ARGOMENTI

LE CONSEGUENZE DELL'ABORTO

LA VITTIMA DELL'ABORTO

LA LEGGE SULL'ABORTO

LA SOCIETA' E L'ABORTO

CONCLUSIONE

... 50 domande sull'aborto / 2


III - LA LEGGE SULL'ABORTO

«La vera questione oggi non è: "quando comincia la vita umana?", ma è: "quale valore ha la vita umana?". Il procuratore di aborti, che smembra braccia e gambe di un nascituro per assicurarsi che egli venga del tutto estratto dalle viscere materne, può a stento dubitare che si tratti di un essere umano. Per lui come per tutti noi, la vera questione è quella se questa piccola vita umana ha il diritto, datole da Dio, di essere protetta dalla legge, lo stesso diritto che tutela noi adulti» (Ronald Reagan, ex-presidente degli U.S.A.) (18)

 

Perché mai la legge dovrebbe intromettersi nel privato dominio della vita sessuale di una donna? 

Nella sentenza del cruciale processo Roe contro Wade, che nel 1973 ha legalizzato l'aborto negli Stati Uniti, la Corte Suprema americana si basò sul cosiddetto diritto alla protezione della vita privata, sancito e tutelato dalla Costituzione. 

Ma quello che avviene nell'intimità dell'utero materno non è una faccenda privata della donna; è la formazione e lo sviluppo di un essere umano che ha pieno diritto alla protezione legale. Quando questo viene minacciato di morte, si ha non solo il diritto ma anche il dovere d'interferire nella vita della madre per evitare l'omicidio del nascituro. 

L'intimità dell'utero non può dare alla madre una licenza di uccidere all'interno delle sue pareti, così come l'intimità di una casa non può dare al padrone un diritto di eseguire un omicidio dentro le sue mura. I pompieri e la polizia violano a pieno diritto la proprietà privata, per salvare la vita di persone che vi si trovano dentro, ad esempio abbattendo le porte delle case in fiamme per soccorrere coloro che vi sono rimasti imprigionati. 

Se l'aborto viola le vostre convinzioni morali e religiose, potete rifiutarlo. Ma non potete impedire ad altri di ricorrervi. Perché mai la legge dovrebbe imporre una certa moralità pubblica, violando l'autonomia delle coscienze e facendo decidere altri per loro? 

Una decisione resta personale solo nei limiti in cui si riferisce esclusivamente agli interessi e ai diritti della persona che decide. Ma se coinvolge gli interessi e i diritti esclusivi di altri, tale decisione non è più personale ma delegata. Tuttavia nessuno può delegare un diritto che non gli appartiene, tanto più se è primario come quello alla vita. La vita infatti appartiene esclusivamente al suo Creatore e spetta a Lui, come il darla, così il riprendersela; per cui nessuno può sopprimere un essere umano innocente, nemmeno la madre. 

Sopprimere qualcuno in nome della libertà di gestire la propria vita privata, significa annientare la stessa ragion d'essere di ogni vita privata: ossia la dignità dell'uomo creato ad immagine di Dio. L'aborto, il massacro dei nascituri, non è una scelta privata ma un crimine privato che grida vendetta davanti a Dio e agli uomini, reclamando giustizia. 

Come sarebbe assurdo tollerare che certi genitori commettano abusi sessuali sui loro figli, col pretesto che si tratta di una faccenda privata che avviene all'interno della famiglia, così è assurdo tollerare che una donna sopprima il figlio che porta in seno, col pretesto che si tratta di una faccenda privata che avviene all'interno del suo utero. Dopo tutto, l'aborto è l'abuso per eccellenza che una madre possa commettere verso suo figlio. 

Perché i diritti di un feto in gestazione dovrebbero prevalere su quelli di una donna adulta? 

Vi sono diverse categorie di diritti, che sono disuguali moralmente e giuridicamente; i diritti primari o originari devono prevalere su quelli secondari o derivati. Quello alla vita è il diritto primario e originario per eccellenza, senza il quale non è possibile esercitare tutti gli altri; esso va dunque difeso più e prima degli altri, che possono essergli sacrificati, se necessario, anche se teoricamente legittimi. 

Una madre che vuole abortire pretende di esercitare un proprio diritto secondario e derivato - quello di «gestire il proprio corpo» o di liberarsi da un «problema» - sacrificandogli il diritto primario e originario - quello di vivere - non proprio, ma altrui: cioè del figlio. Dunque ella pretende di ottenere un proprio (discutibile) vantaggio facendolo però pagare al figlio, e al carissimo prezzo della vita, realizzando così l'esatto rovescio del sacrificio materno. Per questo la legge ha il dovere di vietare l'aborto: perché rovescia la gerarchia dei diritti/doveri. 

Ma la legge non dovrebbe almeno autorizzare una eccezione: quella dell'aborto terapeutico, nel caso in cui la vita della madre sia in pericolo? 

Un medico che cura una donna incinta non ha un solo paziente ma ne ha due: la madre e il figlio. Non c'è nulla di «terapeutico» nel sopprimere volontariamente il secondo col pretesto di salvare la prima; uccidere non può costituire una terapia. Il prof Charles Rice, docente alla facoltà di Diritto dell'Università di Notre-Dame, sostiene che «non esiste situazione in cui l'aborto sia medicalmente necessario per salvare la vita della madre»(19). Il dr. Roy Hefferman, della Tufts University, ha dichiarato al Congresso dei Chirurghi Americani: «Chiunque pratichi un aborto "terapeutico" o ignora i moderni metodi di trattamento nei casi di complicanze nella gravidanza, oppure non ha volontà di usarsene»(20). 

Del resto, il fine buono non giustifica l'uso di un mezzo cattivo: il sacrificio diretto del nascituro non è mai giustificato, anche se viene fatto nella presunzione di ottenerne un buon risultato. Non si può parlare invece di omicidio quando, pur tentando il medico di salvare sia la madre che il figlio, quest'ultimo muore per il semplice fatto di essere il più debole. 

Perché mai la legge dovrebbe favorire la vita del nascituro discriminando quella della madre già nata? 

La legge non può fare favoritismi discriminando una vita innocente rispetto ad un'altra ugualmente innocente. Ma proprio per questo essa deve proibire l'aborto, riflettendo il principio così saggiamente espresso da Papa Pio XII: 

«La vita umana innocente, quale che sia la sua situazione, dev'essere tutelata, fin dal primo momento della sua nascita, da ogni attacco volontariamente diretto. Questo principio si applica alla vita del nascituro come a quella della madre. La Chiesa non ha mai insegnato che la vita di un figlio dev'essere preferita a quella di sua madre. E' un errore formulare la questione in questa alternativa: "o la vita del figlio o quella della madre". No: né la vita del figlio né quella della madre possono essere sottoposti all'atto di soppressione. Per l'uno come per l'altra, la sola esigenza necessaria può essere la seguente: mettere in opera tutti gli sforzi per salvare le due vite, tanto quella della madre che quella del figlio» (21).  

La legge non dovrebbe permettere l'aborto almeno in caso di violenza sessuale o d'incesto? 

Una donna che è vittima di violenza sessuale ha diritto di resistere al suo aggressore. Ma il figlio che nascerà non è un aggressore, bensì la seconda vittima innocente; egli quindi non può essere ucciso per rimediare alla colpa commessa da suo padre (22). «Punire l'aggressore, non suo figlio!», osserva giustamente Miriam Cain. «Lo Stato dovrebbe semmai imporre la pena di morte ad ogni violentatore che ha commesso quel crimine, ma non all'innocente bebè che ne è la conseguenza. Aggiungere un secondo male al primo non produce un bene. Il figlio non deve pagare per il crimine commesso dal padre» (23). 

La legge non dovrebbe permettere l'aborto almeno nel caso di un feto minorato, per evitargli l'infelicità di nascere handicappato e per risparmiare alla madre il problema di un figlio privo della «qualità della vita»? 

Come abbiamo detto, la dignità dell'uomo non dipende dalla perfezione delle funzioni vitali; ne deriva che la «qualità della vita» non dipende dalla sanità o integrità delle funzioni fisiche o psicologiche della persona. Un handicappato, anche se grave, non cessa per questo di essere uomo e quindi di avere diritto alla vita; egli merita - sia prima che dopo la nascita - la stessa protezione legale garantita a tutti gli altri cittadini. Chi gli nega questa protezione fomenta una odiosa discriminazione che mina le basi della convivenza civile. Non esiste alcuna distinzione ragionevole tra il massacro dei nascituri e quello dei nati handicappati. Sopprimere un nascituro per via dei suoi handicap costituisce un autentico caso di eutanasia prenatale (25).

Giustamente Papa Giovanni Paolo II denuncia quella «guerra dei potenti contro i deboli nella quale una vita, che dovrebbe richiedere una maggiore accoglienza, viene considerata come inutile, attribuendole un peso insopportabile, e pertanto viene rifiutata»(24). Il dr. Eugene Diamond dichiara: «La constatazione di anomalie genetiche durante la vita prenatale ha prodotto lo stesso effetto della creazione di una zona franca in cui si può liberamente tirare al bersaglio" (26) 

L'argomento che pretende giustificare l'aborto per garantire la «qualità della vita» non è caritatevole bensì criminale: in nome della qualità, esso pretende di sopprimere la vita per garantirne la «qualità». Inoltre esso costituisce una grave illusione sulla possibilità di garantirsi tale «qualità». Il prof. Jerome Lejeune, noto genetista francese, riferisce questa significativa confidenza fattagli da un suo collega americano: 

«Tanti anni fa, mio padre era un medico ebreo che esercitava la professione a Brenau, in Austria. Un giorno nacquero nella sua clinica due bebè. Uno era un maschio forte e di buona salute, che emetteva potenti vagiti. L'altra era una femmina mongoloide, e i suoi genitori erano tristi. Ho seguito la vita di questi due bebè per quasi 50 anni. La bambina handicappata crebbe nella casa paterna e da adulta fu in grado di prendersi cura della madre, colpita da un attacco cardiaco, durante la sua lunga malattia. Non mi ricordo il nome di quella bambina. Invece mi ricordo bene il nome del bambino sano, perché egli da grande fece massacrare milioni di persone e morì in un bunker a Berlino. Il suo nome era Adolf Hitler» (27). 

L'embrione sembra mancare di tutto quello che si attribuisce ad una persona umana: ragione. sentimenti, libertà, indipendenza. Dato che la personalità si sviluppa progressivamente la legge non dovrebbe considerare il nascituro come una persona solo in potenza? 

Come l'esistenza della natura umana non dipende dallo sviluppo delle proprie potenzialità fisiche, così essa non dipende dallo sviluppo delle proprie potenzialità psicologiche (come la «personalità»); tutte queste potenzialità presuppongono l'esistenza della natura umana, ma non la costituiscono. Un uomo è persona ben prima di svilupparsi una propria «personalità». Dunque non possiamo discriminare i nati o i nascituri in base al loro grado di sviluppo personale. 

Se così non fosse, dato che la personalità viene conseguita solo gradualmente, in un processo che continua anche dopo il parto e arriva fino all'adolescenza, allora sarebbe lecito sopprimere non solo i nascituri ma anche i bambini e i fanciulli che risultassero «immaturi». La gravità dell'omicidio dipenderebbe dall'età della vittima: uccidere un bimbo di 3 anni, che non ha ancora raggiunto l'uso della ragione, non sarebbe un crimine paragonabile a quello di uccidere un fanciullo di 13 anni. Oppure la gravità dell'omicidio dipenderebbe dalla maturità e consapevolezza della vittima: i nascituri, le persone mentalmente o psicologicamente handicappate, i malati in coma e tutte le altre categorie di persone in qualche modo minorate, verrebbero arbitrariamente private del riconoscimento di personalità e quindi del diritto a vivere; diventerebbe allora lecito ucciderle, non appena risultassero di peso per i parenti o per la comunità. L'iniziale sofisma sulla «personalità» finirebbe così col giustificare non solo l'aborto ma anche l'infanticidio e l'eutanasia. 

Del resto, si potrebbe anche dire che la formazione della personalità non termina mai, per cui nessun essere umano riuscirà a sviluppare completamente la propria personalità, diventando perfetto. Resterà sempre una persona incompiuta, mancando sempre di qualche elemento necessario per raggiungere questa pienezza. In ogni fase della vita l'uomo ha bisogno di svilupparsi, che si tratti dello sviluppo intellettuale, di quello educativo, di quello affettivo, di quello comunicativo, eccetera. Se la personalità dipendesse dalla perfezione, si tratterebbe di un risultato mai conseguibile, di un'autentica utopia. 

Perché mai una legge «proibizionista» dovrebbe obbligare la donna ad una maternità che non accetta? 

Una legge che proibisce l'aborto non pretende certo di costringere la madre ad «accettare» un figlio indesiderato, ma vuole solo impedire che questo rifiuto si traduca in un omicidio. Una volta partorito, la donna può rifiutare il figlio facendolo adottare da qualcuno. 

Comunque, una donna incinta è già madre; il suo figlio già esiste. Come il corpo materno provvede organicamente al bambino che ha in seno, così la psicologia della donna deve adeguarsi alla realtà della maternità, accettando la responsabilità della nuova vita che ha fatto sorgere. 

Ma se la legge non permettesse l'aborto, le donne non verrebbero costrette ad abortire clandestinamente, rischiando così la vita? 

Le statistiche provano in maniera certa che, nei Paesi in cui l'aborto è stato legalizzato con l'illusione di prevenire gli aborti clandestini, non solo il numero di aborti ottenuti legalmente è aumentato in modo progressivo, ma il numero di quelli clandestini non è diminuito. 

Il dr. Christophe Tieze, un abortista, ammette: «Benché lo scopo principale delle leggi sull'aborto sia stato quello di ridurre l'incidenza degli aborti clandestini, questo risultato non è stato raggiunto. Al contrario, apprendiamo da varie fonti che gli aborti, sia legali che illegali, sono aumentati» (28). 

Questo non deve meravigliare. Le donne che desiderano nascondere la loro gravidanza, ad esempio quando è frutto di un adulterio, preferiscono ricorrere alla clandestinità, perché né un pubblico ospedale né una clinica privata garantiscono quell'anonimato necessario per nascondere la loro colpa. Inoltre le donne che desiderano abortire dopo il termine massimo concesso dalla legge, per quanto permissiva, non possono farlo apertamente e quindi ricorrono anch'esse alla clandestinità. 

I ricchi potranno sempre permettersi di abortire illegalmente senza rischi, mentre i poveri restano costretti a ricorrere ad una pericolosa e umiliante clandestinità. Non bisognerebbe quindi evitare questa discriminazione, concedendo ai poveri la «pari opportunità» di abortire con l'assistenza dello Stato, sia medica che economica? 

Permettere ai poveri di sopprimere i loro figli non significa concedere loro una «pari opportunità», ma semmai una «parità di crimine». Inoltre, il pubblico denaro dovrebbe favorire la vita, non la morte; dovrebbe essere speso per aiutare i figli dei poveri, non per sopprimerli. Come raccomanda il prof. Rice, «le sovvenzioni pubbliche dovrebbero cessare non solo per gli aborti, ma anche per ogni attività organizzativa: che propaganda e favorisce l'aborto. Nessuna di queste organizzazioni dovrebbe beneficiare di vantaggi fiscali» (29).

Voi ammettete che certi aborti verrebbero praticati anche se la legge tornasse a proibirli. Ma allora lo Stato non dovrebbe rinunciare a promulgare divieti che non vengono rispettati? 

Da quando è possibile eliminare un male legalizzandolo? Vi sono leggi che proibiscono di saccheggiare le banche, eppure queste non cessano di essere prese di mira da bande armate. La rapina a una banca è un'attività traumatica e pericolosa: clienti, personale e rapinatori possono morire durante l'assalto. Allora lo Stato dovrebbe forse legalizzare il saccheggio delle banche, assicurando una pacifica e incruenta «distribuzione» dei risparmi bancari a beneficio dei rapinatori, illudendosi che costoro, accontentandosene, rientrino nella «legalità»? 

L'aborto è un crimine ben più grave dell'assalto alle banche, perché quello che ruba - la vita - è un bene ben più prezioso del denaro e inoltre non potrà mai più essere restituito né compensato. Dovremmo allora legalizzare questo crimine atroce?  


 

IV - LA SOCIETA' E L'ABORTO

«Il bene comune, scopo essenziale di una società organizzata, non può essere conseguito, se il bene di ogni essere umano non viene promosso e difeso con forza. Ogni persona va rispettata in tutti i suoi diritti, a cominciare da quello fondamentale, che è il diritto alla vita». Papa Giovanni Paolo II (30)

 

E' vero che ogni figlio ha diritto a nascere accettato ed amato dai genitori? 

Ogni figlio ha innanzitutto diritto a nascere, altrimenti non verrà accettato o amato da nessuno. Dovrebbe anche nascere in una famiglia in cui sia accettato ed amato; ma a questo ideale non si giunge permettendo di sopprimere i figli indesiderati, ma togliendo le cause che contribuiscono al loro rifiuto. 

Il dr. Diamond, noto pediatra della Scuola Medica Stricht dell'Università di Loyola (USA), osserva: «Molto viene fatto allo scopo di prevenire la nascita dei figli indesiderati. Ma mi sembra che qui c'è una confusione. Essa consiste nel non riuscire a distinguere tra il figlio indesiderato e la gravidanza indesiderata. In 15 anni di esperienza nel campo del rapporto genitori-figli, ho solo rarissimamente incontrato una madre che domandasse di sbarazzarla del figlio una volta che l'aveva condotto dalla clinica a casa»(31).

Se una madre non desidera o non è capace di allevare il figlio che ha messo al mondo, l'alternativa moralmente accettabile non è quella dell'aborto bensì quella dell'adozione. Lo slogan «ogni figlio è un figlio desiderato» è uno slogan che significa che «ogni figlio non desiderato è un figlio soppresso». Una società civile deve rifiutare un tale barbaro slogan. 

Ma che fare della povera donna dei «terzo mondo» che ha già tanti figli? Non ha forse ella un gran bisogno di ricorrere all'aborto? 

Questa domanda nasconde il sofisma materialistico che possiamo chiamare «aborto socio-economico». Proteggere le cosiddette «donne del terzo mondo», i poveri, gli emarginati, i discriminati, spingendoli o (peggio ancora) costringendoli all'aborto, come pretende di fare l'ONU, costituisce una flagrante contraddizione. Non è possibile migliorare le condizioni di vita puntando sulla promozione della morte. Incitare le povere donne del «terzo mondo» ad uccidere i loro figli non è un esempio di filantropia bensì promozione del genocidio.  

La stessa scienza economica ci assicura che non sono i nascituri i responsabili della fame, dell'emarginazione, della discriminazione. Al contrario, la fertilità di un popolo può costituire uno dei fattori della sua ricchezza. E' quindi del tutto ingiusto punire con la morte un bebè accampando pretesti socio-economici. Piuttosto, la società internazionale è obbligata a trovare una vera soluzione ai reali problemi del «terzo mondo». Essa deve proteggere la vita nascente, senza ricorrere all'ipocrita espediente di lavarsene le mani proponendo la falsa soluzione dell'aborto.  

Perché i difensori della vita non promuovono quella «educazione sessuale» che, puntando sulla contraccezione, permetterebbe di evitare il ricorso all'aborto?  

Spesso si sente dire che la contraccezione porrebbe fine al dramma dell'aborto, e che quindi lo Stato dovrebbe promuovere la pianificazione delle nascite; una «educazione sessuale» dovrebbe insegnare agli adolescenti ad usare in modo efficace i vari tipi di contraccezione, risolvendo così il problema delle gravidanze indesiderate o eccedenti.  

In realtà, la contraccezione non costituisce un'alternativa all'aborto ma anzi ne promuove l'accettazione e la diffusione. Essa infatti favorisce una mentalità che ricerca il piacere e rifiuta il sacrificio, a qualunque costo; il figlio viene visto come un peso, un problema, un ostacolo alla propria «libertà» ed «autorealizzazione». La contraccezione estingue nelle coppie il desiderio di avere figli e la volontà di accoglierli. Pertanto, quando la contraccezione fallisce od ostacola il piacere, le donne abortiscono senza scrupoli. La mentalità contraccettista spinge dunque a moltiplicare gli aborti invece di eliminarli. Al contrario, le coppie che rifiutano la contraccezione sono molto meno facili a ricorrere all'aborto.

Ha scritto Pedro Juan Viladrich: «La vita umana e le sue origini sono naturalmente legate al comportamento sessuale della coppia umana. Quando la coppia, per una qualunque ragione, disprezza la vita, essa banalizza il rapporto sessuale; e quando questo è banalizzato, esso colpisce la vita umana» (32).  

Uno Stato può legalizzare l'aborto, almeno a precise condizioni?  

Lo Stato non ha diritto di legalizzare l'aborto, con nessun pretesto e a nessuna condizione; non essendo padrone della vita umana innocente, esso non può sacrificarla a beneficio di pretesi interessi sociali o politici. Se legalizza l'aborto, lo Stato legalizza l'omicidio e commette un peccato sociale, minando quelle stesse basi della convivenza civile che dovrebbe tutelare. Il cittadino deve valutare una legge abortista come moralmente illecita e legalmente invalida, alla quale ha tutto il diritto di obiettare in coscienza, di opporsi civilmente e di chiederne l'abrogazione.  

Non cambia nulla il fatto che uno Stato legalizzi l'aborto per decisione democratica di una qualche maggioranza, sia parlamentare che elettorale. La volontà popolare, anche se autentica, non ha diritto di stabilire ciò che è buono e giusto, né può trasformare il male in bene; essa può solo tollerare un male inevitabile ma non può legalizzare un male, nemmeno col pretesto di evitarne uno maggiore.  

Afferma Giovanni Paolo II: «Il valore della democrazia sta o cade con i valori ch'essa incarna e promuove. Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli maggioranze di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto legge naturale, è iscritta nel cuore dell'uomo ed è punto di riferimento normativo della stessa legge civile. ( ... ) Quando una maggioranza parlamentare o elettorale decreta la legittimità della soppressione della vita umana non ancora nata, non assume forse una decisione tirannica nei confronti dell'essere umano più debole e indifeso? ( ... )  

Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo di coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse». (Enciclica Evangelium vitae, nn. 70 e 73).  

Ma se l'aborto è davvero un omicidio, come può la società tollerare un tale genocidio di milioni di persone all'anno?  

L'aborto esiste fin dai primordi della storia umana. Come il peccato, esso ha radice nella ribellione dell'uomo a Dio: dal Peccato originale commesso nell'Eden fino alle miriadi di peccati commessi oggi in tutto il mondo. Ma se i nostri antenati praticavano l'aborto o addirittura sacrificavano i loro figli a Moloch, le società civili cristiane dei secoli passati hanno condannato l'aborto come un crimine commesso contro Dio e contro l'uomo.  

La nostra epoca atea e materialistica abbassa il nostro livello di civiltà al di sotto di quello dei pagani, quando rifiuta l'eredità cristiana per inebriarsi nella ricerca assoluta del piacere. L'idolo del piacere, come il Moloch dei tempi antichi, reclama sacrifici umani; e l'aborto è un tipico esempio di come l'eros disordinato conduce a tanathos, alla morte e a quella forma di schiavitù che è il peccato.  

Afferma Papa Giovanni Paolo li: «Reclamare il diritto all'aborto, all'infanticidio, all'eutanasia, e inscrivere questi diritti nella legge, significa attribuire alla libertà umana un significato malvagio e perverso: quello del potere assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questo è la morte della vera libertà: 'In verità, in verità vi dico: chiunque commette peccato ne diventa schiavo" (Gv. 8, 34)»(33). Tuttavia, «cercando le radici più profonde della lotta tra la cultura della vita e la cultura della morte, non possiamo restringerle all'idea perversa di libertà. Dobbiamo giungere al cuore della tragedia che l'uomo moderno sta vivendo: la perdita del senso di Dio e quindi dell'uomo, tipica di un clima sociale e culturale dominato dal secolarismo che, con i suoi tentacoli onnipresenti, riesce talvolta a mettere alla prova le comunità cristiane. ( ... ) Quando il senso di Dio è perso, si tende a perdere anche il senso dell'uomo, della sua dignità e della sua vita»(34).


V - CONCLUSIONE

E sia, io condanno e rifiuto l'aborto; preserverò la mia famiglia da questo inganno e da questa piaga. Avrò così fatto tutto quanto è in mio dovere?  

No: preservare la propria famiglia non basta. Barricarsi nelle mura di casa non servirà a nulla, se non forse a ritardare un poco la nostra rovina, perché la cultura di morte penetra nelle nostre case, seduce le nostre anime e manipola le nostre coscienze, specie quelle dei giovani, con le arti sopraffine impiegate dai mass-media e dalla loro propaganda.

L'offensiva della cultura di morte è sociale e quindi richiede una controffensiva sociale; è il bene comune della società, ed anche quello della Chiesa, che sono minacciati, per cui abbiamo il dovere d'impegnarci nel campo civile e religioso in difesa della famiglia, della patria e della Chiesa. Bisogna affrontare il problema alla radice e svellerne le cause. Queste cause sono innanzitutto culturali, morali e spirituali. Bisogna innanzitutto denunciare la «cultura di morte» nei suoi slogan, nei suoi sofismi, nelle sue seduzioni; poi bisogna lottare contro i suoi promotori, i propagandisti, i complici. Bisogna anche promuovere come alternativa la cultura della vita, che è in realtà la cultura della verità, quella che si basa sul dogma cristiano e che si esprime nei più nobili sentimenti morali e che si nutre delle virtù religiose e civili, specie quelle che rendono possibile e amabile il sacrificio. Ad eros bisogna sostituire l'autentico amore cristiano, a tanathos lo spirito di sacrificio. Così facendo, potremo restaurare, con l'aiuto di Dio, le basi della società cristiana, sconfiggendo i mostri del XX secolo che vorrebbero dominare anche il XXI.  

L'ora della nostra prova è giunta. Nell'opporci all'aborto e difendere la vita, dobbiamo usare l'eterno rimedio: ora et labora, prega e lotta. Noi dobbiamo pregare perché in definitiva tutto dipende da Dio, ma anche lottare come se tutto dipendesse da noi.


Note

18. Ronald Reagan, art. cit;, p. 9. Cfr. anche John T. Noonan jr: «The experience of pain by the unborn» (L'esperienza del dolore nel nascituro), cit. da T. W. Hilgers, «Newperspectives ... », cit., pp. 205-216.

19. Charles E. Rice, «50 questions on abortion, euthanasia and related issues» (50 domande su aborto, eutanasia e questioni annesse), Cashel Institute, Notre-Dame 1986, p. 37.

20. Cfr. John L. Grady, «Abortion yes or no» (L'aborto sì o no), American Opinion, Belmont s. d., p. 11.

2 l. Papa Pio XII, Allocuzione al congresso del «Fronte per la famiglia», del 27 novembre 1951. Cfr. la spiegazione medica in John Marshall, Medecine and morals (Medicina e morale), Hawthorne, New York 1960, pp. 83-85.

22. Charles E. Rice, «No exception: a pro~life imperative» (Nessuna eccezione: l'imperativo pro-vita), Tyholland Press, Notre-Dame 1990, p. 76.

23. M. Cain, «Fight for life», cit., p. 10.

24. Papa Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae, n. 12.

25. Cfr. Earl E. Appleby jr: «Prenatal euthanasia: extermination of persons» (L'eutanasia prenatale: sterminio di persone), su «The Eternal Call», a. 1 (199 1), n. 4, p. 12.

26. Eugene F. Diamond, «This curette for hire» (Questo raschiatoio è da lodare), ATCA Foundation, Chicago 1977, p. 68.

27. Jack e Barbara Willke, «A genetique choice» (Una scelta genetica), su «Right to Life of G. Cincinnati Newsletter», gennaio 1996, p. 3.

28. Christhopher Tietze, «Abortion in Europe» (L'aborto in Europa), cfr. E. Diamond, This curette for hire, cit., p. 102.

29. Charles E. Rice, «50 question on abortion ... », cit., p. 43.

30. Papa Giovanni Paolo II, discorso del 16 aprile 1989.

31. Eugene Diamond, «This curette of hire», cit;, p. 83.

32. Pedro Juan Viladrich, «Aborto e sociedade permissiva», Quadrante, Sào Paulo 1987, p. 73.

33. Papa Giovanni Paolo 11, Enciclica Evangelium vitae, n. 20.

34. Ibidem, n. 21.

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