Piedi per terra, occhi al cielo: così il vecchio contadino prova a sollevare il velo....

 
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VITA DA CANE

 

C'era nel paese un cane particolare: sapeva parlare. Lo so che non mi credete, ma quel cane parlava "veramente".

Il ragazzo, Marco, si sedeva dinanzi a lui, dinanzi al cane, lo guardava negli occhi, il cane guardava il ragazzo, che dopo un po' sentiva dentro di sé una voce che gli parlava: a volte era calma e serena, altre volte addirittura gioiosa…

A  vederli da lontano, sembravano addirittura immobili, tanto erano composti, quei due…Non vi erano latrati, o lingue strane, a dire il vero non usciva alcun suono da quel dialogo, eppure i due si parlavano: "Vedi, diceva la voce, usa più attenzione quando corri per i prati e salti i fossi.   Fai attenzione a  dove metti i piedi. Cerca di essere più attento che puoi, se non vuoi farti del male….perché poi finisce pure che le buschi, lo sai, no?"

Bill era un setter spinone dal pelo nero con una macchia bianca sul muso, era addestrato per la ricerca dei tartufi, qualche volta faceva il cane da guardia, ma secondo me il suo vero compito era quello di badare  al nostro eroe, il famoso Marco, che tanto eroe non era, in fondo….E, secondo me naturalmente, svolse il compito in modo pressoché impeccabile. E le loro corse erano corse di uno solo, non di un ragazzo e di un cane, ma di uno  solo, che sentiva il vento tra i capelli e l'erba sotto i piedi, le ortiche sulle gambe e il gusto dei pini e del muschio nelle narici, ed il sole sulla pelle. E quella voce che istruiva, guidava, indicava….Non sempre, ovviamente.."Zampa destra, Bill. Zampa sinistra. Zampa destra e zampa sinistra." Il cane guardava Marco, scuoteva la testa e se ne andava per i fatti suoi, sdegnato di avere per compagno di giochi un bambino così scemo..

Il nostro eroe non capiva questi atteggiamenti, anche perché non conosceva questi pensieri…non capiva ma si adeguava, nel senso che tornava a leggere o a giocare da solo…

Era inverno, quando il cane morì. Aspettò che il bambino, ormai ragazzo, tornasse da scuola, si fece accarezzare sul muso e sulle orecchie, mosse debolmente la coda, poi lo guardò con i suoi occhi ancora lucenti, e gli disse, con tutta la forza che gli rimaneva: "dai ragazzo, che ce la fai"…E morì.

 

Marco pianse molto. Ancora oggi, mi ha raccontato, se ripensa a quel momento, gli sale un nodo in gola e quelle parole nella mente: "dai ragazzo.."

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