ITALIANI?
NEI LAGER DI TITO!
Deportati dimenticati in nome della politica atlantica
Una veritá negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma
inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del nostro ministero della
Difesa. I governi che si sono succeduti dal dopoguerra fino ad oggi per
codardia, hanno accettato supinamente di sacrificare sull'altare della
politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati. Colpevoli
solo di essere italiani.
"Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento
al campo di Borovnica (40B-D2802) e all'ospedale di Skofjia Loka (11 -D-253 1)
ambedue denominati della morte", titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con
sovrastampato "Segreto", dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il
documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite
testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da
referti medici e dichiarazioni dell'Ospedale della Croce Rossa di Udine, in
cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco
di prigionieri deceduti a Borovnica. Il colonnello medico Manlio Cace, che in
quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se
non č stata distrutta, č ancora gelosamente custodita negli archivi del
ministero della Difesa, lasció fotografie e copia del documento al figlio
Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia
illustrata.
Manca il cibo ma abbondano le frustate.
"Le condizioni fisiche degli ex internati", premette il rapporto, "costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nei campi iugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver militato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione con i loro odierni aguzzini..." Nel rapporto del carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini il 1° maggio 1945, si puó leggere quanto segue: " il vitto era pessimo e insufficiente e consisteva in due pasti al giorno composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita (...) A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate...".
"...Durante tali lavori", afferma il finanziere Roberto Gribaldo, in
servizio alla Legione di Trieste e "prelevato" il 2 maggio, "capitava sovente
che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora
si vedevano scene che ci facevano piangere. lí guardiano, invece di permettere
al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e
tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di
rancio".
Le mire di Tito sul finire del conflitto sono molto chiare: ripulire le zone
conquistate dalla presenza italiana e costituire la settima repubblica
jugoslava annettendosi la Venezia Giulia e il Friuli orientale fino al fiume
Tagliamento.
Una veritá negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma
inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del nostro ministero della
Difesa. I governi che si sono succeduti dal dopoguerra fino ad oggi per
codardia, hanno accettato supinamente di sacrificare sull'altare della
politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati. Colpevoli
solo di essere italiani.
"Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento
al campo di Borovnica (40B-D2802) e all'ospedale di Skofjia Loka (11 -D-253 1)
ambedue denominati della morte", titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con
sovrastampato "Segreto", dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il
documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite
testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da
referti medici e dichiarazioni dell'Ospedale della Croce Rossa di Udine, in
cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco
di prigionieri deceduti a Borovnica. Il colonnello medico Manlio Cace, che in
quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se
non č stata distrutta, č ancora gelosamente custodita negli archivi del
ministero della Difesa, lasció fotografie e copia del documento al figlio
Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia
illustrata.