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VENEZIA – “Non
s’ha da fare!”. A meno di
ripensamenti dell’ultim’ora,
il tanto auspicato decreto salvacalcio
– bramato soprattutto dalle società
romane – non ci sarà. Non
lo vuole la politica, non lo vuole parte
di quei pochi presidenti che pagano regolarmente,
non lo vuole la stragrande maggioranza
dei tifosi ma soprattutto non lo vuole
la decenza. Dopo gli incresciosi avvenimenti
del derby capitolino – che hanno
messo ancor più in luce quanto
questo calcio non ci appartenga –
sembra sia tornato il buonsenso. All’insegna
del “Chi sbaglia, paga” è
giunto il momento che il mondo del calcio
faccia un bell’esame di coscienza
e si renda conto dei propri limiti. Gestionali
ed aziendali. Pensare di far pagare indiscriminatamente
a tutti gli italiani, attraverso aiuti
di stato, la dabbenaggine di alcuni dirigenti,
ci sembra improponibile. Alla pensionata
casalinga di Dolo poco importa di pay-tv,
fideiussioni e aumenti di capitale. Quello
che conta è arrivare a fine mese.
Si dice che senza il decreto salvacalcio
circa il 60 per cento delle società
italiane non potrà iscriversi alle
coppe europee o al campionato. Già
lo “spalma-debiti” ha messo
in evidenza la scarsa capacità
gestionale di alcuni presidenti, forse
questo ulteriore decreto salverebbe le
cose? Ne dubitiamo, ma allo stesso tempo
siamo convinti che un “mezzuccio”
per risanare la situazione verrà
trovato. Spese folli, stipendi spropositati,
mancate entrate dalle tv a pagamento hanno
rovinato lo sport popolare. In questo
paese si è riusciti nell’ardua
impresa di dimostrarsi intransigenti con
la Fiorentina – dichiarandone il
fallimento e confinandola nel purgatorio
della C2 – per poi addolcire la
pillola, soltanto un anno dopo, ripescandola
in B grazie ad un ricorso al tribunale
del Tar che ha mobilitato tutte le società,
falsando persino il numero delle squadre
partecipanti ai vari campionati.
I nomi che corrono sulla bocca di tutti
sono nomi illustri: Roma, Lazio, Parma,
Genoa, Napoli. La storia del calcio nostrano.
Ma qualcuno si è forse indignato
per il dichiarato fallimento di Monza,
Cosenza o Mestre? Esistono forse società
immuni al fallimento e società
che possono essere lasciate allo sbando?
Se così fosse, il Venezia che ruolo
avrebbe? Certo la situazione economica
è disastrata, si fanno i salti
mortali per sbarcare il lunario ma, una
volta appurata la situazione, non ci sembra
si sia ricorsi a spese folli o a indebitamenti
per pagare stipendi lunari. Da noi si
va avanti con quel poco che c’è
in cassa, cercando di far leva sull’orgoglio
e il carattere per disputare un torneo
quantomeno dignitoso. Senza dimenticare
che due delle società traballanti
si avvalgono della quotazione in borsa.
Dati alla mano, le azioni della Roma il
22 maggio 2000 valevano 5,5 euro ciascuna
mentre oggi rendono solo 1,275 euro (-
76,2 per cento); quelle della Lazio il
23 marzo 1999 valevano 47,46 euro mentre
oggi sono scese a 2,21 euro (- 95,34 per
cento) [dati ripresi dal Corriere della
Sera]. Il rischio è di dover rivivere
un’altra situazione Cirio o Parmalat.
Il futuro del pallone sembra sempre più
legato alle banche e a quegli imprenditori
che, diciamocela tutta, poco o nulla capiscono
di calcio e antepongono le plusvalenze
e il business all’amore per il gioco
in sé. Fortunatamente esistono
ancora i tifosi, ma se anche questi si
prendono il lusso di interrompere una
gara senza un motivo plausibile, non si
capisce verso dove si stia andando. Povero
calcio bistrattato.
Giacomo Garbisa
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