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MAGIE
DI CRESTA di Massimliano Dioguardi
Sono passate appena cinque ore da quando sono andato
a letto, è ancora notte fonda per la maggior parte degli abitanti di
Pescara. Sfugge a questo sistema di apparente normalità il “popolo
della notte” e pochissimi appassionati della montagna. Ho ancora sonno e la tentazione di rimanere sotto il
caldo piumino è forte, ma ancora più forte è la passione che mi lega
come un cordone ombelicale a quei percorsi bianchi, a volte sottilissimi
che si diramano per le creste del Gran Sasso. E’ il giorno dell’Epifania, le previsioni meteo
preannunciano una giornata spettacolare e Gabriele, amico di tante
avventure sarà già in piedi pronto per partire. Sono le 4.50, un orario abbastanza tardo, se solo
penso agli “orari scialpinistici”, ma comunque presto per essere una
giornata di festa. Scendo, mi dirigo alla macchina e vado a prendere
Gabriele. Arrivo con un paio di minuti di ritardo, come mio solito, il
Gabry è già lì ad attendermi. Partiamo e parlando
del più e del meno, dirigiamo verso
l’ingresso dell’autostrada A14. Usciamo a Roseto e come tutte le mattine ci fermiamo
nella solita pasticceria di Castelnuovo, il caffè, due chiacchiere con la
ragazza di turno, che ormai ci conosce da anni. Usciamo ed è ancora
notte.
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Imbocchiamo l’autostrada A24 ed inizia ad
albeggiare. Fa molto freddo, il cielo è sereno e ci appare sovrastante il
paretone del Corno Grande… Metto un CD di Vangelis, "Antartica" è il
brano che più si avvicina a quello scenario e come tutte le volte ci
perdiamo tra le rocce di quella immensa parete di 1400 metri. I ricordi corrono come
il vento, i passi ed il caldo estivo sotto quell'immensa parete, i "pratoni"
verdi ed insidiosi sullo zoccolo della sommità che ci sovrasta, la via
difficilmente rintracciabile anche in estate del canale Jannetta... Ora è
tutto bianco, freddo, pulito, duro... La montagna ha tante
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facce ma la
più rude, la più realistica, quella che pochi conoscono è senz'altro
data dal suo volto bianco, etereo e ghiacciato. Arriviamo ad Assergi, usciamo e ci dirigiamo verso la
funivia, la strada per Campo Imperatore è chiusa. Le nostre solite
battute, la scelta del materiale, lo studio delle condizioni nevose,
stiamo preparandoci a partire. Saliamo con la prima funivia. |
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Ogni volta che
percorro quel tratto di montagna appeso ad un cavo in una cabina capace di
trasportare 100 persone, penso alle vecchie cabine dell'impianto
precedente, alla frana ed alla distruzione della stazione intermedia...
Non sono mai salito su quelle cabine, eppure avrei voluto tanto farlo.
Un'altra immagine invece è il ricordo allegro e borioso dell'ultimo
tratto della funivia del Monte Bianco. Le cabine con le tavole di legno
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inchiodate
sul fondo, le risate e le battute sulla solidità del mezzo,
stipati in una scatoletta di latta poco più di 2 metri x 3 metri con la
bufera fuori e la visibilità ridotta forse a 10 metri, ma questa è
un'altra storia...
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Prima di uscire dalla
stazione sommitale, indossiamo i ramponi e ci copriamo, si è alzato il
vento ma la cosa non ci preoccupa, è tutto normale. La luce del giorno è bassa e un forte vento ci
accompagna verso il Rifugio Duca degli Abruzzi. La nostra meta è il Pizzo
Cefalone per le creste, che dal Rif. Duca degli Abruzzi, passando per la
Portella, portano fin sotto la sua cima.
Un itinerario di creste, di certo non
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impegnativo
come quelli delle alpi occidentali, ma comunque suggestivo e da percorrere
con un minimo di attenzione. Il vento nel frattempo
è aumentato ed inizia a farci preoccupare, è molto
possente, tanto da sbilanciarmi e di certo in cresta questa cosa potrebbe
essere alquanto spiacevole. Giunti al “Duca” come per magia
"Eolo" ci grazia ed il suo soffio diminuisce di intensità, il panorama è suggestivo. Campo pericoli
completamente sommerso dalla neve, del Rifugio Garibaldi si intravede a
malapena il tetto, la Majella nitida e vicinissima ed il Sirente con il
Canalone Majori quasi ad invogliarci a fargli visita.
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La luce del sole, il
candore e la purezza di quei luoghi... credo che poche cose in natura
siano più pure dell'ambiente montano, dell'animo degli uomini di
montagna, delle genti che vivono in simbiosi con essa. Inizia qui l’itinerario di cresta, dapprima ampia
ma via via sempre più affilata, il sole basso che riflette i suoi raggi
sulla neve morbida fredda e farinosa.
Il profilo della lunga dorsale si
staglia davanti ai
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nostri occhi, un gioco di luci e riflessi, il gioco
delle creste. Il vento dei giorni precedenti aveva lavorato i
pendii, le cornici sono ampie e consistenti ed i lati a favore di vento
scarni di neve, qualche orma di camosci, non si scorge nessuna presenza
umana, una solitudine quasi irreale. Più cammino e più ho voglia di pigiare la neve
fresca e la fatica non si percepisce affatto, il paesaggi appaga ogni
sforzo, è ora iniziato il susseguirsi di salite e discese, la classicità
delle creste.
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Qualche attenzione in più a ridosso del passo della
Portella ed anche subito prima di giungere al caratteristico roccione che si
incrocia sul sentiero estivo; sono gli unici tratti dove prestare un minimo di
attenzione. In poco più di due ore siamo all’attacco del canale finale
del Pizzo Cefalone, stando attenti alla neve di riporto poco stabile, e
procedendo cautamente, ci portiamo sulla cresta sommitale.
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I merletti
ricamati dal vento con la neve ghiacciata sulle rocce sono uno spettacolo,
intanto il sole si è fatto più alto ed è quasi mezzogiorno.
La cresta apparentemente corta, invece si rivela
lunga e faticosa, mi diverto a scalare brevi tratti di neve mista a rocce
in prossimità della vetta.
Siamo in cima, il vento qui è forte
ed il freddo non
ci permette neppure di toglierci i guanti. Uno sguardo al Monte Corvo, al
Pizzo Intermesoli ed al
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Lago di Campostosto in buona parte ghiacciato.
Davanti a noi le Spalle del Corno Piccolo ed il Corno Grande e sotto di
noi la splendida Val Maone. Un pezzo di cioccolata ed una mela, uno sguardo un
abbraccio fraterno ed una stretta di mano, e siamo di nuovo pronti per
scendere. Poche parole, la nostra felicità traspira dagli sguardi…
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E’ una vetta poco importante ma molto suggestiva e
di sicura bellezza, ne è valsa la pena.
Sulla via del rientro ci accorgiamo di altre due
comitive che però si sono fermate alla Portella tornando indietro, ci
godiamo di nuovo la suggestione di camminare in uno stupendo paesaggio, a
volte quasi come se stessimo passeggiando sopra le nubi ed ai nostri lati,
valloni e dirupi innevati.
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Un paio di passaggi di misto sotto la Portella e di
nuovo su di una cresta comoda e spaziosa fino a giungere per il percorso
di andata il Rifugio Duca degli Abruzzi.
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Soli, nessuno intorno, Campo Imperatore per
la sua
interezza ci si pone innanzi e il Monte Prena con il Camicia sembrano
montagne di altri posti molto più a nord…
Queste sono le creste più accattivanti e forse più
abbordabili della Catena del Gran Sasso, di sicuro effetto suggestivo e
pittorico che si imprime facilmente nella mente dell’alpinista che le ha
percorse.
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