Grazie della visita! W Marco!

Data: 18 Mar 2004 00:23:11
A: [email protected]
Oggetto: From Morris
Da: "Morris" [email protected]

URL 1: RomagnaSport.it
URL 2: CicloWeb.it

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Il racconto-riflessione che segue, postato nel mese di luglio 2003, su un paio di forum dove ero solito scrivere, era dedicato a Marco Pantani.
Non si tratta di un riporto di incontro, ma di un itinerario che si immedesima nella letteratura, forzando, con le tinte di questa, i contenuti di un rapporto, di un confronto sulle spesso contorte fasi della vita. Il campione e quel narratore che, in altre vesti, ha tracciato pure lui un suo tratto nello sport, al cospetto dei sottili sentieri del momento, mentre cercano altri angoli di se stessi, per riprendere un cammino, modificarlo radicalmente, o lasciarsi andare alle fauci del destino.

Uno dei due, il campione, oggi non c’è più come presenza terrena, ma il suo solco è divenuto sì profondo, da entrare compiutamente nella leggenda e nel mito. Il rispetto che il narratore sottoscritto, porta verso la figura di quel grande, gli impone di mettere fine alla rabbia che prova di fronte alla caterva di falsità che sono state dette e scritte sul suo conto. Fra non molto si saprà in che modo è sopraggiunta la morte fisiologica di Marco, ma chi gli è stato vicino, anche se più di tanto non ha potuto aiutarlo per motivi superiori alle singole volontà, conosce già le risultanze che han lasciato, all’epilogo, solo una firma. Un graffio che non modificherà in nulla i perché dell’ellisse umana di un campione inimitabile, nato per essere unico e morto lungo il percorso della sua unicità. Le colpe, tante, oltre alle sempre presenti in ogni singolo uomo, ci sono, e nessuno le cancellerà, soprattutto nelle coscienze di chi ne è stato protagonista. Lasciando l’eco del plurale maestatis, spero solo che dopo i tanti fiumi d’inchiostro usati da molti per rifarsi un poco dal rimorso, la si smetta di dire che Marco era un debole, perché non era così e lo si offenderebbe ancora, dopo il già tanto spinto sul suo segmento di vita.

A volte certe scelte arrivano perché manca qualcosa di determinante. Me lo chiedo spesso. Forse, anche il sottoscritto sarebbe finito, o potrebbe finire come lui, ma ci sono dei figli. Ecco un motivo che può salvare, ma si vive sempre col dolore e non è detto sia sempre sufficiente. Il coraggio, non è quello di vivere, in fondo c'è sempre la strada dell'ignavia...... e sono tanti gli ignavi nel mondo… Il coraggio, è trovare la forza di morire prima del tempo segnato dal destino. E non è vero che l'atto tanto prodigo di pensieri per Durkeim e Shopenauer, sia sempre inutile. Forse solo così, certe menti, si svegliano dal torpore che investe la loro coscienza....... In ogni caso, chi sceglie di anticipare l’onestà della morte, nelle forme più varie senza ledere altri, ma come tassello del proprio volere-opera, merita il rispetto dell’intelligenza e non ne vedo molta, in chi si erge a giudice censore delle scelte altrui.
Comunque sia.... il testo sotto, era per un amico che mi mancherà enormemente tutti i giorni, pochissimi o molti che siano, da qui alla mia fine, ma sarà sempre presente sotto forma d’una immagine che scorre nel significato profondo della sua opera, ogni volta che mi porrò di fronte al racconto vario da esternare, o ad ogni altro campo d’azione dove ci sia spazio per l’immanenza.
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ALL'AMICO CAMPIONE
Era tanto tempo che ci dovevamo vedere. Tanto tempo passato veloce, senza evitare di lasciare una storia, un solco, un indelebile segno dei nostri destini. Eravamo grandi entrambi. Lo dicevano per noi risultanze differenti nelle apparenze, sullo stuolo delle ambientazioni quasi opposte; lo dicevano le grida della gente, gli applausi, le strette di mano, le ragazze che ci volevano toccare, gli sguardi invidiosi dei figli dei fessi. Eravamo, magnifico campione! Eravamo, perché ci siamo appannati nei giorni che hanno fatto anni, dando a fisico e mente, quel copricapo che ci angustia e che non vorremmo nostro compagno di viaggio. Essere per essere, senza ferite, rughe, angosce e la crescente preoccupazione che nasce da un'osservazione che si lega al pessimismo della ragione offuscandoci l'orizzonte.
Il nostro voler fermare il tempo, per sublimarci nelle soddisfazioni che l'arguzia nostra, pareva tracciare con la naturalezza delle migliori facoltà che ci avevan donate quando venimmo al mondo. Eravamo, carissimo amico campione, ognuno nel suo, nelle gioie e nelle lacrime. Ora ci sembra d'essere cenere, ma continuiamo a tracciare le nostre traiettorie, spesso con la forza dell'inerzia dettata dal ricordo, da quel sole che splendeva sui nostri epigoni, lungo i sentieri d'un correre che veniva a noi in tanti modi, ma tutti brillanti e radiosi, anche quando nascondevano tristezze o disagi. C'era, con noi, il sorriso del sentirsi sicuri, la tranquillità della forza e della concentrazione, lo stimolo di un sogno da costruire concreto e poi, dietro l'angolo, arrivavan sempre le carezze e i baci, a volte veri a volte civettuoli d'una ragazza che ci copriva d'attenzioni.
Carissimo, abbiamo percorso un tratto del nostro segmento sullo sfondo d'una retta che, come tutte, non abbiamo visto partire e che mai vedremo morire. Siamo stati e siamo, forse potremmo essere ancora. Sai bene il significato di quel "forse", di quelle modificazioni che saremo costretti ad intagliare sul nostro legno; di quella premura, per non far emergere troppo la speranza. Resta il nostro quotidiano feroce, la paura che la nostra cornice cada di fronte all’inesorabile legge delle lancette, al bisogno di dare un senso alla ricerca di stimoli, quelli che non vediamo e sentiamo naturali perché coperti da specchi che giocano sulle nostre figure d’un passato recente e lontano, ma sempre illuminato. Esserci è già tanto, ancora con un “forse”.
Una ragazza, carissimo, una che coi suoi ventitré anni, nella bellezza del suo corpo e della sua mente illuminata come poche volte ho visto lungo i miei itinerari, invece di chiamarmi “babbo”, o distendersi nello spesso ipocrita atteggiamento del “Lei”, m’ha fatto riflettere, donandomi quella verve sentimentale che solo i giovani posson dare con quell’intensità. M’ha recitato se stessa, imprimendosi nella mia confusa memoria. M’ha dipinto una tela di sgargianti colori e l’ha messa sulla mia vecchia cornice, accarezzando le mie rughe fino ad ergersi vera, sciogliendo di colpo il sospetto d’attrice per divenire autrice. Mi ama ancora coi suoi perché, senza preoccuparsi dei miei distacchi e del futuro che sa che mai le darò. Vive il sentimento come suo patrimonio di crescita, di elaborazione interiore, di vita. Carissimo, nessuna donna, matura o intellettuale, nessuna delle tante, forse troppe che si son incrociate col mio cammino, giovani o meno giovani che fossero, ha saputo amarmi così. Ha ricercato nella sua cultura, fino a donarmi lo specchio underground di uno dei suoi massimi esponenti, Charles Bukowski, dicendomi che c’era una sua poesia che s’integrava col mio confuso presente. Una poesia carissimo, che ti riporto, perché direttamente sincronica più a te che a me, e che voglio tu prenda come stimolo di riflessione e reazione. Per quelle spinte che solo noi due conosciamo e perché tu sappia che, aldilà del poeta, c’è sempre una musa a farci comprendere quella parte d’interno che non troviamo e temiamo d’aver perduto. C’è sempre una figura, qualsiasi essa sia che ci potrà spingere in un verso o nell’altro, perché poi, alla fine, saremo sempre noi a decidere “il che fare”. Leggila, caro amico, nella sua apparente chiarezza, perché dentro ci sta tanto di te, ed un po’ meno di me. Ma ci siamo e questo ci deve in qualche modo aiutare a capire il nostro frammezzo. Tornerò alla promessa che t’ho fatta ieri l’altro, dopo. Adesso leggi e concentrati come sai fare.


PUNTARE SULLA MUSA

Jimmy Foxx è morto alcolizzato
in una stanza d'albergo dei bassifondi.
Jack il Bello è finito a lustrar scarpe,
come aveva iniziato.
E ce n'è altre decine, centinaia,
forse anche migliaia.
Essere un atleta invecchiato
è uno dei destini più crudeli,
rimpiazzato da altri, non sentire più
gli applausi e gli incitamenti,
non essere più riconosciuto in strada,
essere solo un vecchio
come tanti altri vecchi.

E' quasi da non credere ai tuoi occhi,
riguardi l'album dalle pagine ingiallite.
Eccoti qui, sorridente;
eccoti, vittorioso;
eccoti, giovane.

La folla ha altri eroi.
La folla non muore mai,
nemmeno invecchia
ma sovente la folla dimentica.

Adesso il telefono non squilla,
le ragazzine sono andate via,
la festa è finita.

Ecco perchè ho scelto di fare lo scrittore.
Se solo vali poco più di niente
riesci a tenere accesa la bagarre
fino all'ultimo istante dell'ultimo giorno.
Continui a migliorare invece di peggiorare,
puoi continuare sempre a sbatterli contro il muro.

Nelle tenebre, in guerra,
buona e cattiva sorte fai girare la ruota,
mettendoli al tappeto,
il lampo abbagliante della parola
batte la vita in vita,
e la morte arriva troppo tardi
per vincere davvero contro di te.

- Charles Bukowski -


Carissimo, sui significati di quello che hai letto, mediterai a lungo come ho fatto io. Ci voglion giorni sai…. e forse non bastano. Intanto il tempo scorrerà come quello che ci ha ferito, solo per il fatto di non fermarsi. Ricorderemo, ci arrotoleremo sulla polvere che ha lasciato il nostro passaggio. Ci arrabbieremo per le fesserie di quei giornalisti, tanti, troppi, che san sempre meno degli altri, soprattutto rispetto a quelli che chiamiamo dirigenti. Sono questi ultimi che possono conoscere le nostre verità, che sono le verità, perché siamo noi che le abbiamo tracciate. Ci arrabbieremo per le fesserie di seconda battuta che i lettori dei giornalisti-pennivendoli, inconsapevolmente fessi, distribuiranno fra la gente, ed è grave, caro amico campione, dover usare sempre la poco soddisfacente, o addirittura odiosa, arma del silenzio! Che delicato problema è la comunicazione, vero? Che tortura essere veri e pubblici, in un oceano di fotocopie, proiettati su un mondo, il nostro, dove impera il più grande costume delle scemenze, l’ipocrita e falso calcio.
Magnifico campione, ti ringrazio per essere venuto a leggermi qua e negli altri luoghi che frequento per essere quello che sono, fra la gente comune, perché anche noi siam gente comune. Qua, dove mai viene il classico giornalista che ogni giorno ti sgozza con quella sua ignoranza e quel suo egoismo, esaltati da un direttore pecora e da quegli editori tanto simili ai più crudeli esecutori. Ti ringrazio per quello che m’hai detto, per l’amicizia immutata, nonostante il poco vedersi e le soventi lontananze fisiche, per aver capito, da subito, perché non potevo parlare di te e difenderti. Sarebbe stato vano, ed avrebbe alimentato odi ulteriori ad entrambi. Saremmo stati peggio. Sai però, quante volte avrei voluto prendere qualcuno a botte o sputi, per provare ad essere uguale a loro? Tante! Ultimamente sempre!
Carissimo, mi hai detto di scrivere senza menzionarti, com’era ovvio. Lo faccio in questo modo non andando oltre al sottile confine che tracciano i nostri sguardi quando si incontrano, o alla regola che ci siamo inconsciamente dati quando parlai per primo di te, in questo sempre più brutto Paese, nei termini che, dopo altri tanti o tutti, t’han dato per prendersi le tue attenzioni. Invece ti pugnalavano alle spalle, come sempre fanno, perché non conoscono l’uomo, l’atleta, l’artista, pretendendo la credibilità di una maggioranza costruita, perché la maggioranza, spesso, è fessa e bovina, quando di mezzo c’è un gioco di potere.
Siamo uomini, carissimo, lo siamo coi nostri pregi ed i nostri difetti, con le insicurezze ed i dubbi che ci hanno sempre accompagnato e quante volte ce lo siam detti, meditando sui nostri perché. Ma siamo veri e questo ci distingue e ci crea odi. E quante volte ci siam chiesti, quanto sia più importante l’immaginazione della conoscenza. Noi, del partito di quest’ultima, andremo sempre dritti di fronte a quel bivio che ci angustia oggi. Quella biforcazione di atteggiamento, soprattutto. Ma siamo noi che dovremo levarci le braci che ci ustionano i piedi. Quel cosmico disagio o reale dolore che il peso degli anni e l’equilibrio trasformato dal tempo, ci sta creando.
Ieri, carissimo, t’ho pensato fortemente, anche quando, per tre ore e mezzo, in televisione, parlavo a mitraglia d’altro. Ero così concentrato sui nostri “acciacchi” ed i nostri perché, da dimenticare, tradito dalla lingua, di trovarmi all’estero. Una “gaffe” che ho coperto, ma nata da questo mio distacco. Rivedendo la registrazione, mi sono confortato dalla constatazione di non aver detto stupidaggini e di non aver preso in giro nessuno, ma sicuramente, in quelle ore, sono andato col pilota automatico e non ci ho messo il cuore. Pensavo a te, ripeto, ai tuoi guai che sono anche i miei, ai delicati passaggi che attendono le nostre vite, pur nelle differenziazioni apparenti che li accompagnano.
A te servirebbe quella compagna che mi è caduta ai piedi e che ho allontanato, per non illuderla su passi che non mi troverebbero possibile. A me, più vecchio di te, servirebbe il coraggio di abbandonare le strade che ho voluto percorrere combattendo come un leone e che non hanno mai trovato attenuazioni e conforti in quell’egoismo, così raro nel mio vocabolario. Entrambi, senza questi sostegni, siamo più deboli e le preoccupazioni si circoscrivono nell’intorno di noi stessi.
Quando mi leggerai qui, come hai voluto tu, in un consesso pubblico, anche se ci leggeranno in pochissimi, per caricare la tua determinazione scomparsa, ti farai altre domande e ti struggerai ulteriormente. Come t’ho detto a voce, è il dazio che dobbiamo pagare a noi stessi, per ritrovarci. E solo noi, possiamo riprendere la nostra via, o un nuovo sentiero, ammesso ci sia. Sappiamo che sono istmi che si dipanano nei contorti momenti che si susseguono nell’intorno del nostro presente, come ho cercato di scrivere sotto, con quella forma del mio linguaggio che ti piace tanto. Anche se vivo su contorni e paesaggi assai diversi da quelli che ha vissuto Bukowski, tu mi capirai.


RIGEL

Cerco la vivacità d’un brillio
che rallegri il mio incontrare
e sopisca l’agitazione
nell’aver sentito parole
posarsi pesanti sul cuore
e sconosciute al cervello.

Cerco l’irradiare d’una luce
che attenui lo scuro
di giorni passati a rimembrare
il volo d’incontentabile
vissuto sulle fredde ali
d’un pensiero che vorresti lontano
e che mai t’abbandona.

Cerco il significato d’un brio
che volga una carezza
ai tanti guai d’un oggi
che ha lasciato il nocciolo
per fermarsi al derma proficuo
tanto segnato d’incanto.

Cerco l’ignoto d’una luce
che riaccenda lo spirito
e riponga il metodico
per avviare l’empirico
d’un sogno che bacia
l’illusione d’un sorriso.

Cerco il risveglio d’un trillo
che mi ridoni due note
ripetute e veloci d’un ricordo
che non deve sparire
sull’onda del confuso egoismo
del presente voluto e involuto.

Cerco il mistero d’una luce
per sentirmi piccino
a coccolarmi distrazioni
che urlan vinte dal tuono
pretese di possibile perdono
giustificato e alterato.

Cerco la rabbia d’uno sciupio
per non sprofondare
nella logica triste
d’uno che si sente perduto
e che mai potrà ribellarsi
al gioco del solito.

Cerco una luce,
una semplice luce
che mi ridoni una stella
per capire ciò che non vedo
e riscaldi le membra
appassite nei lavorati metalli
di giornate involute
e troppo distanti dal mio volere.

Morris
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hanno contribuito a fermare le imprese della sua vita, fino a che la vita non ha fermato le sue imprese. CIAO PANTA! VAI PANTA!!!
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