionali apparizioni che, in qualche
modo, riescono a imporsi, nei piccoli varchi lasciati aperti dai sacerdoti
del sapere 'profondo', i quali sono, a tutti gli effetti, esorcisti del
nudo.
6. Un ulteriore
problema si affaccia, all'improvvisa percezione del nonsense, una volta
che le costrizioni della ragione siano state, sia pure per poco, accantonate.
Dopo un breve attimo, torna a palesarsi la razionalità implacabile,
che genera un dubbio insopprimibile, un pensiero in sospensione. In questo
frangente le risorse della ragione riacquistano terreno, dopo la temporanea
sconfitta che ha fatto trapelare il nonsense e, in un breve flash,
la nudità essenziale. La ragione cerca di classificare il nonsense
intravisto, e lo fa in modo subdolo, attraverso l'esorcismo. Infatti il
nonsense, anziché essere inventariato come dovrebbe, viene accatastato
in un magazzino, da cui poi sarà difficile recuperarlo.
L'uso d'una particolare
metafora, che chiamerò il sogno dei due monaci tibetani, sarà
particolarmente istruttivo a riguardo. I suoi corollari saranno sviluppati
nel discorso in modo progressivo e graduale. Il suo contenuto, completamente
autobiografico, è il seguente.
Sogno due monaci:
un maestro e un discepolo. Il primo ricorre a un metodo di insegnamento
assai avanzato nel Buddhismo tibetano, che consiste nell'usare il silenzio.52
In questa tradizione, si sa soltanto che la comunicazione avviene attraverso
il silenzio. Io vedo distintamente le due figure, l'una di fronte all'altra.
Improvvisamente, mentre ne scorgo le espressioni dei volti (che sembrano
soddisfatte e tranquille), sono assalito da un dubbio, e mi vengono in
mente due alternative: 1) il maestro sta comunicando qualcosa al discepolo,
per esempio attraverso la telepatia, e questi lo recepisce, grazie alla
sua abilità; 2) il maestro, attraverso il suo silenzio, sta comunicando
al discepolo che non c'è nulla da capire, e questo sorride, nel
constatare che è questa l'essenza dell'insegnamento (veicolata dal
non discorso). Nel primo caso esiste un senso da cogliere, e il discepolo
lo comprende perché gli viene comunicato telepaticamente;53 nel
secondo, il senso consiste in un non senso, e il silenzio serve proprio
a evidenziarlo (infatti, è l'unico mezzo adatto a trasmettere l'insegnamento).
Questo sogno
descrive la situazione peculiare agli esseri umani. Da sempre essi si sono
arrovellati alla ricerca del senso, credendo che esistesse qualcosa di
oscuro da cogliere. Qua e là, nella storia del pensiero, ci sono
stati attimi in cui è emersa la consapevolezza che il senso non
esiste, che la ricerca è vana (o disperata) e non porta da nessuna
parte. Gli uomini che hanno maturato questa consapevolezza sono stati però
osteggiati, e apertamente ostracizzati; dopotutto, ponevano in pericolo
l'assetto della società. La loro esistenza non è stata facile:
alcuni hanno subìto le lusinghe sociali e sono tornati sui propri
passi, rimettendosi alla ricerca del senso. Altri, più indipendenti
nello spirito, e meno inclini a lasciarsi persuadere dagli esorcisti del
nonsense, hanno pur sempre coltivato gravi dubbi nella loro intimità.
È questo il dubbio principale: il senso del mondo è il nonsense
o esiste ancora, dietro a esso, qualcos'altro da scoprire? Questi ricercatori
si sono barcamenati tra le due possibili soluzioni del sogno dei monaci:
per certi versi, hanno pensato che il senso fosse il nonsense, e che il
silenzio fosse lo strumento più adatto per comunicarlo; per altri,
che invece il maestro comunicasse in qualche modo qualcosa, cioè
il senso del mondo, che è possibile cogliere dopo aver sviluppato
gli strumenti idonei. In ultima analisi, il maestro comunica qualcosa o
comunica che non c'è niente da comunicare?
Del resto non
è detto che gli altri ricercatori, persuasi dagli esorcisti del
nudo, non abbiano conosciuto occasioni in cui disperare del senso, trovando
insoddisfacente la soluzione prospettata, nella convinzione che il nonsense,
in realtà, fosse l'elemento ultimo. In questi termini, mi pare che
il sogno dei due monaci possa rappresentare l'umanità nel suo complesso.
Da un lato, troviamo
coloro che alimentano il sapere, e vanno alla ricerca del senso; dall'altro,
quelli che non cercano più, e attingono il nudo. Questa distinzione
è peraltro idilliaca e schematica, poiché i contorni tra
i due gruppi tendono a sfumare, in quanto i seguaci del primo passano al
secondo, e viceversa, scambiandosi le parti ad libitum nella commedia della
vita. Potrebbe tuttavia delinearsi una contrapposizione tra i sostenitori
del sapere e quelli dell'ignoranza, vale a dire coloro che invalidano qualsiasi
ricerca, poiché la considerano legata al senso. La saggezza vedica,
ci ricorda Cioran, non privilegerebbe né gli uni né gli altri.
"Si trovano in profonde tenebre coloro che s'abbandonano all'ignoranza; in tenebre ancor più profonde coloro che si compiacciono nel sapere."54
Si potrebbe ammettere
che il sapere sia velato da una tenebra più profonda; ma anche l'ignoranza
soffre della sua parte di oscurità. E allora? Il maestro comunica
qualcosa, oppure il suo silenzio, come annuncio della nudità, è
l'essenza ultima della comunicazione?
Per ora mi limito
a prendere atto della dualità, della lacerazione che viene a crearsi
nell'essere umano: si concretizza la prospettiva delle due alternative,
evidenziate nel sogno dei due monaci. Questa lacerazione è vissuta
intensamente da alcuni spiriti eletti, i quali ne elaborano ogni conseguenza.
Tra essi, il già citato Cioran. Tutta l'opera del filosofo rumeno
sembra caratterizzata dall'alternativa tra senso e nonsense. Nelle sue
pagine si configura la scelta tra l'abbandonare le cose a se stesse o il
dotarle d'un significato, violentandone la nudità essenziale.
"Lasciare le cose tali e quali, guardarle senza volerle modellare, percepirne l'essenza [cioè la nudità], niente di più ostile all'andamento del nostro pensiero: al contrario, aspiriamo a plasmarle, a torturarle..."55
Cioran riconosce la grandezza d'un pensiero che abbia per oggetto il nudo, ma avverte anche la difficoltà di mantenerlo, cioè di indugiarvi.56 Anche il filosofo rumeno è coinvolto nella problematica onirica dei monaci: per certi versi, avverte che il silenzio non comunica nulla, e s'apre al nonsense; per altri, però, riconosce che è difficile restare in questa posizione e fondarvi l'esistenza. Se si crede alla nudità, ogni azione diviene vacua, e si permette alle cose di essere come sono. Se si crede al senso, si pretende invece di influire sulla realtà, e le azioni e i progetti divengono finalizzati. Secondo Cioran le due alternative sono ugualmente appetibili per l'essere umano, il quale non sa decidere tra l'una e l'altra.
"A volte si pensa che sia meglio realizzarsi piuttosto che lasciarsi andare, a volte si pensa il contrario. In entrambi i casi si ha perfettamente ragione."57
L'alternativa in questione è sottolineata anche da M. Kundera, nell'opera L'insostenibile leggerezza dell'essere, attraverso i termini della 'pesantezza' e della 'leggerezza'. La prima è un fardello che "ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo."58 In altre parole, è il riconoscimento del senso del mondo, che spinge a riflettere sulle azioni, e a realizzare un progetto. L'altra è caratterizzata da una situazione singolare, in cui ci si 'lascia andare'. Secondo me, la leggerezza equivale all'apertura al nudo.
"L'assenza assoluta d'un fardello fa sì che l'uomo diventi più leggero dell'aria, prenda il volo verso l'alto, si allontani dalla terra, dall'essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato."59
Secondo Kundera,
è un problema scegliere tra la pesantezza e la leggerezza: non si
può, frettolosamente, e contrariamente a quanto sostiene Parmenide,
optare per la seconda, poiché la leggerezza è positiva mentre
la pesantezza è negativa60. Sia in Kundera, sia in Cioran si attestano
chiaramente, in forme diverse ma in prospettive analoghe, le alternative
del sogno dei due monaci. Così, siamo sempre allo stesso punto:
il silenzio comunica qualcosa (=il senso), o comunica, in quanto silenzio,
il nonsense, ossia che non c'è un senso da cogliere?
Come risolvere
l'alternativa? Analizzandola bene, ci si accorge che ha senso porsela soltanto
da un punto di vista logico-linguistico: infatti, la si può inquadrare
come la distinzione tra la comunicazione del silenzio e il silenzio come
comunicazione di qualcosa (del senso, del significato, ecc.). Questa distinzione
può valere solo per la logica e il linguaggio. Ma il nonsense
si deve cogliere immediatamente, allorché ogni distinzione cessa.
Così, il problema dovrà essere prospettato in altri termini.
C'è qualcosa che viene comunicato, dal maestro al discepolo: la
nudità, e nient'altro. Poiché la nudità non ha contenuto,
è vano chiedersi se si comunica qualcosa, attraverso il silenzio,
o se il silenzio stesso è ciò di cui si va in cerca.
In un'altra ottica,
si può osservare che il silenzio e la nudità procedono di
pari passo. Non perché si equivalgano, ma perché entrambi
colgono il nonsense e lo evidenziano. E' scorretto asserire che il
silenzio e la nudità siano identici; tuttavia, portano entrambi
l'uomo al baratro in cui dovrebbe perdersi, venendo a scoprirsi un mero
nulla, una vuotezza strutturale.
Questa situazione
ricorda un rituale tantrico, che Cioran cita giungendo alle nostre stesse
conclusioni:
"nel corso della seduta d'iniziazione, ti viene presentato uno specchio che rinvia la tua immagine. Contemplandola, comprendi che non sei altro che questo, cioè niente."61
Il silenzio può
essere paragonato alla trasparenza cristallina d'uno specchio: esso determina
il luogo d'un nulla, cioè la nudità del nostro essere, che
si attesta ogni volta che la ragione sospenda il proprio impietoso martellare.62
Così,
si può dare finalmente una risposta: il maestro comunica qualcosa,
cioè la nudità, annunciata dal silenzio. E il discepolo ha
buone ragioni di sorridere: attraverso il silenzio vede la nudità,
ed è tranquillo; infatti, non è assillato dai dubbi succitati,
né dalla distinzione tra il silenzio come comunicazione e la comunicazione
del silenzio.63
7. In questo capitolo
la disamina del nonsense mi ha spinto attraverso varie piste, che
vanno ripercorse, per evidenziare alcune pietre miliari.
In primo luogo,
mi sono interrogato sulla funzione della logica e del linguaggio, al fine
di capire se la nudità potesse essere sondata per loro tramite.
La risposta è stata sconcertante: essi sono strumenti inadeguati,
tuttavia, non ne abbiamo altri. Ciò equivale a dire che non può
piacerci la musica suonata in questa sala da concerto, ma nemmeno quelle
suonate altrove, in tutte le altre sale del mondo. Consapevole delle implicazioni
'irrazionali' di quest'affermazione, mi sono rivolto all'intuizione, per
trovare conferma del fatto che la nudità va vissuta, prima ancora
che dimostrata o indicata. Malgrado questa conclusione, però, restava
ugualmente un problema da risolvere: il senso della vita (da cui derivano
tutti gli altri problemi filosofici). L'ho affrontato così: la soluzione
del problema è che non c'è soluzione (si tratta di una proposizione
perfettamente compatibile col nonsense ). A questo punto, l'inevitabile
corollario: non c'è soluzione perché non c'è problema,
e il circolo 'enigma'/'soluzione' o 'domanda'/'risposta' s'infrange. La
nudità viene attinta.
Come indica,
ancora una volta, Cioran:
"quando si sa che ogni problema è soltanto un falso problema, si è pericolosamente vicini alla salvezza."64
Come ho detto,
a questo punto c'è il rischio di credere che quanto s'è visto
(il nudo) non sia ancora la mèta, cioè la risposta definitiva.
In altri termini, anche coloro che si sono liberati dell'ottica 'domanda'/'risposta'
ne restano occasionalmente e sporadicamente invischiati, non foss'altro
che in virtù della loro esistenza sociale, da sempre esorcista e
ostracizzante nei confronti degli adepti della nudità.
Questi problemi
vanno affrontati nella loro dimensione peculiare, cioè in silenzio.
Il silenzio non va equiparato tout court alla nudità, ma può
spingerci in quest'ambito, se solo gli prestiamo ascolto (e non scambiamo
il mezzo con il fine). E che il silenzio sia un'arma più efficace
del vaniloquio metafisico, al fine di delucidare il senso (che è
non senso) della vita, ci viene ricordato anche da Wittgenstein nei passi
cruciali del Tractatus. Non tanto nella proposizione finale (n. 7), citata
ormai a sproposito e forse fraintesa, quanto in quelle immediatamente precedenti;
per esempio quando, dopo aver affermato che la risoluzione del problema
della vita si scorge allo sparire di esso (ibid., 6. 521), il filosofo
austriaco osserva che gli uomini a cui il senso della vita divenne
chiaro non seppero dire in cosa consistesse65. E non seppero dirlo, aggiungo
io, poiché questo senso è il nonsense, ossia la nudità
dell'essere, che non può essere spiegata, né definita, pena
il suo venir meno come tale. Il silenzio di questi personaggi non è
dunque l'espressione d'un'impotenza verbale, bensì l'unico modo
per esprimere il nonsense, lucidamente avvertito. Ciò attesta il
valore strumentale del silenzio; d'altro canto, non si potrebbe dire che
il silenzio e il nonsense siano la stessa cosa.
Anche il silenzio
sarà qualcosa da superare, però, qualora si pensasse che
equivalga puramente e semplicemente alla nudità. Il mio discorso
conferma quindi il valore puramente strumentale del silenzio, nel compito
di lasciar trapelare la trasparenza cristallina della nudità.
NOTE
1"Qualcuno chiese: "la 'frase
unica', cos'è?". Chao-chou disse: "se t'attacchi alla frase unica,
cadrai nella vecchiaia" (Radical Zen; tr. it., Zen radicale, Roma
1979, p. 22).
E ancora: "Un monaco chiese:
"la parola di Chao-chou, qual è?". Chao-chou disse: "non c'è
nemmeno mezza parola." Il monaco disse: "maestro, voi non siete qui?" Chao-chou
disse: "io non sono una parola" (ibid ., p. 30).
2Secondo Heidegger, il linguaggio
travalica la finalità pura e semplice della comunicazione e della
significazione(su questa pista il teorico di Messkirch è seguito
da J. Lacan; cfr. Ecrits; tr. it., Scritti, Torino 1974). Esso diviene
così "la casa dell'essere", ossia la dimora del principio unico
(cfr.: M. Heidegger, Wozu Dichter? , in: Holzwege, tr. it., Perché
i poeti?, in: Sentieri interrotti, Firenze 1968, p. 287).
3Cfr. il seguente haiku, scritto
da Basho (1644-1694):
kare eda ni
"Su un ramo secco,
karasu no tomari keri
si posa un corvo,
aki no kure .
crepuscolo autunnale".
Per questa traduzione, cfr.:
L. V. Arena (a cura di), Haiku, Milano 1995, p. 29. La tematica dell'haiku
sarà affrontata nell'ultimo capitolo.
4Come non pensare al brano
Akikaze no kyoku, la cui atmosfera musicale impregna il testo cantato,
conferendogli un sapore tipicamente nonsensical ? (Il brano è registrato
nel disco Japon 4, Jiuta Groupe Yonin non kai , 558 575, HM 52, Paris 1981).
5A proposito del linguaggio,
Rifà'ì, un maestro sufi, si esprime così: "Con le
parole non possiamo discutere direttamente delle cose superiori, poiché
non c'è linguaggio che racchiuda le cose superiori e neppure le
cose inferiori [corsivo mio]" (cfr. I. Shah, Thinkers of the East;
tr. it., Pensatori dell'est, Milano 1991, p. 72).
6M. Heidegger ha il merito
di aver mostrato che la logica è "pensiero intorno al pensiero"
(Was heisst Denken? ; tr. it., Cosa significa pensare?, Milano 1971, I,
p. 49). Con ciò ne ha indicato l'inconsistenza e l'impotenza.
7Il termine è quanto
mai ambiguo e vago: ormai designa il pensiero delle persone di buon senso,
che sono al riparo dall'esorcismo della nudità (in quanto non l'accettano).
Alcuni li chiamano persino 'razionalisti'. Io preferisco conferire al termine
'irrazionalismo' la sua antica dignità, ossia una connotazione estremamente
positiva, come riconoscimento d'una notevole apertura nei confronti del
nonsense .
8L'analogia fa a pugni col
principio di non contraddizione, perché evidenzia le affinità
tra due fenomeni differenti, stabilendo la diversità nell'uguaglianza,
o l'uguaglianza nella diversità.
9Posso anche ammettere che
i miei assunti siano indimostrabili. Su cosa poggiano quelli dell'avversario?
La prova da lui invocata, per supportare il proprio ragionamento, consiste
semplicemente nella non violazione del principio di non contraddizione.
Ma cos'è che prova, a sua volta, questa prova? Questo interrogativo
legittimo è stato avanzato, accanto alle relative preoccupazioni
epistemologiche, da J. F. Lyotard, nel suo La condition postmoderne; tr.
it., La condizione postmoderna, Milano 1987 (III ediz.), p. 80 ("la prova
costituisce problema, nel senso che si dovrebbe provare la prova").
Inoltre, come ha indicato
P. K. Feyerabend: "la logica proposizionale è solo uno fra i molti
sistemi logici. Esistono logiche intuizionistiche che non conoscono il
principio del terzo escluso, logiche costruttive nelle quali le conseguenze
di una proposizione semplicemente non 'esistono', bensì devono essere
proposte con l'aiuto di specifiche argomentazioni, ci sono modi di argomentazione
che hanno validità solo in determinati ambiti"(Science in a Free
Society; tr. it., La scienza in una società libera, Milano 1981,
p. 77). Con queste premesse, la pretesa del mio avversario, di richiamarsi
unicamente al principio di non contraddizione e alla logica aristotelica,
è quantomeno riduttiva.
Si pensi anche, infine, che
il principio del terzo escluso viene rifiutato persino da Kant, nella formulazione
delle coppie di antinomie della ragion pura e nell'atteggiamento assunto
nei loro confronti (cfr.: Kritik der reinen Vernunft, tr. it., Critica
della ragion pura, Roma - Bari 1979, Dialettica trascendentale, Lib. II,
cap. II, Sez. II, pp. 354 - 381).
10Cfr. D. Hume, An Enquiry
concerning Human Understanding, in: Works (a cura di T. H. Grose
and T. H. Green), London 1874-5, IV, p. 45 e sgg.; dello stesso autore
si veda anche: A Treatise of Human Nature, ibid ., I, p. 394 e sgg.
11Poiché la conoscenza
ha senso solo per noi, cioè per soggetti umani coinvolti e interessati,
anche i problemi relativi alla sfera naturale, alla cosmologia, ecc., vertono
in fondo sulla questione: "qual è il senso della vita?", e cercano
di assegnargliene uno.
12Se fosse altrimenti, gli
uomini sarebbero simili a ciottoli tondi e levigati, privi di individualità,
secondo la metafora kierkegaardiana. L'unica forma di individualità
che, dal canto mio, mi sento di ammettere equivale alla nudità essenziale
dell'essere umano (ciò spinge la questione in altre direzioni, in
un'ulteriore rilettura del riferimento kierkegaardiano).
13L. Wittgenstein, Tractatus
logico-philosophicus, cit. , 6. 51, p. 81.
14Ibid ., 6. 5., p. 81.
15Sono ancora avvinghiati
al 'problema' tutti coloro che ritengono di dover scegliere nella vita
tra un'azione e un'altra, o tra un comportamento e un altro, poiché
credono che da questa scelta deriverà un risultato positivo o negativo.
Come mostra M. Kundera, nel suo Nesnesitelna lehkost byti (tr. it., L'insostenibile
leggerezza dell'essere, Milano 1985): "non si può mai sapere che
cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può
né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla
nelle vite future[...] Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione
sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone" (ibid.,
p. 16). Solo coloro che credono al senso della vita possono pensarla diversamente.
Gli altri sono ben consapevoli del fatto che la vita è nonsensical,
cioè "uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro" (ibid., p.
16).
16Quest'affermazione è
impegnativa e va chiarita. Mi riferisco al riconoscimento della nudità,
che si palesa per esempio nel setting analitico e nel rapporto tra
paziente e analista. Non ho in mente la psicoterapia assistenziale o impiegatizia
(che purtroppo ha preso piede in Italia, una volta affidatone esclusivamente
l'esercizio agli psicologi e ai medici, anziché ai filosofi), contro
cui si appuntano giustamente gli strali della critica heideggeriana (cfr.:
Was heisst Denken, cit ., I, p. 84).
17D. T. Suzuki, Essays on
Zen Buddhism, I; tr. it., Saggi sul Buddhismo Zen, Roma 1975, p. 336. Ho
sviluppato il tema della relativizzazione del problema e delle sue conseguenze
psicoterapeutiche e filosofiche nel saggio "La pratica del buddhismo Zen
nella psicoterapia" (Studi Urbinati, B/2, 1983, pp. 111-34).
18A. Watts, Psychotherapy
East and West; tr. it., Psicoterapie orientali e occidentali, Roma 1978,
p. 87.
19E' merito di Freud aver
mostrato che la nevrosi risulta dalla Realität, ossia
dalla realtà psichica, com'è vista dall'individuo, e non
dalla Wirklichkeit, ossia dalla realtà materiale nuda e cruda, produttrice
automatica di effetti in base a certe cause (secondo le formulazioni del
materialismo meccanicistico). Quest'insistenza freudiana sul ruolo della
Realität ci sembra procedere in direzione della nudità;
infatti, la nevrosi non è altro che la ricerca del senso della vita,
nel tentativo di assegnare agli eventi un significato simbolico. Il nevrotico
cade nel circolo 'enigma'/'soluzione'.
Per rintracciare i passi freudiani
relativi alla tematica in oggetto, si vedano le indicazioni bibliografiche
nel mio saggio "Sul 'tempo' freudiano" (Studi urbinati , B/2, 1985, pp.
120-21). Ho trattato esaustivamente il problema dei piani di realtà
nella dottrina freudiana nel libro Realtà e linguaggio dell'inconscio
(Roma 1995).
20Dal Ch'an deriva, com'è
noto, lo Zen giapponese. Riguardo al Ch'an, rinvio a due miei lavori: Storia
del Buddhismo Ch'an (Milano 1994, II ediz.) e Antologia del Buddhismo Ch'an,
Milano 1994.
21Y. Hoffmann (a cura di),
Radical Zen, cit ., p. 99.
22Ibid ., p. 101.
23Mumonkan, XXXVII, in: Taishò
daizòkyò, Tokyo 1924-32, XLVIII, n. 2005 [Tutte le traduzioni
dei passi citati da quest'opera sono mie].
24Come nota giustamente T.
Izutsu, nel suo Toward a Philosophy of Zen Buddhism (tr. it., La
filosofia del Buddhismo Zen, Roma 1984, p. 99): "qualsiasi cosa si dica
è in se stessa una presentazione totale e integrale della Realtà
[...] Come tale, la proposizione non intende nulla: non indica né
mostra null'altro che se stessa."
25Mumonkan , XVIII.
26Ibid ., XXI.
27Il seguente kôan (cfr.
nota 32) è assai illustrativo in proposito. "Una volta due monaci
[del monastero] di Nan-ch'üan (giapp.: Nansen, maestro di Chao-chou)
litigavano per un gatto. Nan-ch'üan, dopo aver sollevato il gatto,
disse: "O monaci! Se riuscite a dire una parola [sullo Zen], salverete
[il gatto]; se non ci riuscite, lo taglierò in due." I monaci non
seppero rispondere. Allora Nan-ch'üan lo tagliò in due. A sera
Chao-chou tornò al monastero. Nan-ch'üan gli raccontò
come s'erano svolti i fatti. Allora Chao-chou si tolse le scarpe, se le
mise in testa e uscì. Nan-ch'üan disse: "se tu fossi stato
qui, avresti salvato il gatto." (ibid .,, XIV).
Altri esempi: Chü-chih
alzava semplicemente un dito, ogni qual volta veniva interrogato sulla
verità del Buddha (ibid., III); Buddha si limitò a
mostrare un fiore alla congregazione dei monaci, e uno di essi fu illuminato
(ibid., VI).
28"Una monaca chiese: "maestro,
mi insegnerete la dottrina che non è mai stata detta?". Chao-chou
la rimproverò: "ehi!Il bricco si brucia!" La monaca aggiunse acqua
al bricco e disse: "maestro, vi prego di rispondere". Chao-chou rise" (Radical
Zen , cit. , trad. riv., p. 32).
29"Un monaco chiese: "io sono
uno stupido: galleggio, affondo, galleggio, affondo. Come posso salvarmi
[dall'oceano della reincarnazione, ossia da questo mondo]?" Chao-chou restò
seduto in silenzio" (ibid., tr. riv., p. 72).
30Bhagwan Shree Rajneesh,
No Water No Moon; tr. it., 10 Storie Zen, Milano 1980, pp. 225-6.
31R. Fuller Sasaki (a cura
di), The Record of Lin Chi; tr. it., La raccolta di Lin Chi, Roma 1985,
p. 18.
32Il termine kòan
(cin.: kung-an ) aveva in origine un significato giuridico, nella dinastia
T'ang [618-907]: "denotava un caso legale stabilito come precedente su
cui basarsi per formulare giudizi in cause di natura simile". In seguito
"arrivò a essere usato nella tarda dinastia Sung [960-1279], con
il significato di particolare problema o tema per la meditazione" (T. Izutsu,
Toward a Philosophy of Zen Buddhism , cit. , p. 158). Tratto diffusamente
la questione dei kôan nella mia Storia del Buddhismo Ch'an (cit.,
pp. 233-40).
33Radical Zen , cit., p. 99
(tr. riv.).
34Mumonkan , XXXI.
35A. Watts, The Spirit of
Zen; tr. it., Lo Zen, Milano 1964 (IV ediz.), pp. 75-6.
36T. Izutsu, nel suo Toward
a Philosophy of Zen Buddhism , interpreta in misura eccessivamente hegeliana
la 'parabola' in questione. Il che mi sembra fuorviante(ibid., p. 36).
37J. Krishnamurti/D. Bohm,
The Ending of Time; tr. it., Dove il tempo finisce, Roma 1986, p. 7.
38Ibid ., pp. 80-1.
39"I maestri Zen [...] ci
ricordano continuamente che non c'è nulla da ottenere." F. D. Cook
lo indica a chiare lettere nella sua traduzione e commento dello Shòbògenzò
di Dògen (How to Raise an Ox; tr. it., Come allevare un bue, Roma
1981, p. 14). E sottolinea anche l'assunto basilare dell'insegnamento del
grande maestro giapponese: "tutti gli esseri sono Buddha, così come
sono" (ibid., p. 15). Si tratta d'un tema ricorrente: non c'è una
meta da attingere, in realtà, e abbiamo già acquisito, da
sempre, le perfezioni connesse alla liberazione. Si veda anche: The Chün
Chou Record, in: J. Blofeld (a cura di), The Zen Teaching of Huang
Po on the Transmission of Mind, London 1977, p. 30; The Wan Ling Record,
ibid., p. 125.
40Questa problematica è
sentita anche da E. M. Cioran: "la liberazione, se realmente ci sta a cuore,
deve procedere da noi stessi: a nulla serve cercarla altrove, in un sistema
già fatto o in qualche dottrina orientale" (La tentation d'exister;
tr. it., La tentazione di esistere, Milano 1984, p. 14).
41B. S. Rajneesh, Discourses
on the Desiderata; tr. it.,Guida spirituale, Milano 1985, p. 164.
42Ibid ., p. 79.
43Ibid ., p. 14.
44R. Pirsig, Zen and the Art
of Motorcycle Maintenance, cit., p. 167.
45Questo dettaglio è
sfuggito a Schopenhauer, il cui tentativo di cancellare la volontà
attraverso l'intelletto, che ne è il servitore, appare assai velleitario.
Come si può risolvere il problema attraverso la razionalità,
quando il problema, per dirlo con Pirsig, è la razionalità
stessa? In termini schopenhaueriani, come è possibile annullare
la volontà attraverso la volontà?
46M. Heidegger indica chiaramente
che il pensiero (un pensiero sui generis, non quello concettuale) potrà
fare il suo debutto "solo quando ci si renderà conto che la ragione
glorificata da secoli è la più accanita nemica del pensiero"
(Nietzsches Wort "Gott ist tot" , in: Holzwege , cit., p. 246).
47Zen and the Art of Motorcycle
Maintenance , cit., p. 211.
48Clov, uno dei due protagonisti
della pièce di S. Beckett End of Game, irride ogni pretesa
del senso: "Hamm: "we're not beginning to...to...mean something?" Clov
merely laughs. "Mean something!You and I mean something!" (ivi, New York
1958, pp. 32-3).
Si consideri anche questo
breve dialogo tra Vladimir e Estragon, protagonisti di Waiting for Godot
: Vladimir: "this is becoming really insignificant." Estragon: "not enough
" [corsivo mio] (ivi, London 1956, p. 68). Vladimir sembra preoccuparsi
che la storia - l'attesa di Godot - possa ancora avere un significato,
ma viene puntualmente smentito dall'amico.
49Il gesto del suicida non
è affatto compatibile col nonsense: compiendolo, egli cerca di assegnare
un significato alla sua vita, non essendoci prima riuscito.
50Ivi, p. 245.
51Lo psicoanalista junghiano
S. Kopp ha utilizzato la metafora del molo, per illustrare la situazione
del paziente in psicoterapia e dell'adepto di un sentiero iniziatico. Il
molo, a differenza del ponte, non porta da nessuna parte ed è, per
così dire, fine a se stesso (cfr.: If You Meet The Buddha On The
Road, Kill Him; tr. it., Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo,
Roma 1975, p. 15). Questa metafora è funzionale al mio discorso:
non c'è alcuna mèta da raggiungere, all'infuori di noi stessi,
come saldo punto di partenza da cui non ci siamo mai mossi.
52Si tratta del 'lignaggio
del pensiero' [tib.: dgongs brgyud] (A. David-Neel, Initiations lamaïques;
tr. it., Le iniziazioni nel Buddhismo tibetano, Roma 1982, p. 25). Gli
altri due, in importanza decrescente, sono definiti, rispettivamente, 'lignaggio
dei gesti' [tib.: brda' brgyud ] e 'lignaggio delle parole' [tib.: snyan
brgyud] .
53I monaci tibetani sottoscriverebbero
questa prima ipotesi, poiché credono alla possibilità della
comunicazione telepatica, nell'ambito del 'lignaggio del pensiero'
(cfr.: ibid., p. 25 e sgg.). Questa convinzione, però, non li dispenserebbe
dall'aderire anche alla seconda ipotesi, nel caso in cui l'oggetto d'una
comunicazione telepatica fosse il silenzio.
54E. M. Cioran, Le mauvais
démiurge; tr. it., Il demiurgo cattivo, Milano 1986, p. 56.
55E. M. Cioran, La tentation
d'exister, cit , pp. 23-4.
56Cioran stigmatizza anche
l'insincerità e l'incoerenza di coloro che aderiscono a una dottrina
orientale, per esempio al Vedànta, da un punto di vista puramente
razionale. Essi accettano, in teoria, la concezione dell'irrealtà
delle cose, per poi comportarsi, in pratica, come se esse esistessero realmente
(ibid., p. 18). Ciò è dovuto, a mio avviso, al solito atteggiamento:
si scimmiotta una dottrina, poiché si cerca all'esterno di noi qualcosa
che si può avvertire solo all'interno (e cioè il nonsense
).
57E. M. Cioran, Le mauvais
démiurge , cit., p. 147.
58M. Kundera, Nesnesitelna
lehkost byti, cit ., p. 13.
59Ibid ., p. 13.
60Ibid ., p. 14.
61E. M. Cioran, Ecartèlement;
tr. it., Squartamento, Milano 1981, p. 106.
62La nudità dell'essere
è avvertibile anche nel rituale buddhista della meditazione sul
cadavere, che ha il compito specifico di quietare le passioni e i desideri
relativi ai corpi, enfatizzandone l'effimera consistenza e l'irrilevanza;
cfr.: E. M. Cioran, Le mauvais démiurge, cit., p. 54.
63Cioran, malgrado i suoi
dubbi e le perplessità manifeste, sceglie decisamente il nonsense
come punto di riferimento. Egli lo erige anzi a pilastro d'una nuova, interessante
concezione dell'arte. Questo spunto è indicato nella Tentation d'exister
: "il senso comincia a non essere più in voga. La tela di
cui cogliamo l'intendimento, non la guardiamo a lungo; il pezzo musicale
dalla forma percettibile, dai contorni definiti, ci annoia" (ibid ., p.
134). Anche in letteratura l'avvento del nonsense apre nuove vie:
per esempio il debutto del romanzo senza oggetto, "litania e soliloquio
del Vuoto"(ibid., p. 135). Come nota Cioran, nel palese ossequio alla nudità
dell'esistenza, "non è [...] senza significato che i soli romanzi
degni d'interesse siano precisamente quelli in cui, una volta abolito l'universo
[ossia la preoccupazione metafisica], non accade nulla. L'autore stesso
ne sembra assente"(ibid., p. 129). Come esempio di questo genere di romanzi,
non si può fare a meno di pensare alla Donna mancina di Peter
Handke (Die linkshändige Frau, Frankfurt am Main 1976). Lo scrittore
austriaco aderirebbe sicuramente all'estetica di Cioran.
64E. M. Cioran, Le mauvais
démiurge, cit., p. 146.
65L. Wittgenstein, Tractatus
logico-philosophicus, cit., 6.521, p. 81.
Copyright: Edizioni Quattroventi,
Urbino 2000