ITALIANI?
NEI LAGER DI TITO!
Per ore legati ad un palo con il filo di ferro.
«La tortura al palo consisteva nell'essere legato con filo di ferro ad ambedue
le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un'altezza di 50 cm da terra,
per delle ore. Un genovese per fame rubó del cibo a un compagno, fu legato al
palo per piú di tre ore. Levato da quella posizione non fu piú in grado di
muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il
filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all'osso causandogli
un'infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di
evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e
precisamente a Skoija Loka. Ma ormai non c'era piú niente da fare, nel braccio
destro giá pul-lulavano i vermi... Al campo questo ospedale veniva denominato
il Cimitero...»
I principali sistemi di tortura.
Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille
faranno ritorno a casa.
A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione
attestante il «buon trattamento» ricevuto. «I prigionieri (liberati, ndr)
venivano diffidati a non parlare», racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato
nell'agosto 1945 «e a non denunziare le guardie agli Alleati perché in tal
caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri».
di fronte a tutti gli internati.
C’è poi il "palo" che è un’asta verticale con una sbarra fissata in
croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla
sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono cosí l’uso degli arti
superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo.
Altrimenti per sempre.
Altra pena è il "triangolo" che consiste in tre legni legati assieme al
suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è
obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene
per lo sfinimento.
Infine, c’è la "fossa", una punizione forse meno violenta ma sempre
terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell’esatta
misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza
giornata, non ha la possibilitá nè di piegarsi nè di fare alcun movimento.