ITALIANI?
NEI LAGER DI TITO!
Prigionieri uccisi perché incapaci di rialzarsi.
"In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri,
sempre a piedi", racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina
italiana.
"La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo
non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere
per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane ai contadini che si
incontravano... Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri
italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti peró sono stati molti di
piú... Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino Belgrado,
ndr). Avevamo giá raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un
migliaio, tedeschi, polacchi, croati...".
Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia sulla Venezia
Giulia? Naturalmente il leader del Pci Palmiro Togliatti, che il 30 aprile
1945, quando
i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto
affiggere nel capoluogo giuliano: "Lavoratori di Trieste, il vostro dovere č
accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel
modo piú assoluto".
A confermare che la pulizia etnica é continuata anche
a guerra finita sono le affermazioni di Milovan Gilas, segretario della Lega
comunista jugoslava, che, in un'intervista di sei anni fa a un settimanale
italiano, ammette senza giri di parole: "Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo
in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana... bisognava indurre gli
italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo.
Cosi fu fatto".
Skofja Loka, l'ospedale chiamato "cimitero".
E nei campi di concentramento finiscono anche i civili, come Giacomo Ungaro,
prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945. "Un certo Raso che
attualmente trovasi al campo di Borovnica", č la dichiarazione di Ungaro, "per
aver mandato fuori un biglietto č stato torturato per un'intera nottata;
č stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso;
gli hanno bruciacchiato
il viso e il petto cosí che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci
venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli".
I deperimenti organici, la dissenteria, le infezioni diventano presto compagni
inseparabili dei prigionieri. "...Fui trasferito all'ospedale di Skotja Loka.
Ero in gravissime condizioni", č il lucido resoconto del soldato di sanitá
Alberto Guarnaschelli, "ma dovetti fare egualmente a piedi i tre
chilometri che separano la stazione ferroviaria dall'ospedale. Eravamo 150,
ammassati uno accanto all'altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella
stanza ve ne potevano stare, con una certa comoditá, 60 o 70.
Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale
scopo vi era un recipiente
di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e
finestre chiuse.
Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre
giorni ne morirono 25.
Morivano e nessuno se ne accorgeva...".
"Non dimenticheró mali maltrattamenti subiti", č la testimonianza del soldato
Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, "le
scudisciate attraverso le costole perché sfinito dalla debolezza non ce la
facevo a lavorare. Ricorderó sempre con orrore le punizioni al palo e le grida
di quei poveri disgraziati che dovevano stare un'ora o anche due legati e
sospesi da terra; ricorderó sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti
prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti...".
"Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili...", scrive il rapporto
segreto riportando il racconto dei soldati Giancarlo Bozzarini ed
Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi
internati a Borovnica.