Capitolo Sesto
PENE E CASTIGHI
La scala delle punizioni, "vexationes" o "costrizioni", è molto estesa, vasta e sottilmente graduata. Il fatto è che, lo si dimentica troppo spesso, essa intende reprimere non dei delitti propriamente detti (come lo sarebbe, per esempio, un omicidio, un furto, o una violenza), ma delle opinioni, delle attitudini, degli stati dello spirito o della coscienza, dei comportamenti o delle pratiche, il cui grado di colpevolezza poteva variare, e variava, per forza di cose all'infinito, o quasi, fino alle sfumature più sottili. I tribunali dell'Inquisizione avevano per scopo essenziale non la punizione ma la conversione dei colpevoli e il reinserimento nel retto cammino, dei sospettati o degli incerti.
Tra le penitenze, le più ricorrenti che troviamo, cominciando dalle più leggere, sono:
- Le opere pie: costruire qualche santuario, riparare un monastero, costruire un ponte;
- I doni: un calice, una casula, una somma di denaro;
- Le ammende in denaro, in favore di un'opera di utilità pubblica; ad esempio, la ricerca degli eretici;
- Le croci in stoffa;
- L'obbligo di assistere ad una cerimonia pubblica, per esempio una processione con la croce o più croci sui vestiti;
- Le frustate;
- L'esposizione pubblica su una scala (punizione riservata al falsi testimoni), sempre con la croce, due giorni consecutivi, dall'alba al tramonto e le quattro domeniche successive, con le mani legate, a capo raso, vestito in foggia strana (cioé un tessuto grossolano, senza cinta) a piedi nudi, il che costituiva senza dubbio una ulteriore umiliazione;
- I diversi tipi di pellegrinaggio;
- L'obbligo di partecipare alle crociate, ultra mare;
- La prigione preventiva, temporanea o perpetua;
- La degradazione, nel caso di un prete o un religioso;
- La confisca dei beni, nel caso di un contumace;
- Le incapacità (sospensione dei diritti);
- Infine l'abbandono al braccio secolare, "brachio et judicio curiae secularis", il rogo.
Remissioni e commutazioni delle pene
Le penitenze erano rafforzate da sanzioni legali. Nello spirito dell'Inquisizione, dovevano essere assunte volontariamente. Le autorità secolari dovevano intervenire solo nel caso che esse non fossero eseguite.
In generale, erano passibili di remissione. Tutti i motivi erano validi: la vecchiaia, la malattia, le debolezze, i disagi della famiglia, la pietà, la semplice richiesta di persone rispettabili. A condizione, dicono i testi, che l'Inquisitore non agisse in nessun modo "sotto l'impulso dell'odio, di favoritismo, n� per amore del lucro n� per qualunque vantaggio personale, n� contro la giustizia o la propria coscienza".
Nel Medio Evo non si nutrivano molte illusioni sulla natura umana. Talvolta, i motivi ci sembrano meno validi: aver facilitato la cattura di tre eretici (i beni confiscati sono resi, la croce non dev'essere più portata); aver impedito un'evasione di notte mettendosi a gridare; aver rivelato un complotto contro l'Inquisitore.
Logicamente, questi si riservava il diritto, qualora il graziato mancasse ai propri obblighi, di fargli riprendere il supplizio o di appesantirlo, senza essere obbligato a riprendere il processo o ad iniziarne uno nuovo.
Sant'Agostino non aveva proposto che l'esilio o le ammende (ma alcuni dei suoi commentatori, sotto l'influenza del diritto romano, avevano già proposto la pena di morte). S. Bernardo di Chartres scrive: "la verità è figlia del tempo". Graziano, seguendo l'insegnamento del vescovo di Ippona, non propose che pene inferiori alla morte. Per un certo tempo, anche i relapsi sfuggirono alla pena suprema. Poi l'uso la comportò.
A poco a poco, la legislazione inquisitoriale si precisò. Fu dichiarato che coloro che avessero seppellito degli eretici o, essendo laici, avessero dissertato pubblicamente con essi sulla fede (il che fa supporre che in privato la cosa fosse permessa, ancorché con prudenza), sarebbero stati puniti.
"Né i figli, né gli eredi di un eretico che avessero chiesto la "consolazione" degli eretici, potevano ottenere che egli fosse dichiarato insano di mente in quel momento". Lo scomunicato che si rifiutava di comparire entro un anno di fronte al Tribunale, si metteva nella condizione di essere condannato come eretico. (Bisogna dunque credere che la scomunica non impressionasse troppo nel Medio Evo, se un cristiano poteva rifiutarsi per un intero anno di comparire di fronte alla giustizia). Tali sono le regole emanate dal Papa Bonifacio VIII (1294-1303), il nemico di Dante, o, più esattamente, l'oggetto dell'odio feroce del poeta. Occorre notare, però, che il suo pontificato è uno di quelli in cui fu riesaminata la maggior parte dei processi per eresia. Ma anche lui pensava che il castigo aprisse la via ad una migliore comprensione delle cose: "Vexatio dat intellectum" (noi abbiamo rinunciato a questa credenza?). L'immaginazione feconda del Medio Evo, conosceva altre forme di pena più anodine: l'astinenza perpetua, il digiuno durante tre quaresime; durante un anno, la recita di preghiere corrispondenti all'officio di notte e dì giorno, oppure la recita di 10 Pater sette volte al giorno e di 20 a mezzanotte. Il parroco era incaricato di vegliare sulla buona osservanza di tali pene.
L'assoluzione
Tra i "diffamati", si trovano alcuni che sono innocenti: anzi questo appare un caso abbastanza frequente. Dopo l' "inquisitio", l'imputato viene dichiarato "assolto (la parola è significativa) e assolutamente puro da ogni eresia". Gli si consegna solennemente una sentenza assolutoria, nella giusta e dovuta forma, che attesta che l'Inquisitore, "tenendo lo sguardo fisso unicamente in Dio e nell'interesse della verità", considera che non c'è nessuna ragione per sospettarlo ancora. Si tratta di un perdono e non di un mettere a tacere: normalmente, invece, nei periodi di sconvolgimenti sociali, il fatto di esser stato sospettato, anche se ingiustamente, lascia delle tracce. Abbiamo conosciuto tale fenomeno negli anni seguenti la Liberazione.
In questo spirito, se il cristiano così assolto cadeva in eresia, o dava un'altra volta pretesto a sospetti, veniva considerato come recidivo e giudicato come tale. Ad opera, in casi normali, del braccio secolare.
L'assoluzione, anche se piena, poteva ugualmente comprendere delle pene penitenziali come i pellegrinaggi, il portare la croce, digiuni e ammende. Coloro che erano stati sospettati di stregoneria, non potevano portare vestiti di tela durante la quarta vigilia della Madonna. Chi abiurava, prometteva di non aderire mai a nessuna eresia, e pronunciava il suo discorso in vernacolo affinché tutto il popolo potesse capirlo. L'Inquisitore gli ripeteva che doveva star bene attento a non ricadere in atteggiamenti o discorsi che potessero suscitare sospetto; e, infine, accordava dieci o venti giorni di indulgenza a coloro che avevano sentito il sermone e tre anni di indulgenza a coloro che avevano collaborato a questo caso di abiura.
J. Marx afferma che anche nel Delfinato, terra per eccellenza favorevole alla credenza nella stregoneria, il numero delle sentenze di assoluzione fu di gran lunga superiore a quello delle condanne.
Lo sterminio
Una delle punizioni più curiose, e secondo me meno efficaci, fu lo "sterminio" (dal latino "ex-terminus", "frontiera"): l'espulsione, l'esilio, la confisca dei beni. "De terris exterminare", "purgare terram suam ab hereticae pravitate" (Concilio Laterano, 1215). Tale è il significato di exterminare fino al XVII secolo, quando viene sostituito dal più radicale significato di "annientare". Misura poco efficace, diremmo noi, poiché era un buon modo di assicurare la diffusione nelle province non ancora "contaminate" dalla heretica pravitas. Infatti è poco probabile che il sospettato avesse capito l'avvertimento e sì fosse rimesso in discussione. Divenuto "rivoluzionario di professione", per riprendere il vocabolario di Lenin, questi non doveva aver nulla di più urgente da fare che il propagare le proprie idee. L'esilio in Siberia, sotto il regime zarista, è stata una vera e propria cinghia di trasmissione per l'azione e il pensiero rivoluzionari.
Le incapacità
Mi accontenterò qui di citare un passaggio di Cauzons.
"L'eretico era ipso facto colpito da "incapacità" civile ed ecclesiastica, la quale poteva essere estesa ai suoi figli e ai suoi nipoti (fino alla seconda generazione in linea paterna e fino alla prima, in linea materna). Tale incapacità lo rendeva inadatto a intraprendere certi atti della vita civile, ad occupare cariche e a svolgere funzioni civili e religiose... L'eretico non chierico, privato del diritto di testimoniare in giudizio, di stare in alcuni affari quali richiedente, di contrattare, di acquistare o trasmettere a titolo gratuito od oneroso a qualcuno ..., veniva spogliato delle sue funzioni, delle dignità e degli incarichi. Giudice, le sue sentenze non avevano più forza; avvocato, non era più ammesso ad offrire i suoi servizi; notaio, i documenti di sua mano perdevano ogni valore... I sudditi di un signore eretico si trovavano liberati tanto dal loro giuramento di fedeltà che da ogni obbligo verso di lui. I padri perdevano ogni diritto Sui propri figli, il marito sulla moglie, benché persistesse il vincolo matrimoniale..." (Cauzons, t. II, pp. 315-316).
Bernard Gui estese queste pene a quelli che avevano commesso atti che avevano "odore di eresia". Questo era fare il processo alle intenzioni. Questa forma di morte civile, proibita dalla Costituzione belga, (art. 13) fu reintrodotta nel 1944, con effetto retroattivo. Prova che i momenti di sovratensione sociale suscitano automaticamente gli stessi riflessi.
In effetti, un buon numero di queste condanne furono revocate dagli Inquisitori e dai Papi. Dispense pontificie rendevano i discendenti degli eretici debitamente condannati, e talvolta anche a titolo postumo, adatti a ricoprire funzioni e incarichi pubblici. Il famoso giurista Guglielmo di Nogaret, fedele cancelliere del Re Filippo il Bello nell'affare di Anagni e nei processi ai Templari, era nipote di un Cataro.
Le flagellazioni
La flagellazione era comunemente in uso nel Medio Evo. San Benedetto previde questa punizione ("acris verberibus", XXX) per i bambini, "i malvagi, gli ostinati, i superbi e i disobbedienti" (11,76), per quelli che, "dopo essere stati più volte ripresi, non si sono corretti per niente" (XXVIII, 6). La si adoperava in famiglia e a scuola.
Il penitente si doveva presentare a piedi nudi, in camicia e in brache" ("in camisia et braccis", che erano i calzoni dei Galli), senza cappello né cappuccio, a testa scoperta, e doveva portare un cero e delle verghe (le donne, nei loro usuali vestiti). Egli doveva assistere alla messa e al sermone. Poi, dopo il Vangelo o l'offertorio, riceveva la disciplina dal prete officiante. Dopo doveva dichiarare pubblicamente di averla meritata. Talvolta, doveva seguire una processione, dietro i preti e il clero, quindi veniva fustigato nell'ultima stazione.
Così il Re d'Inghilterra Enrico II Plantageneta (1133-1189), che indirettamente aveva preso parte alla morte di Thomas Becket (1118-1170), fu flagellato dai monaci di Christchurch, Canterbury.
Il portare la croce
Il portare una croce in stoffa di color giallo o rosso, che ricopriva il petto e le spalle, talvolta il cappello, o il velo della donna, era uno dei possibili castighi.
Un tale recidivo, autorizzato ad uscire di prigione come sostegno della sua famiglia, dovrà portare un manto nero con croci. Dieci anni più tardi egli fa richiesta al Tribunale di "togliere" le sue croci. Un altro recidivo porterà due croci (che, "propria temeritate", aveva deciso di non portare più) sul suo cappello ("in capucio"), sia dentro che fuori casa. Inoltre egli visiterà, per penitenza, la chiesa della sua città ogni domenica di Quaresima.
Questo portare una (o più) croci (d'ostie per quelli che avevano profanato il sacramento dell'Eucarestia, di lingue per i calunniatori e così, di seguito, venivano accuratamente fissate le dimensioni e la disposizione di questi segni) suscitava gli insulti e le vessazioni da parte dei buoni cristiani (o che si ritenevano tali). I Concili, gli stessi Inquisitori, denunciarono questi odiosi comportamenti, arrivando a minacciare i colpevoli dello stesso supplizio se avessero perseverato, pensando che l'onta e il rimorso fossero una punizione sufficiente. Invano; le folle sono per natura bestiali e repressive.
I testi inquisitoriali ci mostrano alcuni esempi di "pravitas", che suscitano una condanna del genere e che ci possono sembrare strani. Come il caso di un prete che ha accettato di battezzare un cristiano una seconda volta: dubita egli del carattere "indelebile" del battesimo? Egli è condannato a portare, in perpetuo, due pezzi di feltro giallo a forma di vasi, uno dietro e l'altro davanti.
Alcuni ecclesiastici amministravano il battesimo a dei pupazzi di cera usati per fare sortilegi. Altri praticavano malefici. Strano clero. Strani fedeli si rivolgevano al loro curato per volgere in bene le cose intraprese. Ma l'Inquisizione veglia: all'uno impone di portare due vasi e quattro "figure", agli altri due ostie.
Dispensato dalla croce
Gli Inquisitori potevano dispensare dal portare la croce, sia con le indulgenze, sia per evitare gli incidenti e le umiliazioni che ne derivavano. O ancora, per un viaggio o un pellegrinaggio, o in occasione di una festa religiosa.
Un condannato viene dispensato dal portare la croce perché "di propria iniziativa ("sponte"), per amore di Dio e della gloriosa Vergine Maria", ha donato 150 soldi in elemosina alla madre superiora di Riennette (20 marzo 1255).
Invece un tale Guglielmo Bérenger, che era stato dispensato dal portare la croce, si vede costretto a reindossarla e a pagare una multa di 50 lire.
Un uomo chiamato Saissac dice che, per ringraziare il Vescovo che lo ha dispensato dal portare le sue croci, ha donato, la domenica delle Palme, su istanza dell'Abate di Montolieu, 20 soldi ad un monaco di questa abbazia. Un certo Ricard è dispensato dal portare la croce, a condizione del pagamento di una certa somma destinata alla costruzione di un ponte.
Le sermo generalis autorizzano frequentemente a commutare la condanna alla prigione in quella a portare la croce: 58 casi su 1319 nella sola giurisdizione dell'Inquisizione tolosana. In altri casi, sempre a discrezione dell'Inquisitore e del Vescovo, il portare questi segni di infamia viene modificato in visite alle chiese o in pellegrinaggi - quando lo stesso pellegrinaggio (in Terra Santa, in questo caso) non venga sostituito da una multa, propter senectutem, a motivo dell'età molto avanzata del condannato.
Lo stesso H. C. Lea riconosce che "questo potere di attenuare le sentenze viene esercitato frequentemente" (il corsivo è mio). Egli aggiunge: "Questo tipo di indulgenze non era limitato all'Inquisizione di Tolosa" (regione tuttavia assai travagliata dall'eresia). La stessa condanna alla prigione a vita, talvolta veniva modificata in prigione a tempo determinato o, sia l'una che l'altra, in pellegrinaggi o nel portare la croce. Ad esempio: "Venti incarcerati a vita dall'Inquisizione di Pamiers ricevono la croce al posto della prigione. Nel registro delle Sentenze di Bernardo Gui, (su 930 casi trattati da questo Inquisitore) si trovano centodiciannove (119) casi di liberazione con l'obbligo di portare le croci: di questi centodiciannove scarcerati, cinquantuno (51) furono in seguito esonerati dal portare le croci".
I Papi incitavano gli Inquisitori ad impegnarsi su questa strada.
I pellegrinaggi
I pellegrinaggi in Terra Santa, detti "passaggi d'oltre mare", erano i più meritori. Furono, per lungo tempo, i più numerosi. Non era una piccola cosa fare un viaggio in questa epoca; l'avventura costava cara, bisognava affrontare mille pericoli, le difficoltà dell'alloggio e del nutrimento, l'ostilità delle popolazioni e delle lingue straniere. I meriti del pellegrino erano grandi, ma noi non possiamo escludere che ci tosse anche un certo sapore di avventura in questo genere di turismo un po' particolare. Tanto più che i pellegrinaggi, ed i pellegrini, non erano sempre conformi all'immagine, un po' troppo "dolciastra", che ci si fa talvolta.
Gli altri pellegrinaggi si dividevano in pellegrinaggi maggiori (Roma, San Giacomo di Compostella, Canterbury e Colonia) e pellegrinaggi minori (Roc-Amadour, Notre-Dame di Chartres, Saint-Denis, ecc.).
La pena poteva essere commutata in opera pia, se i condannati erano nell'impossibilità materiale o morale di fare il pellegrinaggio. Era il caso dei vecchi, degli infermi, delle donne incinte, dei giovani sposi (per timore della separazione) o delle giovinette.
Qualche esempio per chiarire:
Il 5 ottobre 1251, "gli uomini" da 5 o 6 borghi che avevano "ricevuto" delle croci, ma ne erano stati dispensati, sono costretti a fare i pellegrinaggi minori in otto giorni, i maggiori in quindici, e i "passaggi d'oltre mare" alla prima partenza.
Due fratelli di Salsigne si obbligano, il 29 marzo 1252, a pagare 10 lire per il loro padre morto, al quale era stato ordinato di fare il viaggio in Terra Santa.
Bernardo, dei Martiri, s'impegna a pagare 10 lire "pro recompensatione passagii" (un pellegrinaggio in Terra Santa) e per i pellegrinaggi che avrebbe dovuto fare sua moglie "inferma".
Nell'agosto 1256, c'é una donna sposata a cui è stato ingiunto di fare dei pellegrinaggi "pro heresia". Un altro sospetto s'impegna a cominciare i pellegrinaggi che gli sono stati imposti nei successivi otto giorni. Il 30 ottobre, un altro sospetto promette di farli ... nel marzo dell'anno successivo. Le promesse si succedono, in aprile per il successivo mese d'agosto, se non settembre. Condizioni per l'assoluzione di tutte le scomuniche: il dono di 30 o di 50 lire. Come sempre, quando il colpevole non impegna tutti i suoi beni, ci sono i garanti.
Talvolta, le cose si complicano: un certo Berto ha offerto 20 soldi all'Abate di Montolieu per essere dispensato dal fare i pellegrinaggi cui è stato condannato. Ora, egli li ha donati al nipote di quello. Quindi non aveva concluso l'accordo con l'Abate; ma poiché aveva più volte sentito che questi diceva e ripeteva di essere disposto ad intervenire per tutti, ha creduto che fosse disposto ad intervenire per lui.
I doni non erano rari, quando si trattava d'essere dispensati dal portare la croce: uno dona 20 soldi, l'altro tre oche, un terzo, delle pietre intagliate per la porta dell'Abbazia di Montolieu.
Tre fedeli dichiarano di voler "soddisfare" l'obbligo dei pellegrinaggi non adempiuto dalla defunta Raymonde Barbairane, condannata per un crimine d'eresia. Essi fanno conoscere ciò che hanno ricevuto da lei: uno, una codina di piume, un guanciale, un piumino; un altro, un baule, un capo di vaio guarnito con pelle d'agnello, due pezze di lino, un sacco, un carico di vino, tre sestieri di riso, delle scarpe, tre soldi, un asciugamani. Un terzo, infine, dichiara sotto giuramento di aver ricevuto 7 "bestie da lana", 2 capre, 2 pecore, 2 agnelli. Qualche giorno più tardi, colti da rimorso o, più verosimilmente, sentendosi sospettati, si obbligarono a donare prima di Pasqua 40 soldi per i pellegrinaggi non effettuati dalla defunta Barbairane.
Segnaliamo, infine, che i cavalieri che si erano macchiati dell'omicidio di Thomas Becket, nel 1170, furono condannati a fare un pellegrinaggio ad Antiochia.
La confisca dei beni
La confisca dei beni colpiva non solo il colpevole, eretico pervicace o relapso, condannato alla prigione perpetua o suscettibile di incorrere in questa pena, ma la sua famiglia intera. Un affare concluso da un uomo colpito da simile pena era nullo. Poteva essere rescisso sia che egli fosse morto, sia che fosse vivo.
Un certo W. de Saint-Nazaire e altri, condannati come eretici, rifiutano di scontare la pena di reclusione pronunciata contro di essi (decisione che rende strana l'idea che ci si fa dell'Inquisizione). I loro beni sono confiscati (Tolosa, 8 settembre 1247). Sarà scomunicato chiunque porti ad essi qualunque forma di soccorso.
San Luigi, nel 1259, attenua un po' queste disposizioni. Gli Inquisitori furono invitati a restituire beni confiscati per eresia, eccetto che in tre casi: quello di un eretico debitamente condannato; quello di un eretico in fuga e, infine, quello di un eretico che avesse dato ospitalità ad eretici condannati. In nessun caso, comunque, la moglie poteva essere privata dei suoi beni. Gli eredi di un eretico che abbracciassero la vita religiosa, non potevano essere privati dei beni del defunto.
All'inizio, i figli degli eretici venivano privati del diritto di successione. Infatti, in moltissimi casi, si trovano come acquirenti i figli o le spose dei condannati. "Le autorità accordavano agli eredi degli eretici anche facilitazioni di pagamento". La confisca dei beni finisce cosi per ridursi ad una sorta di ammenda imposta alla famiglia del condannato.
Il sostentamento dei prigionieri era a carico dei signori che avevano beneficiato della confisca dei beni del condannato. Ma, all'inizio, questi beni andavano a vantaggio del Delfino, signore temporale. Non era però questo il caso di coloro che, a diverso titolo, potevano chiedere la loro parte di bottino: i signori, gli Ordinari, gli Inquisitori (sia per proprio conto, sia a nome della Camera apostolica), gli ufficiali del delfinato. Si finì per trovare degli accomodamenti, com'è logico, tra potenti.
Le ammende
Le ammende andavano a beneficio dell'Inquisizione, perché non occorreva, dice l'Inquisitore Eymeric, che esse andassero ai Vescovi "dal pugno chiuso e dalla borsa costipata" ("praelatorum tenaces manus et marsupia constipata"). Le somme così raccolte erano destinate, all'inizio, all' "edificazione di chiese, all'elemosina distribuita ai poveri, alla dote di povere vergini che rischiavano di prostituirsi per fuggire alla miseria e, dice il testo d'Eymeric, soprattutto all'Inquisizione, per coprire le spese del processo, visto che non vi è una causa più nobile e un'istituzione più utile allo Stato, dell'Inquisizione"
Un tale eretico pentito, per esempio, è condannato a mantenere un povero per un anno e a pagare, inoltre, un'ammenda di 10 lire.
I grandi colpevoli non erano i soli condannati a pagare le ammende; lo erano anche, cito: "quelli che si esprimevano come eretici, sia che lo facessero per gioco o per ignoranza", per spacconeria idiota, o in eccessi di collera (e questo la dice lunga sulla situazione spirituale degli uomini del XIII e XIV secolo).
Un tratto di humour abbastanza inaspettato in un codice inquisitorio; c'è scritto: "si chiederanno anche somme di denaro al penitenti particolarmente avari, e così le avremo da coloro che le amano di più".
Conoscendo bene la natura umana, Eymeric consiglia agli Inquisitori di "moderare il loro ardore" in questo genere di esercizio, "poiché nulla - scrive - sarebbe loro più nefasto della accusa pubblica di avarizia e di cupidigia". Non serve dire che è consigliato agli Inquisitori di non accettare né denaro né viveri da parte degli accusati, o dei loro amici, o consanguinei. Un'interdizione dello stesso tipo era stabilita per gli studenti prima degli esami, e i Maestri dovevano giurare di non aver mai ricevuto nulla, nemmeno promesse. Il Medio Evo non nutrì propriamente nessuna illusione sulla debolezza della natura umana.
E' così che Viguier di Montolieu (di "Monte Olivero") e Bertrand Malpuel s'impegnano a pagare, in tre rate, la somma di 150 soldi che un certo Pierre Al aveva ricevuto dagli eretici (sono serviti senz'altro da cauzione). Un certo Alaman di Rogis non ha smesso di dedicarsi alla causa degli eretici, non preoccupandosi per nulla della pena e del denaro. E' condannato ad entrare in prigione, a pagare annualmente 50 soldi per il mantenimento di un certo Pons e a "rimborsare gli Ospedalieri di Saint-Jean per le sue rapine e altri danni". Il che non gli impedisce, una volta detenuto, di "impegnare, per le sue esigenze giornaliere, i propri servitori e vassalli" (26 maggio 1237). Siamo lontani, sembra, dal Gulag e dai Campi N. N.
Jean, di Montégut, s'impegna a pagare 50 lire tornesi per ottenere, "per mandato di Monsignor il Vescovo e degli Inquisitori", che suo padre non sia condannato ad una pena infamante "confusibilis" o pubblica, per "il suo crimine di eresia".
L'eretico "pentito" B. Saissac, è condannato a spendere in opere buone una somma uguale a quella che ha speso per i suoi confratelli valdesi. Ci si fida della sua coscienza per la stima di questa somma.
La distruzione delle case
J. Marx cita, a questo proposito, un testo di Fornier (1354): la casa profanata più volte da queste esecrabili assemblee (di eretici) è distrutta, e la scomunica è lanciata contro chiunque cercherà di riedificarla".
Un altro testo ugualmente rivelatore: nel 1225, a Brescia, diventata "quasi domicilio di eretici", gli eretici e i loro sostenitori fortificano le torri della Città, incendiando le chiese, e "con bocca bestemmiatrice" (osano) cantare scomunica contro la Chiesa Romana e i fedeli della sua dottrina" (si può constatare che, in questo caso, come d'altronde nella maggior parte dei casi, gli eretici non lottano solo per la libertà della coscienza). Risultato: il Papa Onorio III (1216-1227) ordina di radere al suolo le torri di quelli tra gli agitatori "che più avevano proceduto nell'infamia", o di distruggerne un terzo o la metà, a seconda del grado di colpevolezza Le torri non potranno essere ricostruite senza l'autorizzazione della Santa Sede, "affinché i loro cumuli di pietre rimangano a documento della pazzia ereticale e della giusta repressione". Tutti sono scomunicati e non saranno perdonati se non si recheranno a Roma personalmente.
Questo genere di soluzione non aveva aspetti positivi. Il fisco ci perdeva, come i proprietari e i signori. Il terreno, vuoto, lasciato in abbandono, diventava rapidamente un deposito nauseabondo, paradiso dei topi, che provocava l'esodo dei vicini.
Il Re di Francia Carlo V mise fine a questa situazione nel 1384, decidendo, evidentemente con l'assenso della santa Sede, che, salvo in casi eccezionali, le case degli eretici, "sia che fossero ottenute in feudi o enfiteusi, a censo, a rendita, a locazione, o a canone", non fossero più demolite.
Ben prima che fosse presa questa decisione, gli Inquisitori avevano permesso di impiegare i materiali delle case distrutte per riparare o edificare monumenti che servissero ad opere pie, come conventi od ospedali, ma a titolo esclusivo e sotto pena di scomunica per i contravventori.
Esumazione e incenerimento dei cadaveri
La morte non metteva fine all'azione dell'Inquisizione, Nel 1234, il Concilio di Arles decise, ad imitazione di quanto d'altronde facevano le autorità civili, che il cadavere dell'eretico il cui crimine era stato debitamente provato dopo un dibattito in contraddittorio con gli eretici (sempre questa preoccupazione per la forma), sarebbe stato esumato e bruciato. La distruzione con il fuoco serviva a purificare la terra da ogni contaminazione. (Accadeva lo stesso per i cadaveri dei detenuti e di quelli che si suicidavano in prigione).
A condizione, precisò il Concilio, che si potessero distinguere le ossa del colpevole da quelle dei buoni cristiani...
Chi aveva sepolto un eretico nel suo giardino, lo doveva esumare con le proprie mani (sempre il carattere, volontariamente drammatizzato, delle azioni "curative" dell'Inquisizione, che si può osservare in un buon numero dei suoi processi: la volontà di educare e correggere è sempre presente). Allo stesso modo, gli Israeliani hanno bruciato Eichmann, nel 1962, e disperso le sue ceneri in mare.
Le autorità civili avevano cercato di mettere un freno a questo genere di cerimonie macabre. Nel 1205, i consoli di Tolosa avevano deciso che queste azioni non avrebbero potuto aver luogo se non fossero iniziate quando l'eretico era vivo, o se questi si fosse "convertito" allora (in vita). Non se ne fece niente. Gli Inquisitori rifiutarono di adottare questa decisione. Essi ammisero soltanto che non ci fosse la possibilit� di confiscare i beni dopo un termine di quarant'anni. Ma i reati rimasero imprescrittibili, come oggigiorno lo sono i crimini contro l'umanità. La "combustio ossium", praticata soprattutto nel Mezzogiorno della Francia, "in partibus Tolosanis", Si svolgeva secondo un rituale adatto a colpire l'immaginazione. Le ossa o lo stesso cadavere venivano trasportate per le vie in mezzo alla folla evidentemente accorsa per assistere ad una cerimonia tanto insolita (e, senza dubbio, non di suo gradimento). Un banditore pubblico proclamava, a suon di tromba, il nome del colpevole, minacciando i viventi di una sorte analoga. Dimostrazione che non impedì la diffusione dell'eresia.
> Capitolo 7: Prigioni, tortura, processi e autodafe�