PRE(POST)FAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE
 
 

Sono lieto di aggiungere altre note alla partitura del mio libro sul nonsense, su invito dell'editore. Ho anche incluso un'appendice sull'applicazione clinica di questa filosofia, sollecitato dalle motivazioni degli studenti di psicologia.
In vista di una revisione, sono moltissime le cose che si vorrebbero manipolare, anche perché l'opera è stata scritta diversi anni fa, benché abbia trovato una forma compiuta nell'edizione del 1997. Forse sarebbe opportuno riscriverla radicalmente alla luce di nuove considerazioni, ma questo sarebbe il compito di un altro lavoro, completamente diverso. Del resto, smentendo coloro che ritengono impossibile una prosecuzione del discorso, annuncio che sto lavorando da tempo a una trattazione degli aspetti etici. Una cosa che modificherei, oggi, è lo stile. La semplicità espositiva del libro può aver, infatti, confuso qualche lettore, inducendolo a sottovalutare la tematica. Credevo che un'articolazione espressiva complessa, magari involuta, avrebbe creato maggiori problemi, ma mi accorgo che non è così, a giudicare da certe osservazioni o recensioni. Mi piace pensare che, al pari di certe opere di filosofia cinese, redatte in un linguaggio cristallino, anche Del nonsense venga frainteso a causa della sua apparente facilità di accesso. Altri hanno affermato, con ragioni più solide, che questa tematica dovrebbe prescindere da argomentazioni logiche.
Comunque sia, pur invalidando il principio di non contraddizione, ho continuato a rispettarlo in molte parti dell'esposizione. Non poteva essere altrimenti: il nonsense permette di scivolare da un piano all'altro di realtà, dal convenzionale al supremo, per rifarmi alla terminologia di Nàgàrjuna,  il filosofo che, alla stregua di Wittgenstein, è stato uno dei cartelli indicatori principali.
Con gli anni, sono proprio gli aspetti relativi ai vari stati di coscienza che hanno permesso la prosecuzione del discorso sul nonsense. Nell' Appendice vi si dà spazio, in attesa di ulteriori elaborazioni nell'ambito della psicologia transpersonale. Il teorico del nudo non dev'essere limitato: può avvalersi di qualsiasi strumento gli appaia opportuno, per esprimere il suo mondo. Non gli si può vietare nulla, e ciò che risulta valido a un livello di realtà sarebbe erroneo in un altro. Questo principio, mutuato dalla filosofia indiana più matura, resta fondamentale.
Quali critiche sono state rivolte alla mia filosofia? Forse proprio nessuna, nel presupposto che lei stessa corrobora: chi è già d'accordo con i suoi assunti vi trova solo conferme o stimoli, mentre chi muova da altre impostazioni se ne distoglie irritato. I pregiudizi possono riscontrarsi da ambo le parti, e anche questo è il nonsense. Oppure si tratta di critiche costruttive: un altro modo di guardare la stessa realtà con gli occhiali del nudo.
In primo luogo, sembra che l'esorcismo della nudità abbia infettato certe posizioni. Non citerò nomi propri, d'altronde insignificanti. Si è deplorato che, a differenza di un Cioran, non mi consegnerei alla vertigine, pur avendo individuato la mancanza di senso della vita. In questo, però, si annida una petitio principii, come se la disperazione dovesse costituire l'esito necessario di questa filosofia. Al contrario, solo per chi crede ancora al significato sussiste una perdita, accettando il nonsense. Tutti gli altri "potranno danzare nei labirinti della vita", come accennavo nella seconda di copertina alla prima edizione. Oppure questa osservazione significa soltanto che io non sono Cioran, conclusione di cui prendo atto. Ma è tautologica, e non aggiunge nulla alla questione.
Altri, caparbiamente, pretendono che la morte vada presa in esame, pena l'incompletezza di qualsiasi indagine filosofica. Non discuterò questa convinzione, ribadendo che la mia attenzione si concentra senza deviazioni sul significato. In ogni caso, una minuziosa lettura del cap. 5 permetterà a certi "critici" di scoprire che una tanatologia è già presente, se si saprà inquadrarla.
A chi, poi, mi accusa che anche il nonsense è un'opinione, malgrado il vanto di aver caldeggiato "la distruzione di tutte le opinioni", risponderei che...ogni replica è impossibile! Se contestassi questa osservazione, sottoscriverei una posizione metafisica, elevando il nonsense al rango di verità essenziale; se non la contestassi, invaliderei ugualmente il nudo, velandone la trasparenza. Ma tale impotenza è, ancora, un punto a mio favore: certe questioni non si decidono con la logica. Persino l'etichetta di "doppio legame", sancito da questo ragionamento circolare, non esprime l'ultima parola.
Ma non si danno solo i detrattori, e molti lettori hanno colto gli intenti dell'opera. Mi si è imputata, a ragione, la vocazione di riprendere i nodi di una filosofia pratica, votata all' areté, le cui tracce si perdono nella mainstream del pensiero occidentale. Che certe considerazioni siano consultabili su Internet, ne denota la modernità o profondità. Altri sottolineano che la mia visione sarebbe una rilettura di Wittgenstein: cosa di cui non posso che rallegrarmi, fermo restando che io aderisco a una esplicita concezione non duale. Altrove si elogia la novità dell'impostazione, schiettamente teoretica, mentre in Italia la filosofia orientale langue in gravi eccessi di storicismo o di filologia; al punto che, potrei io stesso concludere, rappresenterei l'unica eccezione nel settore.
Eppure quasi nessuno sembra aver colto alcuni aspetti dominanti del mio lavoro. Per esempio, che qualsiasi disputa filosofica non si riduce alla contrapposizione idealismo/materialismo, già consegnata all'oblio dopo gli schematici entusiasmi del '68, bensì a quella tra la scuola yogàcàra e il màdhymika. La questione è sviscerata nel cap. 5, ma vi pongo l'accento per la disattenzione dei lettori. Ne compendio il tratto principale: è necessario passare da una posizione secondo cui il mondo è leggibile solo nei termini di una coscienza percettiva, a un'altra che permetta di invalidare anche questo assunto, sia pure radicale e avanzato. Per dirlo ancora più esplicitamente, la scuola del vuoto o della via di mezzo stabilisce con ciò la sua superiorità speculativa.
A proposito della via di mezzo, occorre sottolineare che il nonsense si pone in questa direzione per i suoi tratti nonduali. Tra il sì e il no esisterebbe una zona franca, autentico dominio del nudo. Ancora una volta, però, i lettori vanno posti in guardia: non ci si riferisce a un elemento spaziotemporale, cui il nudo consentirebbe di accedere. Non è superfluo ricordarlo, sebbene le suggestioni di un Derrida, in merito alla différance, lo lascino già intuire.1 Non mi sembra, però, che esse sbarrino del tutto la porta a linee interpretative fuorvianti. Forse è il tratto del "tra" (zwischen), già palese in Heidegger, a confonderci, chissà...Ci muoviamo in un campo minato, dove la prudenza è d'obbligo!
Non discuterò di critiche meno attraenti, secondo le quali mi sarei rifatto essenzialmente alla filosofia indiana, laddove è indiscutibile la mia preferenza per quella cinese, pragmatica e più chiarificante. Esse denunciano altri pregiudizi, più duri a cadere...Come quelli di chi vorrebbe, impedendo l'esercizio del pensiero, che l'oriente non si mescolasse all'occidente. Non è forse un caso che su Internet, in una visione meno provinciale (leggi: italiana) delle cose, l'interesse per il nonsense risulti molto più sentito, come attesta la grande quantità di posta elettronica che ho ricevuto nonché l'afflusso da vari paesi del mondo.
Il pericolo di rispondere alle critiche rischia di assimilare il fautore del nonsense alle posizioni che combatte, irrigendolo in una polemica infruttuosa. E' proprio così, ma non ci si può opporre. Di nuovo, chi si riconosca nelle posizioni del nudo non lo troverà disdicevole o irritante e, si spera, neppure paranoico.
La logica del nonsense trova echi in tutte le mie attività. In primo luogo, due siti internet la replicano puntualmente, sviluppandola. Questi gli URL: www.geocities.com/liehtzu.geo e http://leonardoarena.tripod.com. La seconda pagina web delinea la mia produzione letteraria, oltre a offrirne vari estratti. La prima articola un diario filosofico aggiornato in tempo (quasi) reale: è tutt'altro che esibizionistico, osteggiando il nudo! Un'altra opera dettaglia gli aspetti più squisitamente psicologici della mia visione, "Iniziazione all'autorealizzazione", edita da Mediterranee. Superfluo aggiungere che i miei programmi didattici sono destinati alla stessa funzione, in misura diversa ma con finalità affini per "Filosofie dell'estremo oriente" e "Storia della filosofia contemporanea" (corso di laurea in filosofia, facoltà di lettere, Urbino), nonché per "Psichiatria" (corso di laurea in educatore professionale, facoltà di scienze della formazione, Urbino).
Certi scopi sono perseguiti anche nei miei corsi di meditazione, dove cerco di mediare gli spunti interculturali del libro e di applicarli praticamente, come molti hanno richiesto. Oltre a soddisfare un'esigenza diffusa, queste iniziative permettono un approccio più concreto. Per limitarmi a un esempio, relativo all'inconsistenza del pensiero: un conto è notare, in pura sede teoretica, che ogni idea svanisce, venendo a perdere di un significato "stabile", un altro è constatarlo attraverso una tecnica, di persona, assistendo a uno show ideativo di cui siamo attori e osservatori al tempo stesso.
Questo vorrebbe essere il nonsense: una postazione osservativa che rivela i principali assunti del Buddhismo o del Sufismo, adattandoli alla mentalità di un'epoca che possa recepirli.

Urbino maggio 2000 (rivista nell'aprile 2002)

1 Cfr.: J. Derrida, La différance, in: Marges, Paris 1972, pp. 1-29.
 
 
 

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