VERSICOLORI n° 1 (inverno 1997)
Le parole
hanno passi pesanti,
può accadere che rintocchino
di una cavità illimitata se la morte
di un amico, di un fratello maggiore
le attraversa con unombra di aquila. In quel
suono senza barriere, rumore di specchi, il silenzio
si attesta custode severo del segreto della privazione, ci piega
al deserto, al cuneo dellinfinito, del dolore, alla luce che irradia da
una mente illeggibile.
Questo primo numero della nuova serie di Versicolori è interamente
dedicato a Luigi Amendola, fondatore della rivista scomparso
nel giugno scorso. Ringrazio tutti coloro che hanno
contribuito alla sua realizzazione.
MARCO PEDONE.
RITRATTO DEL PADRE SALTIMBANCO
I.
Io sono il Darix Togni dei miei figli.
Li faccio camminare su due zampe
o saltare nel cerchio
di fuoco del mio affetto.
Metto la testa nelle loro fauci.
Metto il mio cuore nelle loro fauci.
E questa frusta per tenerli a bada
è la stessa con cui scaccio il silenzio
che soffia sulla tenda
quando resto solo.
II.
Anche l'acrobata sono,
dei miei figli,
e passo volteggiando
alto
dall'uno all'altro
(sembra difficile,
però sono tranquillo
pensando che qui sotto c'è la rete nuziale).
III.
La famiglia è composta
da inservienti, le belve,
clown, domatori e trapezisti.
Il pubblico è composto da famiglie.
Ma infine, ecco,
Fammi fare la pista,
lo spazio,
la terra battuta.
FAVOLA FAINA
Chi è mendace commèndasi, poi - ahimé, si stende lungo sul letto o sull'amaca, poi: càspita, che grugno! - stante che la pioggia, acida di tutti gli spurghi paradisiaci, niente pulisce più, niente di niente: ma il mendace rammendasi le scuciture della sua elastica morale: - mentre paventa il vero, e castiga la verità di tutte le sue mende. Peripezie da cocchiere. Indugi da faina presciolosa: e altro, o altro, altro ancora: in questa pace invernalissima, di vetri appannati, di languori, di abbandoni carnali abbacinati in una parvenza di neve. Ma il mendace ora tace, e si avvita la lingua alla cappa del palato, la disperde nel gorgòzzule a mo' di stringa o di serpente anzichenò: e invece, siamo sinceri, a imitazione di coriandolo, sbirciando lividori della luna, e tastandosi il polso. Ma lì tuona. Qui svaria un'aria bruciata, che sa di carne umana, e viene chissà da dove.
Chi è mendace commèndasi, in una stretta di mandibola. E lo specchio arrossisce, contro l'ombra del suo grugno, indecifrabile. Poi: càspita! e Caspio! e caspiterina! - lì, dentro il gorgo alcoolico che chiamano storia - e gli idranti fanno il loro mestiere, come le carceri, i dobermann, i fili spinati. Di quanta furbizia ha bisogno il tuo ben lucidato paradigma? di quanti spocchiosi libercoli? e bavagli? e canne di fucile? - Ma poi: rivédansi gli ultimi tratti di questa bella favola. Le battutine finali. I puntini di sospensione definitivi. Il silenzio che segue, nella gora che ribolle di sangue. Ma su che menti, ormai? Se non ci sono reliquie, e il cifrario s'è oscurato. Se - se- se- se: semmai, a forza di memoria e di fame di futuro. Quello è il ventilatore, questo il poker. Il match è chiuso. Come gioca l'encefalo, come sventolano le mutandine. Come il mendace tace. Quindi: arràngiati e muori.
I GABBIANI
Non ne avevo mai visti
tanti così volare a bassa quota
come ieri verso l'una da Ponte
Umberto I radendo il filo
della corrente sul Tevere
sull'acqua terrosa che l'ingrossa
posarsi -
non ne avevo
mai visti tanti insieme
rapaci dardi temerari mai
così vicini le penne luccicanti
argento e blu nell'aria fredda
nel sole tenue tra nembi
e cirri fuggenti -
mai visti
a stormo tanti su quell'acqua
che più s'intorbida per fame
dar di stocco e insaziati
su Tor di Nona e le sue gronde
oltre i terrazzi pensili
con strepiti e fischi a sparire
disperdersi insieme all'azzurro
mite che la schiarita ci aveva
apparecchiato mentre incombenti
nubi gonfie s'addensavano pesava
il temporale -
di tanti
non ne era rimasto nessuno
io non ne avevo visti
mai così tanti.
LETTERA A TELEMACO
È la regalità dei sedicianni
che certo guida l'inquietudine
da un argine a me noto, distante,
se indugi cauto davanti agli specchi
- con l'ampiezza del busto e delle spalle
in evidenza - . Riconosco l'impulso filiale
d'essere adulto ai miei occhi.
Non gesti d'insofferenza o resa,
né ricerca di tenerezza in te commuove
quanto spiarti nei miei panni. Strano
come io non veda i tuoi sguardi obliqui
alle donne, presagio di future età,
di rincorse solari, di attese,
tumulti di vene e lenzuola intrise. Avrai.
E guardo addolcire nel sonno l'inclemenza,
con il senso di colpa paterno
di chi dà sapendo di sottrarre
per timore, per scelta, per scarto di riserbo
a mia discolpa. Quel timbro alto
della voce, un punto di rottura,
un'armonia del cuore o del caso, se vuoi,
saperti a me uguale, vulnerabile;
le notti all'erta ad ogni tuo respiro,
la viva lucentezza dell'iride
nel campetto di periferia - lasciarmi passare
in dribbling, finta di corpo prevedibile
per i tuoi agili anni -. Questo ed altri fili
d'erba, le vele nelle palme, ti devo. Figlio.
*
È mestiere del vento alzare vele -
Ma noi possiamo scegliere il colore,
il loro senso, la gioia di resistere e che muove
dell'albero maestro - fermo,
con le radici nel bene della terra -
e che ci porta vivi
in pochi amici, come dopo una guerra.
*
Luigi in una sera fiorentina
di quelle che non sai perché, il vento
freddo e bagnato - un vento di cantina
un autobus che andava così lento
che mai sarebbe stato domattina,
Roma, la casa, un poco di bel tempo.
E intanto noi andavamo quasi in rima
con quella sera uguale ad altre cento:
fare - dovevo - una lezioncina
sulla poesia e il romanzo e sulla luna
a cinque sciagurati con la biro,
cinque perduti con le mosche in bocca.
Eppure tu dicevi: "È una fortuna
amare le parole, darle in giro,
è bello dire leggi, scrivi, tocca."
OMO MINORE
Ma la storia addobbata nun ci' acchiappa,
ci' accannasse de sbieco la sfottemio,
pasciosi co' le vojje je ggiramio
attorno co' lo sguizzo de' la rònnine.
E l'ammischiamio co' la mmalagrazia
leggittima e ccarnale addosso ar cupo
ddevoto a l'interiora de vennetta,
soffi' a' 'vveleno d'occhi de' civetta,
che sce suga le forze da la schina.
L'UOMO SEMPLICE
Ma la storia celebrata non ci accoglie
ci lasciasse da una parte, la deridiamo,
in pace coi desideri le giriamo
intorno col guizzo di una rondine.
E la mescoliamo con la grazia cattiva,
sincera e sanguigna contro il torvo
che medita vendetta nelle viscere,
soffio velenoso degli occhi di civetta
che ci succhia la vita dalla schiena.
INTRIGO
Una volta eluse le banalità di confine
superati i margini di vento inopinabili
e attraversate le premesse divine
si evolve il pensier della mente
senza più infingimenti, cadute o protervie
di un Io saccente e vuoto, libero di
percorrere i fenomeni puri che il Demente
minaccia di sottrarre alla ragione.
Le deficienze formano le esperienze
le lacune verdastre dello spirito,
sono rughe d' una saggezza che si fa loco
e spazio lungo la ragnatela
duttile e splendente delle trame.
Raggiungere la fine del pensiero
è il senso compiuto dell'intrigo.
A LUIGI
Ci incontravamo sempre in luoghi diversi
la prima volta nel cuore di Roma
alla Metropolitana di Piazza Barberini
l'ultima nel cuore tuo
La casa all'Appio Tuscolano
dove mi hai salutato
il primo maggio
del tuo ultimo anno bello
Dappertutto abbiamo sorriso
di libri parole
e racconti di sfide
e lezioni condotte insieme
Come un passaggio lento di voli
dalla Suburra a Borgo
da via dei Tre Orologi col barrito degli elefanti
a Piazza Vittorio col ruggito del tram
Ora è chiaro, per me eri romano
antico ma di popolo, quello che veniva dal sud
che mai incontri col nome nei libri di testo
ma che sa scrivere libri
Con nomi di popolo
e carteggi di rancore da Magna Grecia
dalle pagine dolci
di raffinatezza ed attesa
Che hai lasciato intorno a noi
stupiti
nella valle
di cerase macchiaiole
*
Ci sono luoghi dove sofferenze e sogni coabitano.
In uno di questi per anni ho condiviso con Luigi
medesime esperienze e sensazioni.
In questa realtà, per evadere a volte era sufficiente
anche una finestra chiusa.
A pensarci le carovane
passano anche in cielo
queste fiabe degli occhi
quasi non fanno rumore
come le storie che ho dentro
non sono neanche parole
ma veli e veli di vento
ed io a specchiarmi di loro
quel fragile andare svanendo.
Potrebbe essere un tratto di mare
oppure un'ansa di quiete
una fontana senz'acqua
questo brano di azzurro.
Carovana un passaggio nel nulla
chiaroscuri che inventi
quando la luce ti inonda
ombre dal sapore di polvere
uomini e stenti.
Passa una nube
il colore è quello dei viandanti
e quando scompare rimane rumore
l'aria smossa
e sabbia che fascia i passi
come quando chiusi gli occhi
i tetti diventavano rondini
e il vociare mura
che intenerisce l'aria
aggrumando ali e abbagli di sole.
Silenzi come fiori
e pause di pianoforte
crescono nel mio balcone
senza bisogno di acqua e di cure.
Hanno le carovane
sopra ogni cielo
la solennità di una processione
il respiro di vecchio
e invitano a viaggiare.
*
Torno presto, dicesti
con voce arresa,
guardando il vuoto.
E fu vero.
Più prossimo ti ascolto
questa sera
nello stropiccìo d'un pioppo
che spiuma
nella tarda estate,
mentre il barcaiolo imbianca
fra i fiocchi
e sorride.
Fermo nell'aria, traccia
col remo
un ghirigoro
dell'altrove.
Io, pensoso sulla riva,
lo decifro
in equilibrio
da vivo
a vivo.
*
(da Zbigniew Herbert)
In memoria di L.A.
E ora stringe alle tempie nuvole brune di radici
nel viaggio rovesciato senza cielo. Solo acqua
pesante è la sua morte perché da tanto è morto
terra su terra fino al cuneo di zinco
eppure non più il buio del tempo lo confonde, ma il nero
fulgore della pioggia, più forte
della nascita breve, dello stanco tepore
dei suoi anni. Vita che per morte soltanto
noi non chiamiamo vita tesse ora per lui
ciò che per cecità fu per noi abbandono.
L'AMOROSA AMICIZIA
Perché giochiamo seri a confessarci gli ardori,
il dolore, e tutte nude e in febbre hai qui le mani,
oltre i giovani anelli, le palme che nelle mie
accolgo - come stretta amicizia s'abbraccia, confida
sorridendo un'intensità rievocante, agognata
Tutta la vita s'ingorga, ti scorre via tra le dita
piccole e tiepide di donna che in desiderio trattenerla
vorrebbe, questa speranza che fra le sue carezze
forse riscalda e lievita, progetto d'un volto amato,
certezza che l'unico nostro sogno fosse il vero.
Bella negli occhi che il proprio sguardo fuggono,
sviano lontana da altro stellare simile accordato,
fatto cònsono al canto. In te oggi ferve l'amore,
si dispiega d'aria. Velata, mi ti offri nuda: pura.
Ma copriti il cuore!, mistero che prende freddo
come io poco fa, ieri, per due anni o fra un secolo
Ti raggiungo da dove riparti a perderti, a crederci.
Sempre diciamo, soffriamo T'amo a chi non sa amarci,
inventiamo, respiriamo parole per quella lingua perduta
che da paradiso ci chiama - sola nostra eco specchiata.
*
Al mio signor maestro Luigi Amendola.
In questa trincea ci troviamo senza volerlo. Muti. Con le ossa già fradice sulla terra nuda.
Fossimo partiti volontari sarebbe stato diverso: quelli, parlano ancora. Noi ci tocca subire e guardarci come i sacchi della sabbia; messi lì. Dietro una scrivania, sotto i ponti, a fare acquisti nei negozi, eleganti nei giorni di festa, dovunque insomma, ma messi lì. E zitti.
Quando i proiettili ci trapassano si sente un rumorino, ma è dei proiettili, non nostro. Dobbiamo stare molto attenti. Non cadere nell'illusione che ai sacchi appartenga qualcosa, perché la metafisica, si sa, non è roba da trincea. Non è roba da muti.
Noi ci diciamo con gli occhi, che sono cose che si toccano e bisogna fare fatica a muoverli. Per esempio, le galline: non sono così stupide come sembrano. Vanno in giro a fare "clik" con gli occhi: ci fotografano, altroché!
Le galline sono spie. Di altre forme di vita che nascono, crescono, pensano senza dire una parola. La strabuzzano, la ululano, che so? la molecolano, la scriveranno pure, ma non la dicono.
Solo i volontari hanno il potere di dire, urlare ordini, celebrare Messe, cantare serenate, eccetera. Dopo tutto questo sangue, i volontari scelgono e dicono ancora parole come vita, fede, carità, speranza. Noi stiamo a guardare. E capiamo tutto: siamo muti, non scemi, più o meno come galline.
Caro maestro, mi sistemo meglio contro la parete della trincea e le invio la seguente domanda: ma gli dei, sono caduti sì o no?
Mi scriva, la prego, i proiettili del nemico stanno polverizzando tutta la sabbia dei sacchi.
Soldato semplice Carbone Luigi
( nella morte del mio amico Luigi Amendola, io, Luigina Ruffolo a Velletri, il mese di giugno 1997)
L' INCOMPIUTA
Anch'io lascerò la mia "Incompiuta".
Sarà semplicemente la mia vita.
Lascerò nel senso che resti.
Lascerò nel senso che la perda.
Ogni uomo, ogni donna morendo
lascia da fare il più. La morte a tradimento
ci sorprende in un punto inatteso.
Gabbiani per sempre feriti, colonne spezzate.
Sta registrando, qualcuno "il non scritto?"
Speranze ancora vive, libri da finire,
corrente che singhiozza. Soprattutto
i figli, destini a noi per sempre ignoti.
*
Il trillo,
quella mattina squilla,
poi il diluvio
di voci, suoni, passi
nelle calli,
di risa
e battibecchi,
strida,
bube sotto i tetti,
fischi,
fieri richiami,
nei rii e nei campielli
dai ponti, dagli imbarcaderi.
Colori e luci
non ne offre
la tana al mio risveglio,
mulinano
però, lo sento, nell'aria,
lampeggiano sull'acqua, scissi
in virgole
in lucciole e scintille
nella fremebonda danza
che ci assedia e ci accompagna.
O fuoco equoreo, o mutazione
mutua,
delle multiple apparenze
e dell'unica sostanza,
vita pura, pura persistenza della vita
oltre la sua materia
nella incontenibile flagranza -
sarò io in voi o voi sarete in me?
sciocco, non conta, non fa differenza.
*
Chiaro di maggio, archilucente fondo
di un tempo di bellezza interminata,
l'amore che ricovera la crepa
d'insensatezza, viltà, resipiscenza
non tenevamo in conto
di confidenza o vertebra pontile
sul sangue di una tenebra incipiente.
Amico madre di aleggiata voce
da un'età intorpidita di rumori,
la notte che divarica l'intrico
di malvivenza e luce di scontento
è il mio giro di chiodi
incrudelito di incredulità
che stringe nudità versicolori.
CINEODROMO
San Paolo Prossima fermata Garbatella
San Paolo Next stop Garbatella
I cinematograffari se spigneno
addosso, giù, alla vasca navale
s'azzuffeno, se sbolognano
mentre i cani arruziniti
ar cineodromo, còreno e cantano
The long Je guru
Hey Ju Strawsberry
Trentanni da Sergen Pepper
a quattro piste, tracce, loop
suoni rovesciati, er Che che
che non c'è più Querida presienza
oggi 29 settembre
The long Strawsberry
I read Something
I prati affioriscono, sotto er Tevere
s'allungano i platani sulla via Ostiense
ahò regà damo du carci, ma ggnente
caracche, esci, esci, esci
se vedemo ar piazzaletto
ppe tramene, jamu abbasciù
ara 'mpressa,
le camionette verde oliva, ce porteno
ar mare
da piazzale della radio a fiumicino
i regazzini de tor pignattara
canterellando
stornelli sur vino
pure se sso astemi, sotto le pensiline
invece stanno a girà er firmme
de Fellini cco Gersomina
annamo regà, se vedemo stasera
ar bijardo
(fischio)
The long
Je guru
Hey
Strawsberry
Garbatella prossima
fermata San Paolo
Garbatella next stop
San Paolo
(fischio)
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