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Damiano al tempio Zen Hokoku-ji di Kamakura, 18 dicembre 2000.
Martedì 19 dicembre: Possiamo stupirvi con effetti speciali e colori ultra-vivaci. Nikko e l'architettura religiosa.
Martedì 19 mattina prendiamo
la metropolitana fino alla stazione Asakusa, da cui partono le linee ferroviarie
della compagnia privata Tobu-Nikko. Per accedere alla scala mobile della
metro veniamo diretti dagli appositi addetti in guanti bianchi verso una
lunga fila che siamo costretti a risalire al contrario per accodarci. La
coda comunque, pur essendo lunga, si rivela scorrevole. Giunti alla stazione
di Asakusa acquistiamo il biglietto per il rapido che va a Nikko, ma mancano
50 minuti alla partenza del primo treno utile. Ne approfittiamo per avviarci
verso il tempio Senso Ji, sede della setta Sho-Kannon, dedicato ancora
una volta alla bodhisattva Kannon.
Noto alcune persone raffreddate
che portano una mascherina a copertura di naso e bocca. Mi accade di starnutire
a un semaforo, e sebbene mi sia coperto con le mani vengo guardato in modo
strano da una signora con la mascherina. Forse qui vige la regola che da
raffreddati occorra indossare la mascherina per non contagiare gli altri.
Anche l'uso del fazzoletto viene considerato molto barbaro, soprattutto
nei ristoranti e al chiuso.
Chiediamo informazioni a un poliziotto
in uniforme e guanti bianchi, che ci indica prontamente e gentilmente la
via, e percorriamo Nakamise, la "strada dei negozi interni", una delle
vie pedonali con mercatini vari e negozietti di souvenir molto commerciali.
Arriviamo in vista del complesso del tempio, affiancato a lato da un altro
edificio a pagoda di parecchi piani. Purtroppo queste sono riproduzioni
in cemento armato degli edifici originali del 1651, distrutti nel corso
della guerra. Vediamo parecchi devoti in preghiera; una donna che passa
in bicicletta davanti al tempio con un bambino sul sellino si ferma, scende
e fa dei gesti di devozione. Questo è evidentemente un tempio "da
combattimento", come possono essere da noi le chiese di quartieri popolosi.
Si vedono infatti automobili mischiarsi alle strutture del tempio. Chiaramente
non è un complesso curatissimo nei particolari ma un tempio per
i cittadini e per la vita quotidiana. L'altare interno del tempio contiene
statue dorate e i tipici tabernacoli orientali. Torniamo verso la stazione,
e vediamo che a servire su alcune bancarelle di souvenir ci sono molti
ragazzi e ragazze giovanissimi, in età da scuola dell'obbligo. Ci
domandiamo se in Giappone esista la scuola dell'obbligo, e ci diciamo di
sì, ma non siamo sicuri dell'età limite soggetta all'obbligo.
D'altra parte i giapponesi sembrano sempre alcuni anni più giovani
di quello che sono a noi occidentali, perché hanno un metabolismo
diverso, quindi forse questi ragazzini hanno appena finito la scuola.
Tornati alla stazione saliamo sul
rapido "tokkyu", treno direttissimo che parte in perfetto orario e impiega
meno di due ore. Scopriamo che i divanetti a due posti sono rotabili, nel
senso che possono essere posti con gli schienali paralleli ai finestrini,
in modo che i due passeggeri seduti a fianco possano guardare davanti a
sé direttamente il paesaggio dal finestrino. I divanetti si possono
ruotare ulteriormente, giungendo a 180 gradi dalla posizione originale,
in modo da essere seduti di fronte al divano immediatamente dietro, formando
un "salottino" da quattro. I bagni hanno le abituali consolle con comandi:
a fianco della tazza vi sono due gruppi di pulsanti comodamente accessibili
con le mani una volta seduti. In Giappone i bagni sono spesso iper-tecnologici
come quelli di questo rapido. La tavoletta sulla tazza è regolata
termicamente e in effetti è tiepida al tatto. I comandi sono descritti
in ideogrammi, per cui è difficile capire cosa facciano i vari pulsanti,
anche se alcune immagini sono esplicite. C'è per esempio una figura
con un "3" sul quale entra un getto d'acqua laterale, ma poi capisco che
la figura va trasposta e che in realtà il "3" è una parte
anatomica… quindi alcuni pulsanti fungono da risciacquo da seduti, altri
regolano la temperatura, altri forse asciugano, ma con gli ideogrammi non
mi arrischio, non vorrei ustionarmi in punti delicati. Per fortuna il pulsante
di scarico è evidenziato più degli altri. Dal finestrino
vediamo uno scenario simile a quello che avevamo visto in uscita verso
Kamakura: case compresse a livelli disumani, e prima che la densità
si abbassi deve passare un bel pezzo. Infine comincia il verde ed entriamo
nel territorio del parco nazionale dove si trova Nikko. Cominciano
le colline e un paesaggio pedemontano. Il conduttore arriva, controlla
i biglietti e ci spiega praticamente col linguaggio dei segni che per gli
ultimi dieci minuti dobbiamo cambiare treno, e che abbiamo una coincidenza
pronta. Siamo stupiti, perché in stazione non ci avevano detto niente.
Chiediamo ulteriori spiegazioni, ma l'uomo non parla quasi inglese. Al
momento di cambiare chiediamo a due ragazze che stanno scendendo, e ci
fanno segno di sì. Il trenino per Nikko è pronto al binario
di fronte, e in 10 minuti ci siamo.
La stazione Tobu Nikko Eki si apre
su una piazza con ristoranti e negozi. Prendiamo un autobus fino al ponte
Shinkyo, che però è in fase di restauro e completamente coperto.
Proseguiamo allora a piedi su per
la collina e raggiungiamo il tempio Rinno-ji, della setta buddhista Tendai,
contenente tra l'altro tre statue d'oro enormi, alte più di tre
metri, raffiguranti Bato Kannon, Amida Nyorai, e Kannon.
Nikko, 19 dicembre 2000. Tempio Rinno-ji e dintorni
All'ingresso del tempio vediamo
preti Tendai in quell'abbigliamento che si vede così spesso nella
fiction nipponica: hanno l'abito bianco a foggia di Kimono, con i larghi
calzoni (quasi delle gonne per noi) neri, mentre le sacerdotesse/monache
che vediamo sono vestite in modo simile ma con la parte inferiore rossa
invece che nera. Proseguiamo e ci avviciniamo al complesso che è
considerato la massima espressione dell'architettura religiosa giapponese,
il tempio Toshogu Jinja, che ha visto al lavoro quindicimila persone per
oltre vent'anni per essere realizzato.
Anche questo complesso shintoista
immerso nella natura, risalente al 1636, si annuncia mediante le immense
porte torii a "pi greco". Si inizia con una gradinata in pietra e un torii
in granito. Si incontra subito una pagoda a cinque piani, alta 35 metri,
sulla sinistra, quindi si sale una gradinata in pietra e si giunge alla
porta Omotermon, ingresso ufficiale al santuario, con decorazioni raffiguranti
fiori e leoni e, a lato, due feroci niosama che proteggono il santuario
dagli spiriti del male. Passiamo sotto a un torii di bronzo e mentre procediamo
notiamo la stalla del cavallo sacro, in realtà un cavallo bianco
di medie dimensioni che ci guarda con espressione leggermente stralunata.
Nikko: Torii di bronzo del tempio Toshogu, con porta Yomei Mon sullo sfondo, e Niosama del tempio Rinno-ji Taiyuin, 19 dicembre.
Su un edificio di legno lungo la
via sono poste le tre scimmie simbolo di Nikko. Le tre scimmie sono naturalmente
famosissime, una con le mani sugli occhi, la seconda con le mani sulle
orecchie e la terza che si copre la bocca. Non sapevamo però che
il simbolo avesse avuto origine da qui. Le fotografiamo e notiamo poco
più avanti, sulla sinistra, il Kyozo, una biblioteca che contiene
7000 sutra sacri, con insoliti rilievi raffiguranti elefanti, che l'autore
ha intagliato basandosi su una descrizione orale, non avendone mai visti.
In effetti ricordano degli elefanti in modo abbastanza approssimativo.
Nikko, 19 dicembre 2000. Tempio Toshogu: il Kyozo e le famose tre scimmie.
Saliamo infine una scalinata e arriviamo
a uno dei punti chiave del santuario, la porta Yomei mon, "porta della
luce solare". Questa porta è decorata in modo finissimo e fittissimo,
si potrebbe passare tranquillamente un giorno intero a esaminare i vari
livelli di decorazioni e miniature, in molteplici combinazioni cromatiche
variabili in un intorno dell'oro… si vede chiaramente che, come da istruzioni,
non si era badato a spese per la realizzazione di questa porta.
Nikko, 19 dicembre. Tempio Toshogu: Campana esterna e porta Yomei mon.
Facciamo molte foto e infine, con
uno sforzo, distogliamo la vista e proseguiamo. Raggiungiamo la porta cinese,
"Kara mon", e ci leviamo le scarpe per proseguire dentro alla sala di preghiera
del complesso. E' dicembre e abbiamo un po' freddo ai piedi, ma entriamo
comunque. Dentro è leggermente buio ma una volta che gli occhi si
abituano vediamo le statue e le decorazioni sul soffitto. Usciamo e proseguiamo
verso il gatto che dorme e la tomba di Ieyasu Tokugawa, dal quale era nata
a suo tempo l'idea del complesso. Paghiamo una tariffa supplementare e
entriamo nella relativa sezione del complesso. Passiamo sotto un palco
di legno con scolpito il famoso "gatto che dorme", che però appare
molto minuto e a prima vista non troppo spettacolare… Una coppia di turisti
orientali, forse cinoamericani o di Hong Kong, vedendo le nostre espressioni
perplesse ci dice "yes, that's it.. that's the cat ". Evidentemente sono
rimasti delusi. Simpatizziamo per la delusione-gatto e proseguiamo per
una lunga scalinata di pietra circondata da cedri, che ci porta alla tomba,
che seppure in un contesto naturalistico invidiabile appare costituita
da un edificio a tempio dai colori molto più sobri. Mentre i templi
precedenti erano in combinazioni di rosso fiammante, oro, e colori molto
vivi, qui vediamo soprattutto colore pietra, nero e un po' di verde. La
sala del culto è completamente ricoperta in bronzo. Si dice che
le spoglie mortali siano meno importanti dello spirito, e che perciò
i siti che racchiudano spoglie mortali siano meno decorati e colorati di
quelli per la trasfigurazione deificata dei mortali stessi. Torniamo e
usciamo dalla porta Yomei mon, ancora una volta abbagliati dai colori e
dalle fittissime finiture. Visitiamo ancora un tempio del complesso, lo
Yakushi do, di forte impronta buddhista seppur parte del complesso shintoista,
con il drago piangente "Naki Ryu" dipinto sul soffitto. Un monaco ci fa
sentire il "pianto del drago", ottenuto tramite l'eco prodotto battendo
due oggetti di legno al centro della sala. Ci mostra che spostandosi anche
di poco e battendo da una posizione diversa il drago non si sente più,
e questo con un po' di fantasia può sembrare vero, anche se quando
si sposta sembra battere più piano.
Usciamo del tutto dal complesso
del tempio Toshogu e ci dirigiamo verso il complesso del tempio shintoista
Futarasan Jinja, dal contesto più naturalistico e circondato da
cedri altissimi. I colori della natura sono quasi un sollievo dopo l'assalto
sensoriale del precedente complesso. Entrati nel complesso attraverso una
enorme porta torii di bronzo, accediamo a uno spiazzo di forma vagamente
rettangolare e vediamo sulla sinistra l'oratorio, dove un prete shintoista
esegue dei riti.
Nikko, 19 dicembre: Torii di ingresso del tempio Futarasan
I devoti, inginocchiati e salmodianti,
sono persone in giacca e cravatta, vestiti di tutto punto, venuti forse
in pellegrinaggio aziendale.
Concludiamo con il complesso del
Rinnoji Taiyuin, il mausoleo di Iemitsu, in posizione sopraelevata e su
più livelli, per accedere al quale si lascia un piano molto suggestivo
con una larga via pavimentata a lastroni di pietra e circondata da lanterne
di pietra, con una fontana per la purificazione delle mani.
Questo complesso appare comunque
molto interessante come posizione e anche come monumenti. E' praticamente
deserto e mentre lo visitiamo arriva il maltempo, con un cielo molto scuro,
per cui le statue dei niosama demoni a guardia delle porte sui vari livelli
e il cortile sottostante deserto con le lanterne in pietra fanno una certa
impressione spettrale sotto i lampi. Sul livello alto c'è uno strano
perimetro esterno adiacente al tempio principale, nel quale si entra ed
esce da aperture periodiche. Sembra quasi l'ambientazione ideale di un
gioco di ruolo ambientato nell'antico Giappone. Anche qui siamo sopraffatti
da arte, colori e architetture per noi aliene.
Sfiniti dalla lunga visita rientriamo
a piedi verso la stazione. Sono le 15.00 circa, ma tutti i negozi sulla
via principale sono chiusi. Allora aspettiamo l'autobus e andiamo fino
in stazione. C'è un caffè con le pietanze riprodotte in cera,
plastica e legno in vetrina, e entriamo. Ordiniamo piatti a base di insalate,
pollo, una zuppa di verdure e birra Sapporo. La birra giapponese è
buona e non sfigura rispetto a quelle di altri paesi con maggior tradizione.
Il locale ha una musica rilassante ed è arredato bene, sebbene il
servizio non sia molto solerte. Siamo serviti da un cameriere che non dice
praticamente una parola. In effetti siamo quasi gli unici clienti, e sebbene
il posto sia sempre aperto questa è bassa stagione, quindi forse
non si aspettano gente alle 15.30 di un giorno lavorativo di dicembre.
Nel corso delle visite avevamo incontrato una coppia di ragazzi americani,
ma pochi altri visitatori stranieri. Ci rilassiamo un po', e infine acquistiamo
i biglietti dalle solite stupefacenti macchine automatiche e ripartiamo
in treno verso Tokyo. Una volta rientrati in albergo e riposatici, optiamo
ancora una volta per una serata a Roppongi.
Uscendo dalla stazione della metropolitana,
decidiamo questa volta di prendere delle vie laterali secondarie per cercare
un posto dove mangiare. Davanti a noi, altri due stranieri occidentali
vengono avvicinati da una ragazza orientale abbastanza alta con un cappotto
beige e stivali marrone, ma non giapponese, ha la pelle diversa, più
tipo tailandese, e anche i lineamenti non sono quelli giapponesi ai quali
ci siamo ormai abituati. La ragazza si avvicina ai due e dice qualcosa.
Noi ci fermiamo dietro a distanza, dato che bloccano il passaggio. I due
sembrano chiedere se lei parli inglese, ma la ragazza risponde apparentemente
in giapponese, per fare poi il cenno di un numero con le mani. I due fanno
qualche cenno di negazione, lei sorride ironicamente e dà una piccola
pacca sul sedere di uno dei due passando oltre. Essendoci nel frattempo
mossi a lato, continuiamo a girare giungendo a un mini ristorante indiano,
con un cameriere in attesa che ci chiede gentilmente se desideravamo cenare.
Apprezzando entrambi la cucina indiana e non avendo mete precise, decidiamo
di provare. Il posto è molto piccolo, veniamo fatti accomodare su
un soppalco con l'unico tavolo grande del locale, e consumiamo un pasto
indiano abbastanza standard ma non eccellente. Finita la cena usciamo e
ci avviamo in cerca di un locale dove bere qualcosa. Ancora una volta passeggiamo
per Roppongi,, e infine ci infiliamo in una vietta laterale dove un'insegna
indica l'accesso a un locale sotterraneo, il "Virgin bar". Domandandoci
se abbia qualcosa a che fare con l'omonima casa discografica, decidiamo
di dare un'occhiata. Il locale è abbastanza allegro, benché
l'illuminazione venga tenuta al minimo per garantire un interessante "effetto
penombra". Su un lato e lungo una delle pareti del locale sono presenti
dei tavolini, mentre il resto dello spazio di fronte al bar viene usato
per ballare sotto la coreografia di luci colorate e di vari effetti luminosi
abbastanza comuni per questo tipo di locali. Ordiniamo un paio di cocktail,
e la ragazza che serve al bar, una piacevole orientale molto gentile ma
non giapponese, ci dà il benvenuto e ci offre una fetta di torta,
dicendoci che si chiama Cathy e che oggi è il suo compleanno. Parlando
sopra lo sfondo musicale ci presentiamo e le facciamo gli auguri, ringraziandola
per la torta. Restiamo seduti, e osserviamo un po' gli altri clienti. Al
bancone ci sono due occidentali che potrebbero essere italiani, camicie
a scacchi, uno porta gli occhiali girati sopra la testa, e un altro ha
un pullover legato in vita. C'è un gruppo alla nostra sinistra del
quale fanno parte un distinto signore sui cinquanta e un ragazzo sui venticinque,
entrambi giapponesi in giacca e cravatta tipiche da uomini d'affari locali.
Il nostro cinquantenne fa lo splendido con le altre ragazze giovani (e
apparentemente ancora una volta orientali ma non giapponesi) che stanno
ballando, lanciandosi in balli allegri e indicando in direzione del giovane.
Alla fine il giovane, dall'aria decisamente impacciata, viene trascinato
a ballare da due delle ragazze e sembra divertirsi, anche se i suoi movimenti
tradiscono ancora un minimo impaccio. Dopo un po' il signore raggiunge
il ragazzo e gli batte gran pacche sulle spalle, come per esprimergli la
sua approvazione. Sembra quasi un padre o forse un principale che abbia
portato fuori il ragazzo per festeggiare qualcosa divertendosi, ma certo
è lui quello che si diverte di più. Dopo un po' salutiamo
Cathy e ci avviamo, essendo ancora abbastanza stanchi, e riusciamo in strada.
Notiamo che dall'altra parte della stradina ora si è accesa un'insegna
che in precedenza era spenta e che non avevamo notato, e che riporta, oltre
a parecchi ideogrammi, una riproduzione stilizzata di una parte anatomica
maschile in stato "polarizzato". Evidentemente si tratta di uno dei locali
a luci rosse della zona, anche se avevamo letto che il quartiere a luci
rosse era altrove. Comunque, ci avviamo verso la stazione della metro,
e ancora una volta rientriamo in albergo per la notte.
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