Gli sciocchi accendono le loro
lampade durante il giorno. Di notte si stupiscono perché non hanno
luce.
Muslihuddìn Sa'dì.
Se le onde si mettessero a
riflettere, crederebbero di avanzare, di avere uno scopo, di progredire,
di lavorare per il bene del Mare, e finirebbero coll'elaborare una filosofia
sciocca quanto il loro zelo.
E. M. Cioran, Ecartèlement
1. Non è
possibile formulare una filosofia esente da contraddizioni1. Quando si
pensa, ci si contraddice: si producono certe visioni del mondo e certi
pensieri, ma anche, contemporaneamente, visioni del mondo e pensieri opposti.
Di fatto, nelle pagine di ogni filosofo si cela il tarlo dell'incoerenza,
una volta che tutte le premesse di un'argomentazione vengano sviluppate
a fondo.
Se la vita è
contraddittoria, e noi stessi ci comportiamo diversamente a seconda delle
circostanze, sarebbe velleitario pretendere che quest'incongruenza non
intacchi la sfera del pensiero. Non siamo mai gli stessi: smentiamo costantemente
le alte dottrine morali a cui aderiamo, attraverso i nostri opportunismi
e le nostre grettezze quotidiane. Tuttavia, ciò non deve svilirci:
è proprio la nostra situazione, assurda e contraddittoria, a permetterci
di filosofare, di elaborare una dottrina.
Solo da uno stato
di cose avvertito come intollerabile, può scaturire una genuina
riflessione filosofica. Chi coltiva una visione asociale della vita deve
smentirla in continuazione, perché pressato da situazioni banali,
dai rapporti di lavoro quotidiani, che la inibiscono per definizione. E
si deve fingere, giorno per giorno, che la vita abbia un senso, e che esso
possa essere còlto dal sapere filosofico. Questa è la finzione
essenziale. In realtà l'esistenza si snoda in eterno, senza un perché
e senza un fine, a dispetto del fatto che vorremmo inserire le nostre attività
in un quadro armonico e coerente, nel perseguimento di un progetto.
L'esistenzialismo
ha contribuito ad accantonare la filosofia parolaia, i preziosismi tecnici
d'un lessico concettuale stantìo, ma è restato avvinghiato
all'idea di 'progetto', e quindi all'illusione che la condizione umana
abbia un senso. Anche l'esistenzialismo si contraddice, quando ci esorta
a scoprire il senso della vita o almeno quando ammette che ce ne sia uno.2
L'assunto essenziale
del mio discorso è il seguente: ogni dottrina è contraddittoria,
se sviluppata a fondo. Cerchiamo di analizzare la genealogia dell'opera
filosofica: il pensatore si mette a tavolino ed elabora la ridda di rappresentazioni
che gli vengono in mente. Così facendo, organizza e struttura un
materiale che era frammentario ed incoerente, nella sua natura primitiva.
Si dirà: ciò è necessario, affinché il discorso
abbia un senso. Ma perché appellarsi al senso, come fondamento del
discorso? Non è questa, forse, un'esigenza arbitraria? Da un altro
punto di vista, potremmo aspettarci che il discorso debba essere composto
da tante frasi brevi, o che sia privo di avverbi. Potremmo pretendere,
ancora, che lo stile sia il fondamento e la garanzia della coerenza
del discorso.
Si dirà:
ogni discorso filosofico è un discorso coerente, poiché obbedisce
(o dovrebbe obbedire) al principio di non contraddizione. Ma cos'è
mai questo moloch che condiziona la discussione? Se qualcosa è
a, non può essere, nel contempo, ¬a: ciò basta
a tranquillizzarci? Se applichiamo all'uomo il principio di non contraddizione,
misconosciamo l'essenziale ambivalenza di questa creatura. Eugen Bleuler3
ha avuto il merito di aver indicato chiaramente che lo schizofrenico ama
e odia simultaneamente le stesse persone: spunto sùbito assimilato
dalla psicoanalisi freudiana, in cui costituisce il pilastro della dottrina
clinica. Nella sfera umana, il principio di non contraddizione perde spessore
e consistenza: io amo x e nel contempo la odio, e l'amo perché la
odio, né più né meno. Se x mi fosse indifferente,
non proverei per lei alcun tipo di sentimento, né amore né
odio. A cosa serve, in questi frangenti, il principio di non contraddizione?
La psicoanalisi
insiste sul fatto che i processi psichici del nevrotico e dello psicotico
sono qualitativamente gli stessi dell'individuo cosiddetto normale; però,
esiste rispetto a questi ultimi una differenza quantitativa, di grado e
intensità4. Io ho bisogno di correlare alla mia persona quanto accade
nel mondo esterno, per rendere conto degli eventi: questo processo è
noto come 'proiezione'. Tuttavia, se esaspero questo meccanismo, esagerando
la mia compartecipazione ai fenomeni del mondo esterno, cado nella paranoia5.
E' la schizofrenia del pittore Louis Wain: questi confonde il gatto e lo
sfondo, colorandoli della stessa tinta, poiché entrambi sono ormai,
per lui, una cosa sola.6 In una celebre occasione, Van Gogh, un altro famoso
schizofrenico dell'arte, si taglia l'orecchio per offendere Gauguin: gesto
incomprensibile, se non si capisce che lo schizo, mutilando gli altri,
mutila se stesso. Qualitativamente parlando, l'ambivalenza ha una portata
universale: è un fenomeno tipicamente umano; anche se, da un punto
di vista quantitativo, le sue manifestazioni sono soggette a variazioni
individuali d'intensità.
L'ambivalenza
permea anche il pensiero: penso che il mondo abbia un senso e nello stesso
tempo dubito di quest'asserzione. Ecco il tema fondamentale che qui cerco
di sviluppare. Nel momento in cui penso che il mondo abbia un senso, posso
individuarlo nella natura, poiché certi fenomeni sembrano presentarsi
con sorprendente uniformità e frequenza, in modo da incoraggiare
una concezione teleologica dell'universo. Poi, un attimo dopo, mi accorgo
che questo senso non esiste, e che sono io ad attribuirlo al mondo. E'
solo la scelta, che debbo compiere, a farmi propendere per una soluzione
o per l'altra, per un momento o per l'altro. Essa sarà la mia
scelta, poiché fonderà il mio mondo - e non il
mondo dell'altro, che si sentirà altrettanto legittimato dalla sua
scelta.
Le contraddizioni
permarranno anche dopo aver compiuto la scelta: le mie incongruenze, i
miei dubbi, continueranno a sussistere. In queste righe, scelgo di aderire
a questa proposizione: il mondo non ha senso. Naturalmente, non mi sottrarrò
all'ambiguità summenzionata. Mentre effettuo questa scelta, sento
insinuarsi in me un dubbio, la tentazione di effettuare la scelta opposta.
E forse potrebbe persino formarsi una terza possibilità, cioè
la sospensione del giudizio (epoché).
Siamo certi che
solo i filosofi non ragionino in questi termini? Che anche per loro, dopotutto,
non sia tutta una questione di scelte? Molti, certamente, ritengono che
le cose non stanno così, e che si possa, adottando certe regole,
dare adito al 'discorso fondato'. Anche loro, però, dovranno venire
a patti con le proprie contraddizioni. Infatti, se non s'accorgono che
la loro mente prospetta la possibilità di soluzioni opposte a quelle
già suggerite, sono semplicemente ciechi. Essi non vogliono prendere
atto della multiformità dell'esistenza, d'una natura contraddittoria
e incoerente, che, nonostante si cerchi di rintuzzarla, li avvilupperà
ugualmente nelle proprie spire.
Quando penso
di essere riuscito a non contraddirmi, ho soltanto accantonato le ipotesi
scomode, i fatti che smentiscono il mio discorso: fatti che conosco, ma
che fingo di ignorare. Ogni discorso, se sviluppato in tutti i suoi corollari
e le sue conseguenze, riconduce a questo punto limite: la contraddizione
e l'incoerenza, ovvero il venir meno delle premesse iniziali.
La filosofia
contemporanea sa di non poter evitare la contraddizione. Da qui la sua
lucidità. Paul K. Feyerabend ammette tranquillamente l'incoerenza
della propria teoria: non è certo con l'ammissione opposta - in
modo da nascondersi dietro a un dito - che ci si libera della contraddizione!
Poiché
il mio discorso mira a indicare e a far vedere7, non certo a dimostrare
alcunché, non mi sembra il caso di addurre esempi storico-filosofici
per corroborarlo. Posso osservare, tuttavia, che il filosofo non s'è
affatto liberato dalla contraddizione, ma ha sottoscritto, senza discuterlo,
il principio di non contraddizione aristotelico, accanto alla logica che
lo fonda. Com'è noto, esistono altre logiche: per esempio, la logica
dialettica, definita 'hegeliana' per comodità, mentre la si potrebbe
ugualmente definire 'eraclitea' o 'platonica'.8 Anch'esse, però,
ammettono il principio di non contraddizione. Benché ne riconoscano
l'essenziale limitatezza, ridimensionandone le pretese e allargando così
le possibilità del discorso, non lo invalidano affatto, bensì
lo 'incorporano' nella loro struttura.
Hegel è
il filosofo che più si preoccupa di fondare razionalmente (cioè
a prescindere dalle contraddizioni) il proprio discorso. Con lui il principio
della razionalità del reale gode del supremo diritto di cittadinanza9.
Ecco perché lo eleggo a portavoce di una concezione che, malgrado
le apparenze, non elimina il principio di non contraddizione.
Anche il mio
discorso sarà soggetto a contraddizioni e incongruenze: mi sento
ostile al principio aristotelico, che trovo inesaustivo e superfluo, ma
sarò costretto ugualmente a usarlo nel prosieguo dell'esposizione.
In ogni caso, viste le premesse, solo il dogmatico potrebbe tacciarmi di
incorenza.10
2. Se la filosofia,
come dovrebbe risultare chiaramente a chiunque, rispecchia il mondo, non
può esentarsi dall'accogliere il nonsense dell'universo.
Cosa significa
ciò, in concreto? Che tutto avviene senza una causa, anche se possiamo
trovarne una a posteriori, quando l'evento si è già verificato.
Ogni cosa finisce nel nonsense. I filosofi della scienza dibattono sull'alternativa
'caso'/'necessità', dimostrando l'interazione dei due termini in
ogni fenomeno naturale. A me interessa invece sottolineare che questa posizione
dipende da un atteggiamento sostanzialmente interpretativo, con cui si
cerca di render conto una tantum della molteplice ricchezza e imprevedibilità
della realtà. Si consideri il complesso problema dell'evoluzione
della specie: non esiste, in realtà, un piano preordinato, nella
transizione da una specie a un'altra, ma si danno soltanto circostanze
occasionali (cattività, eventi naturali, ecc.), che poi, una volta
impostesi, mostrano l'apparenza nel processo d'un disegno o d'un programma.
Imputare
i fenomeni al caso, o alla necessità, o a entrambi, non risolve
la questione11. Che ne sappiamo dei fenomeni? Che cos'è l'evoluzione?
Ogni teoria filosofica e/o scientifica nasconde qualcosa a sé stessa:
e cioè le pecche, i difetti d'un'impostazione razionale, puntualmente
sconfitta, se confrontata con la realtà vitale della natura. Sostengo
insomma che ogni interpretazione del mondo è, per l'appunto, un'interpretazione
del mondo: questa proposizione è una tautologia, ma non è
inadeguata. C'è voluto Wittgenstein per scoprire che la logica sbocca
nella tautologia12, e sottolineare che non c'è spiegazione dall'esterno
che riesca a rendere conto della complessità del mondo naturale13.
Se il mondo è
contraddittorio, o imprevedibile, quale margine resta all'indagine filosofica?
Quale può esserne l'ambito? Si può solo stabilire che la
contraddittorietà è inevitabile. Questa è la consapevolezza
suprema.
Non voglio sostenere
una tesi, o un'opinione, che sarebbe ugualmente segnata dalla contraddittorietà
insopprimibile; sto solo dicendo che ogni teoria non può che rispecchiare
il mondo, e il mondo è nonsense. Questo è il
termine su cui vorrei richiamare l'attenzione, poiché il suo significato
è essenziale. Non sto affermando il 'privo di senso', né
'l'ostile al senso': mi servo del termine nonsense unicamente per
sottolineare, tramite un referente linguistico, che le cose sono estranee
alla logica ermeneutico-epistemica. Il nonsense è il
momento del nudo: gli dedicherò un'attenzione esclusiva.
Il nudo è
il riconoscimento della totale insignificanza del mondo. "Tutto è
lì" - questo è il motto del nudo. Del resto, non è
che il nudo abbia una parola d'ordine. Le parole del nudo sono piuttosto
costellate dal silenzio. Il nudo si esprime, e parla, attraverso il nonsense,
che però non è la mancanza di senso.
Il nudo
teme di essere occultato. E, di fatto, lo si occulta di continuo, ogni
volta che si va in cerca, febbrilmente, di nuove interpretazioni. Lo si
occulta, per esempio, predicando che i fenomeni naturali sono prodotti
dall'interazione di caso e necessità. E anche quando si pensa che
la constatazione della contraddittorietà del mondo equivalga ad
ammettere un elemento situato oltre la contraddittorietà del
mondo. A questo punto, il mio discorso potrebbe apparire inintelligibile.
Del
resto, poiché esso travalica, in un certo senso, la sfera linguistica,
non può evitare di esporsi alle contraddizioni. Lo abbiamo già
visto. Ma questo è il rischio: parlando del nudo mi espongo a difficoltà
insormontabili. Il dogmatico potrà tranquillamente abbandonarmi:
non ho bisogno di lui. Chi ricerca una nuova logica, invece, potrà
seguirmi, perché gli offro il nudo. In realtà non sto cercando
di lusingare un ricercatore di questo tipo, visto che in realtà
non gli offro niente. Questi nodi si chiariranno meglio in seguito: per
ora vanno considerati come pietre miliari d'un percorso itinerante.
Ritornando al
mio punto di partenza, ribadisco che il mondo è contraddittorio:
ciò vuol dire, nei miei termini, che non ha senso. La contraddizione
è l'elemento ostile alla definizione. Il mondo è lì
- questo è il contraddittorio, e ill nonsensical, nel contempo. Questi
termini, a modo loro e in diversa prospettiva, esprimono il nudo. I fatti
avvengono tranquillamente. I fenomeni naturali si snodano davanti a noi
in una nudità totale, che non mira a essere incasellata in un codice.
Il codice si può costruire a posteriori, ma non è primario14:
la priorità del nudo non è ostacolata dal codice.
Il corpo
umano ha senso? Sembra una macchina ben costruita, un ingranaggio perfetto,
eppure.... La vicinanza dell'esofago e della trachea dovrebbe almeno far
intuire una pericolosità intima15, che compromette la 'perfezione'
dell'ingranaggio. Per chi aderisce al creazionismo, è perlomeno
strano che un dio abbia accostato i due organi: era forse un cattivo demiurgo,
per dirla con Cioran16? O non prevedeva le conseguenze d'un tale accostamento?
Comunque sia, il mondo è assurdo: dipana le sue immagini davanti
a noi, senza offrire alcun particolare spettacolo, alcuna 'meraviglia'.
Noi assistiamo alla rappresentazione, e possiamo solo dire: "questo non
ci piace"; "questo sì!" Ma non eliminiamo il nonsense , che regna
sovrano. E' il nudo ad avvolgerci: assistiamo a una proiezione cinematografica
non pianificata, alla manifestazione di configurazioni frammentarie che
si susseguono senza soluzione di continuità. Eppure, noi velleitari,
attribuiamo loro un senso, cercando di cogliere un significato che vada
oltre la visione. In un primo tempo, potremmo stabilire un'assenza
di significato.
Tuttavia, non
si può asserire che un significato sia assente: esso è il
nudo ! Questo tema dovrà essere a lungo dibattuto. Per ora si prenda
atto della contraddittorietà del mondo: essa, riflettendosi nella
filosofia che la evidenzia, non può che colorirla d'una fondamentale
contraddittorietà. Ma questo discorso ha perlomeno il pregio di
ammettere a chiare lettere quanto è taciuto dagli inseguitori di
una verità inoppugnabile e incontrovertibile.
3. Ogni filosofia
è frutto di tendenze pulsionali e istintive. Il filosofo elabora
le proprie idee, ovvero le idee d'un nevrotico. Con ciò non voglio
etichettare ogni teorico come nevrotico, attraverso una generalizzazione
indebita17, ma solo puntualizzare, seguendo Freud, che la differenza tra
normalità e nevrosi è solo questione di grado e non di qualità.
Così, anche il filosofo sarà più o meno nevrotico.
Si deve a Freud un'altra importante acquisizione: il filosofo è
soprattutto uno psicotico e, ancora più in particolare, un paranoico18.
In ogni filosofia si nasconde la paranoia: infatti, i metodi che il filosofo
e il paranoico usano nei rispettivi approcci al reale sono affini.
Non c'è
mai un momento in cui il filosofo, in virtù di chissà quale
privilegio, riesca ad accantonare i propri tratti patologici e a partorire
un sistema assolutamente 'normale', privo di interferenze caratteriali
e soggettive: la 'realtà' è sempre distorta. Kant non avrebbe
insistito tanto sulle tavole sinottiche, che aprono alcune sue opere (si
veda il complesso schema della Fondazione della metafisica dei costumi),
se non fosse stato un nevrotico ossessivo. Le sue passeggiate quotidiane
a un'ora prestabilita non sono da disgiungere dalla sua filosofia, ovvero
dalla convinzione che il mondo sia un regno di fini, una totalità
ben organizzata. E quante volte il nevrotico ossessivo s'è interrogato
sulla morte, o sull'esistenza di Dio, finendo per riconoscere la propria
impotenza, nel momento in cui lo abbandonava un tipo implacabile di razionalità?
Il fatto che
Kant dichiari che è impossibile dimostrare l'immortalità
dell'anima, ma soltanto postularla19, ci sembra proprio il diretto risultato
di siffatte meditazioni. Esse nascono dalla tendenza al rimuginare, tipica
del nevrotico ossessivo, dalla folie du doute a cui va ricollegato anche
il cogito cartesiano. Perché ricercare una certezza basilare,
come Descartes, se non si è afflitti da un'ossessione che ci perseguita,
dalla cui tirannia possiamo liberarci soltanto attraverso un referente,
un elemento che incuta fiducia? L'ossessivo elabora un cerimoniale per
proteggersi dalle proprie idee ricorrenti e accantonare la concomitante
angoscia. E il filosofo cartesiano fa la stessa cosa, affidandosi al nume
tutelare della razionalità, credendo di sentirsi protetto sotto
la sua egida.
Si risolve il
problema della conoscenza attraverso una certezza basilare. Che strano!
Questo procedimento invalida alla base una filosofia scettica, per la quale
non c'è più spazio. Che si debba partire da una certezza
ci pare tutt'altro che assodato: si tratta d'una petitio principii
bell'è buona! Solo l'ossessivo potrà considerare valido questo
punto di partenza e accettarlo dogmaticamente, poiché vi riconoscerà
il proprio modo di pensare, cui si è nevroticamente affezionato.
Come abbiamo
visto, ogni filosofia deriva dalle proprie pulsioni, da ciò che
Freud chiama ilTrieb. La filosofia contemporanea ha un grande merito:
ha evidenziato i fondamenti di ogni sistema filosofico, riconducendoli
alle idiosincrasie personali del suo formulatore. Non possiamo pretendere
che Hegel, come paladino della razionalità esasperata, riconosca
questo fatto. Possiamo però rivolgerci a Fichte, per il quale la
scelta d'una filosofia dipende dal tipo d'uomo che si è: il dogmatico
sceglierà il realismo, il libertario l'idealismo20. Benché
la realtà storica abbia sconfessato questo principio,21 esso era
epistemologicamente giusto: ogni filosofia si connette alle preferenze
personali (per noi: nevrotiche) del suo creatore. E non si tratta solo
di scegliere una filosofia piuttosto che un'altra, ma di elaborarne una
anziché un'altra, proprio perché si soffre di certe nevrosi
anziché di altre. Quanto si sta affermando dovrebbe essere dato
per scontato. Come si fa ad ammettere che il filosofo abbia accesso a una
zona preclusa alla nevrosi22? Eppure i filosofi si ritengono immuni da
certe contaminazioni, considerandosi i detentori effettivi d'una verità
'normale'. In questo, sono come i religiosi: aderiscono a una determinata
dottrina e credono che il mondo sia veramente come essa lo dipinge.
Su questo
terreno, nel misconoscimento della neutralità del filosofo, è
forse Novalis, sulla scorta di Fichte, a essersi spinto più avanti
degli altri. Si filosofa quando si vuole, e nella direzione che si vuole,
non esistendo un percorso tracciato una volta per tutte. Si filosofa seguendo
la propria soggettività, cioè le proprie idiosincrasie e
inclinazioni23. E Nietzsche sviluppa gli spunti novalisiani, esasperandone
le conclusioni. Il filosofo è l'uomo che pone valori; beninteso
a partire dal mondo che egli stesso ha creato, essendo inconcepibile che
possa farlo dal mondo d'un altro. Perché non si entra nell'altro,
malgrado ogni buona intenzione o velleità. Agli ideologi ciò
appare inconcepibile, abbagliati come sono dal solito miraggio della verità
assoluta e incontrovertibile.
E che dire
di Kierkegaard, che risulta incomprensibile se si mette tra parentesi la
sua personalissima e letterariamente feconda nevrosi religiosa? Anche lui
era un nevrotico ossessivo24, i cui sensi di colpa ne condizionarono l'intera
produzione filosofica. Non cerco altri esempi perché ne troverei
a iosa: tutti i filosofi, nessuno escluso, potrebbero rientrare nel quadro.
Si consideri questo elenco di nomi, tutti caratterizzati dall'inevitabile
connubio tra filosofia e vita pulsionale: Agostino, Socrate, Tommaso d'Aquino,
Spinoza, Kant, Marx, Schopenhauer e Wittgenstein (per limitarci ai più
notevoli).
Il filosofo ci
presenta un mondo condizionato dalle proprie pulsioni: i suoi dubbi e i
suoi timori (cfr. Kierkegaard) ne impostano la metodologia, stabilendo
una tantum la differenza tra essenziale e secondario (cfr. Cartesio), oppure
tra ciò che è razionalmente dimostrabile e ciò che
è soltanto postulabile (cfr. Kant), oppure tra dogmatismo e criticismo
(cfr. Fichte). Ciò è ben noto alla filosofia contemporanea,
almeno sin dall'opera di Karl Jaspers, influenzata da Nietzsche (Psychologie
der Weltanschauungen); tuttavia, alcuni epigoni della certezza assoluta
mostrano ancora, e con violenza, di non tenerne conto. A loro sono dedicate
queste annotazioni, che ad altri appariranno banali o persino scontate25.
4. L'ossessione del
nevrotico si evidenzia più che mai in coloro che vogliono fondare
un 'sistema filosofico'. Nel caso del nevrotico, il delirio e l'allucinazione
sono le componenti essenziali dell'interpretazione del mondo: tutto deve
quadrare in una prospettiva coerente od organica. Solo così ci si
difenderà dagli imprevisti, ossia dalle situazioni che minacciano
di invalidare le nostre certezze e di annientare i nostri numi tutelari.
Con poche varianti, il discorso è applicabile anche al costruttore
di sistemi. Costui è fondamentalmente un pigrone che formula, come
già indicato da Nietzsche, uno schema per essere esentato da ulteriori
ricerche; per non pensare più, per non pensare ciò che è
oltre il pensiero26. Tornerò in seguito sulle abitudini che
si riflettono sul suo filosofare. Per ora è sufficiente notare che
il filosofo adora un idolo particolare, un nume, conscio del fatto che
solo così potrà difendersi dalle situazioni spiacevoli. Diversamente,
egli potrebbe imbattersi in circostanze sconcertanti e inspiegabili dell'esistenza.
E' per questo che il filosofo sistematico mette le mani avanti, cercando
di rifugiarsi in proposizioni e princìpi che gli garantiscano l'incolumità.
Questi princìpi sono l'equivalente degli atti rituali compiuti dall'ossessivo
per difendersi dall'emersione dei pensieri spiacevoli, che vengono rimossi.
In ogni filosofia,
cioè in ogni concezione razionale, organica e sistematica della
realtà, esistono elementi indiscutibili e indimostrabili, che vanno
intesi come assiomi. Si dirà: ciò è perfettamente
naturale, poiché anche in matematica si procede in maniera analoga.
Il fatto, anzi, sarebbe particolarmente rilevante, ai fini di garantire
l'affinità della filosofia e della scienza, da un punto di vista
strettamente metodologico. Osservando più attentamente le cose,
ci accorgiamo che la matematica è un sistema di costruzioni artificiose,
cioè l'ennesimo tentativo umano di costruire una rete di convenzioni
utili, che garantiscano un orientamento nella realtà. Nessun matematico
metterebbe in dubbio il carattere artificiale della scienza cui aderisce;
il che, naturalmente, non vuol dire che ne misconosce la validità.
Su questo punto, il filosofo e il matematico presentano atteggiamenti contrastanti:
il primo non ammette che il suo sistema sia soltanto un insieme di convenzioni,
più o meno artificiose, adatte a rendere conto della realtà.
Egli sostiene la validità assoluta del proprio sistema, negando
quella parziale; mentre il matematico, con buona pace di Pitagora, si limita
all'ambito numerico, sapendo di non esaurire la realtà27. Il sistema
non può essere di applicazione limitata, ma deve includere ogni
ambito della realtà (etico, epistemologico, teologico, estetico,
ecc.). Gli stessi schemi teoretici28 dovranno essere applicati ai più
diversi ambiti, e risultare di volta in volta validi in tutti i casi. Evidentemente,
già da questa proposizione si dovrebbe avvertire la gravità
del delirio.
Ma ritorniamo
al tarlo principale del sistema: i princìpi primi, che si suppongono
incrollabili. Il filosofo sostiene che essi siano necessari all'economia
del sistema, e seguita ad asserirne la scientificità. Tra loro,
i sistematici giustificano completamente questo tipo di princìpi:
in base alle loro convenzioni non scritte, ogni elemento può giustificarne
e dimostrarne un altro, ma il processo non può durare in eterno.
E' come se ammettessero la possibilità d'un ragionamento spaziale,
che si muove in un percorso predeterminato. Poi il ragionamento trova un
punto limite, e si ferma.
A mio avviso,
la dichiarazione di scientificità dei sistematici rivela, in realtà,
l'irrazionalità fondamentale da cui vorrebbero essere esentati.
Tale dichiarazione, se sottoscritta letteralmente, equivale infatti ad
ammettere che il pensiero ha un limite e che il ragionamento, a un certo
punto, deve cedere le armi; questo punto limite, inoltre, lungi dall'essere
secondario, rappresenta anzi il vertice, cioè l'essenza, del mondo
e del sistema. I sistematici cadono, evidentemente, nella stessa irrazionalità
che cercano di esorcizzare.
"Forse
non tutti i sistematici ammettono l'esistenza degli assiomi", potrebbe
sostenere un ipotetico obiettore. Cosa rispondergli? Anche in questo caso
pochi riferimenti basteranno a illustrare un quadro assai più ampio.
Si consideri
il motore immobile di Aristotele (che eleggiamo primo sistematico del pensiero
occidentale)29, punto finale d'un itinerario logico che sbocca nell'inintelligibilità:
elemento che permette il movimento (e la logica), ma non ne viene contaminato30.
Divertente pensare che per Dio (è questo il vero nome del motore,
ma si tratta di un nome inflazionato che non significa nulla) il principio
di non contraddizione non abbia valore: divertente pensare a Dio nei panni
di un superman extra-logico31.
E si consideri,
sempre in ambito sistematico ma in un diverso contesto storico, l'Io puro
fichtiano, che è perché è. Si evidenzia così
che la tautologia32, lungi dall'essere un espediente discorsivo di quart'ordine,
costituisce invece la quintessenza della teoria. Si dirà: l'Io fichtiano
non è dimostrabile perché, se lo fosse, non sarebbe tale,
cioè non sarebbe libero; soltanto grazie a lui ha luogo l'azione,
e dunque il pensare, ecc. Quest'argomentazione ha senso all'interno del
sistema fichtiano. Se però vi riflettiamo sopra, arriviamo a questa
singolare conclusione: se l'Io fosse dimostrabile, non sarebbe Io... E
allora? Cosa si perde se l'Io non è Io? Cosa si perde negando la
primarietà dell'azione? A questo punto, a essere messo in
discussione sarebbe soltanto il sistema fichtiano: ben poca cosa, si dirà,
ne facciamo volentieri a meno. Possiamo rinunciare facilmente a un oggetto
la cui unica utilità consiste nel preservare se stesso.
Lo stesso discorso
vale per i princìpi primi espressi dagli altri sistematici: se ci
asteniamo dall'ammetterli (cosa peraltro assai facile, in quanto sono indimostrabili),
viene a cadere soltanto il sistema che sorreggono. Poiché non perdiamo
altro, siamo ben lieti di vederli vacillare. Che cos'è, per esempio,
la volontà di Schopenhauer? Nient'altro che il tentativo di giustificare
l'ingiustificabile, ossia di reperire a tutti i costi un referente ultimo.
In realtà, lo si potrebbe trovare soltanto uscendo dalla razionalità,
ma ciò è impossibile, per il filosofo di Danzica: infatti,
Schopenhauer può soltanto postularne l'esistenza. Del resto, contrariamente
alla dottrina fichtiana, la presenza di quest'elemento non è indispensabile
al sistema: se ne potrebbe fare benissimo a meno33. Se la razionalità
e il principio di ragion sufficiente vengono condannati, in termini schopenhaueriani,
è contraddittorio invocare l'esistenza d'un principio primo, cioè
della volontà. Come Nietzsche ci fa notare, la volontà è
soltanto un'incognita34: è l'estrema risorsa del sistematico, il
quale, cercando di costruire a tutti i costi una visione coerente della
realtà, si affida a un principio ultimo di legittimazione. Poiché
però questo non può essere razionalmente fondato, ma soltanto
postulato, finisce per smentire la stessa funzione che dovrebbe svolgere.
L'assioma ultimo risulta garanzia di irrazionalità e di incoerenza
- elementi che il sistematico cerca di esoorcizzare, e che invece, rivelandone
l'impotenza, gli ritornano indietro come un boomerang. Se ho insistito
su Schopenhauer è solo perché la sua posizione è assai
ambigua: per certi versi, cerca di fondare una nuova razionalità,
minando la vecchia, per altri si riaffida esplicitamente a questa e ai
soliti, logori schemi di quanti pretendono di esorcizzare la nudità
dell'esistenza.
Così,
il fatto che il sistematico ricorra a princìpi indimostrabili, come
ultima scappatoia, anziché garantire la coerenza della sua impostazione
speculativa, ne accentua i limiti. È lui stesso a riconoscere, in
questo modo, che il pensiero è limitato, mentre l'essenziale, in
ogni visione del mondo, è un elemento ultimo, l'assioma, che sfugge
alla dimostrazione (sia esso il motore immobile, l'Io puro o la volontà).
A questo punto, cadendo i princìpi primi, viene meno anche il sistema
su cui si fondano. In realtà, sono loro a fondare il sistema: in
loro assenza, ogni discorso risulterebbe un mero flatus vocis35. Questi
princìpi dovrebbero essere la garanzia della dimostrazione, eppure
sono indimostrabili; il discorso li prende come base, mentre loro, per
definizione e per vocazione, gli sfuggono. E' evidente, a questo punto,
la loro superfluità.
5. Come s'è
visto, nella visione filosofica tradizionale, si tenta di esorcizzare il
nonsense. Ogni filosofo, e soprattutto il sistematico, rivendica diritto
di cittadinanza in una terra di nessuno (no man's land), al riparo
dalle limitazioni abituali del pensiero (le quali, pure, vengono denunciate).
Ogni filosofo pretende di eliminare le contraddizioni e di fondare un linguaggio
coerente: mera illusione, poiché siamo sempre frammentati e divisi,
e il pensiero non è mai strutturato in maniera unitaria. Si coltivano
sempre molteplici punti di vista: se uno prevale sull'altro è soltanto
perché abbiamo deciso che debba essere così. Fingiamo di
non accorgerci che le argomentazioni contrapposte alle nostre sono a loro
volta plausibili, e coltiviamo l'illusione che soltanto certe opinioni
siano fondate. Ci rifacciamo a uno schema preimpostato, in base al quale
poter decodificare i fenomeni del mondo. In realtà la contraddizione
è inevitabile, e si cela in ogni ambito del discorso, in ogni allusione
e in ogni minimo frammento del ragionamento.
Altra illusione:
crediamo di poter mettere a tacere le tendenze pulsionali che, incessantemente,
agiscono e lottano nel nostro intimo, e ci costringono, di volta in volta,
ad allucinare la realtà attraverso i nostri deliri speculativi.
Anche in questo caso, non si comprende in virtù di quale diritto
venga rivendicato l'accesso a una no man's land in cui poter vedere
il mondo come veramente è, a prescindere dalla lente deformante
delle nostre passioni.
Lo stesso Kant,
il cui apporto alla storia del pensiero filosofico è assai vario,
ma sempre problematico e mai risolutorio, non esce da questa impasse, costituendo
anzi un modello chiarificante del tipo del teoreta. Questi nota, in un
primo tempo, che la conoscenza non può prescindere dal soggetto,
cioè dall' 'io penso', l'elemento che s'incarica di elaborare i
dati empirici e mentali. In questi termini, la predetta no man's land
non avrebbe ragione di essere: essa, infatti, viene definita Unding ('non
cosa') o Ding-an-Sich ('cosa in sé'), in termini puramente ipotetici
o concetti-limite, che non preludono a realtà fattuali. Tuttavia,
a un certo punto del proprio iter teoretico, e non è chiaro
in virtù di quale influsso, il filosofo di Königsberg ha ritenuto
necessario postulare l'esistenza di questa realtà o terra di nessuno,
accanto a vari corollari teoretici (Dio, l'immortalità dell'anima,
ecc.). Quest'atteggiamento è illustrativo della tendenza del sistematico.
Kant rivendica l'accesso a una terra di nessuno in cui, a differenza dei
comuni mortali, è stato ammesso per ricevere la rivelazione, e ora
sa (in questo caso, sa che Dio esiste). In un primo tempo, egli aveva accentuato
i limiti della conoscenza; poi è lui stesso a oltrepassarli, autolegittimando
il proprio atteggiamento, e predicando la validità di assiomi ultimi,
ottenuti chissà come36. Il processo è compiuto: la precedente
costruzione è invalidata, poiché adesso hanno valore i princìpi
primi - e un valore primario; è a loro, non all'assunto dei limiti
della conoscenza, che si deve prestar fede. Secondo Kant questi princìpi
sono Dio, la libertà e l'anima. Diversi teorici ne focalizzeranno
altri. In ogni caso, però, è sempre in questione lo stesso
principio: ci s'affida agli assiomi, e uno schema, faticosamente elaborato,
finisce per dipenderne totalmente, a proposito della propria legittimazione.
Dal canto mio,
vorrei proporre una prospettiva differente: i tentativi di certi filosofi
indicano a chiare lettere che la contraddizione si annida in ogni sistema
e che, soprattutto, non può essere eliminata. L'essenza del sistema
deve riflettersi nel mondo: è questa la vocazione intima di ogni
filosofo sistematico. Se il sistema è contraddittorio per natura,
l'essenza del mondo sarà contraddittoria. Sono così giunto
alla medesima conclusione del paragrafo 2, in cui partivo dall'evidente
assurdità dei fenomeni e dalla loro tangibile contraddittorietà.
Il fatto che
si arrivi ogni volta all'assurdo, malgrado le premesse 'razionali', o forse
proprio grazie a queste (si ricordi il discorso sui princìpi primi),
spinge ad ammettere la portata nonsensical della realtà. Col
termine inglese ho indicato la nudità dell'esistenza, la trasparenza
essenziale finalmente disvelata, una volta che la contraddittorietà
del mondo sia stata pienamente attinta.
La nudità
soffocherebbe, se fosse costretta nelle maglie d'un sistema, in quanto
verrebbe esorcizzata e privata delle sue caratteristiche nonsensical. Poiché,
in ben altra prospettiva, la pongo al centro del mio discorso, il prossimo
passo consisterà nell'individuare i corollari delle proposizioni
finora stabilite, che qui riassumo:
1. E' impossibile formulare
una filosofia esente da contraddizioni.
2. La filosofia rispecchia
il mondo e il mondo è nonsense .
3. Ogni filosofia è
frutto di tendenze pulsionali o istintive.
4. I paradigmi che si celano
in ogni sistema filosofico, costituendone il fulcro, sono indimostrabili
e fuoriescono dallo stesso ambito razionale che pretendono di garantire.
Con questi dati saremo, confortevolmente, guidati nel percorso.
NOTE
1Secondo Karl Jaspers, è
Nietzsche a insegnarci "la perenne esistenza del contraddittorio" (cfr.:
La mia filosofia, Torino 1981, p. 82). Jaspers ci ricorda anche che ogni
pensiero, esasperato alle sue conseguenze ultime, degenera necessariamente
in antinomie, che rendono vano ogni tentativo di pensare senza contraddizioni
(ibid., p. 253).
2Con il termine 'esistenzialismo'
si allude alle filosofie del 'progetto' e cioè al pensiero di Sartre
e Camus, nonché di Jaspers o Heidegger (cfr. Sein und Zeit ). In
Heidegger il termine 'progetto' (Entwurf) acquista una valenza particolare,
qualora lo si intenda come estrema apertura al possibile, nel senso del
'poter essere' (Sein-Können). In questo caso non è indicata
una direzione determinata, bensì la disponibilità ad assumere
ogni orientamento possibile.
3E. Bleuler, "Vortrag über
Ambivalenz", Zentralblatt Psychoanal., I, p. 266 (1910).
4"L'Io normale è, come
la normalità in genere, una finzione ideale[...] Ogni persona normale
è solo mediamente normale, il suo Io si avvicina a quello dello
psicotico per un tratto o per l'altro" (S. Freud, Die endliche und die
unendliche Analyse; tr. it., Analisi terminabile e interminabile, Opere,
Torino 1979, vol. XI, pp. 517-18).
5E' quanto Freud conclude
nella Minuta teorica H per Wilhelm Fliess (Opere, Torino 1968, vol.
II, p. 38).
6La stessa situazione è
riscontrata da G. Büchner, a proposito del poeta schizofrenico Lenz,
amico di Goethe. Anche lui, al pari di Wain mescola il gatto e l'ambiente,
fin quasi a confondersi con l'animale e i suoni da esso emessi (cfr.: Lenz,
Stuttgart 1986, p. 28).
7Il discorso mira a recuperare
la valenza del sanscrito darshana, termine che caratterizza una concezione
filosofica. Darshana significa 'visione', 'osservazione', e non ha un significato
speculativo e dimostrativo, ovvero dialogico; benché possa essere
applicato anche alla comunicazione d'un sapere astratto.
8Esistono sfumature concettuali
che differenziano i vari tipi di logica dialettica. Non è importante
notarle, per suffragare il mio discorso.
9Platone è mosso dalle
medesime intenzioni, e finisce per essere molto più dannoso di Hegel,
poiché costituisce un esempio nefasto per la Storia della filosofia,
e condiziona l'intero sviluppo del pensiero occidentale. E' lui a strappare
l'uomo greco alla molteplicità degli orizzonti possibili, imponendogli
di pagare il tributo al lógos e paralizzandone la creatività.
Benché Platone non possa essere considerato un dogmatico, la sua
vocazione a fungere da custode della razionalità, in una cultura
che poteva coltivare ben altre prospettive, appare indubbia.
10Vedremo in seguito che l'obiezione
allo scettico, nella pretesa di invalidarne il discorso, per il fatto di
non comprenderne gli stimoli fondamentali non può essere considerata
una confutazione effettiva, almeno dal punto di vista dello scettico. Essa
non si propone di inaugurare un dialogo con lui, bensì di imporre
allo scettico, in maniera terroristica e dogmatica, una diversa concezione
della logica.
11Il bersaglio della polemica
è J. Monod (cfr.Il caso e la necessità, tr. it., Milano 1974).
12"La tautologia segue da
tutte le proposizioni: essa dice nulla"(L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus,
tr. it., Torino 1984, II ed., 5. 142, p. 44). Secondo Wittgenstein la logica
si dibatte tra gli estremi della tautologia e della contraddizione ("la
contraddizione è il limite esteriore delle proposizioni; la tautologia,
il loro centro insostanziale" - ibid., 5. 143, p. 44).
13La lingua tedesca ha il
pregio di ricordarci che ogni interpretazione è una Auslegung; letteralmente,
un 'porsi-al-di-fuori-di-qualcosa'. Così, è impossibile interpretare
il mondo. Se fosse altrimenti, dovremmo trovare una postazione esterna
al mondo. Ma, se ci si pone fuori dal mondo, come si potrà poi interpretarlo?
14Già il fatto che
il codice sia il prodotto d'una costruzione, ne indica a chiare lettere
la non primarietà, e quindi l'artificiosità. Nessuna meraviglia
che i sostenitori del codice avversino decisamente il nudo.
15Il funzionamento d'uno dei
due costituisce per l'altro un pericolo mortale.
16Anche E. M. Cioran, nonostante
le ammirevoli opere disgregatrici del senso, è talvolta benevolo
nei riguardi del razionalismo: indugia infatti a una sorta di gnosticismo
nel suo Le mauvais démiurge (Paris 1969; tr. it., Milano 1986).
Tra l'altro, il fatto che abbia voluto correggere il titolo della prima
edizione della traduzione italiana, in modo quasi maniacale (Il demiurgo
cattivo è divenuto Il funesto demiurgo), depone a favore d'un
interesse ossessivo per le parole, che fa a pugni col nonsense in
quanto tale.
17D'altra parte, sarebbe molto
facile farlo, osservando il comportamento di alcuni rappresentanti della
categoria.
18Freud sostiene che il delirio
paranoico è la caricatura d'un sistema filosofico (Totem und tabu;
tr. it., Totem e tabù, Opere, Torino 1975, vol. VII, p. 79). Altrove
si spinge oltre, sino ad affermare che esiste una connessione tra il materiale
psichico cui attinge la creazione filosofica e quello che costituisce le
basi del delirio paranoico (Zur Einführung des Narzissmus; tr. it.,Introduzione
al narcisismo, ibid ., p. 466). La mia chiave di lettura è
così giustificata.
19I. Kant, Kritik der praktischen
Vernunft; tr. it., Critica della ragion pratica, Bari 1937, pp. 146-48.
20Cfr. J. G. Fichte, Prima
introduzione alla dottrina della scienza, tr. it. in: "Rivista di filosofia",
XXXVII (1946), fasc. III-IV, pp. 180 e sgg.
21Che l'idealismo gentiliano
non rappresentasse una forma di liberalismo mi pare evidente.
22Parlo di nevrosi riferendomi,
dopotutto, al migliore dei casi: è ben nota la paranoia del filosofo.
23E' un'allusione alle Fichte-Studien
novalisiane: "ogni uomo pensante troverà sempre la verità;
può partire da dove vuole, e procedere come vuole"; cfr.:
Novalis, Schriften, a cura di R. Samuel, H. J. Mähl e G. Schulz, Stuttgart
1965, vol. II, p. 165.
24Usando queste etichette
(nevrosi ossessiva, paranoia, ecc.) non voglio, proprio io, violentare
la nudità dell'esistenza. Esse hanno una funzione provvisoria, al
pari del mio discorso: come quest'ultimo, possono essere lasciate cadere,
una volta che la nudità si sia completamente palesata al lettore.
25Del resto, in che misura
si può parlare di 'evidenza' o di 'banalità' in filosofia?
Ogni termine non va forse problematizzato? Il compito di farlo, che è
strettamente necessario, è pertinente anche alla teoria del nudo.
26Nietzsche indica in più
occasioni la pigrizia del sistematico o del metafisico (cfr. per tutti:
Frammenti postumi 1885-87, Opere, a cura di G. Colli e M. Montinari,
vol. VIII, tomo I, Milano 1975, p. 112).
27Con ciò si vuol dire
che il matematico non deve necessariamente dire la sua su un problema etico.
Per altri versi, è evidente che la riduzione d'una composizione
bachiana in termini e rapporti numerici non ne deluciderà l'essenza
artistica.
28Una sorta di atti rituali,
in altri termini.
29Seguo qui la chiave di lettura
di R. Pirsig (Zen and the Art of Motorcycle Maintenance; tr. it., Lo Zen
e l'arte della manutenzione della motocicletta, Milano 1981): Aristotele
soffoca l'areté -, cioè l'esaltazione d'un sapere pratico,
aperto al mondo e alla vita -, sottolineata dalla filosofia e dall'epica
precedente, per porre in primo piano la ragione, la logica e la conoscenza.
In tal modo "l'areté è morta e la scienza, la
logica, e l'università come la conosciamo oggi, ricevono il loro
atto costitutivo e la loro missione: di trovare e inventare un'infinita
proliferazione di forme riguardanti gli elementi sostanziali del mondo
e di chiamare queste forme conoscenza, trasmettendole alle generazioni
future. E' la nascita del sistema " [corsivo mio] (ivi , p. 364).
30L'immobilità del
primo motore (ammessa da Aristotele nella Fisica : tr. it., Bari 1968,
lib. VIII, § 255b-258b) è data solo dalla necessità
che il movimento abbia una fine. A ben vedere, è soltanto un postulato
logico, per il quale varrebbero le critiche kantiane formulate nella Critica
della ragion pura, relativamente all'insostenibilità dell'argomento
ontologico (cfr. ivi, II, Dialettica trascendentale, lib. II, cap. III,
sez. IV; tr. it. Bari 1979, pp. 467 e sgg.).
31E', in fondo, così
che lo vede Kant, malgrado la critica delle argomentazioni che cerchino
di attingere il noumeno, esposta nella dialettica trascendentale della
Critica della ragion pura .
32Quando Fichte deve dimostrare
la fondatezza del primo principio, da cui dipende ogni certezza, può
soltanto dire che "questo principio è assolutamente certo, ossia
è certo perché è certo [corsivo mio]" (J.G. Fichte,
Ûber den Begriff der Wissenschaftslehre; tr. it.,Sul concetto della
dottrina della scienza o della cosiddetta filosofia, Bari 1925, p. 13).
33Se la filosofia di Schopenhauer
rileva l'assurdità del mondo, e la contraddittorietà cui
ci si espone, affidandosi alla razionalità, non si comprende in
che modo si possa trovare una terra di nessuno per riaffidarsi alla razionalità,
pur sconfessandola.
34Secondo Nietzsche, il filosofo
di Danzica pretende che una categoria quale la volontà venga trattata
come un oggetto, mentre è chiaro che non può essere concepita
in certi termini. Infatti, se la volontà travalica l'ambito fenomenico,
non si capisce con quali categorie (relative al mondo fenomenico) potrebbe
essere definita (F. Nietzsche, Werke und Briefe, a cura di H. J. Mette
e K. Schlechta, Bern 1956, Zu Schopenhauer, vol. III, p. 358).
35Schopenhauer potrebbe rinunciare
alla volontà, ma questo è un discorso che ci spingerebbe
molto oltre, in nuovi percorsi teoretici che per ora possono essere soltanto
accennati.
36Particolarmente istruttivo,
l'itinerario kantiano è assai simile a quello del nevrotico ossessivo.
In un primo tempo, viene redatta, dopo atroci dubbi e numerosi ripensamenti,
la Critica della ragion pura; in un secondo tempo, la conclusione faticosamente
raggiunta -, secondo la quale la conoscenza si arresta al piano fenomenico
e il noumenico è relegato nella sfera dell'indicibile -, viene negata
e contraddetta (attraverso i postulati della ragion pratica). Il procedimento
è simile agli 'atti in due tempi' con cui il nevrotico ossessivo,
per prima cosa, afferma un'idea coatta, per poi negarla, attraverso un'altra
che le si contrapponga. A conclusione del processo, la prima idea ritorna
a far valere i suoi diritti. La migliore esemplificazione del meccanismo
si ha in: S. Freud, Bemerkungen über einen Fall von Zwangsneurose;
tr. it.,Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Opere, Torino 1974,
vol. VI, pp. 32 e sgg.).
Copyright: Edizioni Quattroventi,
Urbino 2000