Capitolo Quarto
L'INQUISITORE IDEALE
Bernardo Gui, nel suo Practica, traccia il ritratto dell'Inquisitore ideale. Egli scrive, dopo aver osservato che questo giudice doveva avere almeno quarant'anni: "Deve essere diligente e fervente nel suo zelo per la verità religiosa, per la salvezza delle anime e per l'estirpazione dell'eresia. Tra le difficoltà e le contrarietà deve rimanere calmo, mai cedere alla collera né all'indignazione. Egli dev'essere intrepido, affrontare il rischio sino alla morte, ma senza arretrare di fronte al pericolo, né aumentarlo a causa di un'audacia irriflessiva. Dev'essere insensibile alle preghiere e alle lusinghe di quelli che provano a conquistarlo; tuttavia non deve indurire il suo cuore al punto di rifiutare proroghe o mitigazioni di pena a seconda delle circostanze e dei luoghi... Nei casi dubbi deve essere circospetto, non dare facilmente credito a quello che sembra probabile e spesso non è vero; non deve rifiutare ostinatamente le opinioni contrarie, perché ciò che sembra improbabile finisce spesso per essere la verità. Deve ascoltare, discutere ed esaminare con tutto il suo zelo per arrivare con pazienza alla luce... Che l'amore della verità e la pietà, che devono sempre risiedere nel cuore di un giudice, brillino nel suo sguardo, in modo che le sue decisioni non possano mai sembrare dettate dalla cupidigia e dalla crudeltà".
Eymeric, nel suo Directorium, part. III, q. I, De conditione inquisitorìs, traccia un ritratto simile dell'Inquisitore. E' un ritratto del buon magistrato ideale d'oggi. Ma si è tentati di dire, parafrasando Beaumarchais: "Considerate le virtù che esigete dai giudici, quanti accusati saranno degni d'esserlo?"
Si può pensare che, nel corso dei secoli, uomini dalla salda fede, che vivevano in una società religiosamente omogenea e i cui punti di riferimento erano religiosi, ma tormentati (a morte, secondo loro) dalle correnti nemiche, siano sempre stati all'altezza delle esigenze dell'Istituzione? Un certo Robert le Bougre, che era stato manicheo (da cui il suo nome di "Bulgaro"), è sempre riuscito a controllare i sentimenti di orrore che - siatene certi - gli ispirava la dottrina che l'aveva abbagliato nella sua giovinezza (pensiamo a S. Agostino, anche lui manicheo per più di dieci anni).
Non c'è peggior aggressività di quella di chi ha cambiato fede. Gli anticomunisti più lucidi, ma anche più violenti, che ho conosciuto, erano per lo più dei vecchi "marxisti-leninisti" convertiti. Tutto questo non per discolpare Robert le Bougre (o il suo alter ego, Conrad de Marbourg), ma per collocarlo al suo posto e nel suo secolo. Vi erano sicuramente, tra i giudici di questo tribunale religioso, dei duri, dei "tough minded', direbbe il sociologo Eysenck, in opposizione a "tender minded". É da escludere che nell'uno o nell'altro caso sì sia arrivati al sadismo? Le reazioni dei Vescovi e di Roma provano che il loro comportamento fu lungi dall'essere la regola e che fu spesso disapprovato dalle autorità civili e religiose, così come dall'opinione pubblica.
Bernardo Gui, inquisitore della Linguadoca
Nacque nel Limousin intorno al 1261. Studiò filosofia e teologia, insegnò logica ad Albi e a Carcassonne, fu priore a Limoges (1305-1307), poi Inquisitore a Tolosa, dal 16 gennaio 1307 al 1323 o 1324. In precedenza aveva partecipato ad un'ambasciata di pace in Lombardia, in Toscana (1317-1318) e in Fiandra (1318). Pini la sua carriera come vescovo di Tuy, in Galizia (1323). E' sepolto nella bella ebiesa dei Domenicani a Tolosa. La sua opera è considerevole per l'eccezionale precisione documentaria, e si occupa delle più diverse discipline: storia, storia dell'Ordine dei Predicatori, cronache, agiografia, teologia. I suoi scritti sull'eresia - Practica officii inquisitionis (1323?) e Liber sententiarum inquisitionis Tolosanae - sono modelli nel genere.
La quinta parte della Practica contiene un'esposizione sistematica delle dottrine e dei riti in uso presso i catari, i valdesi, gli pseudo-apostoli, i beghini e le beghine. E' una tonte preziosa per tutto ciò che interessa le eresie. Bernardo Gui non è dunque un bruto alla maniera delle S.S., né un uomo dalla mediocre cultura, come certi individui utilizzati dal nazismo o dal comunismo. E' un docente universitario che parla di ciò che conosce, capace di discutere da pari a pari con gli eretici più colti. Non è un duro, come provano le cifre relative alle sue sentenze. Egli ha assolto il compito di Inquisitore, come abbiamo detto, per 15 anni, dal 1308 al 1323. Durante questo lasso di tempo si è dovuto occupare di 930 casi. Non ha pronunciato nessuna condanna nel 1315, 1317, 1318 e 1320. In cinque anni un solo intervento. La condanna emessa più frequentemcnte (307 su 390 colpevoli) è la prigione ("immurati"). Nello stesso tempo, 139 sono stati assolti. Ci sono anche, in numero di 143, condanne a portare una o più croci ("crucesignati"); ma 132 ricevono la grazia di non portarla affatto o di non portarla più e ci sono 9 "colpevoli" che partono in pellegrinaggio. Quarantadue (42) vengono "abbandonati al braccio secolare", più 3 "se essi sono ancora in vita".
Quaranta eretici sono esumati, e di questi 36 nel 1312. Si conta anche un esilio, la distruzione di una casa e l'incendio di un Talmud.
Del resto, bisogna notare che noi non abbiamo alcuna idea del numero dì quelli che si accusavano nei "tempi di grazia" e che furono assolti, né del numero dei sospetti sottoposti all'Inquisitio, (all'inchiesta), e che furono rilasciati senza andare oltre; né della percentuale che la totalità dei sospetti, degli incolpati, degli autocritici, rappresenta rispetto alla popolazione totale.
La punizione degli Inquisitori
Ci furono degli abusi. Il contrario sarebbe sorprendente. Certi Inquisitori si dimostrarono troppo repressivi, fecero gli zelanti (H.C. Lea, op. cit. II, 291). Questione di temperamento nel caso dei religiosi, come in quello dei giudici, dei professori o... dei genitori. Certi Inquisitori usarono i loro poteri per arricchirsi, a forza di infliggere multe, e per ostentare un lusso stravagante. Essi furono biasimati dal loro Ordine. Tuttavia, lo stesso H. C. Lea, poco sospettabile d'essere indulgente e moderato, riconosce (p. 595) che sarebbe "ingiusto" accomunare tutti gli Inquisitori nelle stesse accuse. Egli aggiungeva subito, è vero, senza altre prove, che "molti (il corsivo è mio) tra loro le meritano".
Alcuni Inquisitori furono puniti per eccesso di severità. Si conosce il caso di padre Roberto, (soprannominato il "Bougre") che fu sospeso dal suo incarico e poi condannato al carcere a vita. L'Inquisitore Pons du Poucet aveva ordinato di esumare il cadavere di un eretico perché fosse bruciato. Viene avviato contro di lui un processo di annullamento della sentenza nel 1300: non era ancora finito nel 1309...
D'altra parte, il De officio Inquisitionis (circa 1314-1315) dedica un paragrafo speciale alle sanzioni previste per gli Inquisitori che mal adempiono al loro compito. Per mancanza o per eccesso di zelo?
Amenità Inquisitoriali
In un lavoro dedicato agli Anabattisti di Munster (1534-1535), Barret e Gurgand riportano qualche passo scelto dai rapporti dei giudici di Jan di Leyde, il loro "Re". Nella nostra epoca, questi sarebbe stato condannato pesantemente come fautore di disordini, adultero, assassino e poligamo o, meglio, rinchiuso in un ricovero psichiatrico. Siamo nel XVI secolo, epoca di disordini particolarmente violenti e che vede le lacerazioni della Riforma e delle diverse eresie e movimenti sociali. Ecco il colloquio "più o meno parola per parola", "senza tralasciare uno solo dei suoi argomenti", dei giudici con l'incolpato.
"Quando il Re entrò nella sua camera con la scorta che l�aveva prelevato dalla sua prigione, lo salutarono amichevolmente e l'invitarono a sedersi vicino al fuoco. Gli domandarono come si sentisse e se soffrisse nella prigione. Rispose che soffriva il freddo e aveva il mal di cuore, ma che doveva sopportare tutto con pazienza perché Dio aveva disposto così per lui. Poco a poco, sempre parlandogli amichevolmente (perché da lui non si poteva ottenere niente in altro modo) arrivarono a parlare del suo regno e della sua dottrina nel modo che segue". Primo punto dell'interrogatorio:
"I ministri: Caro Jan, sentiamo dire sul vostro governo cose straordinarie e orribili. Se sono come le descrivono, e sfortunatamente questa non è che la verità, noi non possiamo concepire come sia possibile per voi giustificare un tale comportamento con le Sacre Scritture. Il Re: quello che abbiamo fatto e insegnato, l'abbiamo fatto e insegnato a buon diritto, e possiamo giustificare tutti i nostri comportamenti, le nostre azioni e la nostra dottrina davanti a Dio e a chi gli appartiene".
"I ministri gli obiettano che nelle Scritture non c'è problema rispetto al regno spirituale di Gesù Cristo: "Il mio regno non è di questo mondo" ha detto lui stesso".
"Il Re: capisco molto bene quello che voi dite del regno spirituale di Gesù Cristo e non attacco nemmeno i passaggi che voi citate. Ma dovete saper distinguere il regno spirituale di Gesù Cristo, relativo al tempo della sofferenza e del quale dopo tutto né voi né Lutero avete una giusta idea; e l'atro regno, quello che dopo la resurrezione verrà stabilito nel mondo e avrà durata di 1000 anni. Tutti i versetti che trattano del regno spirituale di Cristo, sono in rapporto al tempo della sofferenza, ma quelli che si trovano nei profeti e nell'Apocalisse e che trattano del regno temporale, devono essere riferiti ai tempi della gloria e della potenza che Cristo avrà nel mondo assieme ai suoi".
Questo interrogatorio ebbe luogo nel gennaio del 1536 nel corso di 6 mesi; Jan de Leyde ha dovuto rispondere sotto tortura e non, a domande sulla sua vita, ha dovuto raccontare la sua infanzia, i suoi viaggi, il suo matrimonio a Leyde, il suo arrivo a Munster, la morte di Matisse, la comunione dei beni... No, egli non ha decapitato con le proprie mani più di 7 o 8 persone... Ignora del tutto il fatto che si sia potuto, nella città affamata, uccidere e mangiare bambini... Perché questa avventura? Perché Dio voleva punire il mondo e poiché essi, gli Anabattisti, erano lo strumento di Dio...
L'indulgenza inquisitoriale
Conosciamo il caso dell'eretico, contumace e recidivo, che spoglia, ferisce e uccide preti e fedeli. Egli vien fatto prigioniero venti anni dopo la sua prima abiura. Riconosce i suoi errori e sollecita la penitenza (1248). Normalmente egli dovrebbe concludere la sua vita sul rogo.
Come punizione, invece, viene condannato alla prigione a vita. H. C. Lea commenta il fatto scrivendo: "Questo succedeva, è vero, nei primi periodi dell'Inquisizione".
Infatti, conosciamo ben altri esempi di simile indulgenza e ne abbiamo citato alcuni. Si può dire che il perdono era inscritto nello spirito stesso del codice inquisitorio.
Il concilio di Narbonne (1243) invita gli Inquisitori al discernimento e alla saggezza: "Sforzatevi di portare alla conversione gli eretici, mostratevi, nei riguardi di coloro i quali ne manifesteranno l'intenzione, pieni di indulgenza: la vostra missione ne riceverà una magnifica consacrazione. Il testo continua: "Quelli che rifiutano di convertirsi, non abbiate fretta di condannarli; insistete frequentemente, sia di persona, sia per mezzo d'altri, presso di loro, per spingerli alla conversione, e non consegnateli al potere secolare che con rimpianto".
Lo storico Hamilton ha ragione quando fa osservare che ogni Inquisitore si è trovato necessariamente diviso tra i suoi doveri di giudice, difensore della Fede, e i suoi doveri di confessore, incaricato di salvare le anime, di discernere in esse la parte di ragione e di irrazionale, la parte degli errori dovuti a ignoranza e la parte d'aspirazione ad una religione più autenticamente evangelica, che li agitava tanto pericolosamente. Mai le esigenze della legge e la guida delle anime si sono trovate così strettamente unite in seno ad un solo tribunale.
L'inquisizione fu efficace?
Ciò che colpisce quando si legge l'opera di H. C. Lea, che tende a mettere in luce gli innumerevoli crimini dell'Inquisizione, è che, in ogni momento, mette in evidenza il fatto che le comunità di eretici sopravvissero, proliferarono e continuarono ad organizzarsi per lungo tempo. Nel 1209 esistevano a Roma delle scuole in cui erano professate delle "dottrine manichee" Si contano a Milano diciassette sette eterodosse in piena attività (che del resto lottano tra loro "con accanimento"). I Valdesi bruciati a Strasburgo nel 1212 dichiararono che il loro capo risiedeva a Milano e che avevano l'abitudine dl fargli pervenire il denaro da loro raccolto. Nel 1204, a Piacenza, gli eretici sono tanto potenti da provocare l'espulsione del Vescovo e di tutto il clero. Questi si rifugiarono a Cremona, che li espulse nel 1205.
Non era raro che le autorità comunali riservassero una cattiva accoglienza agli Inquisitori. H. C. Lea cita il caso di "feudatari locali" dell'Imperatore Ottone IV (1210) poco disposti ad aiutare un Vescovo di Torino a lottare contro gli eretici. Vi fu, analogamente, il caso della Repubblica di Venezia (Lea, op. cit., II, 302) che pretese e ottenne che i Rettori da essa nominati fossero sempre consultati dai vescovi e dagli Inquisitori, nel corso delle persecuzioni contro gli eretici. Gli stessi vescovi, non sempre dimostravano lo zelo necessario per portare a buon fine un'azione efficace.
Il Padre Dondaine riporta un caso curioso di corresponsabilità divisa tra gli Inquisitori e altri responsabili. Nel 1285, l'inquisitore domenicano Florio procede contro i giudei di Ferrara dietro l'ingiunzione di un certo Latinus Malabranca: la responsabilità delle sanzioni prese si spartì tra il suddetto Latinus, i giuristi di Ferrara, Bologna e Padova, consultati dal sopracitato Florio, gli autori della legge, i papi Clemente IV e Gregorio X, e� lo stesso Inquisitore. Responsabilità divise, potere indebolito.
Un opuscolo intitolato De inquisitione hereticorum (probabilmente di David d'Asburg), della seconda metà del XIII secolo, fornisce alcune riflessioni degne di attenzione. L'Inquisizione, egli scrive, non ha più il fervore di un tempo. Il suo zelo diminuisce. "Prendere e convincere gli eretici - egli scrive - è diventato quasi impossibile, al punto che si dispera di liberarne la Chiesa. Questo per tre motivi. Al momento sono rari quelli che hanno ancora abbastanza zelo e perseveranza per esercitare l'incarico di Inquisitore: poiché gli eretici non ci disturbano apertamente, noi non abbiamo la preoccupazione di combatterli; non desideriamo che una cosa: che ci lascino in pace. Secondo motivo: sono pochi coloro che sanno impadronirsi degli eretici o agire efficacemente contro di loro, gli altri si lasciano ingannare o, meglio, trascinati da una falsa compassione (il corsivo è mio), li lasciano andare, credendo troppo facilmente alle loro dichiarazioni di pentimento. Terzo motivo: mancano spesso le prove richieste dal diritto, necessarie per le condanne". Il più polemico tra gli storici dell'Inquisizione, H. C. Lea, scrive (op. cit., t. II, 302): "In Italia come in Francia, la storia dell'Inquisizione durante il XIV e il XV secolo, è quella di una decadenza".
Le reazioni popolari contro l'inquisizione
L'apice della potenza inquisitoria si colloca alla fine del XIII secolo, dopo non cesserà di decadere perché l'opinione pubblica era mutata e non vedeva più di buon occhio la presenza di giudici che non si erano mai fatti apprezzare.
I vescovi, molto gelosi della loro autorità e più vicini al loro gregge, non impiegavano sempre il massimo di buona volontà nell'aiutare gli Inquisitori nel loro compito.
Il 7 ottobre 1375, il Papa Gregorio XI li accusa di aver, "con la loro negligenza", favorito lo sviluppo dell'eresia. Gli impone di contribuire alle spese dell'Inquisizione e di costruire delle prigioni per gli eretici.
Di fatto esiste uno stato di tensione organica, potremmo dire, - nel senso che è legata alla natura delle cose - tra gli Ordinari e gli Inquisitori. Questo non è tutto.
Arrestare un sospettato, o anche qualche eretico notorio, non era sempre privo di difficoltà. Poteva accadere che la popolazione facesse causa comune con lui e si azzuffasse con i "servientes", la polizia della città.
All'inizio del XIV secolo (1304? 1305?), i capitoli di Santa Cecilia e di San Salvi d'Albi, l'abate e il monastero di Gaillac, si rivolsero al collegio dei cardinali perché questi intervenissero nel conflitto che opponeva "tutto il paese" agli Inquisitori. Alcuni Inquisitori furono massacrati.
La cronaca di un Domenicano del convento di Tolosa, scritta all'inizio del XIV secolo, descrive gli incidenti che hanno visto opposti, in questa città, i giudici dell'Inquisizione e gli eretici che si sentivano sostenuti dalle autorità municipali.
I Frati Predicatori furono espulsi.
Nel XV secolo - periodo, è vero, di crisi per la Chiesa e per la società - l'audacia degli oppositori aumenterà. Nell'ottobre del 1487, Pierre Grand, professore di diritto civile e diritto canonico, predica al popolo di Usseaux, nel Delfinato.
Finita l'omelia: "nessuno gli dice parola o lo saluta, lo si guarda con sguardo torvo ("tortis oculis") e quando, secondo il costume di Usseanx, dice l'Ave Maria, nessuno prega con lui: egli teme seriamente di essere ucciso. Il 10 ottobre, una predica dello stesso è interrotta a causa dei mormorii", anzi di più, perché "contra ipsum rugiebant et murmurabant". Il minimo che si possa dire è che gli uomini di quest'epoca non vivevano affatto nel terrore dell'Inquisizione.
I borghesi reagivano anch'essi. Nel maggio 1306, un certo B. Durant, parlando a nome degli abitanti della città di Cordés, dichiarandosi buon cattolico e ispirato dall'amore della giustizia e della verità, chiede che un certo Cavalier, detenuto nelle prigioni di Tolosa, non sia più maltrattato; che un salva-condotto sia accordato a tutti coloro che volessero venire a testimoniare; che, a causa in corso, ogni azione penale non possa essere attuata se non con la presenza dell'abate di Fontfroide; che venga fatta una revisione delle confessioni che gli sono state estorte, etc....
Talvolta, i figli del condannato e i probiviri scelti per valutare il valore dei beni confiscati, rifiutavano, puramente e semplicemente, di rivelare lo stato esatto di questi beni. Talvolta non c'erano acquirenti, o proponevano prezzi troppo bassi. Nel 1424, occorre reclutare guardie, al costo di 3 fiorini, per assicurare la salvaguardia di un rogo contro gli attacchi possibili degli amici della condannata, una strega.
Gli eretici si armavano, si organizzavano per meglio resistere. Un certo Tanchelm, che propagava un neo-manicheismo in Fiandra e in Zelanda, aveva organizzato un'armata di 3000 uomini che gli permetteva di impadronirsi di Bruges e di Anversa. Egli dichiarò le chiese luoghi di corruzione, "ecclesiae Dei humanoria esse reputandas", le fece profanare e mettere a morte chiunque gli resistesse. Le cose non andarono diversamente nel Mezzogiorno della Francia: quando ne avevano l'occasione, gli Albigesi saccheggiavano e bruciavano le chiese, calpestavano gli oggetti sacri, torturavano i preti che cadevano nelle loro mani. Sarebbe stato strano che i poteri, civile e religioso, non reagissero in nessun modo.
> Capitolo 5: Perché morire sul rogo?