il Rimino n. 76. Febbraio 2002
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Nel sito web.tiscali.it/santamaria si legge questa recensione del nostro sito:
RiminiStoria

Molto semplice e assai navigabile, questo sito dello studioso Antonio Montanari e' ricco di contenuto che, pur avendo come punto di riferimento la citta' di Rimini, s'inquadra anche negli eventi letterari, filosofici e storici nazionali. Gli studi di Montanari, infatti, spaziano dai temi affrontati dall'Accademia dei Filopatridi (all'interno della quale egli ha fondato il Centro Studi intestato al filosofo Amaduzzi) ad avvenimenti importanti della storia d'Italia.
Particolare attenzione e' riservata all'Accademia dei Lincei con saggi su Giovanni Bianchi (Iano Planco), del quale viene riportata in edizione integrale anche l'opera "La Spetiaria del Sole", e alla storia e all'arte della Romagna con saggi sul poeta-filosofo Bertola, sull'Annona frumentaria riminese nel sec. XVIII, su Documenti inediti della MunicipalitÓ di Rimini, sul Modernismo di don Giovanni Montali, e su moltissimo altro.
Di argomento prettamente storico sono gli scritti "Plebe Briganti Ribelli" al tempo dell'invasione napoleonica e, di data pi¨ recente, "I giorni dell'ira - Settembre 1943-Settembre 1944".
Nel sito, oltre ai saggi di Montanari, e' pubblicato anche un periodico d'informazione, "Il Rimino", e vi trovano ampio spazio recensioni, schede librarie, pagine dedicate allo scrittore Guido Nozzoli, notizie varie (riminesi, soprattutto) e la rubrica settimanale di satira e costume "Tam Tama".
A chi «frega» della sicurezza stradale?

La denuncia del ministro Carlo Giovanardi:
disinteresse dei politici.
Il cardinale Ersilio Tonini ha confidato al giornalista Beppe Severgnini: i nostri politici non affrontano la drammatica questione delle morti del sabato sera perché «sono terrorizzati di perdere il voto dei giovani». Severgnini ne ha riferito il 14 febbraio sul «Corriere della Sera», nella consueta rubrica del giovedì, dove, per la seconda settimana consecutiva, ha trattato il tema.
Storie nascoste dell'arte sacra
I recenti restauri illustrati in un libro
curato da Pier Giorgio Pasini

C'è un rapporto vivo e segreto fra le opere d'arte sacra ed il popolo del luogo ove esse si trovano. Giustamente, Pier Giorgio Pasini in «Arte ritrovata. Un anno di restauri in territorio riminese» ne accenna, ricordando la «condivisa affezione» e la «popolare devozione della gente del posto». Se per lo storico dell'Arte questo elemento è uno dei tanti che egli deve tenere in considerazione, per chi si occupa di Storia più in generale, il senso della pietà verso le cose sacre, è materia di fondo per raccontare aspetti non secondari del vivere comune, e del rapporto intercorso fra gli uomini di età diverse e la Religione.
Lo scritto di Pasini offre una sorprendente documentazione anche sotto questo profilo. Lasciano intravedere molti spunti, le osservazioni che egli elenca a proposito delle località coinvolte in questa operazione dei restauri voluti dalla Provincia di Rimini in occasione del Giubileo 2000.
Ad esempio, Pasini scrive che tra Seicento e Settecento «i pittori bolognesi hanno lavorato molto per la Valle del Marecchia, oltre che per Rimini». Ecco che, a questo punto, l'interesse del lettore non specialistico pensa al diffondersi della fama di un artista, alle voci che corrono da paese a paese, mentre fedeli e sacerdoti (o privati cittadini) s'affannano a chiedere l'opera, oppure è lo stesso artista che gira, chiesa dopo chiesa, e tasta il polso, proponendo il suo repertorio, od attingendo alla fonte delle tradizioni locali (patroni, santi venerati).
Andrea Donducci, detto il Mastelletta, ha lasciato nella Colleggiata di San Martino a Verucchio una «Madonna di Loreto e Santi» (Carlo Borromeo, Antonio da Padova, Barbara), opera eseguita nel 1635 «per conto della famiglia di Matteo Ranuccioli, come adempimento alle disposizioni testamentarie di quest'ultimo» (scrive Amanda Pellicciari, in un saggio del volume). Un'altra pala verucchiese di Andrea Donducci (proveniente da Sant'Agostino), è indicata da Pasini come bisognosa di un restauro per poterla decifrare compiutamente, mentre nella Colleggiata di Santarcangelo c'è una tela dello stesso Mastelletta, una «Pietà» forse replica dell'originale cesenate.
Secondo Pasini, il restauro della «Madonna di Loreto e Santi» ha permesso di collocare questo lavoro tra le «opere pienamente autografe della maturità dell'artista bolognese», mentre per la pala verucchiese da ripulire e studiare si può ipotizzare per ora che essa appartenga «all'ultima attività del pittore». Dunque, questo artista avrebbe viaggiato e riviaggiato nelle nostre terre, contrattando e cercando di esaudire le pretese dei committenti, con l'inserire nelle sue opere aspetti che oggi sembrano persino di difficile lettura, come quel «manipolo di patetici confratelli dalla cappe bianche» che nella seconda pala verucchiese la Madonna stringe fra le sue braccia: come se una qualche Compagnia fosse stata la promotrice dell'opera.
Aggiunge Amanda Pellicciari che la commissione della «Madonna di Loreto», per il suo autore «doveva suonare come un segno di emarginazione rispetto al circuito bolognese delle grandi commissioni pubbliche di destinazione ecclesiastica, dove il Mastelletta aveva ricoperto un ruolo di primo piano, nel secondo decennio del secolo con la realizzazione di opere importanti destinate agli altari delle principali chiese felsinee».
Verucchio, Pasini precisa, se «per la pittura sembra dipendere da Bologna e poi da Rimini», «nel Settecento ebbe buoni artefici locali», anche se il contributo emiliano ritorna. Invece, «dalla valle del Conca fra Cinque e Seicento la richiesta di opere di una qualche importanza furono indirizzate prevalentemente all'ambiente artistico urbinate». La cosa notevole, prosegue Pasini, è che nel Seicento questa valle ha avuto pittori «suoi»: artisti «ignoti alla letteratura» perché non di grande levatura e perché ‘scoperti' solo di recente, come Silvio Ariani, del quale è stata restaurata la pala (1636) con la Madonna, il Bambini ed i Santi Gaudenzo e Marco: essa appartiene ad «una chiesa che ha ormai esaurito la sua funzione di parrocchiale, San Gaudenzo di Montefiore». E la figura del suo titolare, è «una delle rarissime immagini superstiti in diocesi, della quale è tuttavia il protettore principale». Più tardi, documenta Pasini, le commesse della valle del Conca s'indirizzano «di preferenza a Rimini, e particolarmente alla bottega di Giovan Battista Costa, che è stato il pittore più celebre fra i riminesi».
Come emerge dalle notizie riportate sinora, il bel volume (edito dalla Banca Popolare Valconca) può offrire importanti sollecitazioni alla riflessione ed allo studio. Andrea Emiliani ha composto la suggestiva introduzione, in cui spiega le coordinate storiche e geografiche indispensabili alla lettura, e soprattutto legittima le suggestioni alle quali mi sono abbandonato nelle righe precedenti. Trattando di «Territorio, città e campagna», Emiliani scrive infatti che se «ci affacciamo anche alla più umile tra le chiese delle nostre campagne», potremo scoprirvi tutti i segni si una storia collettiva, che, come dicevo, non è soltanto artistica: «E' una visione globale, avvolgente, la più densa di significati e di espressioni che possiamo immaginare. La forza umana e di fede del territorio ci viene incontro, non rifiuta mai l'incontro. Ci sono musei che è necessario ricercare, aprire, illuminare. La chiesa è sempre offerta alla fede e a quella particolare preghiera che sta nell'opera di identificazione, di studio, di manutenzione e di restauro che lo storico dell'arte tenta di realizzare per lei. Il messaggio di comunità povere e di altre abbienti ritorna dal tempo, viene verso di noi», ed offre, oltre a quelle «narrazioni d'arte» di cui parla Emiliani, anche il racconto di tanti piccoli mondi che ruotano attorno ad un campanile e ad un'idea del sacro, come itinerario dal finito all'infinito.
Di questa «narrazione» sociale (e non artistica) porto come esempio la Madonna di Bernardino Dolci, di Montefiore (parrocchiale di San Paolo): sotto il manto della Vergine (retto da due angioli) sono inginocchiati nove fedeli, religiosi e laici, tra cui un bambino. Due di loro, leggo in Pasini, «vestono il sacco degli Scoriati». Ancor più corale, appare Giorgio Picchi (Mondaino, &592, parrocchiale di San Michele, con la sua lunga, solenne processione («affollata e pittoresca», la definisce Pasini).
I Santi Crispino, Crispiniano ed Omobono (Santarcangelo, Suffragio, c. 1620, di Ignoto) attraverso alcuni simboli (forma da scarpe, lesina da calzolaio, un paio di forbici da sarto), rimandano ad un altro aspetto: la protezione sopra chi esercita un mestiere (Crispino e Crispiniano per i calzolai, Pietro Martire per i commercianti di tessuti e cuoi, Omobono per i sarti).
Pasini riferisce anche l'importanza che, negli altari secondari delle chiese, hanno le testimonianze delle confraternite «canonicamente erette», delle «devozioni particolari di singole persone e di famiglie influenti», e del culto di Santi Taumaturghi (Sebastiano, Rocco, Biagio, Lucia, Agata ed Apollonia), mentre in campagna sono frequenti le immagini dei protettori degli animali: Antonio Abate, Eurosia, Vincenzo Ferreri, Filomena. Dato curioso: le quattro pale superstiti delle confraternite professionali delle campagne sono tutte a Rimini, e riguardano fornai, calzolai, fabbri ferrai, ingegneri, e si trovano (due) al Museo, una presso i Paolotti e l'ultima a Santa Rita.
Il volume contiene anche un saggio del Vicario diocesano mons. Aldo Amati che affronta il fondamentale tema della funzione dell'arte sacra nelle chiese, oltre ad altri aspetti non meno importanti, strettamente legati alle vicende locali. In questo scritto, la meditazione del passato si offre al nostro presente con spunti in cui arte, liturgia e culto sono collegati tra loro: «A servizio della lode a Dio sono usati tuttora i diversi arredi», esistenti in ogni antica chiesa. Ancora una volta la Storia palpita nei gesti quotidiani, ma cede il passo a Qualcosa che essa stessa non illumina, cercando invece di esserne illuminata.
(Consentitemi, in margine, un piccolo memento: di «pietas popolare» e storia religiosa si occupò Romolo Comandini, grande uomo e studioso originario di Roncofreddo, vissuto a Rimini dove insegnò, ora dimenticato, con la grande ricchezza dei suoi documenti d'archivio sepolta a Savignano, non classificati, quasi dimenticati da tutti se non da pochi che furtivamente li leggono e se ne fanno ripetitori, osando persino fingere di ignorare la fonte, e si appropriano così di quello che lui scrisse con passione, scienza e fatica.)
Antonio Montanari
Ritratto di un artista da giovane

Venerdì primo febbraio sera, Radiotre ha trasmesso «Ritratto di un artista da giovane», un programma dedicato a Federico Fellini, del quale ha riproposto tre testi radiofonici degli anni 1941-42, ritrovati recentemente da Paquito Del Bosco presso l'Archivio di Stato di Roma e l'Archivio nazionale della Siae (Società Italiana Autori ed Editori). Paquito Del Bosco ne aveva dato notizia al convegno riminese della Fondazione Fellini (1997) con una comunicazione intitolata «Radio Fellini» (ora in «Federico Fellini da Rimini a Roma 1937-1947», Capitani ed. 1998, pp. 94-96).
L'allestimento è stato curato da Idalberto Fei, con la partecipazione, tra gli altri, di Paolo Poli, Sandra Milo, Gisella Sofio e Riccardo Garrone. Il critico teatrale Rita Cirio ha portato la sua testimonianza sul regista riminese: Fellini, ha detto, amava i libri, non la radio o la televisione; questi testi sono piccole commedie musicali ispirate ad un «surrealismo bonario» che è rimasto nei suoi film.
Agli allestimenti originali aveva partecipato quale regista Silvio Gigli. Durante l'esecuzione di questi lavori, Federico conobbe all'Eiar (la Rai del tempo) Giulietta Masina che sarebbe divenuta sua moglie.
In «Se ci sei canta una canzone» (1942, scritta con Riccardo Maccari), appare il «grande Olaf», il mago che sa tutto, non un ciarlatano qualsiasi, un «vero fenomeno». Tre clienti bussano alla sua porta, accolti dall'Ancella-segretaria che, come si scoprirà alla fine, è quella che anima nascostamente le sedute spiritiche emettendo le vocine oltremondane e ponendo sul piatto del grammofono le canzoni a cui le anime dei trapassati affidano la testimonianza della loro presenza.
Interviene prima Quercia Verde, spirito arrabbiato con i medium in generale, che la seccano con le più assurde pretese (qualcuno ordina di andar a prender un bicchiere d'acqua, oppure di pulire i pavimenti, chiedono persino cento lire in prestito, o di radergli la barba). Poi, arriva una delle sorelle Tulipano, corteggiate invano da uno dei presenti (avaro e bugiardo). Assente invece Giuseppe: ha telefonato che non può venire perché ha l'influenza, annuncia la deliziosa voce dell'Ancella (Gisella Sofio). Quando è il momento di zia Marisa, la stessa Ancella è costretta ad annunciare che la buonanima è impedita di cantare perché sono finite le puntine del giradischi. Di qui la rissa conclusiva, con la scoperta del grammofono celato dietro l'immancabile tenda dello studio magico.
In «Una lettera d'amore» (1942, del solo Fellini) Roberto ed Adrianella sono due innamorati che il destino separa perché lui scappa dal suo paesello in città per cercare lavoro. Promettono di mandarsi ogni giorno una lettera con i loro segreti ed i loro pensieri. Ma purtroppo i giovani non sanno né leggere né scrivere, e quindi per tener fede alla promessa s'inviano soltanto dei fogli bianchi, come la stessa Adrianella aveva escogitato. Lì sopra, Roberto ed Adrianella leggono «le più belle frasi d'amore». Poi lui impara a scrivere e non vuole più bene a lei. Manda ad Adrianella un foglio bianco, dicendole che ora non l'amava. Lui si sposa, ma lei non lo sa, anzi lui continua a spedirle i suoi fogli bianchi dove Adrianella legge sempre «le più belle frasi d'amore». La ragazza gli risponde di continuo, al punto che la moglie di Roberto s'insospettisce, parla di pazzi, vorrebbe avvisare la polizia. Ma Roberto continua a spedire i fogli in bianco ad Adrianella, che ogni volta s'illude di essere ricambiata e continua a sperare. (Il narratore di questa scena è stato lo scrittore Giorgio Pressburges, che dirige l'Istituto di cultura italiana a Budapest, dove i tre testi felliniani sono stati di recente presentati in anteprima, tradotti in ungherese.)
Infine, «Vuoi sognare con me?» (1941, di Fellini-Maccari), racconta la storia di una città posta sopra una nuvoletta rosa vicina alla Luna, dove la gente, appena si addormenta, comincia ad arrivare per vedere sogni meravigliosi. E' un luogo sempre aperto, l'orario permette di accogliere anche i libertini nottambuli che arrivano alle sette del mattino, quando gli altri se ne vanno, per cominciare a svegliarsi ed a vivere. Ci sono parodie musicali che intercalano il testo recitato. E' una specie di interpretazione gozzaniana della psicanalisi, con lo studente che interroga severamente sulle squadre di calcio gli odiati professori, o i tre austeri docenti di liceo che borbottano di non aver voglia d'andare a scuola.
La trasmissione di questo «Ritratto di un artista da giovane» testimonia la vivacità della radio non chiacchierata od urlata, ma condotta con l'intelligenza che caratterizza la terza rete della Rai.
Quando nacque la Media unica
La legge preparata quaranta anni fa


Proprio mentre il governo Berlusconi annuncia la legge delega sulla riforma dell'istruzione, ricorrono i quarant'anni dalla nascita della nuova scuola Media unica che divenne realtà con l'approvazione del parlamento nel gennaio 1963. L'obbligo scolastico era portato al quattordicesimo anno d'età, e scompariva il doppio binario dopo le Elementari: da una parte la Media che poi conduceva agli istituti superiori di tipo liceale, e dall'altra l'Avviamento che instradava alle Professionali (che ebbero un ruolo importante di seria preparazione tecnica per tanti giovani, e di procacciamento di un qualificato posto di lavoro).
Alla base della riforma della nuova scuola Media unica c'era il progetto di rendere eguali nei punti di partenza tutti gli studenti che uscivano dal ciclo delle Elementari.
Prima del '63, per accedere alla Media occorreva superare un doppio esame: quello di licenza elementare, e quello di ammissione alla Media. La nuova legge modificava tradizioni e costumi. Provocò accese reazioni. Era giudicata troppo progressista, anzi rivoluzionaria. Si temeva che i grandi numeri degli allievi potessero inquinare la sete di sapere dei migliori. In realtà si eliminava il primo segno di una selezione sociale che cominciava troppo presto, appunto dopo la quinta classe, al termine della quale l'allievo doveva essere messo in grado di leggere, scrivere e far di conto, come dicevano i programmi del tempo.
La nuova Media nasceva come una specie di utopia politica, prima che culturale, proprio in un momento storico del tutto particolare. Ripercorriamolo per sommi capi. Nel 1962 il congresso dc di Napoli approva la linea politica del centro-sinistra. Si inaugura il Concilio Ecumenico Vaticano II. Fanfani diventa capo del governo, con l'appoggio esterno del Psi: nazionalizza l'energia elettrica, nasce l'Enel. 1963: papa Giovanni XXIII pubblica la «Pacem in terris», poco prima di morire. Gli succede Paolo VI. A Fanfani, dopo il governo monocolore dc "balneare" (come si diceva allora) di Giovanni Leone, subentra Aldo Moro: è il primo quadripartito organico di centro-sinistra (Dc, Psi, Psdi, Pri).
Il primo anno della scuola Media unica, io ho cominciato ad insegnare. I programmi avevano ambizioni forse eccessive: per chi nella professione era da tempo, apparivano pieni di troppe pretese di cambiamento. Il tran-tran era stato bandito, si voleva fare una cultura per tutti con la generosità di propositi a cui non corrispondeva altrettanta abbondanza di mezzi.
Mi piaceva far leggere ai ragazzi la poesia moderna. Un giorno proposi loro l'ascolto di un brano di musica classica dedicato al mare, tema che avevamo affrontato in qualche testo. Mi portai il registratore da casa. Quando la preside sentì provenire dalla nostra aula periferica il rumore di qualcosa d'imprevisto e lontano dalla pratica fino ad allora seguìta da un insegnante di Italiano, si precipitò in classe, chiedendomi, a matita alzata come minaccioso prolungamento dell'indice, che cosa stesse mai succedendo. Agli scrutini trimestrali successivi, borbottò guardando il registro dei voti: «Adesso fanno studiare la poesia moderna». La battuta era rivolta a me, secondo la collega che mi dette di gomito.
Fu un anno memorabile, per le polemiche e le discussioni che accompagnarono la nascita della Media unica. Bisognava riregistrare gli orologi mentali. Ero svergognatamente avvantaggiato, non solo perché al primo anno di lavoro, ma anche perché provenivo dal corso di Pedagogia dove i nostri docenti ci avevano preparato alle nuove tematiche culturali e educative di quella nuova scuola. Il guaio era che, considerato pivellino perché al debutto, non mi era possibile proporre qualcosa nelle discussioni, dove vigeva il doppio principio di autorità e di anzianità.
Fu pure memorabile, quell'anno, perché vedevo amaramente costrette a gestire (con ironici sorrisi di compatimento) tutti i cambiamenti voluti dalla legge, persone che avevano ricevuto la loro formazione dall'università del periodo fascista: erano impreparate mentalmente a credere nei diritti dell'infanzia, ed incapaci di ritenere che la scuola fosse qualcos'altro che semplice costrizione ed obbedienza cieca.
Quell'anno nella mia classe si concluse con un episodio significativo. Una bidella corse trafelata dalla preside. Aveva un bigliettino in mano, sottratto ad una bambina della mia prima classe (c'era scritto soltanto: «Se mi vuoi baciare, vieni domenica al cinema di San Nicolò»). Putiferio. Scandalo. Telefonata della preside al padre della fanciulla, il quale (timoroso di chissà quale reato avesse commesso la figlia, prima dello svelamento della verità da parte mia), per telefono si fece con me una bella risata, che ricambiai di gusto, una volta appreso di che si trattava.
Negli anni successivi altri padri vennero a protestare, in altra scuola, perché, a causa della nuova legge, le loro figlie erano costrette a studiare a fianco dei ragazzi del popolo. Eravamo al 1966-67. E poi dicono che è scoppiato il '68.
Antonio Montanari
Beni culturali: per il Ministero, Rimini non esiste

Sino al 20 febbraio 2001 al Ministero per i Beni e le Attività Culturali non risultava nulla della ricchezza artistica di Rimini. Questa impensabile ignoranza è documentata, con tutti i crismi dell'ufficialità, da una guida dello stesso Ministero che reca la firma dell'allora ministro Giovanna Melandri nella Introduzione («Un patrimonio da valorizzare»), e porta in calce le indicazioni di tutti i funzionari responsabili della pubblicazione: i quali ultimi, però mettono le mani avanti precisando, come vedremo, le fonti delle loro notizie.
La guida, splendidamente a colori, è divisa per regioni. Andiamo nella sezione dedicata all'Emilia Romagna, dove l'ordine delle città presentate è ovviamente alfabetico. Il lettore abbia la pazienza di seguire questo itinerario, non come noiosa elencazione di cose risapute, ma come termine di confronto rispetto a quanto non leggeremo (sì, non leggeremo) per Rimini (ed altre importanti località vicine).
Le voci di Bologna città sono sette (dall'Archivio di Stato, con sezione distacca registrata poi ad Imola, al Teatro Duse). Per la provincia, si parla di Marzabotto (Museo nazionale etrusco). Ferrara città: oltre all'Archivio di Stato, quattro citazioni; provincia: il Teatro di Argenta, l'Abbazia di Pomposa, l'Abitato di Spina a Comacchio, ove incontriamo pure l'Area archeologica di S. Maria in Padovetere, la Necropoli romana di Voghiera.
Anche Forlì città non ci fa una gran bella figura: Archivio di Stato, e basta, così pure per Cesena (e la grandiosa, magnifica Biblioteca malatestiana che fine ha fatto?), mentre Cesenatico merita la citazione delle Fornaci romane, Galeata quella dell'Area dell'abitato romano e, udite udite, San Mauro si guadagna un posto in classifica con la casa natale del poeta. Segue infine Sarsina, con il Museo archeologico.
Via, a Modena: Archivio di Stato, la Biblioteca estense ed altre cinque indicazioni. A Castelfranco, c'è il Teatro Dadà, a Mirandola il Teatro Nuovo, a Sollera il Nuovo Cinema Teatro Italia (che immaginiamo, senza offesa e stando ai fatti, più importante delle Biblioteca malatestiana di Cesena). Parma: dodici voci raccontano un passato glorioso (dalla Biblioteca Palatina al Museo Bodoniano ed all'Archivio di Stato). Nella sua provincia, appare Langhirano che ospita il Castello di Torrechiara.
Per Piacenza si cambia, diceva Totò: eccoci arrivati, solito Archivio di Stato ed il Teatro Municipale per la città. In provincia, il Castello Malaspina a Bobbio, e l'Antiquarium di Veleia a Lugagnano Val d'Arda.
Ci avviciniamo a casa. Ravenna: sette citazioni per la città (da Sant'Apollinare al Teatro Alighieri, più l'Archivio di Stato). Classe ha l'antico Impianto portuale. Faenza il Museo del Neoclassico a Palazzo Milzetti Bolognesi, il Teatro Masini e l'Archivio di Stato (sezione distaccata di Ravenna). Per Russi, non è dimenticata la Villa romana, ingresso lire 4.000, visite guidate.
Reggio Emilia: due sedi per l'Archivio di Stato, l'Auditorium Cavallerizza in viale Allegri, il Teatro Ariosto e quello Municipale intestato a Romolo Valli. Per Bagnolo in Piano, appare il Teatro Gonzaga, mentre Ciano D'Enza è presente con il Museo Nazionale Naborre Campanili.
Arriviamo a casa, dulcis in fundo: ecco risplendere Rimini che nella sua città ha soltanto una voce, l'Archivio di Stato (in piazzetta San Bernardino). Ed in provincia, timida e solitaria, s'affaccia Cattolica, con il Teatro della Regina. Nome che farà felici schiere di monarchici sparsi in tutt'Italia, i quali immagineranno chissà cosa.
Signori, il Catalogo è questo: occorrerebbe forse infervorarsi come fanno i conduttori di Striscia la Notizia, per chiedere ai responsabili di rispondere su quanto dimostrano di ignorare.
E chi sono questi responsabili? Come dicevamo all'inizio, la guida ministeriale, con coscienzioso rispetto delle regole burocratiche, li elenca dove scrive che i dati sono stati forniti dalle Direzioni generali, dalle Soprintendenze, ecc. Nella pagina introduttiva si puntualizza pure che «le informazioni sono quelle della banca dati dei luoghi della cultura presente nel sito Internet del Ministero www.beniculturali.it». Dunque, l'ignoranza ufficiale dei Beni Culturali su Rimini (Cesena e Forlì) viaggia anche in rete. Come siamo moderni.
Ignorante io? No, il ministero
di Lena Vanzi

Ignorante. Così mi ha definita un illustre studioso concittadino (a proposito del mio recente articolo sui monumenti di Rimini dimenticati dal ministero per i beni culturali), parlando con un collega di redazione che me ne ha riferito. Giustamente me ne ha riferito, perché quel giudizio non riguarda soltanto la mia (ininfluente) persona, ma uno scritto apparso su questo giornale, e quindi anche la credibilità del medesimo.
Ignorante sarei, dunque, per aver sostenuto la tesi di questa lacuna riguardante i nostri monumenti non citati dalla guida «I luoghi della cultura» che lo stesso ministero pubblica. Io tale sarei per aver dimenticato che il ministero ha competenza soltanto su monumenti da lui gestiti direttamente. Oggi invece, e questo il mio accusatore sembra di non saperlo, il ministero ha pure altri compiti.
Premetto che di tutto questo non ho né riferito né discusso nel mio breve servizio, perché un articolo di giornale non è un saggio per riviste specializzate, e quindi non può trasformarsi in un trattato sopra i massimi sistemi. A questo punto, però, tirata per i capelli, debbo rubare spazio e chiedere attenzione al lettore per spiegare che le cose stanno come «Il Ponte» ha già spiegato.
Sarò breve, perché i punti fondamentali sono pochi. Primo argomento: il nuovo ministero (istituito nel novembre 1998) ha tra i suoi compiti anche quello della «valorizzazione del patrimonio storico». Lo scrive la stessa guida «I luoghi della cultura», pag. 5 dell'edizione del marzo 2000. Orbene, se il ministero deve «valorizzare» i monumenti, perché non ne parla in una pubblicazione dal titolo significativo e pregnante come quello che questa guida ha?
Non significa venir meno ai cosiddetti compiti d'istituto scrivere che a Rimini c'è soltanto l'Archivio di Stato? Il quale dipende gerarchicamente dallo stesso ministero, ma, come ripete la guida a pag. 5 dell'edizione febbraio 2001, la riforma del 1998 ha «allargato gli ambiti di competenza» del ministero: il che, ci sembra di dedurre anche alla luce di quanto letto nell'edizione del 2000, dovrebbe significare un interessamento verso tutto ciò che fa arte e cultura, non solo su ciò che rientra nell'ambito gerarchico d'un tempo (ante 1998).
Secondo punto. Se ci si dimostra che la riforma del 1998 non c'è mai stata, che non è vero che il ministero debba «valorizzare il patrimonio storico», ecc., allora io sono ignorante. Ma se è vero quello che lo stesso ministero scrive, quello che le citate guide riportano, debbo indirizzare a qualcun altro l'accusa rivoltami. (Soltanto per cortesia non la restituisco al mittente.) So bene che il ministro Melandri precisava che la guida trattava dei «luoghi della cultura direttamente gestiti dallo Stato». Ma come abbiamo fatto rilevare, il Teatro della Regina non è uno di questi luoghi 'statali': questo dato ci ha spinti a chiederci, con semplice conclusione logica: perché il Teatro della Regina sì e il Tempio Malatestiano no?
Terzo ed ultimo punto. E' possibile che lo stesso Tempio Malatestiano debba esistere per un ministero e per un suo sottosegretario (Vittorio Sgarbi), soltanto per le sfuriate estive di quest'ultimo, e non anche per la «promozione» a cui per legge quel ministero è tenuto dalla tanto strombazzate riforma del 1998?
Lena Vanzi
Il Santuario della Madonna delle Grazie
Un libro di p. G. Montorsi e di P. G. Pasini


Ai piedi del Colle del Paradiso, il santuario di Santa Maria delle Grazie domina dal Covignano la città. Il suo primo, umile nucleo risale al 1290. Cento anni dopo, nel 1394, papa Bonifacio IX approvò la fabbrica della chiesa che lungo i secoli ha subìto significativi interventi, l'ultimo dei quali può essere considerato il lavoro di restauro compiuto recentemente. Alla storia del sacro edificio ed a tutto quanto è accaduto nell'arco di tempo che ci separa dalla sua nascita, padre Giambattista Montorsi e Pier Giorgio Pasini hanno dedicato un pregevole studio, stampato dall'editore Pazzini per conto della ditta Valentini di Rimini.
Quando aspettavano Baffone
«Una storia tutta da scrivere», secondo Giuliano Ghirardelli


Per ricordare Gianni Quondamatteo, studioso ed uomo politico riminese scomparso dieci anni fa, sul «Corriere di Romagna» del 19 gennaio scorso, Giuliano Ghirardelli ha scritto un lungo articolo che non è soltanto il ritratto di un personaggio a cui la nostra cultura ed il turismo riccionese debbono parecchio, ma soprattutto un breve saggio storico che merita di non passare sotto silenzio.
Questi i punti fondamentali dello scritto di Ghirardelli. La fede politica comunistica di Quondamatteo si scontrò nel suo partito con «un'incredibile concezione interna della democrazia, imparentata sin troppo da vicino con lo stalinismo». Di qui la sua conseguente scelta di «un percorso individuale, una traiettoria solitaria». Sindaco della Perla Verde nell'immediato dopoguerra, si trovò così ad essere «solitario testimone» di una storia politica che, scrive Ghirardelli, «non coinvolge solo lui, ma noi tutti, e che dovremmo affrontare, prima o poi, con maggior serenità e sincerità».
Ghirardelli elenca gli aspetti meritevoli di una inevitabile riflessione: anzitutto, il passaggio in massa delle nostre popolazioni dal fascismo al comunismo, poi l'intolleranza e il conformismo politico che, a partire da quei giorni degli anni Cinquanta, hanno lasciato un’eredità raccolta in quelli Settanta dai «figli di una educazione politica che non privilegiava il rispetto degli altri, il rispetto delle opinioni altrui e della libertà, innanzitutto». Questo accadde perché, nel nostro Paese, «la libertà e la democrazia, nella scala dei valori, solo in apparenza venivano considerate al primo posto».
Le poche righe che ho riportato bastano per offrire l'idea dell'ampiezza del problema che Ghirardelli ha posto sul tappeto. Si tratta di rimeditare mezzo secolo di vicende che non sempre hanno ricevuto l'attenzione che sarebbe stata necessaria, e che talora (furbescamente) sono state accantonate per non parlare di argomenti sgraditi.
A Rimini non mancano le sedi istituzionali idonee dove il discorso avviato quasi in sordina da Ghirardelli, potrebbe continuare non come rissa ma con tutti i caratteri della scientificità. Occorrerà verificare se il suo sasso lanciato nella piccionaia, dove stanno placidamente gli intellettuali burocrati (o viceversa: i burocrati intellettuali), sarà considerato un gesto meritorio, od invece malsano.
Leggere per credere. A fianco del pezzo di Ghirardelli, il «Corriere di Romagna» ha riprodotto una pagina di Riccardo Fabbri, tratta dalla sua «Intervista a Ceccaroni» (1992): vi si ricorda che Quondamatteo nel 1967 fu espulso dal Pci. Se Ceccaroni rammentava che, «ingenerosamente», Quondamatteo fu allora considerato un «cinese», Fabbri riportava alcuni passaggi del manifesto pubblicato da un gruppo di compagni a sostegno della «coraggiosa lotta» di Quondamatteo contro il «malcostume che ormai dilaga paurosamente nei centri di potere che a Riccione il Pci guida e controlla».
A distanza di tanti anni, dovrebbe essere possibile avviare una discussione storica che sia non un processo, ma un esame spassionato in cui, accanto al rispetto per chi ha dimostrato determinate posizioni, ci sia il desiderio di capire come queste posizioni siano nate, si siano sviluppate e siano tramontate.
Ovviamente, è del tutto impensabile trattare soltanto di un partito: la discussione dovrebbe allargarsi a tutti quelli che hanno governato l'Italia, per verificare anche fino a qual punto gli interessi di qualcuno garantivano a qualche altro di continuare a coltivare quella «educazione politica che non privilegiava il rispetto degli altri, il rispetto delle opinioni altrui e della libertà».
Il clima di oggi, forse, non è però favorevole ad una simile discussione: le forze governative hanno un tic da vetero-anticomunisti, semplicemente per mantenere una barriera che non faccia apparire i loro difetti, mentre i politici d'ogni colore gareggiano verso un revisionismo personale da avanspettacolo: Veltroni non è mai stato comunista, Fini non apprezza più il nonno della collega Mussolini, Berlusconi non ama come una volta i giudici di «Mani pulite». Questo stato di cose non dovrebbe tuttavia scoraggiarci. Bastano poche persone che usino la stessa onestà intellettuale che appare dalle parole di Ghirardelli, per tentare di avviare quella riflessione senza la quale ci aspetta un futuro molto confuso.
Paolo Cirino Pomicino, reo confesso di illecito finanziamento alla sua corrente democristiana, ha detto a Barbara Palombelli (Corsera, 28 gennaio): «E' arrivato il momento di una grande, generale riconciliazione che comprenda gli anni dal 1969 al 2001. Se non la finiamo di buttarci addosso le procure, le querele, le carte bollate, se non interrompiamo il gioco al massacro delle rivelazioni, dei ricatti e delle insinuazioni, fra non molto raccoglieremo soltanto macerie». La proposta di Cirino Pomicino, relativa ad una diversa questione rispetto a quella posta da Ghirardelli, sembra richiamare (e riproporre) i silenzi con i quali si è gestito il giudizio sulla politica italiana della Sinistra nel Dopoguerra, fino a consacrare quella mancanza di «rispetto delle opinioni altrui e della libertà».
Anziché interrompere «il gioco al massacro», Cirino Pomicino curiosamente lo prosegue, chiedendosi: «Ciriaco De Mita le faceva gratis, le stesse campagne elettorali?». De Mita si era preventivamente difeso con Augusto Minzolini, sulla Stampa del 24 gennaio, riportando una frase dettagli da Bettino Craxi: «Guarda che gli americani hanno dato 30 milioni a noi e a voi, tu però devi aiutarmi a capire chi li ha presi nel mio partito visto che io non li ho visti», ed aggiungendogli la risposta data al leader socialista: «Se scopri qualcosa fammi sapere anche chi li ha presi nel mio…».)
Forse alla fine vincerà la posizione di Cirino Pomicino. La voglia di «riconciliazione» (parola che ogni tanto, nella nostra vita politica, torna stranamente: non siamo per fortuna in guerra civile), quella voglia cancellerà ogni bisogno di sapere, chiarire e soprattutto non tacere, dimostrando che la verità è una menzogna non svelata.
Antonio Montanari
Non basta la parola
Carràmba che sorpresa


Voici le roi, le citoyen monsieur le roi. Il Parlamento discute per abrogare la XIII disposizione finale della Costituzione. Le cronache giornalistiche ed anche una dichiarazione emessa dal cittadino Vittorio Emanuele di Savoia su richiesta (addirittura) dei Ds, hanno definito quella XIII disposizione come «transitoria».
Errore. Le XVIII disposizioni approvate in coda alla nostra Carta fondamentale, si dividono in due tipi, come dice il titolo sotto cui sono elencate: «finali e transitorie». Finali sono considerate: la XII (divieto di riorganizzare il disciolto partito fascista), appunto la XIII (Casa Savoia), la XIV (titoli nobiliari), la XV (conversione in legge del decreto legislativo luogotenenziale del 25.6.1944 sull'ordinamento provvisorio dello Stato), e la XVIII (promulgazione ed entrata in vigore della Costituzione). Transitorie, ovviamente, sono tutte le altre.
Molti equivocano, ritenendo che tutte le disposizioni finali siano nello stesso tempo pure transitorie. No, come si è detto sulla scia di pareri autorevoli: vedi alle pagine 21 e 463 del volume «La Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori».
Dalle cronache giornalistiche non si è capito se tutta la XIII disposizione sarà cancellata: nel qual caso i Savoia potranno fondare un partito politico, e richiedere i beni in territorio nazionale già avocati dallo Stato. Un figlio di re potrebbe diventare presidente della Repubblica, perché non sappiamo distinguere tra finale e transitorio. L'unica certezza è che i giudizi della Storia sono inappellabili: i Savoia con il fascismo hanno distrutto l'Italia, dopo averla creata. E che la politica non è come Carràmba.
La precedente nota Dante perdente ha agitato un lettore del Ponte che ha inviato, "a difesa di Rocco Buttiglione", una protesta a cui rispondo nel modo seguente.
Per segnalare le debolezze delle argomentazioni esposte, non è questo il luogo: ad un giornale basta «qualcosina». Se tutti gli articoli fossero come questa lettera, non ci resterebbe che piangere. Essa mi rammenta le grammatiche d'altri tempi (stessi luoghi), quando lo stile raccomandato era quello del Capo. Avevo ripreso definizioni ed esempi da un testo classico, il Gandiglio-Pighi, non dal manuale delle piccole marmotte. Grazie per il «giovane». Infatti ho soltanto 60 anni. Ex quo intellegi potest, etc. E, soprattutto, niente zelo, raccomandava un vecchio reazionario.
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