WHAT’S FALECIO?

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Visto che i miei genitori non hanno avuto la fantasia di darmi un nome che mi distinguesse, fin da piccolo ho avuto moltissimi soprannomi, come “stronzo” “hey, tu” “caccola” ed affini. Naturalmente non mi sentivo molto a mio agio con questo genere di appellativi, e, non appena raggiunta l’età della ragione, ho cercato di fare del mio meglio per cambiarli.

 

Nella casa in cui vivo a Venezia e tra i miei amici di qui sono conosciuto come Falecio, o più brevemente Fal. Hanno iniziato a chiamarmi così circa un anno fa. Il falecio è un verso endecasillabo della metrica etolica, chiamato così dal poeta greco ellenistico Faleco, che fu tra i primi ad usarlo e diffonderlo. Il verso falecio è ricorrente nei carmi di Catullo, e in particolare nel celebre carme 5 ( Vìvamùs, mea Lèsbia, àtque amèmus ).

 

Tutto iniziò con un meraviglioso tramonto nell’Oceano Atlantico, un cielo azzurro e puro, l’ombra scura della Rocca di Gibilterra al di là dello Stretto, una scarpata rocciosa a strapiombo sul mare su cui si aggrappa la Medina di Tàngeri.

Ero lì in scambio “culturale” con la Cooperativa altreStrade. Francesca era la capogruppo. Eravamo sette italiani. Allo scambio partecipavano portoghesi, spagnoli e marocchini.

Comincio a parlare in uno spagnolo approssimativo con E., una ragazza di Barcellona. Studia letteratura latina. “Cum ti, Lesbia, aspexi, nulla…” tira fuori. Ringrazio il liceo. “Da mi basia mille”. Lei non sa leggere in metrica! All’università in Spagna non lo studiano, io l’ho fatto alle superiori. Come si leggono i faleci? Lo sapevo, so il carme 5 quasi a memoria ma lo schema metrico non me lo ricordo. “Soles òcciderè et redìre pòssunt

Gigi però ha fatto il classico, magari lui si ricorda. Entro in camera trasognato. Scambiarsi versi al crepuscolo, e lei è bella e dolce e simpatica ed intelligente.

Gigi è steso sul letto. In questo momento, ha il romanticismo del monoblocco di un camion. “Vecchio, per caso ti ricordi lo schema metrico del falecio?” gli chiedo. Lui farfuglia qualcosa. “Che cosa?” “Parla italiano per piazer” “Lo faccio. Sei tu che parli vicentino. Tu hai fatto il classico. Metrica latina, ti ricordi? Ho bisogno dello schema del falecio” “Falecio ci sarai te. Che x’è ‘sta roba?” Glielo spiego. Gli spiego anche perché mi serve. “Carina, la E. Non lo so. Senti, “Falecio”, passami una birra”.

Nel giro di tre giorni per tutti gli italiani presenti io mi chiamavo Falecio. E dato che sono entrato qui a casa Bragora grazie a, o per colpa di, Gigi, sono presentato con questo nome a tutti gli inquilini. E anche alle amiche di Anute. Risultato, metà Venezia mi conosce così. Ormai neanche mi presento col mio vero nome. Rischia di confondere ancora di più.

A Belluno, Falecio è stato storpiato: lassù mi chiamano Confucio.

Insomma, questa è la storia.

Volete sapere com’è finita con E.? Com’è ovvio, non abbiamo combinato nulla di più che parlare di letteratura greca e latina. Così è la vita.

Lo schema metrico dell’endecasillabo falecio è :         con cesura normalmente semiquinaria.

 

 

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