Capitolo Quinto

PERCHE' MORIRE SUL ROGO?

 

I diritti della coscienza

Qualunque sia la sua volontà di obiettività - di imparzialità, diceva Raymond Aron - lo storico non può restare insensibile alla somma dei dolori che si nascondono sotto la freddezza delle sentenze inquisitoriali.

Il rogo di Montégut brucia ancora.

Io andrei un po' più in là: i Vorkuta e Auschwitz, che segneranno per sempre il nostro secolo con un marchio d'infamia, ravvivano l'orrore che ogni uomo deve provare alla lettura degli auto-da-fè e delle Dragonnades di allora e di oggi.

Detto questo, occorre tener presente e richiamare sempre l'adagio di Spinoza: "Non ridere, non lugere neque detestari, sed intelligere".

Accettare la morte per fedeltà agli imperativi della coscienza, è in sé rispettabile. Ma contrariamente a Pascal, io non credo ai testimoni che si fanno uccidere. O, più esattamente, il fatto di morire per una "causa" non implica necessariamente che la "causa" sia buona, né che questo sia fatto per obbedire alla propria coscienza. L'olocausto volontario della Hitlerjugend, nel 1944, lo prova bene. Lo stesso vale per migliaia di altre vittime di ideologie o messianismi politici, ugualmente perniciosi.

Le sette attuali lottano per la libertà di coscienza, o per il diritto di affermare la loro differenza? Una "differenza" spessissimo più "inglobante", esclusiva, soggiogante, se non totalitaria, di quanto non lo sia, e non lo fosse, la dottrina delle chiese e dei regimi politici ai quali esse si oppongono e che criticano aspramente.

Lutero, Calvino, Cromwell, sono autentici "libertari", che reclamano per se stessi, ma anche per i loro avversari, il diritto (e il dovere) dl obbedire alle esigenze della coscienza? La storia prova che non è accaduto nulla di simile.

Le Inquisizioni non sono solo cattoliche. Il processo di "stregoneria" di Salem, del Massachussets (decine di persone torturate, 19 impiccate, il "mago" lapidato, nel 1692) lo prova.

Il 1793 si ispira più a Rousseau che a Montesquieu: si può parlare qui di una lotta per la libertà di "coscienza"? E che dire della battaglia di Trotski contro Stalin, se non che si trattava di una lotta per il potere, al fine di imporre una certa concezione della rivoluzione proletaria mondiale e del ruolo del partito comunista, il che non ha nulla di libertario, anzi, il contrario? Il XIX secolo, del tutto romantico, ha creduto che il fatto di essere ribelle, il rifiuto di piegarsi alle esigenze del vivere associato, fosse l'indice, la prova, non solo del genio, ma anche di una volontà ferma nel lottare per la libertà di coscienza. Niente di tutto ciò.

H. C. Lea scrive (op. cit., I, 1171), parlando dei Catari, di cui vanta "la superiorità morale": "E' certo che nessun'altra credenza (il corsivo è mio) può produrre una serie più lunga di eletti che cercheranno la morte... piuttosto che acconsentire all'apostasia" ("il loro ardore ricercava il martirio come un mezzo per diffondere le loro idee"). "Dimenticando" così i martiri cristiani, vittime della ferocia romana; i cattolici, da Tommaso Moro in poi, vittime del Re d'Inghilterra Enrico VIII; i protestanti, vittime delle dragonnades; i Livellatori, vittime della intolleranza puritana di Cromwell; i Mormoni,... e gli innumerevoli martiri cristiani del XX secolo ... che hanno preferito la morte all'apostasia. H. C. Lea "dimentica" coloro che hanno lottato contro i. regimi totalitari, l'ammirabile Solzenitsyn, i partigiani, i soldati morti per la patria. "Dimentica", infine, che molti comunisti e nazisti, "operai del nulla", servitori del Male, si sono sacrificati anch'essi coraggiosamente. Il sacrificio di una vita, per quanto sia commovente, non basta a dar valore ad una dottrina, ad un'ideologia, o addirittura ad una religione (infatti, protestanti e cattolici si sono combattuti per secoli, un po� dappertutto in Europa, senza dimostrare niente altro se non la naturale ferocia degli uomini).

Lea riconosce d'altronde che gli eretici erano spesso uomini violenti, "dal temperamento aggressivo" (II, 235), che per il loro odio per la Chiesa arrivavano fino ad assassinare gli Inquisitori e i preti (op. cit., II, 310-311). Egli racconta (op. cit., I, 620) che un eretico condannato a partire per la crociata In terra santa, non fa niente di ciò, si sottrae alla polizia inquisitoriale, protegge gli eretici, diffonde l'eresia, rapina, ferisce e uccide preti e chierici, esercita il brigantaggio a danno dei fedeli ortodossi.

Di casi simili se ne potrebbero citare molti. Gli uomini che sono pronti a morire per la loro fede, politica o altro, fanno generalmente poco conto anche della vita altrui.

Anche nel caso degli eretici impenitenti, o dei recidivi, l'Inquisitore e il Vescovo hanno il dovere di sollecitarli, di scongiurarli perché si pentano, perché ritornino in seno alla Chiesa. Se il recidivo è particolarmente coriaceo, essi devono chiamarlo spesso al loro cospetto, esperire tutti i modi - la discussione, l'analisi critica dei testi che gli sono serviti per costruire la sua dottrina - necessari a convincerlo dei suoi errori.

Gli si manderà religiosi, di diversi Ordini, incaricati di illuminarlo. Anche sulla strada del rogo, alcuni uomini "di grande probità" lo pregheranno di abbandonare i suoi errori.

Condannato alla pena capitale, avrà diritto a confessarsi, se vuole, e a ricevere l'Eucarestia, se la chiede "con umiltà", al fine di "ben morire". Se egli si pentisse ai piedi del patibolo, se egli abiurasse i suoi errori, scamperebbe al supplizio: la sua condanna sarebbe commutata nell'ergastolo. La volontà di salvare l'anima è evidente. "Tutto ciò che si fa per convertire gli eretici è grazia", sospira Eymeric, nel suo manuale.

Ci si può chiedere che cosa potrebbe indurre certi individui a correre pericoli così grandi e reali, per il semplice bisogno di affermare dei punti di vista non ortodossi.

Affermazione dei diritti di una coscienza più esigente o scandalizzata dalle "turpitudini" del clero, speranze millenariste latenti ed esplicite, sintomi di una certa lotta di classe (direbbero i marxisti strictioris observantiae), anticlericalismo tradizionale nell'Europa medioevale: è impossibile determinare con certezza ciò che ha potuto condurre uomini, talvolta illetterati, a non piegarsi di fronte alle più alte autorità morali e intellettuali della società e della Chiesa.

Forse non sempre tutto è stato puro in una simile fedeltà ad una visione particolare, personale e gregaria, della Fede. Conosciamo il caso di genitori che, nel nostro secolo dei Lumi, rifiutano di salvare i loro bambini non facendoli vaccinare. Per obbedienza, per esempio, ad una lettura letterale di un passaggio mal compreso della Bibbia.

Così come dei "settari" hanno subito crudeli persecuzioni, per fedeltà a posizioni dottrinali di una povertà spesso desolante. E ugualmente vi sono attese millenaristiche morte e per questo senza tregua risorgenti! E che dire, quando si osserva l'atteggiamento di certi comunisti (o di certi nostalgici del nazismo) di fronte al crollo della loro fede, che sembrano attingere, di fronte al cataclisma, ragioni nuove per credere e sperare? Se non che l'uomo è disposto a morire, talvolta, per poca cosa. 

Questioni dì vane parole

In una società e in un secolo che si credono e vogliono essere pienamente secolarizzati, può sembrare forse strano che si possa accettare di morire e di uccidere per questioni di fede o, peggio ancora, per una divergenza nell'interpretazione (in sé molto difficile) dei testi che fondano la fede.

H. C. Lea, buon testimone (involontario) degli errori di giudizio e degli anacronismi che hanno animato il XIX secolo (arriva addirittura a parlare (I, 116) delle "superstizioni dell'ortodossia"), ironizza a proposito dei "punti secondari di rituale o di disciplina", "di particolarità dogmatiche" (il corsivo è mio) che "solo spiriti formati dalla dialettica scolastica avrebbero potuto cogliere" (op. cit., II, 237). Nel "calore della discussione", essi hanno esagerato l'importanza vitale per l'esistenza stessa del cristianesimo" di questi "problemi pendenti".

"Problemi pendenti" non lo erano affatto; e quando lo erano, essi derivavano, evidentemente, dal sapere e dalla competenza di "spiriti formati alla dialettica delle scuole" (come il diritto, la filosofia, la medicina, o altre discipline intellettuali). Altrimenti occorrerebbe dire che l'immenso sforzo compiuto attraverso i secoli dai vari Abelardo, Tommaso d'Aquino, Bonaventura, Duns Scot, Thomas Bradwardine e tanti altri, per chiarire e approfondire il messaggio dei Vangeli è stato totalmente inutile. (Lo era, in rapporto al semplice Cantico di San Francesco; ma ciò non significa che non sia stato ugualmente necessario, e non lo sia oggi più che mai).

H. C. Lea conclude che una Chiesa che considera "imperdonabile" un "attaccamento pervicace a qualche insignificante (il corsivo è mio) errore di dottrina" (p. 774), non solo si allontana dalla semplicità dei Vangeli, ma, anche e soprattutto, rinnega il suo messaggio d'umanità.

In realtà, in una società integralmente costruita su una visione religiosa del mondo e dell'uomo "nelle sue istituzioni, nelle sue credenze, nei suoi postulati e nelle sue abitudini" (M. D. Knowles), nella quale i valori cristiani erano vissuti da tutti come assoluti, intangibili, monolitici, immutabili, ogni attentato portato all'edificio, per quanto superficiale potesse essere, (e non sempre lo era), minacciava, nello spirito della collettività, l'edificio intero. Da qui, d'altronde, le violente reazioni popolari (pensiamo agli attuali sussulti dell'Islam).

In realtà, la Chiesa ha sempre ammesso un certo pluralismo: la diversità degli Ordini Religiosi, delle teologie, delle spiritualità, dei misticismi, ed anche delle forme d'organizzazione, lo prova abbondantemente. Si tratta di un atteggiamento conforme al messaggio cristiano: "Nella casa di mio padre, vi sono molti posti" (Giovanni, 14, 2).

Ma anche in una società "liberale" come la nostra il pluralismo ha i suoi limiti, quelli che condizionano la sua stessa esistenza. Chi è in diritto di definirli, se non quelli le cui competenze in campo sociale e costituzionale, il cui civismo, il cui senso politico, la cui preoccupazione per il bene comune designano naturalmente? Chi ha autorità per interpretare Vangeli di una complessità ideale e dogmatica straordinaria?

In regime democratico, tutti e ciascuno hanno, in linea di principio, il diritto e il dovere di possedere una loro opinione riguardo alla gestione della Cosa Pubblica.. (si sa cosa succede realmente). Ma è ben evidente che quando i problemi raggiungono un certo grado di complessità - vale a dire, in pratica, quasi immediatamente - è bene lasciare la parola a "coloro che sanno", come dice Dante, alle persone competenti.

Gli Inquisitori, uomini di grande sapere e fede profonda, erano dunque qualificati per ben condurre la difficile opera che era stata loro affidata da Roma. Essi avevano il dovere assoluto di intervenire là dove sembrava che movimenti, popolari o no, potessero essere pericolosi per la vita stessa della cristianità. Ora, per loro, l'eresia non è altro che - e non può che essere - così come l'ha definita Sant'Agostino: "una perversità dello spirito e dell'ostinazione della volontà", una forma di orgoglio (e si sa come l'orgoglio, all'epoca, fosse identificato col Male assoluto).

É soprattutto a questo titolo che furono condannate le eresie, ben più ancora che per il loro allontanamento dall'ortodossia o per le loro teorie antisociali. Di conseguenza, l'immaginazione sovraeccitata delle folle favorì i peggiori comportamenti, così come avevano fatto i Romani quando scoprirono il fatto cristiano. E certi Inquisitori condivisero queste mitologie, non senza esitazioni, n� senza alcune forme di tolleranza, fatte dello scetticismo dei vecchi confessori che hanno sentito tutto, compreso tutto e, infine, perdonato tutto. Le eresie erano una "rivolta contro ... la religione costituita, gerarchica e sacramentale". Per esempio, il Papa Gregorio VII aveva condannato, nel 1074, il matrimonio dei preti, il concubinaggio, la simonia, l'avidità dei beni terreni e degli onori mondani che avevano invaso il clero. Due anni più tardi, lo stesso Papa doveva vietare al popolo d'assistere alle funzioni dei preti che "non avevano rinunciato a fornicare".

D'altra parte, la reazione popolare trovò assai rapidamente il modo di esprimersi attraverso gli Ordini mendicanti o mediante una vita religiosa personale e più spirituale (fu il caso dei Fratelli della Vita Comune, di Deventer, nei Paesi Bassi, della Devotio Moderna o dei Beghinaggi). Ci fu anche una "eterodossia più sistematica e di un contenuto più ampio, da parte di certi spiriti colti e dotati".

Alcuni movimenti eretici affermavano il diritto di vivere la Verità cristiana, senza Chiesa e senza clero. Ma il dualismo manicheo era più pericoloso e, soprattutto, meno "assimilabile" dalla Chiesa. Infatti, sviluppava una morale anticristiana (senza dimenticare un'organizzazione notevole) che minacciava l'intero edificio religioso e sociale andando, sul piano sessuale, dalla promiscuità organizzata o dalla poligamia alla castità più rigida. Questa atmosfera equivoca, ambigua, minava le basi dell'insegnamento in cui la Chiesa si era prodigata nei secoli. Era necessario mantenere le pecore nel giusto cammino. Questo fu il compito degli Inquisitori. Bisogna cercare di comprendere il loro comportamento, che era d'altronde controllato e regolato da codici e procedure giuridiche, contrariamente al movimenti inferociti delle folle (pensiamo ai massacri del settembre 1792, ai processi sbrigativi degli Einsatz-commando nazisti o al tribunali dell'epoca staliniana.. .), comportamento che, oltre tutto, era caratterizzato da un clima di mansuetudine. E qualora se ne fosse sentita la necessità, S. Tommaso d'Aquino forniva gli argomenti necessari per placare i loro scrupoli di uomini di Chiesa, scrivendo: "Ci sono due cose da considerare riguardo agli eretici: una in rapporto ad essi, l'altra in rapporto alla Chiesa. Rispetto ad essi è da considerare il peccato di cui sono colpevoli e per il quale hanno meritato non solo di essere separati dalla Chiesa mediante scomunica, ma anche di essere eliminati dal mondo con la morte. In effetti è un crimine maggiore corrompere la fede, che è la vita dell'anima, piuttosto che falsificare il denaro, che non serve se non ai bisogni della vita corporale. Dì conseguenza, se i principi secolari, senza ledere la giustizia, possono mettere a morte immediatamente quelli che falsificano il denaro e gli altri malfattori, a maggior ragione, senza ledere la giustizia, è possibile non solo scomunicare ma anche condannare a morte gli eretici, dal momento che sono riconosciuti colpevoli di eresia. Rispetto alla Chiesa, bisogna considerare la misericordia che essa riserva a chiunque si riscatti dai suoi smarrimenti. Ed ecco perché non condanna gli eretici immediatamente, ma solo dopo un secondo errore, come vuole l'Apostolo. E se l'eretico è ostinato, allora la Chiesa, disperando per la sua conversione, provvede alla salvezza degli altri separandolo dal suo seno con la scomunica: infine lo consegna ai giudici secolari, affinché lo facciano scomparire dal numero dei viventi". 

La Società del nostro tempo

Una volta ancora, ritorniamo alla società del nostro tempo, ai movimenti di fermento, talvolta drammatici, ch'essa ha vissuto: durante la guerra o negli anni che seguirono o, ancora, quando una minaccia di guerra nucleare appare all'orizzonte o molto semplicemente, quando le sette - o gli immigrati - sembrano una minaccia per il suo benessere o per la sua tranquillità morale, e si comprenderà meglio, forse, la sua condotta. Certi diranno che spettava alla Chiesa il dovere di rispettare al massimo, ovunque e sempre, la libertà di coscienza e che essa non aveva il diritto in alcun modo, nel caso di "devianze" anche pericolose per "l'Ordine costituito", d'applicare la pena di morte.

"É questo ,infatti, senza dubbio - scrive Padre M. D. Knowles, O.S.B. - uno dei fatti più dolorosi e deplorevoli di quest'epoca". Come si fa a non essere d'accordo?

Ma bisogna "comprendere", nel senso forte che Spinoza attribuisce alla parola "intelligere", e non commettere anacronismi.

La maggior parte di quelli che condannano l'uso della pena di morte, l'ammettono quando si tratta di punire coloro che hanno servito i disegni del nemico (le spie) e, in linea più generale, quelli che non hanno rispettato alla lettera i dettami più rigorosi di un'ortodossia (di guerra, di rivoluzione, di "patria in pericolo"); o di mettere alla berlina gli "obiettori di coscienza" in tempo di guerra. La pena di morte fa orrore; ma bisogna ricordarsi che le nostre società liberali, pluraliste e democratiche, l'hanno applicata. Nel XX secolo.

Che gli Inquisitori abbiano avuto la coscienza tranquilla quando condannavano a morte o, più precisamente, quando abbandonavano al braccio secolare la cocciutaggine degli eretici, non dovrebbe stupire. Essi non dovevano essere turbati più di quanto non lo fossero Saint-Just nel 1793, i tribunali militari che, nel 1917, decimarono i reggimenti francesi che si erano ammutinati o, nel 1945, i giudici che condannavano alla fucilazione i collaboratori del nemico. La negazione della verità della fede, la dottrina insegnata dalla Chiesa, doveva inorridirli tanto quanto, per alcuni, rimettere in discussione i diritti sacri, i principi della Rivoluzione, della Patria, della Resistenza o della Società.

 

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