Eccomi,
gambero ebbro avanzo
nei sogni, rasento fondali.
Un cupo suono d'organo, l'anima
e un organista incapace: io,
che ho in mente il paradiso.


Temo l'uomo-capra:
egli non sa essere dolce
sopra ogni cosa la pace.
Tu m'intendi, divina farfalla,
ti posi sulle rovine e bianca
� la luce del sole nei petali vivi;
tu, fresca sorgente,
sai cosa provo se aduna il vento
nubi ai bordi del cielo.

RINVENGO

bestia sotto lo zoccolo argenteo
della capra umana. Tutto � perduto:
vittoria e sconfitta, gloria ed esilio
hanno uguale colore;
sangue risolto da rapide acque di fiume
� l'orgoglio, il caos
confonde lo
score...
Senza eco la mia voce pare
dissolversi nel vento, ora,
proprio ora che torno a cantare.
Chi mi ascolter� se le parole
piccole saranno e meschine come quelle
dei vecchi dall'anima canuta?
Proprio ora, ora che so della vertigine,
devo tentare il volo, scrivere versi
nell'aria, con mano ferma e disperata.

Vogliano i giudici dal nero mantello
accogliere un'umile pernacchia. Adi�s!
Torno all'ebrezza, alla follia, mi addormento
in grembo a una rosa. M'inghiotte
il fiore della vita. Stai allegro amico mio!
Mentre la luna ci copriva le spalle
(e son quasi dieci anni!), tu non avevi affatto
il cuore di pietra, n� l'occhio fossile:
forse dovresti drogarti.

Andiamo, non c'� pi� tempo,
bisogna saltare dal treno, dammi la mano:
ora vorrei che tingessi di viola,
uno per uno, tutti i capelli
e fumassi, filtrati dall'acqua,
uno per uno, tutti i pensieri.
Vorrei che assumessi, per me,
un'espressione idiota. Per favore, ridi
per una sciocchezza e tanto
e sguaiatamente come una volta.

Mostrami un sano disprezzo
per ogni cosa non sia giovinezza.
A noi che fummo principi
non � congeniale
ritrovarci battuti come cani
smagriti, nella penombra
d'un infinito muro circolare.

Guardati a vista,
a fatica indossiamo,
nani, i nostri vestitini
omologati, fuori dal circo,
lontani.
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