Capitolo Settirno
PRIGIONI, TORTURA, PROCESSI E AUTODAFE'
L'Inquisizione è il primo tribunale ad aver utilizzato sistematicamente la pena della detenzione. Il Medio Evo non era solito usarla: preferiva la pena di morte, la mutilazione (naso e lingua mozzati) o più ancora, nella maggior parte dei casi, il sistema delle ammende, pagabili al Re. Si è dovuto dunque costruire delle prigioni laddove non ne esistevano, o utilizzare le prigioni feudali laddove esistevano (qualche cella umida e puzzolente), reali o episcopali. E' inutile dire che Inquisitori e autorità civili dibatterono più di una volta il grande problema che la costruzione delle nuove prigioni, adatte ai nuovi bisogni della giustizia, suscitava.
Nello spirito dell'epoca, la pena della detenzione era simile alle penitenze che infliggeva regolarmente la Chiesa. La maggioranza dei monaci, dei reclusi, degli eremiti, vivevano in un modo che non era essenzialmente diverso da quello che era imposto agli eretici. Hamilton scrive che la prigionia imposta dall'Inquisizione "had a respectable pedigree". Si sperava che il tempo, il regime ascetico, la solitudine, avrebbero finito per portare consiglio.
Murus strictus, murus durus. Si conosceva il sistema del carcere preventivo (raramente, e più per impressionare l'indiziato) e, dopo la condanna, la detenzione per. un tempo variabile secondo la gravità della colpa, e la reclusione a vita. Si utilizzavano due tipi di prigioni: il murus durus, o strictus, "col pane di dolore e l'acqua di tribolazione", una cella poco o niente illuminata (modellata sul tipo dei torrioni), che era il castigo estremo; e il murus largus, che sembra. aver preso come modello il monastero, un po� illuminato e areato, e nel quale i prigionieri godevano della possibilità di passeggiare nel cortile e di farsi approvvigionare dall'esterno. Su 930 processi che ebbe a trattare, Bernard Gui fece imprigionare 307 eretici, cioè circa un terzo.
Negli anni 1244-1246, l'Inquisitore di Tolosa, Bernard de Crux, pronunciò 52 sentenze: 27 contenevano la pena della prigione a vita. Talune contenevano delle "infornate" di condannati: per esempio 33 in un colpo solo, di cui 12 alla prigione a vita.
Il prigioniero poteva essere incatenato ai polsi o ai piedi, "in vinculis seu compendibus", o agli uni e gli altri insieme, per un certo periodo di tempo o a vita.
Le prescrizioni pontificie imponevano le celle separate; ma ci furono dei periodi di particolare affollamento durante i quali i prigionieri furono ammassati in celle comuni.
Grazie e condoni
I condannati potevano, facendo appello a Roma, ottenere qualche attenuazione della loro pena detentiva. Ciò si poteva ottenere sia direttamente, per grazia papale, sia per rinvio agli stessi Inquisitori. Costoro non accoglievano sempre di buon grado la richiesta pontificia.
Non era raro, peraltro, che i prigionieri ottenessero del favori da parte dell'Ordinario o dall'inquisitore.
Ai giovani si offriva il perdono se si arruolavano per andare a combattere gli Infedeli in Palestina. Essi erano dispensati dal portare "la croce d'infamia".
Talvolta, in mancanza di prigione, si lasciava andare libero il condannato a suo piacimento, o lo si affidava ad estranei. La permanenza in prigione non doveva essere sempre così disumana come vuole la leggenda (benché qualsiasi pena detentiva, per quanto breve, sia pur sempre un patimento).
Si dovettero vietare le visite troppo frequenti fatte ai prigionieri da chierici e laici dei due sessi (1306); vietare ai guardiano della prigione di Carcassonne di mangiare e dl giocare a dadi con i prigionieri e di farli giocare tra loro. (Il gioco del dadi era vietato agli "scolari").
Gli Inquisitori spiegano, negli "Acta", i motivi dei favori che accordano ai prigionieri: la durata della pena già scontata, la buona condotta, l'umiltà e la pazienza.
Un prigioniero condannato al carcere a vita perché recidivo, è autorizzato a restare presso suo padre, povero, malato e buon cattolico (Carcassonne, 6 maggio 1246). Un altro "propter infirmitatem", malato, è temporaneamente graziato. Dovrà fare ritorno in prigione, "post convalescentiam", senza attendere l'ordine di rientro, "sine monitione", a meno che non venga richiamato nel frattempo. Un altro eretico, gravemente malato, è sottoposto agli arresti domiciliari, "quousque convaluerit".
La prigionia di un marito ha ridotto la moglie e i suoi bambini all'accattonaggio: il colpevole è rimesso in libertà provvisoria. Lo stesso favore è accordato ad un padre la cui figlia non può sposarsi in sua assenza.
Un certo Arnaud Narbonne può uscire di prigione per andare a lavorare, fideliter, al convento delle monache di clausura di Riaunette.
Tra l'aprile 1250 e il novembre 1256, si contano più di dieci casi di questo genere nella sola regione di Carcassonne.
Si accordano anche dei permessi senz'altra ragione, sembra, che l'indulgenza dei giudici e, soprattutto, del Vescovo: da settembre ad Ognissanti, con il permesso di andare dove si vorrà ("ubicumque placuerit"); dal mese di marzo all'ottava di Pasqua, o "per un tempo indefinito" ma sotto cauzione; da maggio a Pentecoste; da giugno all'Assunzione; dal 15 gennaio al 15 aprile (1251), ecc. Si conoscono casi di prolungamento dei permessi.
Il fatto che le decisioni di condono della pena, dei permessi, del lavoro svolto fuori dalla prigione, fossero prese in un certo lasso di tempo e in una regione, quella di Carcassonne, particolarmente "infettata" e ribelle, permette di affermare che quelle decisioni non erano eccezionali.
Inoltre, accadde che la prigione a vita fu mutata in prigione temporanea, o in pellegrinaggi più o meno lontani (secondo la gravità della colpa), oppure nel solo obbligo di portare una croce. E' così, per esempio, che nel 1323 un condannato al murus strictus, cioè alla prigione, è liberato nel 1329, a condizione di portare la croce d'infamia. Un altro condannato nel 1326, viene anche lui liberato; porterà una croce doppia, sentenza più severa di quella di un cataro ordinario.
Tra il 1308 e il 1323, Bernard Gui accordò 132 commutazioni di pena.
Quanto alle donne incinte, esse erano autorizzate a partorire a casa. Avevano un mese per ristabilirsi. In seguito dovevano fare ritorno in prigione.
Gli sposi si ritrovano
Per gli "emmurés", i prigionieri a vita sposati è autorizzato l'accesso della sposa presso lo sposo (o viceversa). Vale lo stesso se i due congiunti sono "emmurés" entrambi. L'uno e l'altro godono del libero accesso al congiunto. Il Papa Innocenzo IV (1243-1254) aveva vietato che i beni della moglie di un condannato alla prigione potessero essere confiscati. A condizione, evidentemente, che fosse una buona cattolica.
Jeanne, vedova di B. de Latour, religiosa di un monastero, ha frequentato degli eretici, ha ascoltato le loro prediche, ne ha ospitato a casa sua, ha fatto elemosina a dei Valdesi, ha spergiurato: è condannata a vivere in una piccola camera separata ("camerula separata") affinché essa non abbia dei contatti con altre suore. La priora di Lepinasse provvederà al suo sostentamento.
In linea generale, il sostentamento dei colpevoli è a carico del Vescovo se sono poveri. Se hanno dei beni, provvederanno essi stessi alloro bisogni "secondo il ben volere del Vescovo". Benché il regime normale del prigioniero fosse pane e acqua, l'Inquisizione autorizzava a ricevere alimenti, vestiti, vino e soldi: regime che funzionò a favore dei detenuti della Bastiglia fino al 1789. Sarebbe forse più esatto scrivere che c'erano certe indulgenze in materia. D'altronde questo era l'uso nelle prigioni del Re, dove il prigioniero pagava le spese del suo sostentamento al suo capocarcere. Anche su questo punto, la giustizia inquisitoriale era più umana della giustizia degli uomini. Inoltre, pare proprio che non fosse possibile corrompere le guardie.
Una fruttuosa visita alle carceri
Nell'aprile 1306, a Carcassonne, i Cardinali visitano personalmente le prigioni. Vi si trovano 40 "emmurés" (prigionieri). Essi ascoltano le loro lamentele e ordinano immediatamente di trasferirli in prigioni superiori non appena queste fossero state riattate. Essi decidono inoltre che le guardie vengano rimpiazzate (esse saranno destituite qualche giorno dopo), così come gli altri impiegati della prigione; e che tutte le provviste che vengono loro inviate vengano integralmente consegnate. Il Vescovo di Carcassonne potrà accordare loro il diritto alla passeggiata "per carrieras muri largi", cioè nei corridoi della prigione. Infine essi danno ordine di accordare ai malati e agli anziani un trattamento speciale e, in particolar modo, una prigione ("conclavia") in buono stato ("reparata").
I nuovi guardiani devono prestare giuramento.
Un mese più tardi, uno dei Cardinali visita di nuovo le prigioni. Ascolta gli "emmurés". Li osserva. Constata la loro brutta sorte. Ordina che a processo in corso ("negotio predicato pendente"), i prigionieri vengano liberati dalle loro Catene, che le prigioni ("bona et secura custodia") siano provviste di finestre ("clarificentur"), che tre o quattro celle siano costruite nel solaio e che siano migliori e più sopportabili ("'leviores") di quelle dove essi sono rinchiusi attualmente.
I nuovi guardiani, tra cui un monaco, dovranno prestare giuramento sui quattro Vangeli, giurare di osservare il segreto, dare prova di "sollecitudine" nei confronti dei prigionieri e consegnare "fideliter", e senza prendere niente, le provviste che avranno fatto consegnare il Re, il Vescovo, gli amici, i parenti o chiunque altro.
"L'anno seguente, Castanet, Vescovo di Albi, fu sospeso dal potere spirituale e da quello temporale": gli si rimproverava senz'altro di avere lasciato andare le cose troppo lontano.
Queste forme di clemenza, questa capacità di perdono, usiamo il termine: questa umanità, non corrispondono molto all'immagine che ci si è fatta comunemente dell'Inquisizione. Ciò si spiega col fatto che gli uomini del Medio Evo hanno coscienza della debolezza radicale dell'uomo e di quale sia la rude brutalità che li anima; hanno tuttavia il senso del perdono, o almeno un certo senso del perdono.
Anche i recidivi
Anche nei confronti dei recidivi, conosciamo indulgenze assai stupefacenti: in un registro di sentenze del 1246-48, si contano 60 casi di recidivi, di cui nessuno è punito con pena pi� severa della prigione, e tra essi, alcuni nemmeno con la prigione a vita, contrariamente alla Dottrina.
H. c, Lea si meraviglia, a più riprese (cfr. I, 612), che il recidivo venisse consegnato ai tribunali secolari, "senza nemmeno venire ascoltato di nuovo". A parte che questa affermazione non corrisponde al fatti, poiché abbiamo appena visto commutare le pene ordinarie ai recidivi, bisogna tenere conto del fatto che il recidivo aveva giurato di rinunciare ai suoi errori prima di essere rimesso in libertà. Si trovava dunque nella situazione, oggi classica, di un delinquente graziato prima di avere espiato totalmente la sua condanna, e che, recidivo, si espone a pagare integralmente la sua pena senza altre forme di processo.
Il condannato che ritrattava ai piedi del rogo e rinnegava i suoi errori, veniva riaffidato all'Inquisizione per un nuovo esame, destinato a verificare la veridicità della sua strana conversione in extremis, quando l'uomo aveva resistito a mesi di prigione, di interrogatori e di dotte discussioni.
In certi casi, la conversione era sospetta a tal punto che la condanna seguiva il suo corso: la sola differenza consisteva nel ricorso alla garrota; il cadavere veniva bruciato, per non profanare la terra cristiana. Se l'Inquisitore e il Vescovo avevano qualche motivo per credere alla sincerità del mal capitato, lo mettevano alla prova sul campo: É egli disposto a denunciare, in modo "pronto e volontario", tutti i suoi complici? E' disposto a perseguitarli "con segni, parole e azioni"? A "detestare e abiurare" i suoi passati errori? Se egli si impegnava in questo senso, "fuori da ogni costrizione", riceveva come castigo la prigione a vita.
La tortura
Se c'è un'immagine intimamente legata all'Inquisizione, è proprio la tortura. Infatti, nell'inconscio collettivo, essa riassume e simboleggia (insieme al rogo!) tutta la storia di questa istituzione. Feroce, sadica, con i suoi cavalletti, il suo supplizio della corda, la torcia infiammata e cento "modi nuovi di tortura", precisa il dotto Dictionnarie di Theologie Catholique, alla voce Inquisition, che aggiunge che "i membri del tribunale, Inquisitori e soci, non si sottraggono dall'assistere alle sedute di tortura, o di applicarla essi stessi" (il corsivo è mio)
Ci sono sadici ovunque, i sinistri Einsatzkommando nazisti comprendevano non pochi intellettuali. Il Dizionario commenta questa presenza troppo attiva: "Gli accusati non guadagneranno nulla nel cambiamento di programma". (Roma interviene allora, nel 1311, per porre un termine agli abusi di questo genere, ma non sempre con successo).
In ogni modo, qualunque sia stata la realtà, la tortura è identificata con l'Inquisizione, come se tutti i sospettati venissero d'ufficio torturati e poi condannati al rogo.
Per fortuna, non si trattò di questo.
Per cominciare, la tortura non è un'invenzione dell'Inquisizione medioevale. Nel IX secolo, Papa Nicola I aveva dichiarato che questo metodo di inchiesta "non era ammesso né dalle leggi umane né dalle leggi divine". Fu lo sviluppo del diritto romano nel XIII secolo che riportò questa pratica, all inizio nella giustizia secolare (Codice Veronese 1228; Costituzioni siciliane di Federico II, 1231), e poi nella giustizia inquisitoriale, nel Mezzogiorno della Francia, verso il 1243, Papa Innocenzo IV non ne autorizzò l'uso che nel 1252, decisione confermata in seguito dai Papi Alessandro IV (1259) e Clemente IV (1265). Fu tuttavia stabilito che la tortura dovesse sempre essere applicata senza che l'integrità fisica o la vita dell'accusato fossero messe in pericolo - "citra membri diminutionem et mortis periculum".
Nel XII e XIV secolo, i mezzi utilizzati erano quelli del cavalletto, del supplizio della corda e della torcia, o dei carboni ardenti. In seguito, la malvagità degli uomini ne inventò altri.
Si lasciavano piccole pause per permettere all'Inquisitore di fare delle domande. Il notaio annotava le risposte. Ogni seduta durava circa mezz'ora. Il notaio chiedeva al mal capitato, tempo dopo, se si ricordava di ciò che aveva detto sotto l'effetto della tortura; diceva: "Ebbene, ridillo ora in tutta libertà", e annotava la risposta. Se in quel momento il sospettato rinnegava ciò. che aveva detto sotto l'impulso della sofferenza, si doveva passare ad una nuova seduta.
Eymeric, Inquisitore catalano, stimava che ci sarebbe stato "eccesso di crudeltà" se si fosse ricominciata più di due volte la serie completa dei "tormenti".
In ogni caso, le dichiarazioni (spontanee o no) ottenute nel corso dell'inchiesta, erano considerate molto più importanti di quelle ottenute grazie alla tortura.
Gli Inquisitori erano coscienti della fragilità delle affermazioni fornite in simile modo, "quaestiones sunt fallaces et inefflcaces", scrive Eymeric.
Inoltre, come sempre accade nelle cose umane, vi furono eccessi d'ogni tipo. Al fine di sanare queste situazioni, Papa Clemente V decise (con la sua Constitutio Multorum Querela del 1311) che l'Inquisitore non poteva far sottoporre alla tortura un imputato senza l'autorizzazione del Vescovo, e viceversa. Non è sicuro che questa Costituzione sia stata osservata.
Un autore scrive: "In principio, la tortura non poteva essere impiegata che quando il soggetto aveva cambiato parere durante le sue deposizioni e quando numerosi e seri indizi autorizzavano a ritenerlo colpevole. Occorreva un inizio di prova. D'altronde,. il supplizio non era permesso che per stabilire la colpevolezza; a tal segno che, se l'Inquisitore poteva raggiungere in altro modo la prova giuridica, doveva fare a meno della tortura. Il suo dovere era di evitarla il più possibile; egli non vi si decideva che dopo aver utilizzato tutti gli altri mezzi e atteso a lungo. Solo quando fosse persuaso che il sospettato negasse sistematicamente, e in questo caso soltanto, lo avrebbe destinato al supplizio; ma, anche allora, egli doveva esortarlo fino all'ultimo minuto, cioé doveva ritardare la tortura il più possibile".
Certi accusati riuscivano ad emergere vincitori, se non indenni, da queste temibili prove (il che dimostra, almeno, che esse non raggiungevano il livello di quelle che avrebbero messo a punto i regimi nazista e comunista). Bernard Délicieux, frate minore, morto nel 1320, sottoposto tre volte alla tortura e a 26 interrogatori, vi sopravvisse. In compenso, se così si può dire, fu condannato alla perdita dei diritti civili e alla prigione perpetua, dove morì.
La pena di morte
Le folle, scatenate, passavano spesso alle vie di fatto, come abbiamo ben visto durante la Rivoluzione Francese, al tempo dei Massacri di Settembre (1792). L'Inquisizione, con le sue innumerevoli garanzie di diritto, voleva chiudere l'epoca di queste esecuzioni sommarie.
Bernard Gui ha pronunciato 42 sentenze di morte. H. C. Lea stesso scrive (t. II, p. 175): "Non vi si scorge la prova di una grande attività".
J. Marx scrive che, nel Delfinato, i roghi si sono succeduti "in continuazione". Cita 4 vittime tra il 1347 e il 1424. Poi il ritmo accelera, in questo secolo di crisi in cui l'ondata di stregoneria (Confusa ormai con l'eresia) è particolarmente potente: dal 1428 al 1447 si contano, nel Delfinato, 110 donne e 57 uomini condannati a morte per stregoneria. Non sappiamo se tutte le sentenze furono eseguite.
Dal 1240 al 1248, in Linguadoca, Bernard de Caux non ha consegnato nessun colpevole al braccio secolare, benché avesse processato 60 relapsi.
Infine, i dati statistici che noi possediamo permettono di valutare che il numero di coloro che sono stati "consegnati al braccio secolare" varia dal 5 all'8% di un numero di condannati che non superava il migliaio. E' poco se si pensa alle 72000 vittime del regno di Enrico VIII, Re d'Inghilterra, e alle 89000 vittime del regno di Elisabetta I. Nel XIX secolo le esecuzioni annuali si contano ancora per decine (ma, all'inizio del secolo, sì contano circa 7000 delitti passibili di pena di morte): da 10 a 38 durante il regno della Regina Vittoria. Il nostro secolo ha battuto tutti i record, grazie ai moderni olocausti nazista e comunista.
H. C. Lea Scrive: "Il rogo non ha fatto relativamente che poche vittime".
In realtà, l'Inquisitore si faceva un dovere d'insistere saepius, presso gli sfortunati, attendeva diutius un ravvedimento sempre possibile, se non sempre sperato, e accordava una dilazione, talvolta di 15 giorni, tra la sentenza e la consegna definitiva al braccio secolare. H. C. Lea stesso cita il caso di un prete inviato nel 1228 per braccare i Valdesi, che si lascia sedurre dal loro insegnamento, si unisce alla loro Comunità, è imprigionato, abiura, è rimesso in libertà, e raggiunge nuovamente il gruppo degli eretici. Arrestato di nuovo nel 1311, è bruciato sul rogo solo nel 1319. Erano più di 30 anni che egli era sospettato. Lo stesso supplizio è applicato, lo stesso giorno, a degli sfortunati condannati da più di 10 anni.
Il rogo
Il professore Charles Moeller, dell'Università di Lovanio, si è chiesto (1900) quale era l'origine del rogo. Egli nota, per cominciare, che la pena al rogo è stata praticata dall'anno 1000, prima che la legge si organizzasse.
La costituzione imperiale del 287 contra manichoeos la conosceva già, ma questa punizione era stata abrogata dagli Imperatori cristiani, in particolare dal codice teodosiano.
Il primo testo legislativo medioevale in cui il rogo è enumerato bome pena di morte è, nel 1224, la costituzione di Federico II (1194-1250), l'Anticristo, secondo il Papa Onorio III (1227). Sempre lui lascia al suo legato, il terribile Alberto di Magdeburgo, la scelta tra rogo e ... il taglio della lingua, supplizio classico nel Medio Evo per i maldicenti. Strana misura da parte di un uomo per nulla cattolico ortodosso, ma che forse era destinata ad attirare le simpatie del suo popolo. E, dopo attento esame, Charles Moeller tende verso questa spiegazione, seguendo in questo H. C. Lea: non è la legge che ha inaugurato questo genere di supplizio. "Il legislatore non ha fatto altro che adottare una forma di vendetta di cui sì compiaceva naturalmente la ferocia popolare in quest'epoca". Sarebbe più giusto dire: in tutte le epoche.
Dal martirio dei cristiani sotto Nerone e Diocleziano, al linciaggi, cari agli stati del sud degli Stati Uniti, dagli orrori commessi dalla folla il giorno di San Bartolomeo (24 agosto 1572), a quelli perpetrati nei confronti della principessa di Lamballe, nel 1792, o dei federati della Comune (maggio 1871).
I roghi d'Orleans (1017) vengono accesi "consensu populi"; altri "in conspectu populi" o "consensu cunctorum". Anche se formule di questo tipo sono assai spesso tradizionali, obbligatorie, non di meno corrispondono a ciò che sappiamo delle reazioni e dei gusti popolari. In Francia, le esecuzioni con la ghigliottina hanno cessato di essere pubbliche a causa del comportamento scandaloso della folla accorsa per assistere al supplizio, ed essa era lungi dall'essere popolare o plebea.
L'immagine sinistra del rogo è impressa in tutte le memorie. Nel Delfinato si rinchiudeva il condannato in una piccola capanna di legno costruita per la circostanza. Alcuni condannati sono stati anche impiccati o annegati (era una grazia). Le esecuzioni venivano fatte normalmente in pubblico, con uno scopo nettamente pedagogico (e poi le folle amano ciò: se si organizzassero, oggigiorno, combattimenti di gladiatori, gli spalti degli stadi sarebbero stracolmi). Tuttavia, su richiesta delle famiglie, esse potevano svolgersi in segreto. Terirninata l'esecuzione, il castellano offriva un pranzo al carnefice e ai suoi aiutanti.
Il leggendario auto-da-fe'
"Roghi e auto-da-fé si escludono",
scrive lo storico Charles Moeller. La diversità dei tempi, di luoghi e di persone, è totale.L'auto-da-fé (gli Spagnoli dicevano "auto de la fé, "autodafè" è l'espressione portoghese), atto solenne di riconciliazione degli eretici pentiti con la fede, aveva luogo la domenica, o un giorno di festa, in presenza dei fedeli riuniti in una piazza pubblica, o nella chiesa principale, comunque all'interno della città, in presenza delle autorità ecclesiastiche, le sole in scena in questi casi. Le autorità civili erano presenti solo come spettatori, così come gli altri fedeli. Niente a che vedere, dunque, con il rogo.
Esso invece non può essere eretto che nel corso della settimana (o la domenica, dopo mezzanotte). La cerimonia - il quemadero - ha luogo fuori dalla città per non contaminarla, e vi prendono parte attivamente le sole autorità civili. Ma dei confessori accompagnano gli sfortunati sino al piedi del rogo, nella speranza di strappare le loro anime al fuoco dell'inferno.
P. Fredéricq ci ha lasciato la descrizione di un autodafè che ebbe luogo nel 1458 ad Harlem (la città natale del pittore Frans Hals). "Un sarto di nome Edon, un po' letterato, che leggeva la Bibbia solo in lingua volgare e la capiva male, si mise a propagare diversi errori concernenti la Vergine, il culto dei santi e i sacramenti. Poiché egli era eloquente e di costumi austeri, sì fece dei discepoli, tra cui anche un prete e il il maestro d'arte Nicolas di Naarden. Segnalati al vescovo di Utrecht, entrambi vennero arrestati, esaminati da un Domenicano dottore in teologia e invitati a ritrattare, cosa che essi fecero senza difficoltà. La riconciliazione solenne ebbe luogo la quarta domenica dopo Pasqua sulla piazza del Sabbione di Harlem, in presenza della popolazione convocata dalla grossa campana della città. Era stato eretto un palco di legno, con tre gradini, da cui erano visibili al pubblico: nel gradino superiore, Edon e il suo discepolo; ai piedi del pulpito dell'Inquisitore, e sui seggi della galleria inferiore, il vicario generale e il vescovo ausiliario di Utrecht, con il clero secolare e regolare; infine, di fronte, le autorità civili, tutte pronte a portare sul rogo gli accusati, in caso di ostinazione. Dopo il sermone sulla fede fatto dal Domenicano, che non durò meno di due ore - questo era l'auto propriamente detto - egli rilesse e confut� una dopo l'altra le loro confessioni, chiedendo ad ogni momento: "l'hai detto?" - "lo revochi?". Sulla base delle loro risposte affermative essi furono assolti, ma non senza subire una penitenza: per Edon, divieto sotto pena di morte, di predicare e di abbandonare la città per tutta la vita; per un anno, obbligo di assistere alla messa e alla processione della domenica, con un cero in mano e con l'abito di penitenza: tunica grigia, con scapolare blu e una croce gialla; per il prete Nicolas, sospensione a divinis per un certo tempo e recita di numerosi salteri". Tutto questo non era male, e testimoniava piuttosto una preoccupazione pedagogica che un diritto penale, fosse anche inquisitoriale.
La sentenza, una volta decretata, doveva essere resa pubblica. Il più delle volte, questa cerimonia veniva celebrata con grande pompa, una domenica, di buon mattino. Cominciando con un sermone appropriato, essa proclamava le indulgenze pontificie per tutti gli astanti (anche le confraternite si affrettavano ad assistere allo spettacolo), annunciava le grazie accordate e le variazioni di pena, finiva con le punizioni più terribili.
I condannati, in ginocchio, abiuravano i loro errori, la mano sui Vangeli, cantavano i salmi penitenziali e recitavano le preghiere. In seguito veniva tolta la sentenza di scomunica che li aveva colpiti.
Un certo numero di parenti, amici e compatrioti, erano invitati per servire da testimoni al castigo e al pentimento, ed anche per imparare a fuggire accuratamente l'errore sotto tutte le sue forme. Pedagogia rude, senza dubbio, ma che non fu sufficiente sempre a fermare la diffusione della pravitas heretica.
Non c'erano né roghi, né carnefici, né esecuzioni.
Secondo il parere degli specialisti, gli "auto-da-fé" furono relativamente poco frequenti, e il numero delle vittime date alle fiamme - forse varie migliaia - non rappresenta che una debole proporzione rispetto a quelle che ebbero a che fare con il Tribunale. Ma, ad ogni modo, il fatto di essere sottoposti a questo tipo di inchiesta, pesava sull'individuo e la sua famiglia.
La lotta contro la stregoneria
La stregoneria era perseguitata sia dal potere religioso che da quello secolare. Il giudice aveva il diritto di perseguitare (e di infierire), anche in caso di assoluzione da parte dell'Inquisitore: siccome il delitto di stregoneria poteva essere di competenza anche del diritto comune, il giudice aveva il dovere di difendere "pro jure et interesse totius rei publicae". Egli riprendeva, di sua iniziativa, i capi di accusa che erano stati eventualmente presentati dall 'Inquisizione, e vi aggiungeva i propri. Ecco come andarono le cose nel caso di un certo Thomas Bégue. I primi quattro capi d'accusa attengono alla sfera religiosa. Eccoli: "1� Bégue è entrato in rapporto con il diavolo (è probabile che il malcapitato lo credesse lui stesso). 2� Ha rinnegato Dio e calpestato la croce. 3� Ha ascoltato le promesse del diavolo. 4� Il diavolo gli ha proibito di baciare la croce. Dopo questi vengono i capi d'accusa che incontriamo solo nel processo secolare. 5� Ha prodotto polveri magiche. 6� Ha fatto uso criminale di tali polveri. 7� Ha commesso malefici e assassinato bambini. 8� E' andato al Sabba. 9� Ha gettato sortilegio sul latte delle mucche. 10� Ha fatto morire un bambino, 11� Ha fatto abortire una vacca. 12� Ha operato numerosi avvelenamenti. 13� E' stato complice di altri avvelenamenti. 14� Ha commesso altri omicidi. 15� Ha partecipato ad altri omicidi", La sentenza secolare lo condanna come omicida e avvelenatore, ma anche come maligno, apostata, indovino, invocatore di demoni e "feyturier" (vale a dire "contumace").
Nel XV secolo, molti processi per stregoneria sono stati condotti senza traccia di intervento da parte dell'Inquisizione. La Chiesa era, in tale materia, un po' più scettica di quanto non lo fosse la giustizia degli uomini.
Riflessioni finali
Per riassumere ciò che è stato detto sull'Inquisizione Medioevale, mi sembra possibile farlo nel modo seguente:
1) L'Inquisizione ha sempre agito secondo le regole del diritto. Il suo operato non è mai stato arbitrario, né avrebbe potuto esserlo.
2) L'Inquisizione, prima di tutto, è un organismo di controllo delle anime, di "conversio morum", di pedagogia, di "riconversione", piuttosto che uno strumento di repressione.
3) L'inquisizione, molto spesso, ha avuto a che fare con gruppi di "devianti" antisociali, assal più che con individui che rivendicavano la libertà di coscienza cristiana.
4) L'Inquisizione ha avuto a disposizione una gamma molto varia ed estesa di penitenze, che andavano dalle più leggere alle più severe. Queste ultime sono state, proporzionalmente, utilizzate raramente.
5) L'Inquisizione, in ragione della sua propria natura e degli obiettivi che le erano stati assegnati, ha largamente applicato un sistema di perdono, di remissione e di modifica delle pene.