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RELIGIONE
E FOLKLORE IN COLLEDIMACINE:
by
Ugo Falcone
"Poiche
i viventi non ci offrono gran campo di parlare di loro, parliamo,
o lettori, de morti che, più operosi di noi, lasciarono larghe
tracce de loro studi, e sgombri d'ogni umana passione, stan queti,
e non si sdegnano de nostri giudizi. E faremo opera de carita
per loro, e de utilità per noi; perocché molti di quei
defunti sono ingiustamente dimenticati, mentre tanto diritto hanno
all'ammirazione e alla gratitudine nostra."
D.
Domenico Mascetta Canonico-Sacrerdote-poeta a letterato nonche'
Patriota del Risorgimento.
Ora
uno che noi abbiamo il dovere di salvare dallo'oblio e ricordare
alla gioventù studiosa e certamente Domenico Mascetta educatore,
sacerdote, oratore, poeta e martire, di cui molti, tra i suoi numerisi
discepoli (che sono oggi tanta parte della generazione figura gentile,
l'uomo dalle dolci maniere, dan folto aperto e sorridente, dall'aria
candidamente mondesta, che ispirava simpatia, si faceva amare da
quanti l'avvicinavano.
Natura
elettissima la sua, tutta intessuta di umiltà, franchezza e
bontà, un di quegli uomini accento ai quali ogni pensiero volgare
sparisce.
Da
"PROFILI ABRUZZESI" - Memor
Don
Domenico Mascetta, canonico della Cattedrale di Chieti, insieme
con i canonici don Goffredo Sigismondi di Bomba, don Serafino Grossi
di Fara S. Martino, e con il poeta Giavanicenzo Pellicciotti di
Gessopalena, negli anni che precedettero il 1848, fece parte del
cenacolo teatino, in cui, discutendosi le idee politiche del tempo,
si allimentarono ideali di liberta, e, conseguentemente, si preparo
il terreno per gli avvenimenti del 1860 e per la festosa entrata
di Vittorio Emanuele II a Chiete nell'Ottobre di quell'anno.
Don
Domenico Mascetta era nato a Colledimacine, nel Chietino, il 17
giugno 1816 da una famiglia antica che vantava parentele con i Caracci
di Bologna, ed era stato educato, in un primo tempo, dallo zio,
l'Arciprete Mascetta, che fu poeta gagliardo e geniale, autore di
versi dialettali ancora oggi ricordati popolarmente in Abruzzo,
e poi nel Seminario teatino; e, ordinato sacui, nel Seminario stesso,
era stato incaricato, in seguito, dell'insegnamento della Grammatica
superiore.
Quelli
che lo conobbero riferiscono ch'egli aveva ingeno poderoso, immaginazione
vivace, voce armonica ed affascinante, che era persona aitante ed
imponente, ricercatrice delle più intime latebre del cuore,
di gesto misurato e composto, di modo che all'apparire sul pergamo,
subito si conquistava l'affetto e la attenzione del pubblico sempre
numeroso e sempre scelto. Dalla natura aveva sortito tutti
i doni dell'oratore sacro, che, uniti alla sua profonda cultura,
richiamando a quel tempo, intorno a lui, oltre la gioventu studiosa
del Seminario, anche quella del gli attribuivano fama di ottimo
deucatore.
E
nelle maggiori solennita religiose, quando si sapeva che avrebbe
predicato il Mascetta, accorrevan al tempio le più eminenti
individualita d'ogni classe sociale.
Nel
1848, don Domenico, ch'era nel fiore degli anni, ebbe palpiti ardenti
per l'avvenire della patria, ch'egli sognava libera e unita, e plaudi
alla Costituzione elargita da Ferdinando II, ma si revelo, in seguito,
uno de più ribelli al re spergiuro, tanto da essere dichiarato
"attendibile politico". Tale fatto costituii per
lui causa di una serie di persecuzioni, che poi si conchiusero in
un processo politico. Nel discorso commemorativo ch'egli fece
nella chiesa di Sant'Agostino di Chieti il 12 maggio 1864 sul defunto
Barone don Francesco Sanita, gentiluomo chietino di provata virtù
nonche patriota, egli, disse che, negli anni che seguirono il 1848,
un' "attendibilita politica" era un tale marchio di riprovazione
che nessuna condotta, per quanto irrepresibile, sarebbe mai riuscita
a cancellare; e che quindi "stendere la mano a uno sventurato
di questa fatta, rialzarlo dalla prostrazione in cui di ordinario
cade l'uomo che lotta col principio della persecuzione rappresentato
da una forza implacabile e feroce era un kpeccato, era prepararsi
un luogo nella lista dei reprobi; era compromettere la propria tranquillita".
Eppure, egli trovo chi lo aiutasse, e lo trovo nel Barone don Franceso
Sanita, il quale, come patrono della cura arcipretale di Collemachine,
allora vacante, lo propose per essa alla Curia arcivescovile di
Chieti, che ne approvo la nomina.
Ando
don Domenico a Collemcine? Per quanto mi risulta, egli ando
a Collemcine senza, per altro, abbandonare definitivamente la sua
cattedra nel Seminario Teatino, vi ando a risiedrvi a intermittenze
di tempo, e dove esercitarvi il suo ufficio spirituale per pochi
anni dan 1852 al 1854, e quella residenza, per gli effetti che ne
derivarono, gli fu, in seguito, nociva. A Colledimacine non
resto inoperoso. I vi egli dove allacciare relazioni con i
patrioti della valle dell'Aventino da Lama, a Palena, a Montenerodomo,
a Torricella; ivi, se e vero quanto narra una tradizione assai diffusa,
nel 1854, dove ricevere clandestinamente Giuseppe Garibaldi, che,
sempre stando a quello che si narra, sosto per tre giorni in casa
sua, nella quale convennero i patrioti Simone Verlengià di
Lama, don Serafino Grossi di Mara S. Martino, Vincenzo Persichetti
di Torricella, e Tito de Thomasis di Montenerodomo, ai quali si
unirono Biagio Rossi, Vito Giandolfo, Donato Salvatore e Paolantonio
di Pietrantonio di Colledimacine.
Scopo
della riunione fu quello di studiare eventuali azioni da svolgere
nel futuro per la causa italiana.
L'effetto
della'ttivita politica esercitata allora da don Domenico Mascetta
a Colledemacine, forse a causa delle solite spie, forse anche per
la vigilanza diretta della gendarmeria borbonica, sfocio in un processo
che lo condusse nel carcere di Cieti, ove stette per un po di temp
insieme con Gianvincenzo Pellicciotti, F. Auiriti, R. Lanciano,
R. de Novellis, e altri della eleta schiera dei liberali,che allora
onorava l'Abruzzo. Nel processo ricordato da BeniaminoCostantini
nel volume "Azione e reazione negli Abruzzi", insieme
con Giovanni Sabatini di Spoleto, Michele Care di Pescara, Luigi
di Giacom di Lama, Camillo di Giacomo di Lama, Nicola Vincenzo Bomba
di Lama, Girberto Martinelli di Lettopalena, Giuseppe Mascetta,
Sarlo Luigi Mascetta e Sebastiano Mascetta, Emidiana Mascetta e
Rita Giovanelli di Colledimacine, Simone Verlengià di Lama,
e Raffael Reccione di Palena, viene imputato di "attentato
e cospirazione ad oggetti, di distruggere e cambiare la forma del
Governo, ed eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi
contro l"autorita Reale, dan 1852 in poi in Lama, Colledimacine
e altrove". Con deliberazione del 28 aprile 1855 si dichiaro
non esservi luogo a procedimento penale, per cui fu scarcerato insieme
con gli altri; e, insieme con essi, fu prigione, s'era dato alla
maccdhia, e che, una volta, essendo tornato a casa, e avendo avuto,
subito dopo, i gendarmi alle calcagna, fu nascosto sotto il materasso
d'un letto, sotto il quale, per mascherare cio che si celava di
sotto, furono posti dei bimbi a giocare; il costituzione eccezionalmente
robusta, fu rinvenuto, sotto il materasso, privo di sensi.
Quello
che don Domenico Mascetta ebbe a soffrire allora e facile immaginare,
che, alle umilizioni comuni agli altri patrioti, si aggiungevano
quelle del disdoro, che egli vedeva provenire all'abito ecclesiastico,
al quale, come sacerdote, sommanente tenva.
Usci
dan carcere sereno come vi era entrato; e la sua uscita costitui
per Chieti un ver avvenimento: egli fu accompagnato in casa del
suo amico don Alessandro Gentile, ove abitava, da numeroso stuolo
di ammiratori e cittandini varii, venne accompagnato da quelli che
più gli erano vicini, cioe dai suoi allievi, che gli facevano
corona. Tanta onda di simpatia, specie da perte dei giovani,
lo commosse, cosi che, rivolto ad essi, declamo il seguente sonetto,
che improvviso di getto, e che ne ritrae l'alta figura affettiva
e morale:
"Ecco,
o giovani, alfin vi ritrovai
di
eletti studi e di speranze ardenti:
Oh!
Quante volte con Sospir conenti,
a
voi sull'ali dei pensieri tornai?
Quale
ardito noccier non tremo mai
allo
scoppiar dei turbini frementi,
tal
io fra l'ira de contrarii venti
muto
stessi. . .! ne vacillai.
E
qual vile pensier, qual bassa cura
potria
sviar quell'anima che sente
tutta
la dignita della sventura?
La
legge del piacer la scrisse un ria
sofo,
che svergono l'umana mente:
la
legge del dolor la scrisse un dio!"
La
sua vita, in seguito, scorse senza turbamenti sino al 1860, salvo
qualche episodio, che ci fa conoscere quanto fuoco egli covasse
sempre sotto la cenere di una calma apparente.
Nel
giorno delle ceneri del 1858 predico sul pergamo della Cattedrale
di Chieti esordendo: -"Oggi la Chiesa dice: Memento homo quia
pulvisa es et pulvere reverteris; io vi diro, cari fratelli: ricordatevi
che siete polvere, e che uomini dovete ritornare"; esordio
a cui segui tutto un inno alla dignita umana e al trionfo delle
vertu civili. Poco empo dopo la sua discesa dal pergamo, si
seppe che l'Arcivescovo Nons. De marinis gli aveva inflitta
una puizione inviandolo, per alcune settimane, nel Ritiro di Orosgna.
Nel
1860, con lo sbarco di Garbaldi e la venuta di Vittorio Emanuele
II la sua figura si impose, ed egli, insime con Canonico Sigismondi,
ebbe l'onore di presentare al re, in occasione del suo ingresso
a Chieti, la numerosa rappresentanza del clero dell'Archidiocesi
teatina. Nel 1863, fu uno dei firmatarii della petizione del
Padre Pazzglia. in seguito, la sua vita si svolse tra la Cattedrale
e la scuola, quale insegnante della Scuola tecnica pareggiata e,
per un po di tempo, quale rettore spirituale del Convitto
nazionale; e, forse sarebbe trascorsa serena opme quella dei filosofi
antichi, se un avvenimento increscioso, causato dalla sua bonte,
non l'avesse profondamente turbato. Don Domenico era molto
caritatevole. Di cuore tenerissimo, come tutte le persone
di alto sentire, soccorreva con larghezza i poveri sotto qualsiasi
veste gli si fossero prenentati. Una sera, mentre egli rincasava,
uno di tali poveri gli si avvicino, e, col pretesto di avere da
lui il solito soccorso, gli fece balenare la lama di un pugnale.
Don Domenico condusse a casa con se il finto povero, e, veccio e
trepido com'era, gli consegno quanto possedeva pur di non ricevere
altro male: ma per il dolore ricevuto, in quella stessa notte, fu
colpito da apoplessia. Si riebbe poi dalla malatia, ma da
alloria ando perdendo la sua naturale energia. Ad affrettare
la sua rovina fisca e morale concorsero anche dolori domestici.
I fratelli da lui teneramente amati, s'ingolfarono in speculazioni
disatrose, che li condussero alla rovina. A tanta iattura
non pote resistere quell'organimo già debilitato dalla malattia,
e lentamente declinando, mori L' 11 novembre 1870, rendendo la sua
anima a quel Dio che egli aveva tanto amato e predicato.
La
Seconda in occasione del Natale dle 1851:
Ciccio
e nato, e nato Ciccio
viene
a luce il gran pasticco
per
oui parla gentilmente
da
tanti anni tanta gente
La
novella sparsa appena
tuti
chiedon con grna lena
se
alla corte fu creato
o
fu a Napoli impastato
ma
la cronaca verce
su
tal punto ancor si tace.
Chi
non dice a noi profani
pentrar
d'amor gli arcani
pur
sapendo che la cosa
fu
finor difficoltosa
di
voltare che ogni risposta
nel
gran parto sia concorta
imposnendo
al sovrumano
del
civile e del parrocchino.
Dell'orgine
di Colledimacine (Collis Macinarum).
Diamo
qui di seguito i risultati delle nostre ricerche sull'orgine etimologica
del nome del paaese di Colledimacine (Collis macinarum).
Il
sintagma e di chiara orignie latina:
A. Collis
= tardo latino collis/is femm. sing. / colle, altura, sito sopraelevato.
B. Macinaru
= delle/di macine - genitivo pl. di macina/ ae/ termine latino con
significato di maccinario, macina. Tale termine, mediato dal
tardo greco -mechane- e da considerarsi "naturalizzato"
latino a tutti gli effetti, tanto e vero che e parte constituente
il suddetto sintagma origine dello attuale toponimo ben comprensibile
in italiano corrente.
Questo
per dire che l'origine del nome e sicuramente latina, da identificarsi
nel menzionato collis macinarum. Se non vi fosse stato infatti
il tramite latino, il nome avrebbe conservato lo stesso accento
del genitivo plurale greco -mechanon-, trasformandosi in italiano
in uno di quei toponimi abbastanza diffusi sia in Abruzzo che in
Calabria e nel Meridione in genere, del tipo "tripito"
(dal greco tripitos i forato) ed avremmo avuto quindi un toponimo
simile a "colle me cano".
Sono
naturalmente ipotesi, ma sisxsostengono l'una con l'altra anch col
fatto che la posizione isolata del posto abbia isolatp lo stesso
da una influenza marcata, perlomeno nella toponomastica, dell'elemento
"greco-pelasgico-. Ad ulteriore dimonstrazione di cio
l'assenza, gio notata, dell'appellativo "peligna".
L'unico
dubbio che può persistere e quello di un eventuale diverso
significato della parola macina-mechane. Sia in greco che
in latino infatti i signifcati del termine spaziano da macina per
il grano a maccinario in genere fino a maccina da guerra (cfr. gr.
machena).
Abbiamo
parlato della posizione de Colledimacine come isolata e predominante,
mo proprio perche predominante, con funzione di controllo della
vallata sottostante, era sicuramente ambita; era insomma una posizione
da difendere: forse proprio con maccine da guerra di cui le macine
di oggi sono i resti.
Anche
per il significato di maccinario non mancherebbe una spiegazione:
certo per le costruzioni murarie di tipo pelasgico si richiedevano
o uomini di costituzione ciclopica o uomini normali ch si aiutavano
con macinari atti all'uso!
Quanto
alla realizzazione odierna "Colledimacine", diversa da
quella "Colle delle macine" notata altrove+, non cisi
deve stupire più di tanto
A
parte infatti il possible dublice esito in italiano del genitivo
plural latino, il più "corretto" -delle macine- sara
confluito nell'attestato -di macine- attraverso la pronuncia dialettale,
ch potremo roprodurre come "colle dij 'mmacine", semplificatosi
infine nello scritto con l'attuale "Colledimacine".
.
. . . . Tu
giovin pastore,
zufolando
vai
pelfiore
gaillo
felice
nell'amore
che
nel cuore ti vive
e
che sempre vivra.
(Massimo
Rocovic)
Certamente
la pricipale attivita dei nostri antenati era la pastorizia, fonte
principale della loro esistenza.
Questa
attivita seguendo il corso della stagione, si svolgeva in due fasi
che avevano luogo in primavera ed in autunno, consistenti nella
"TRANSUMANZA" delle greggi. Col ritorno della bella
stagione, i pastori, dalla pianura del "TAVOLIERE" menavano
le greggi verso le alture dei monti d'Abruzzo, percorrendo un primo
tratto di costa adriatica, e poi, inoltrandosi lungo la val di Sangro,
raggiungevano quella dell'Aventino, per poi fessare gli stazzi sui
nostri pingui pascoli rigati da innumerevoli piccoli corsi d'acqua.
All'approssimarsi dell'autunno avveniva la demoticazione.
Sono
ancora visibili sui resti della vicina JUVANUM i ruderi poderosi
del palazzo dei VECTIGALIS della pastorizia come già accennato,
dove si pagava il tributo doganale degli armenti di transumanza.
Certamente
quello della pastorizia, attivita che i nostri predecessori svolgevano
su vasta scala, era molto redditizia per le nostre antiche popolazioni
montane.
Ne
derivo, fra l'altro, che i frequenti contatti con quelli della DAUNI,
formarono una compenetrazione di usanze e costumi che divenarono
comuni ad esse, non solo, ma molti nuclei familiari di una zona
si fissarono nell'altra e viceversa.
ASSETTO
TERRITORIALE VERSO LA NINE DELLA IMPERO ROMANO
Sotto
l'Imperatore Augusto, l'assetto del territorio itlaico risulto articolato
in REGIONI.
Le
popolazioni degli abruzzesi: i PELIGNI, i FRENTANI, i MARSI, i MARRUCINI,
e i SANNITI furono comprese nella IV REGIONE.
Adriano,
nel 199 dell'era volgare, muto il precedente ordinamento politico,
trasformand l'Italia in 17 REGIONI, al governo di ciascuna delle
quali propose un console o un Correttore o un Preside.
L'innovazione
creo un certo disorientamento fro le popolazioni nonche fra i geografi
del temp. Le unita: amministrativ, prima demoinate MUNICIPIO
e COLONIA restarono abolite e si annullarono tutte le prerogative
di cui esse godevano in precedenza. Nelle nostre citta resto
solo il diritto di scgliersi i "decurioni" che formavano
l'ordine senatorio.
Altra
trasformazione fu apportata dall'Imperatore Constatnino il quale
divise id territorio italiano in tanti DIOCESI istituendo i Prefetti
del Pretorio d'Italia, di Oriente, dell'Illiria e delle Gallie.
Al
prefetto pretorio d'Italia, che risiedeva a Milano, dipendevano
i Vicari di Roma e d'Italia insieme con i Consoli. il Viario
di Roma risiedeva in Roma.
Sotto
il Vicario di Roma Costantino ripose il SANNIO di cui l'Abruzzo
faceva parte e chiamevasi Provincia Presidiale del SANNIO e percio
si disse SUBURIBICARIA.
Come
e narrato dagli storici, la caduta dell'Impero Romano fu dovuto
principalmente alle mutate condizioni interne ed esterne ad affievolirse
del sentimento di orgoglio degli antichi Romani.
Una
causa determinante fu pure la varietà dei popoli soggetti alla
dominazione de Roma; al lusso sfrenato, all'ingordigià della
ricchezza e dei divertimenti, vizi che penetrarono nel governo,
nell'amministrazione e nell'esercito finirono per distruggere le
antiche virtu dei padri, affievolirono l'orgoglioso sentimento della
romanita ed aumentarono i pericoli esterni: tarlo demolitore che
abbatte il maestoso e grandioso edificio secolare di Roma:
Del
frazionamento che ne venne dopo, profittarono ben presto i barbari,
e prima fra esi, gli ERULI, di origine germanica guidati da Odoacre,
e poi i GOTI di Alarico, i quali desolarono anche le nostre contrade
d'Abruzzo, allorquando l'ultimo re dei GOTI, TEIA, si mosse dal
Piceno con le sue orde, per soccorrere Cuma, in Campania, dove Totila,
penultimo re dei Goti, era stato assediato dall'esercito i Narsete,
gererale dell'Impero d'Oriente.
Per
recare soccorso a Cuma, Teia segui l'itinerario descritto da alcuni
storici:
".
. .Teja, Re dei Goti, huomo bellicosissimo, essendo nel Piceno,
ed intendendo Cuma assediata, ed il tesoro in pericolo, delibero
soccorrerla et vedendo non poter passere l'Appennino per lo paso
d'Isernia, ne per quello di Venafro et di Cassino, perche erano
guardati dalle genti di Narse, fece la via dei Marsi et Peligni,
et passo in Puglia ed accampossi a Luceria" (552-553).
E
qual era la via per i Marsi e i Peligni? Non certo quela Adriatica
perche il cronista avrebbe menzionato i Marrucini e i Frentani,
prima di entrare in Puglia. Il cronista Cristoforo afferma
nella sua opera che i centri della vallata Aventina quindi anche
Colledimachine, fra cui e da supporre anche l'antica JUVANUM, di
cui invano il Madonna di Torricel- la cerco le cause e l'epoca della
distruzione, furono rovinate dai Goti.^
Le
violente ondate barbariche si susseguirono accumulando rovine su
roine. Fra queste, la più violenta fu la calata dei longobardi
nell'anno 568.
^Sino
ad oggi si ritiene secondo il Madonna che la citta "e scomparasa
per mutevole detino d'ogni cosa terrena". Da JUVANUM
di Elio Moschetta E.P.P.T. Chieti
L'INVASIONE
DEI LONGOBARDI
Davanti
a questo infernale ciclone, i Dizantini scarsi di numero, si rifugiarono
nell'interno delle mura delle città costiere, sia per ifendersi
meglio ma anche per ricevere soccorsi da Costantinopoli attraverso
il Mediterraneo.
Da
questa terribile sventura tocca all'Italia, si salvo relativamente
la parte costiera della penisola, e cioè il litorale veneto,
l'Dsarcato di Ravenna, il Ducato Roman, il Ducato di Napoli, la
Puglia e buona parte della Calabria e la Sardegna, in quanto i Longobardi
non disponevano di naviglio? Tutto il restante territorio
della penisola cadde sotto la barbarie in tutta la sua efferatezza.
Guidati
da Alboino invasero con le intere famiglie ed il bestiame quasi
tutto il paese fino al fiume Sangro. Questo incremento lavori
di fortificazione da parte di citta che già ne erano munite
e l'esilio per altri. Quale via di scampo presero le nostre
poplazioni all'avvicinarsi di cosi terribile flagello? Certamente
i nostri lontani avi si rifugiarono verso le alture della maiella.
Diffatti in contra "Melete" ad oltre 1770 metri d'altitudine,
il De Nino ha rintracciato tracce remote di staniamenti umani, come
resti di cocci di terracotta e di altri utensili primitivi.
Per
aver un'idea della barbarie dei Longobardi, basta il gesto compiuto
dal loro primo re Alboino, che obbligo la moglie Rosmunda, figlia
di Cunimondo, re dei Gepidi, a bere nel teschi di suo padre, che
il feroce re aveva usato come coppa. Dopo l'assassinio di
questa belva umana, ad opera di Rosmunda, i duchi longobardi elessero
re Autari, il quale prese per moglie la figlie dei re dei Bavari,
Teodolinda, che era cattolica.
San
Bendetto da Norcia, attraverso Teodolinda, indusse i Longobardi
a farsi cattolici; per abbracciare una religione che, predicando
la mitezza e l'umilta, li doveva aiutare a di ventare meno selvag
i di quello che fino allora erano stati.
Le
orde longobarde, sotto la guida di FAROALDO, avevano già occupato
gran parte dell'Italia centrale e quindi anche l'Abruzzo.
Spingendosi
lungo le principali vallate della Pescara, raggiunsero la conca
Sulmonese, irradiandosi sulle alture, altre orde, aggirando la Majella,
occuparono il Chietino e penetrando nella valle dell'Aventino, raggiunsero
le nostre comunità.
E'
superfluo ricercare le fonti per accertarsi della loro presenza
nella Valle Aventina, in quanto sono abbastanza eloquenti i toponomi
di alcune località dove essi presero dimora, come la vicina
FARA SAN MARTINO, LAMA DIE PEILIGNI e FARA FILIORUM PETRI, lungo
la valle del Foro, (1) qual che ceppo si inseri anche più a
monte e non da escludere Colle, Palena, Lama e Taranta.
Altra
considerazione e constituita dalle numerose chiese dedicate a San
Michele Arcangelo ch divenne loro protettore. Ve n'era una
anche nel territorio di Palena che sorgeva sopra un'altura dei monti
Pizzi, di fronte al Santuario della Madonna dell'Altare, ove sono
tuttora visible gli antichi ruderi della chiesa dedicata a San Michele
Arcangelo.
I
Longobardi suddivisero l'Abruzzo in sette GASTALDATI, Marsi, Valva,
Amiterno, Forcone, Aprutium (Teramo), Pinne e Teate.
Il
"Gastaldo" era il capo amministrativo e della giustizia
di una gastaldia. Glia abitanti del Gastaldato Teatino"
come quelli degli altri gastaldati, avendo giurato fedelta a Carlo
Magno, conservando leggi e consuetudini longobarde: "in aprutio
servatur jus; longobardum et illud expedit" (2) sicche solo
le leggi longobarde erono le sole che venivano osservate.
Ciascun tribunale secondo quelle, definiva le cause, e secondo le
medesime si regolavano i contratui, le sucessioni, i testamenti,
le punizinoni dei delitti, le confische e tutti "secundum Longobardum
legem" erano molto sbrigativi e senza appello. (3)
(1) Le
Fare erano gruppi di famiglie longobarde che vivevano alle dipendenze
di un monastero, in cui l'Abate, oltre ad essere il loro capo religioso,
era anche il capo civile della piccola comunita.
(2) TEIA:
Jus Regni Long., Lib. IV.
(3)
Fra
gli articoli dell'EDITTO DI ROTARI eccone qualcuno:
- Se
qualcuno avera pensato o tramato contro la persona del re, sara
condannato a morte ed i suoi beni confiscati.
- Se
qualcuno insieme col re avra tramato la morte di un'altra ossia
avra ucciso un uomo per comando di lui, non sara per niente colpevole.
- Se
qualcuno avra ucciso il proprio padrone, sara lui stesso ucciso.
- Se
qualcuno avra impedita la via ad unao donna libera o ad una fanciullaossia
le abbia fatto qualche ingiuria, dara una composizione di soldi
90.
- Quando
di notte un "uomo liero" sarà stato trovato nella
corte (abitazione) di un altro, e non avrà presentato le mani
per farsi legare, se sarà ucciso non sarà ricercato dai
suoi parenti; e se avrà presentato le mani per farsi legare
e lo sarà stato, dara per riscattarsi 30 soldi.
- Se
qualcuno avrà piagato un altro al capo in maniera da rompergli
le ossa, per un osso comporra soldi 12. Se saranno stati due,
comporra soldi 24.
- Se
qualcuno avrà fatto cadere ad un altro uno o più denti
mascellari, per un dente dara una composizione di soldi 19.
- Se
un servo avrà osato unire a se in matrimonio una donna o fanciulla
libera, incorrera nella pena di morte. E di quella che fu
consenziente al servo i parenti abbiano la potesta di ucciderla,
e di fare quello che vogliono delle cose di lei.
- Se
qualcuno avrà trovato nel proprio prato uno o più porce
a scavare fossi, ne uccida uno solamente e non sia ricercato.
Anche
in questa autonoma usanza ne abbiamo testimonianza a poche centinai
di metri dall'abitato di Colledimacine. Qui vi sorge un naturale
dirupo dovuto al lento assestamento della terra. Oggi questo
dirupo corrisponde al nome di Curth vecchia -alias Corte vecchia-.
Dalla
storia non scritta ma tramandata dalle generazioni e da ritenersi
che il tribunale di cui si parla "secundum longobardorum legem"
di ceppo longobardo, fosse composto da vecchi costituenti la corte
che a loro volta si riunivano in un luogo loro adibito; per Colle
appunto era stato scelto Curte veccia. Oggi lo chiameremmo
il Palaz accio, palazzo di giustizia. . . etc. etc. comunque la
funzione a parte il nome era quello di amministrare la legge.
Da
questa senile riunione ne scaturiva una sentenza e la relativa immediata
esecuzione. Cosi il condannato a morte se viera, bendato,
veniva trasportato di peso in cima e da li spinto ad imitare Dedalo
dalla parte Est, che offre caduta libera per un centinaio di metri
ed un atterraggio su irti e taglienti massi.
Nessuno
e tornato!
perlomeno
non ci e facile reperire notizie in questo senso. Li il cadvere
veniva miseramente abbandonato a se stesso preda di rapaci animali
carnivori.
Oggi
cosa resta?
Non
certo le ossa consunte e mangiate dal tempo. Resta la storia
ed a sua testimonianza CURTH vecchia.
I
rovi che lo circondano stanno ad indicare che questa pratica e in
disuso ed appartiene al passato, e questo luogo di pena e giustizia
immediata, ospita da qualche decennio un quieto naturale "residence"
estivo ed invera le nella parte superiore per le volpi, e
nella parte inferiore per in cinghiali.
Le
terre teatine, dopo la caduta del Regno Longobardo, si trovarono
staccate dal Ducato di Benevento. Infatti, il cronista Erchenperto
narra che, quando Grimoaldo, signore di Benevento, nell'anno SOI
si mostro nemico dei Franchi, Carlo Ragno, che allora era a Roma,
non ricevendo atto di sottomissione, mando contro di lui Pipino,
suo figliuolo, il quale, muovendo da Roma per La Marsica, e per
i Peligni, con dusse l'esercito alle terre teatine che erano guardate
dai Beneventani e pose l'assedio a Chieti, difesa gagliardamente
dal longobardo ROSCHINO, ma dopo strenua lotta pipino l'occupo danola
alle fiamme (4).
In
quell'epoca, acolle esisteva già una delle prime chiese cristiane:
SANCTA MARIA DE LA TOMBA fondata dai monaci benedettini di San Vincenzo
al Volturno.
Similmente
tali monaci fondarono a Palena un'altra chiesa cristiana "SANCTA
MARIA DE PALINA" e cio viene riconfermato anche da Carlo Magno
nel 774. (5)
Da
quanto e dato sapere dei Longobardi e del loro modo di organizzare
politicamente le genti, si ricava la convinzione che essi furono
un popolo, diciamo pure una razza, in cui prevaleva il senso della
vita e del modo di organizzare le forze umane sul piano della produzione.
Sembra
chiaro che es i dettero molta importanza all'agricoltura, attivita
nella quale dai primordi della civiltà umana, si e travata
l'autentica via sicura per l'esistenza. L'inclinazione verso
l'agricoltura sta a dimonstrare una particolare propensione di quel
popolo a rivolgere alle risorse naturali le più attente premure,
risorse che pero richie dono una particolare dedizione, un particolare
e tenace modo di credere nella possibilità dell'uomo congiunte
razionalmente a quanto la natura può dare, ma non può
rigalrci da sola. Infatti tutto cio che oggi e incoloto a
quell'epoca non lo era. Que sto e da attribuirsi al fatto
che altri paesi erano numerosi nella zona quali: LISCIA PALAZZO,
PIZZI SUPERIORE, PIZZI INFERIORE, CASTRA JOHANNIS ALBERICI (Castelletta),
CASARINE, località LA TOMBA.
(4)
"Nam tellures teatensium et urbes a dominio Beneventorum tunc
subtractae sunt usque in presens". Mon. Gen Hist. Long., 326
n. (5) Chronicum Volturn. Vol. II, pag. 139.
A
sollevare le miserie de li scampati alla valanga barbarica, fu la
grande opera dei monaci benedettini che illuminati dalla luce del
Cristianesimo infusero amore e speranza alle triste popolazioni
guidando le verso la rinascita. Nel 703, dopo Montecassino
sorgono sulle rive del Volturno altri monasteri e sopra tutti il
monastero di SAN VINCENZO AL VAOLTURNO, ad opera del Conte Gisulfo
di Benevento, il quale provide a dotare i Benedittini di una
vasta estensione di terreno.
Ottenuta
questa donazione, i Benedettini iniziano la dura lotta di redenzione
che esplode in tutto il suo vigore col monito caratteristico "ORA
ET LABORA" indirizzato ai vassalli del monastero per dare loroun
ideale di vita.
I
Benedettini si spinsero subito dopo verso gli alti monti dell'Abruzzo
dove prima dell'altipiano fondarono un monastero sui ruderi di un
tempio dedicato a Diana, denominandolo SANCTA MARIA DE QUINQUEILIA
e da qui raggiunta la valle dell'Aventino fondarono altre chiese
fra le quali Sancta Maria de Palena e SACTA MARIA DE LA TOMBA.
Siam
nel 774 e da questa documentazione storica, Colledimacine (il suo
nome doveva essere Collis Macinarum) in quei lontanissimi tempi
aveva certamente una sua importanza, sotto il profilo della sua
posizione che le offriva pascoli in abbondanza, acque e pietre.
Questa
opera di ricostruzione materiale e morale fu quasi cancellata nell
'820 dalle incursioni dei Saraceni che seminarono ovunque terrore
e distruzione. Ad essere prese di mira furono monasteri e
chiese; sicche di nuovo questi monti furono estre o ma sicuro rifugion
alla furia devastatrice dei nuovi barbari. A questa calamita
si aggiunge nell'anno 847 un'altra: il famigerato terremoto che
nel Sannio ed in Abruzzo rase al suolo tutti i centri abitati e
non, senza risparmiare edificio alcuno. Ne parla fra l'altro
Luca Ostiense. (1)
(1)
"Cum annus ab Incarnatione Domini octigesimus quatragesimus
septimus volvueratur, tam terremotus per universam Beneventi fuit
regionem, ut Isernia fere tolta a fundamentis corrueret, multusque
ibi populus et ipse cum eis eorum Pontifex interiret. Apud
monasterium quoque S. Vincenti teerenotus idem plurimasdomos evertit."
Malgrado
non vi fossero leggi speciali per la protezione civile e la ricostruzione,
l'abruzzese con la tenacia che lo distingue risollevo' nel silenzio
con le proprie forze le sorti di queste terre.
Sorgono
possedimenti monastici chiamati "VILLE" o "CASALI"
dedicati ad un Santo o abate quali: S. Silvestro sul territorio
di Fallasco so; La villa Cahstra JOHANNI ALBERICI detta volgarmente
"Castelletta"; PICZI SUPERIUS e PICZI INFERIUS; SANTA
MARIA DE LA TOMBA. . . e ogni uno di questi piccoli villaggi aveva
una o più chiesette, come risulta da una bolla del papa Clemente
III (1080-1100) conservata nella curia vescovile di Sulmona.
Gli abitanti erano vincoiati alla propria chiesa o monastero da
una serie di norme stabilite dagli abati o signori del luogo.
Ne riporto sol alcune scelte fra le più importanti o curiose.
- Ciascuno
dei coloni e tenuto ad andare a potare i campi della Chiesa, e deve
avere cibo a volonta. Per ogni prestazione nella mietitura,
ciascuno deve avere dei pani come e stato stabilito.
- Chi
ha un asino e tenuto a metterlo a disposizione per portare il grano
alla Chiesa. Chi invece non ha asino, deve mettere a disposizione
i sacchi.
- Il
contadino quando falcia l'erba ed il grano deve ricevere il cibo
la mattina ed il pomeriggio. Nella stagione delle messi, i
familiari ed i parenti devono portare l'acqua ai contadini che mietono
il grano nei cmapi. Anche le donne devono avere un'adeguata
ricompensa.
- In
ogni mulino vi sia una coppa per misurare il grano macinato, la
coppa deve avere la capacita di una "GIUMELLA" di grano.
- Nessuno
può andare a caccia senza il permesso del Rettore della Chiesa.
Se per caso i monaci trovano un cacciatore che ha preso una volpe
la pelle appartiene alla chiesa. Se qualcuno prendera una
lepre questa gli apparterra per intera, (alla chiesa). Chi
prendera un capro dovra cederne alla Chiesa un quarto della parte
anteriore.
- Nessuno
può andare a pesca senza il permesso della Chiesa. . .
Oltre
le invasioni precedenti L'Abruzzo subisce anche i FRANCAI, i quali
in gastaldati longo bardi sostituiscono le CONTEE. Sotto i
Franchi risulto che il Comitato Reatino aveva da tre lati la MAJELIA,
la Pescara e il mare, e verso sud pare ci fosse il fiume tripno.
Il
comitato reate, con quello dei Marsi e di Valva costitui a sud il
lembo estremo dell'Impero di Carlo Magno e del Regno Italico.
Nell'anno
1035 pero, in Italia meridionale giungono i Normanni capitanati
da Gugliemo detto "Braccio di Ferro". Morto Guglielmo
le milizie normanne passano al comando di Ro9berto detto il Guiscardo
che liberano le Puglie dai Bizantini e la Sicilia dai Saraceni ad
opera di Ruggero I. Consolidata la loro potenza nel meridione
i Normanni cercano di allungare le mani sull'Abruzzo ed inizioano
con una condotta al quanto strategica le operazioni militari nel
1061. Dilagano nel terre della Val Pescara ch erano sotto
la giurisdizione del Monastero di SAN CLEMENTE A CASAURIA, successivamente,
nell'anno 1064 la conquista fu proseguita con maggior violenza dal
figlio di Goffredo, detto di "loretello", e che impose
ai monaci casauriensi cdi dichiararsi vassalli di lui.
Ia
conquista dell'intera Narca Teatina fu poi compiuta con inaudita
violenza da Ugo Malmozzetto, personaggion molto crudele, il quale
fisso il suo quartiere generale a Lanciano. Fu appunto in
questo periodo di occupazione che i Normanni raggiunsero la Valle
Aventina e atraverso Penna Domo, Livanum, Montenero domo, Collis
Macinarum, Picizi, Palena, Monte Porraro sino all'altipiano della
Majella.
L'altra
colonna invece, al comando di Riccardo D'Altavilla, mosse dall'interno,
lungo il dorsale appennicico abruzzese alla conquista delle terre
marsicane e, scendendo verso la conca di Sulmona, e poi attraverso
il valico di Forca Palena, si ricollego congli armati che eran provenuti
dall via adriatica.
Fu,
grosso modo, una manovra a tenaglia per aggiarare il massicio della
Majella e dei suoi contrafforti.
Il
territorio abruzzese conquistato venne diviso dai limiti naturali
del Gran Sasso e della Majella in due Ducati, come si rivela dal
"Catalogo dei Baroni".
Questi
continui mutamenti determinati da guerre più o meno sanguinose
e cartterizzati da spietati sacceggi sconvolsero la regione teatina,
che dovette subire le dure imposizioni dei vincitori, e la distruzione
di castelli e paesi, specie di quelli che avevano opposto maggior
risistenza favorita dalla loro posizione dominante: fra essi quelli
di Colledimacine, Pizzi Palena, Forca Palena, per cui le nostre
popolazioni, furono angariate e lasciate nella più avvilente
miseria e abbandono. Ricordando le invasioni dallaemeta del secolo
decimo va tenuto presente che Carlo Magno aveva dovuto raccogliere
cavalieri per le sue guerre; nel'impossibilita di pagarli in moneta,
era stato costretto a pagarli con terre e con diritti su di esse;
cosi il patrimonio terriero veniva sottrato a mano a mano
all'ingente dominio patrimoniale dell'Impero.
Ecco
Dunque come vennero a formarsi gli elementi del FEUDO: il BENEFICIUM,
la IMMUMNITAS e la FIDELITAS che crearono la figura del VASSALLO.
Il
patrimonio terriero divento pertanto una preziosa ricchezza, un
mezzo potente di soggezione perché permetteva al Duca di procurarsi
guerrieri, ricompensandoli con l'investitura di un feudo.
La
conquista dei Normanni sconvolse tutto l'ordinamento barbarico e
il nome APRUTION limitato fin allora alla provincia di Teramo, si
estese a tutti gli antichi comitati abruzzesi. Il feudo e
quasi sempre un agglomerato di uno o più Castelli, di villaggi,
di casali e di case sparse per le compagne; terre dominanti, donde
la parola IN DOMO, alcune delle quali sono di proprietà del
Signore a titolo patrimoniale, come PALENA IN DOMO, MONTENERO DOMO,
PENNE DOMO, preziose località di carattere strategico, quale
Colledimacine. Altre terre sono ottenute dal Signore IN BENEFICUM,
ed alla loro volta in tutto o in parte, da lui subconcesse a vassalli
minori "VALVASSINI", e perciò quasi tutte autarchiche,
cioè indipendenti dal punto di vista economico.
Si
ebbero cosi TERRE DOMINICHE e TERRE TRIBUTARIE o MASSERICIE, suddivise
in piccoli poderi, assegnati a coltivatori liberi o "libellari".
Si crearono i MANSI donde la parola MASERICIA. (1)
Acresciuta
la proprietà e la potenza del feudatario, a discapito dei monasteri,
si vennero creando più corti nell'ambito della stessa proprietà
che dipendeva dalla principale: dal PALATIUM.
Considerando
il significato di alcuni toponimi dell'alta Valle Dell'Aventino,
quali LISCIAPALAZZO, località fra Colledimacine e Pizzoferrato;
SANTA MARIA DELA Palazzo, antico monastero benedettino, sorto sui
ruderi del "Capitolium" dell'antica JUVANUM, ci e agevole
dedurne che il PALATIUM non era altro che la residenza preminente
della Corte Baronale, arrocata sopra una posizione dominante da
offrire un'ottima sicurezza di difesa.
Il
sistema feudale che i Normanni portarono al momento del loro insediamento
mantenne in vita gran parte degli ordinamenti amministrativi finanziari
e giudiziari dei bizantini, longobardi e arabi, ma soffoco ogni
sintomo di liberat nei grandi e piccoli centri.
Lo
Stato e i Signori feudali avevano il diritto su tutti i beni terrieri,
come quelli detti "usi civici". I feudatari ne fecero
sovente "difese" per limitare lo "jus pascendi".
La nota caratteristica che risulta dalla conquista normanna e perciò
la FEUDALE, e di importanza feudale e il documento più interessante
che ci resta della dominazione normanna il "Catalogo dei Feudi
dell'Italia Meridionale" conservato nei "Registri Angionini"
dell'Archivio di Stato di Napoli vol.242 e dato alle stampe dal
Borrello il 1653, dal Fimiani il 1787 e dal Del Re il 1845.
(1)
Mangus in vulgari italicorum dicitus quantitas terrae que sufficit
duobus bobus in anno ad laborandum. "E'chiamato MANSO in volgare
italico, una quantità di terra che copre la possibilita di
lavoro che due buoi fanno in un anno".
Il
Borrelli lo credette compilato ai tempi di Guglielmo il Buono per
la Crociata in Terrasanta, ma secondo alcuni scrittori moderni,
si tratta di diversi quaderni, compliati prima del 1161 e rinnovati
il 1168 per le due spedizioni contro il bizantino Paleogo e l'altra
contro il Barbarossa.
A
detti cataloghi si aggiunge:
Il
"CATALOGUS PARONUM", ossia il "Catalogo dei Baroni"
che non era altro che il registro del servizio feudale nelle province
napoletane duranti la meta del sec. XIIX Venne compilato dalla "Magna
Curia" durante il Regno di Ruggero il Normanno, il quale sanci
nel suo Statuto, oper altamente giuridica rispetto ai tempi, le
prerogative del sovrano su tutti i feudi dell'Italia Meridionale.
In
questo "Catalogo" sono elencati tutti i feudi con a fianco
i rispettivi feudatari; essi hanno elencato anche il valore economico
proprio del feudo, secondo la denuncia dello stesso possessore.
Segue, subito dopo, il numero dei cavalieri e degli scudieri richiesti,
con l'aumento del servizion militare.
I
feudatari venivano distinti in due classificazioni: quelli che tengono
IN DEMANIUM o IN CAPITE un feudo, e quelli che l'hanno ottenuto
soltanto IN SERVITIUM.
Quelli
che tengono "in demanium" posseggono peronalmente o direttamente
dal re (A DOMINO REGE) il feudo; i secondi, posseggono per subconcessione.
Riassumendo,
il feudo consisteva in una qualunoue proprietà concessa dal
re a titolo di vassallaggio, dietro giuramento di fedeltà,
a prezzo del servizio militare, aumentato di un certo numero di
cavalieri in caso di guerra.
L'AUGMENTO,
cioè l'aumento, non si riscontra più nel periodo della
dominazione successiva, la sveva, in quanto gli Svevi dimezzarono
la quantità del servizio militare del l' "Augment".
Carlo
I d'Angio trasformo l'obbligo del dserizion militare con una tassazione
in denaro (ADOHAMENTUM), quando il feudatario non poteva servire
di persona.
Abolita
successivamente la milizia feudale, l'ADOHA rimase come una qualunque
contribuzione pecuniaria del 25.5% del valore del feudo.
Ogni
barone del Regno che disponeva di 20 once d'oro di entrate feudali,
corrispondeva a ducati (1) 120 di denaro, era tenuto a contribuire
con un MILE, cioe un cavaliere, appartenente all'ordine della nobilta
feudale, fandata sul valore del cavalier stesso, fornito di armi
e di cavallo (armis et equis), seguito da due SCUDIERI, anch'essi
forniti di armi e di cavalli.
La
ripartizione delle spese era molto elementare, cosi ripartita; se
il sufflitto si svogleva entro il Regno le spese per il mantenimento
del cavaliere erano a carico del feudatario; se, inve3ce, l'operazione
militare si svolgeva fuori dal Regno, le spese di mantenimento del
cavaliere erano a carico della "Magna Curia".
Quei
baroni che invece avevano entrate feudali inferiori a 120 ducati,
si unmivano fra loro, fino a raggiungere, sommando, 120 ducati.
Quindi
ognuno contribuiva in proporzione al mantenimento di un cavaliere
con due scudieri.
Si
evince colle era sotto la Contea di Palena insieme a Lama, Taranta,
Forca Palena, Rocca di Pizzi, ed altri castelli (per un totale di
undici feudi) e disponeva con l'aumento, di venticinque cavalieri
e cinquanta scudieri: una nutrita schiera di 75 audaci e gagliardi
cavalieri della Majella orientale che partecipo alle imprese guerresche
dei secoli passati. Sembra che nella regione peligna furnon i conti
Borrelli, discendenti dai Conti vavensi che sembrano di origine
"francorum", a dettar legge.
La
strategioa unsata da questi aucaci, spreguidicati e scaltri signorotti,
fin dal secolo XI fu quella di diventare ricci e potenti a spese
dei beni dei monaci benedittini, ottenendo le terre o con sottili
raggiri rapinandole o facendosele cedere a livello.
(1)
Il ducato equivalente a L. 4?25 del tempo.
Cio
e riportato anche dal Muratori nella; sua colossale opera "ANNALI
D'ITALIA".
"o
si studiavano di pelare ora soavemente ora con violenza le chiese
con promettere un annuo canone, e intanto donare qualche terra in
proprietà ad essi luoghi sacre per indurre i Vescovi e gli
Abati col picolo presente vantaggio a livellare essi beni".
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