Si sentiva solo una povera alcolizzata, che non aveva saputo fare nulla nella sua vita e aveva approfittato della fortuna di essere nata in una famiglia agiata ed era sempre stata viziata ed abituata ad avere tutto ciò che voleva senza lottare, persino l'alcool. Ma tutta questa sottomissione era sostenuta da una terribile e subdola causa, vista agli occhi di oggi, lei era un'alcolista in recupero e tutto le si doveva e poteva perdonare.
Una delle cose che insegna A.A. è: tutto è permesso, tranne il bere, anche se a ognuno è data libertà di farlo. È chiaro che la coscienza, che si risveglia, non permette di compiere azioni contro la morale, ma il comportamento egoistico e indifferente agli altri trasforma la persona da accondiscendente in tutto e per tutto in un essere attento e diffidente di tutto.
Il grave è che, in questa situazione, lei si sentiva un paladino pronto ad accettare tutti.
La realtà si snebbia pian piano e Dio stava invadendo la sua vita, o era lei che aveva riscoperto un Dio?
La fusione del pensiero del gruppo era il potere superiore e il filo che congiungeva questo pensiero portava direttamente a Dio e, nel momento in cui fosse mancata la fede, bisognava ricorrere a qualcosa di artificiale per riattivarla: la preghiera anche passiva, cioè il ripetere delle orazioni a memoria, anche se non sentite intimamente. Ma lei aveva Gesù che la accompagnava ovunque e la consolava nei momenti bui.
I giorni di apatia erano numerosi e allora si rifugiava poco convinta nelle mani di Gesù. Aveva abbandonato tutti gli amici di vecchia data, per chiudersi in una clausura, che la spegneva ogni giorno di più e si accorse che Roby, suo compagno attuale, di età decisamente più giovane, ma d'immaturità equivalente alla sua, non andava più bene. Anche per lui aveva smesso di bere, proprio per riconquistarlo quando lo stava perdendo.
Oh! Come cambia il mondo senza alcool!
Doveva ricominciare tutto daccapo, ora aveva imparato ad organizzare la giornata, in modo da riuscire a fare tutto quanto compete ad una brava donna di casa o casalinga. La grande dirigente d'azienda era una casalinga, ma la casalinga sarebbe diventata ottima dirigente della sua casa, perché ora sapeva dove mettere le mani per fare ordine. Però trovava ancora mille scuse per non fare del tutto il suo dovere, avrebbe voluto farsi dei promemoria, ma non ne aveva voglia. Continuava a rinviare gli impegni, perché, tanto, l'avrebbe fatto domani e quel domani non arrivava e non aveva per nulla le idee chiare su ciò che doveva o voleva fare: trovarsi un lavoro oppure no? Sarebbe stato necessario, ma non c'era ancora il coraggio di affrontare la gente comune.
Parlava, parlava, parlava e dava consigli o suggerimenti e predicava il programma A.A. come fosse il Vangelo, ma con quale diritto? Con quale presunzione? Come poteva dire agli altri di applicare il programma nella vita di tutti i giorni, se poi lei, per prima, non ne era capace? Anche se, a modo suo si sforzava di attuarlo in modo da vivere meglio. Era troppo presto, ma aveva imparato a guardarsi dentro e aveva cominciato ad ammettere di procrastinare o agire d'istinto. Questo la portava a riflettere e a cercare di correggersi.
Era il momento di crescere, era arrivato il momento di agire su se stessa, ma com'era difficile!
Si sentiva demotivata, abbattuta, non vedeva scopi, finalità, le mancava lo stimolo stuzzicante che l'alcool le dava. Le mancava l'alcool.
Dove poteva trovare un surrogato che la facesse stare meglio?
Era sempre in lotta con se stessa per il rapporto sentimentale in cui era coinvolta: per vivere una storia d'amore con Roby, che avrebbe potuto essere suo figlio, aveva dovuto bere, perché il raziocinio e la logica avrebbero voluto che ciò non avvenisse, ma l'amore è irrazionale e allora: perdoniamola!
Il desiderio, aiutato dall'alcool, che sopprime la ragione e scatena l'istinto, mettendo a tacere la coscienza, l'aveva spinta a forzare la situazione cedendo.
Roby l'aveva affascinata, qualche anno prima nel 1987, per la sua bellezza acerba, per la sua ingenuità, per il suo sguardo perso ad osservarla in ogni istante con muta adorazione. Lui non aveva osato, ma lei osò, facendo così incominciare un'intensa storia d'amore, che la riportò in un passato mai vissuto prima. E questo periodo scotta, in sobrietà, scotta troppo da ricordare, ma c'è stato ed è stato vissuto in tutta la sua intensità emotiva, solo adesso capisce che il giudizio degli altri era spietatamente vero.
I figli si vergognavano di lei e l'alcolismo dava prova di averle impedito di crescere. La donna che tanto si era sentita “grande” da giovane, altrettanto si sentiva “piccola” da adulta. Stava vivendo la sua adolescenza adesso che aveva trentasette anni.
Nella sua realtà distorta vedeva l'amore eterno e sempre giovane e spensierato e non si soffermava a pensare a quanto male stava facendo a Roby, che l'avrebbe amata come la madre, che non aveva avuto e come la donna, che non avrebbe mai trovato.
Tutto deve avere una dimensione di equilibrio e qui non c'era neppure la voglia di cercarlo. Tutto si svolgeva sul palcoscenico dell'amore e ambedue ci credevano interpretando il proprio ruolo.
Un amore pulito, contrastato, spregiudicato, condannato da tutti, un amore da celare col segreto, invidiato, ostacolato eppure sopravvissuto a tutto per ben tre anni. La fresca ventata di giovinezza l'aveva avvoltolata e l'aveva convinta che la vita è senza tempo. I momenti magici si susseguivano sempre più inebrianti e nulla e nessuno avrebbe potuto dividere un amore così disperatamente vero. Ecco: la disperazione di non avere più vent'anni l'aveva fatta bere fino al punto di averli e se li era bruciati in un giorno. Il giorno in cui lui uscì con una ragazza della sua stessa età.
Fu il crollo fisico e morale. Fu l'ultima bevuta.
Quella sera, 4 aprile 1989 aveva saputo che Roby era uscito con un'altra. La sua rabbia, il risentimento, la paura di perderlo fecero si che bevesse l'ultima goccia: urlò, lo cercò, lo inseguì, cadde nel fango, pioveva ed era scalza per la strada non ancora asfaltata e, quando lo trovò, lo riempì di botte e gli gridò tutto l'odio di cui fu capace. I figli chiesero aiuto, fu schiaffeggiata, offesa, ma non capì fino al giorno dopo: era arrivato il momento di finirla e le parole di sua sorella le squillavano nella testa.
Ora aveva ricordato, il bello e il brutto, ma un senso di nausea la invadeva. L'incertezza e la vergogna avevano avuto il sopravvento. Non era più sicura di nulla. Prima lottava e si vantava di un amore così diverso, ora era sicura di aver sbagliato per il suo infantilismo e la presunzione di essere una donna senza età.
Ma gli amici alcolisti la capivano. È strano, ma vero, fra alcolisti si tollera, si capisce e si accetta, senza commenti, tutto ciò che un altro alcolista fa.
Gli alcolisti ritengono di non essere mai cresciuti e, in gruppo, cercano di crescere insieme scambiandosi esperienze senza mai darsi un consiglio. I vecchi amici e conoscenti non permettevano più ai propri figli di frequentare la sua casa e i suoi stessi figli, perché dava scandalo. Se ne vergognava profondamente e si sentiva angosciata e triste, ma confidava in Dio.
Vegetava ed era in conflitto con se stessa, si sentiva avida d'amore, bugiarda con Roby, che stava per lasciare definitivamente e sperava nel perdono dei figli, che avevano mal tollerato questa sua relazione, pur volendo bene a colui che non aveva fatto loro da padre, bensì da compagno di giochi e baruffe. L'avrebbero aiutata a uscire anche da questa situazione.
Era un alternarsi di scontri frontali e non, coi figli e con se stessa, arrivò una grossa lite con suo figlio: “Sei perfida e cattiva e vuoi solo fare del male, mi hai dato una vita molto infelice ed io ho sempre sofferto, perché tu pensavi solo al bere ed eri sempre nervosa, adesso che non bevi, non te ne importa più niente di me e in più non sai neanche educare tua figlia, che sta crescendo come una selvaggia.” Da quando il padre se n'era andato suo figlio aveva deciso di diventare il capofamiglia e lei aveva accettato questa situazione facendosi calpestare e sopportando i suoi sbalzi d'umore giornalieri, soprattutto in lei predominava quel senso di autopunizione.
Quello stesso figlio, che le aveva sempre detto: “Sei la più bella, sei la più comprensiva, sei la mamma più straordinaria” ora la rinnegava e la vedeva con tutti i suoi difetti, proprio perché la vedeva uscire da una schiavitù: l'alcool, per entrare in altre: autocommiserazione, autopunizione, abbattimento di se stessa. “Sei la mamma che ha più colpe di tutte le altre al mondo nei confronti dei figli, sai fare solo regali, ma di affetto non ne dai neanche un po'!”.
Con quanto odio-amore le rovesciava addosso queste parole e lei non capiva, non sapeva cosa doveva fare, per cui, accettava con rassegnazione tutta l'amarezza che suo figlio le dimostrava.
Era proprio nell'occhio del ciclone; in questo momento era anche giudicata per la sua relazione ed era sobria e doveva decidere. Sentiva che aveva perso il rispetto di suo figlio, il quale non poteva fare a meno di maltrattare anche sua sorella. Ma la vita doveva continuare e, a questi momenti d'incertezza e di dolore, c'erano anche momenti di gioia e di serenità. Comunque stava nascendo in lei un senso di distacco da tutti gli affetti e una specie di apatia la accompagnava in questa sua marcia verso la sobrietà. Dopo aver frequentato un seminario di lavoro, che aveva trovato attraverso un annuncio economico, entrò in crisi. I dubbi la sovrastavano, era convinta di non essere capace di svolgere mansioni di vendita ed ancora una volta basava le sue iniziative sulle conoscenze. Pensava al passato, quando aveva i soldi, una famiglia completa, suo padre...e pianse. Si sentiva troppo sola, non riusciva a convivere in armonia con se stessa, le sembrava di non avere altri interessi al di fuori della sua casa, i figli e il gruppo di alcolisti anonimi. Non aveva voglia di conoscere gente nuova o rifrequentare i vecchi amici per paura di non avere argomenti di conversazione. Inoltre si stava rendendo conto che al mondo c'è cattiveria e, invece di reagire, si lasciava schiacciare inesorabilmente.
Si sentiva serena nell'intimo, ma viveva col pensiero, che doveva scacciare “cosa succederà domani?” però c'era! Confidava molto nella sua capacità di sopportazione, ma spesso aveva voglia di morire. Aveva raggiunto la fase di declino e il suo scopo era solo quello di far vivere i suoi figli nel miglior modo possibile: aiutarli per quanto poteva e stimolarli al massimo, ma allora perché si stava spegnendo come una candela?
Sapeva di essere completamente cambiata nel modo di agire e di pensare ed i figli talvolta stentavano a riconoscerla tanto che sua figlia un giorno le disse: “Forse era meglio quando bevevi!”. Questo l'aveva scossa a tal punto da farle decidere a cominciare a buttare fuori veramente dal profondo tutto quanto sarebbe stato possibile, la liberazione dalle catene doveva esserci e bisognava assolutamente trovarla.
Avrebbe dovuto, per prima cosa, rimuovere i fantasmi del passato. Ecco una brusca frenata! Non l'avrebbe mai fatto!
Come avrebbe potuto ricordare o analizzarsi così a fondo da far emergere il suo vero essere? In fondo, era buona e non aveva mai fatto del male a nessuno e non drammatizzava. Ma suo figlio che la perseguitava con mille dubbi e mille condanne e che continuava a ripeterle “Che razza di vita mi hai fatto fare? Credi di poter cancellare tutto così con un colpo di spugna?”, la fece decidere che era meglio ricordare e buttare sul tavolo quanto era possibile, proprio per poi cominciare veramente a vivere ancora. Proprio quel figlio, così ostile, così cocciuto, così spietato, un giorno le apparve come se stessa da giovane, piena di sè, il volere tutto e subito, il desiderio di libertà, il tormento di essere troppo giovane, la voglia d'indipendenza. Ecco l'intima battaglia di quei giorni di fuoco, che dovevano bruciare un passato troppo pesante, per far nascere una nuova persona sgravata di tale peso:
di sapere tutto e di poter fare tutto, ma non so fare nulla di preciso e soprattutto non so cosa voglio fare della mia vita (lavorare sarebbe necessario se non indispensabile, ma non ne ho voglia, mi lascio mantenere da mio marito). Ho paura di scoprire i miei limiti, perché mi sento spesso un'incapace e temo di valere troppo poco.
La mia pigrizia fisica e mentale mi frena le iniziative, che, infatti, rimangono sempre a livello di sogno.
Ho troppa paura di affrontare il mondo esterno, perché non mi piace essere giudicata e criticata.
Mi sento troppo irascibile e poco tollerante per avvicinarmi agli altri, ai quali non riesco mai a dire fino in fondo quello che penso, per paura di ferirli o per paura che, dicendo la verità, si allontanino da me lasciandomi ancora sola. Costruisco una realtà di comodo e mi autoconvinco che sia la strada giusta.
Quando racconto quello che mi accade, senza sincerità, riesco a esporre i fatti sempre a mio favore e quando mi sento disperata dentro è solo per farmi commiserare, sento il bisogno di sentirmi dire “brava” per insicurezza o perché c'è qualcuno che fa più fatica di me. Vorrei più comprensione dagli altri, vorrei essere coccolata e circondata d'affetto. La paura mi fa sbagliare.
Mi sono accorta di essere stata gelosa di mia sorella, quando avevo dodici anni ho cercato di soffocarla con un cuscino, inoltre, il mio sadismo mi faceva godere del fatto che mia madre, quando mia sorella combinava qualche guaio, la picchiava. Non basta, sono anche masochista: ho sempre cercato di essere punita da mia madre, che non mi risparmiava quattro sberle quando le meritavo, anche questo mi dava piacere.
Ho fatto anche la spia contro mia sorella, per essere sempre più al centro dell'attenzione.
Il mio egocentrismo ed il mio senso del possesso (che io chiamavo gelosia d'amore) mi hanno portato a tentare il suicidio più volte, ma chissà come, mi hanno salvato prima dell'ultima dose di veleno da ingerire.
Critico e giudico gli altri senza aver prima valutato me stessa.
Non ammetto di sbagliare, vivo con un paraocchi, che non mi permette di vedere al di la del mio naso.
Sento talvolta un grande desiderio di rivalsa (vendetta) nei confronti di mio marito e invidio la sua compagna. Non riesco a perdonarlo fino in fondo anche se ho la mia parte di torto. La sofferenza di quel periodo è stata una forma di autolesionismo e vittimismo, che mi sarei ricordata in seguito, infatti, quando penso a come l'ho lasciato andare, mi rendo conto di non aver fatto nulla per trattenerlo e tutta la rabbia, che gli ho poi rovesciato sulla testa è stata solo per il fallimento della donna, che non riesce neppure a salvare il suo matrimonio.
Questa è la sintesi di quello che ho visto in me: immaturità, presunzione, falsità, morbosità, gelosia, invidia, procrastinazione, pochezza d'animo, ingenerosità, egoismo. Credo ci sia tutto.»*
Ci vollero mesi di riflessioni, di silenzi, di tormenti per poter vedere a chiara luce tutto questo e ancora le sembrava poco, era intimamente convinta che ci fosse dell'altro e l'altro uscì fuori quando confidò alla sua migliore amica quanto aveva maturato in quei mesi di solitudine e isolamento.
Sembrava che la vita si fosse fermata, ma tutto continuava tra un'angoscia e l'altra, tra un pulire casa e aiutare i figli con la scuola, tra una riunione di alcolisti e l'altra, ma il punto fissato era quello di liberarsi dal bagaglio del passato. La sua amica l'aiutò volentieri, soprattutto le dimostrò molta comprensione e non le puntò il dito contro, neanche quando potè essere coinvolta nel racconto di un passato vissuto insieme e condiviso in tutte le sfumature, che due donne di quarant'anni possono aver disegnato insieme in trent'anni di amicizia.
L'alcool aveva ingigantito la realtà nella sua mente e tutto quello che faceva era solo frutto di una mente offuscata e incatenata ad un'ancora che la portava solo a fondo e ora stava spezzando la catena.
L'intelligenza era viva e pronta a ricominciare a funzionare nella sua pienezza, i fantasmi si diradavano e sentiva impellente il bisogno di cominciare a vivere, sentiva l'urgenza di allontanarsi sempre più dall'ultima volta che aveva bevuto. Voleva capire perché aveva bevuto tanto, perché aveva incominciato, ma la risposta era una sola: la malattia dell'alcolismo, che colpisce chi vuole e quando vuole e, quando te ne accorgi, è già troppo tardi. Poche domande e tanti fatti.
La sua vita era talmente piatta e banale da renderla completamente apatica e distaccata da quello che era il resto del mondo, ringraziava Dio per averle dato la fortuna di aver trovato lavoro, che svolgeva diligentemente, rispettando gli orari e arrivando quasi alla pignoleria dei dettagli.
Stava crescendo, invece pensava solamente di essere già arrivata alla sobrietà più straordinaria che potesse esistere ed in questo contesto arrivò a decidere di confessarsi da un prete.
Fu una grossa commozione quella di ricevere l'assoluzione e si era sentita rinascere in un nuovo mondo di bontà, di umiltà e di rassegnazione: aveva capito che doveva accettare la vita per quello che era.
*«Ho fatto la comunione,
la Prima Comunione, sono entrata in simbiosi con Dio, amorevole ed eterno.
Posso dire che la mia mente, ma soprattutto il mio cuore si sono aperti ad una nuova speranza.
La lotta contro tutti e contro me stessa è stata vinta. Finalmente voglio e posso parlare con Dio come amico oltrechè padre.
Rimane però il fatto che l'alcolismo è un'altra cosa, l'alcolismo è una malattia, non un peccato.
Mi sono trovata così bene con il parroco che mi ha confessato, mi sono sentita veramente perdonata, ma la sensazione principale, sia nell'esporre i miei fatti che nel ricevere i suoi consigli, è stata quella del: “Non è stata colpa tua completamente, perché non eri in te, perché l'alcool (il diavolo) ti possedeva”.
Io stessa anteponevo al discorso il mio bere smodato e confessavo le bevute come fossero peccati, però sono riuscita a capire che le bevute sostenevano il mio agire male.
Rimane il fatto che l'apertura del cuore con la mia amica sia stata decisamente più valida a livello psicologico, perché lei non ha dovuto perdonarmi, lei mi ha ascoltato, tenuta per mano e capito quello che ero.
Il perdono di Dio è al di fuori dell'alcolismo.»*
Con tutti questi turbamenti d'anima era pronta ad affrontare la vita con una serenità nuova e nulla e nessuno l'avrebbe scalfita.
Aveva una nuova luce negli occhi e vedeva solo luce davanti a sè: l'amore di Dio, l'amore di quel Gesù, che aveva appena scoperto e tutto le sarebbe stato concesso, perché si era pentita, ma la vita era troppo buona con lei, tutto filava liscio, liscio, non aveva dolori, ma non aveva neppure gioie, per cui l'apatia governava inesorabile la sua mente.
Casa, lavoro, figli e null'altro interesse oltre all'alcolismo. Si stava dimenticando di essere donna e non aveva più vibrazioni emotive da farla risvegliare.
Talvolta andava a dormire alle nove di sera per recuperare il sonno perso durante la settimana di riunioni e non pensava ad altro che alla sua sobrietà e al suo Gesù, che stava sempre con lei ovunque. I pochi, ma inevitabili impulsi sessuali, venivano repressi da una preghiera e, quando cedeva, le sembrava una tale liberazione da perdonarsi da sola. E poi c'erano i debiti di riconoscenza verso chi la amava e aiutava nell'ombra: sua sorella. Quanto doveva alla sua sorellina?
La sorellina che frequentava il gruppo dei parenti e amici degli alcolisti per capirla meglio ed infatti aveva capito, aveva capito che doveva lasciarla stare. Sua sorella la seguiva nell'ombra, senza far capire di quanto amore era capace e lei si scervellava a trovare il modo di ricambiare. Sua sorella la ospitava al mare, la coinvolgeva in feste o cene fra amici, ma quello che aveva fatto e che faceva trasparire era questo amore mai dichiarato con parole, ma recepito e ricambiato da lei, che avrebbe voluto sdebitarsi concretamente, perlomeno voleva trovare le risorse, il coraggio, l'umiltà, magari solo per ringraziare.
Aveva comunque deciso di liberarsi da tutto quello che le creava ansia e doveva scoprire cosa era bene e cosa era male: l'eterno conflitto della sua coscienza.
Il male puro non poteva esistere in lei eppure si sentiva colpevole di chissà quali colpe: aveva ucciso l'amore più volte, perché non sapeva amare e ricominciò a pensare a suo padre.
Quel grande padre che l'aveva protetta, viziata, l'aveva fatta sentire la più importante di tutte le donne, la più geniale, la più tenera. Quel grande padre che le aveva dato tutto quanto era nelle sue possibilità e lei aveva avuto così poco tempo per dimostrargli il suo affetto!
Quando era morto, aveva sentito una parte di sè andarsene con lui e, tutto l'amore che sentiva dentro, faceva si che lui stesse accanto a lei in ogni attimo del giorno e della notte, tanto da sentire, durante un sogno, tre mesi dopo la sua morte, un bacio amorevole sulle sue labbra. Si era svegliata di soprassalto ed aveva cominciato a piangere, poi le avevano detto di lasciare che l'anima di suo padre se ne andasse per il suo cammino, poiché era lei a trattenerlo e doveva sganciarsi da lui, affinché tutto si compisse. A fatica e con dolore si staccò dalla sua immagine e gli disse addio. Smise di scrivergli e, col tempo, accettò il fatto che lui fosse morto. Poteva viverlo in lei con la forza di quell'amore, che non gli aveva saputo dimostrare sulla terra e aveva la fiducia di essere protetta da lui nella nuova dimensione. Seguirono cinque anni di bevute, di dormiveglia totale, cinque anni di non esistenza, cinque anni di vuoto e i suoi figli erano cresciuti lo stesso, ma la malattia era arrivata al culmine della sopportazione, infatti in giugno 1986 smise di bere da sola, per andare incontro a quel destino che l'avrebbe portata a perdere, con la separazione, anche suo marito.
Ma nel 1990, aveva tante altre cose da fare oltreché ricordare il suo passato, doveva costruirsi un presente che le permettesse di vivere e lasciar vivere gli altri, che non la riconoscevano più. Aveva lasciato il lavoro presso la sua amica, perché si sentiva pronta ad affrontare l'incognita di un nuovo lavoro presso una ditta dove non conosceva nessuno e nessuno la conosceva.
Si trovava bene a fare l'impiegata e sentiva molta gratitudine verso quelle persone, che si fidavano di lei ed era talmente contenta di questa nuova situazione, che aveva annullato la sua personalità, per diventare schiava senz'anima nelle mani di coloro per i quali lavorava.
L'umiltà imparata dagli alcolisti funzionava a meraviglia: era lo zerbino del lavoro. Sapeva tacere quando la umiliavano, sapeva piangere in silenzio quando la sgridavano senza motivo, sapeva tacere anche quando aveva diritto di parlare. Non accettava ancora il nuovo tipo di vita e se stessa, perché la sua era ancora semplice rassegnazione, ma la speranza di uno sblocco rimaneva viva e splendente dentro di lei. Avrebbe capito, in seguito, che quell'umiltà era solo frutto di una paura di vivere, avrebbe poi imparato a conoscere i suoi limiti e i suoi valori.
Umiltà non è dire sempre di si agli altri soccombendo ad ogni richiesta, umiltà è la saggezza intima di accettare se stessi e gli altri per quello che sono, imparando a esporre le proprie opinioni senza alterarsi psicologicamente.
Umiltà è saper chiedere aiuto quando se ne ha bisogno e aiutare gli altri senza bisogno di riconoscenza.
Umiltà è fare del bene con gioia senza pretendere nulla in cambio, neppure un “grazie”.
Umiltà è accettarsi consapevoli di quello che si è: giovani o vecchi, grassi o magri, alti o bassi, sereni o tristi.
Ma quanta strada c'è ancora da percorrere!!!
Aveva ben imparato ad organizzarsi le giornate: al mattino lavorava con entusiasmo, al pomeriggio prendeva tempo per sè e poi rimetteva in ordine la casa, aiutava i figli nello studio e andava al gruppo ogni sera. Aveva capito che la giornata è fatta di ventiquattro ore non solo per non bere, ma anche per fare tutte quelle cose che, prima, all'inizio del recupero, le sembrava impossibile poter svolgere. Si scriveva le scadenze inderogabili, ma dava sempre la precedenza a se stessa, per cui, se era stanca, invece di mettersi a fare i lavori di casa o accompagnare i figli a destra e a sinistra, dedicava il suo tempo al riposo o alla lettura o si metteva a scrivere le sensazioni della giornata. Tutto ciò era molto positivo e stava imparando anche a controllare i momenti tristi, trasformandoli in malinconici e poi se li cullava nel cuore fino ad accettarli con serenità, finalmente la serenità e qualche volta anche il ridere, quel ridere sguaiato ed improvviso che non ricordava più.
*«Dopo tanti mesi
devo scrivere qualcosa per ricordarmi quanto ho scoperto di me e cioè: gelosia, esibizionismo, possessività, cose che fanno parte del mio passato.
Ora sto migliorando, perché ho imparato ad accontentarmi di quello che ho e non è poco, sia materiale che spirituale. Sento pero tanto bisogno d'amore, credo di essere stata anche un'insoddisfatta (forse lo sono ancora, ma oggi accetto la realtà).
Ho comunque cominciato ad amare gli altri senza aspettarmi niente in cambio, sto pensando ai miei figli, che, anche se mi fanno tribolare hanno diritto ad una vita normale.
Ma quale sarà il livello di vita normale?
Devo rinunciare a dare loro il senso della famiglia, perché la mia non esiste, forse devo infondere in loro un po' di senso del dovere per inquadrarli, ma è molto complicato e difficile.
Anche per Roby non sto facendo più niente di positivo: lo amo oppure no? Non so più niente.
Forse dovrei parlare apertamente con sua madre, ma non ne ho il coraggio.
Sono stata una vigliacca a tornare insieme a lui, si vigliacca, perché ho avuto paura che l'altra me lo portasse via, anche se era già tutto finito fra noi e adesso sono io che non lo voglio più.
Però devo dire che non ho voglia di divertirmi solamente, ho voglia di un amore straordinario come quello che ho passato con Roby, ma allora perché non con Roby?
Lui è troppo giovane, non sa ancora vivere e non sa cosa vuole una donna.
È inutile, mi sento un po' persa anche se ho il mio lavoro, ho la serenità, ho ritrovato Dio e ho anche qualche soldo da parte. Cosa pretendo?»*
Ancora e sempre riflessioni su quanto le accadeva, dubbi su dubbi e giustificazioni al suo percorrere una strada ancora incerta e tentennante, ma la voglia di bere era del tutto scomparsa. La paura di rimanere sola l'aveva fatta cadere nella trappola di Roby, la paura di rimanere senza lavoro la faceva preoccupare di rimanere senza soldi, la paura di tornare a bere la metteva in condizioni di astinenza.
A quando la libertà?
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