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Larry BirdI Pacers di Bird ...

Qui a sinistra, il vero motivo della grande stagione di Indiana, esclusa dai playoff lo scorso anno, e ora al secondo posto nella durissima Central Division




Molti, a inizio stagione, erano i dubbi riguardanti Larry Bird nelle inedite vesti di allenatore. I motivi erano molti: uno fra tutti, la sua mancanza di esperienza in questo ruolo, visto che mai aveva allenato a nessun livello. Certo, la sua grande carriera di giocatore vincente era un buon punto di partenza, ma i più, al di fuori dello stato dell’Indiana, rimanevano scettici. In effetti, dopo il suo ritiro dall’attività agonistica per problemi alla schiena, di Bird si erano perse le tracce. A parte qualche saltuaria apparizione al Boston Garden, Larry "Legend" aveva infatti rifiutato ogni incarico di responsabilità nella sua ex società, preferendo vivere in perfetta tranquillità nel suo paese natale dell’Indiana. Poi, lo scorso anno, il ritorno nello staff dei Celtics, la trattativa che l’ha visto protagonista nel convincere Pitino a lasciare i college per ributtarsi nell’avventura NBA, ed infine l’offerta che non poteva rifiutare: la panchina della squadra NBA del suo stato, i Pacers di Indianapolis. Stiamo parlando di una squadra che lo scorso anno, complici anche i frequenti infortuni, non aveva nemmeno disputato i playoff, e che ora invece è al secondo posto nella durissima Central Division, mettendo in mostra uno dei giochi più belli tecnicamente di tutta l’NBA. Indiana è composta di giocatori che sanno giocare a pallacanestro, questo è poco ma sicuro. A partire da Mark Jackson, uno dei playmaker più sottovalutati dell’NBA, ma che lo scorso anno si è tolto la grande soddisfazione di vincere la corona del miglior distributore di assist della lega, davanti ad un signore di nome Stockton. Mark è piccolo, lento e per nulla atletico: in compenso è un mago del ball-handling, sa battere il pressing come pochi altri nella Lega, come pure sa far sparire la palla alla vista dell’avversario diretto per decine di secondi. Ma il suo vero punto di forza sono i passaggi, in particolare al pivot basso: chiedete a Rik Smits, il centrone olandese, quanto siano importanti per lui i servizi al bacio, che gli arrivano col giusto tempismo e angolazione dal suo playmaker. Un altro professore del parquet è pure Chris Mullin, fortissimamente voluto da Bird, arrivato in estate attraverso una trade con Golden State. Nei progetti estivi del coach il newyorkese doveva partire dalla panchina come sesto uomo di lusso, per poi entrare e apportare punti immediati. In realtà, Chris si è messo a giocare così bene che si è guadagnato di diritto il quintetto base, non male per un giocatore che alcuni anni fa molti davano già per finito a causa dei suoi frequenti infortuni. Mullin ha apportato ad Indiana, oltre al suo grande tiro da fuori, sua specialità da sempre, leadership e esperienza, eccelse doti di passatore in attacco, e una insospettabile abilità di difensore, specialmente sugli anticipi. Naturalmente il braccio armato della formazione resta il grande Reggie Miller, mentre sotto canestro Smits riceve aiuti sostanziosi a rimbalzo dai due Davis, Antonio e Dale. Ma l’artefice di tutto questo rimane lui, Larry "Legend", uomo di poche parole, ma di grandi fatti, come sempre ha fatto da giocatore, e come si appresta nuovamente a fare da allenatore.

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