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Grazie
della visita! W Marco!
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Data:
13 Mar 2004 14:03:24
A: [email protected]
Oggetto: Messaggio dal tuo sito
Da: "Morris" [email protected]
URL 1: RomagnaSport.it
URL 2: CicloWeb.it
.
Sono grato a Roberta, per aver pensato ed ideato questo sito,
al fine di tenere sempre presente il ricordo di questo immenso
campione, del ciclismo e dello sport in generale. La devo
ringraziare due volte, perché è venuta a pubblicizzarlo su
uno dei due portali sportivi per i quali scrivo, altrimenti,
forse, non l’avrei mai trovato.
Sono dunque a riportare qui, quanto ho scritto immediatamente
dopo la terribile notizia, convinto, che su questo ragazzo
che vidi nascere agonisticamente, quando si nascondeva fra
le categorie minori ed aveva i capelli, scriverò ancora. Lo
farò senza una logica, ma solo quando gli echi del suo essere
stato unico ed impareggiabile artista, mi spingeranno al racconto,
ben sapendo che lo dovrò digitare dipanandomi fra le lacrime.
. |
| MARCO,
NESSUNO COME TE! |
Sapevi che c'era qualcosa che in lui s'era rotto. Lo sentivi
ogni volta che lo cercavi e non lo trovavi. Ti sembrava sempre
più lontano, forte nel solco che aveva scavato, ma impercettibile
nella posizione della sua figura e di quei problemi che gli
sono sorti come fantasmi cruenti, in un giorno di strappo
irreparabile col suo mondo e quello che significava. Sapevi
e volevi fare qualcosa per lui, ma in te cresceva la consapevolezza
che il confine stava in una deriva e non c'erano margini per
ricomporre. Erano le constatazioni che il tempo non ritorna
all'indietro e l'umana cattiveria accompagnata all'invidia,
avevano fatto troppo per generare anche un sottilissimo istmo
di ottimismo.
Avresti voluto abbracciarlo e dargli un altro segno di ringraziamento
per quello che di sublime aveva fatto, ma la tragedia è arrivata
prima dell'autostrada sulla quale si spingeva il pessimismo.
E' arrivata d'improvviso, come la peggiore delle pugnalate,
a rompere quel richiamo terreno che rende storie le leggende.
S'è subito presentata col chiasma che porta il ricordo tridimensionale
allo sconforto, il sorriso e la gioia del tempo che fu, al
nero dell'irreparabile, in un vortice senza confini e contorni,
col solo struggente bisogno di piangere, come faccio ora,
copiosamente. Sì, carissimo Marco, piango pigiando questa
tastiera bagnata, con la lentezza d'uno che non ha più la
forza e la dignità per raccontarti, tale è il dolore che lo
pervade. Non mi do pace e non potrò mai trovarla, nemmeno
facendo scorrere il cancellante del tempo. Tu sei stato immenso
e non meritavi quel crudele destino che t'han costruito ben
oltre l'entità del tuo umano errare. No, non posso cedere
al razionale, perché nel tuo tratto di razionale non c'è nulla:
dalle stimmate divine che t'han eletto campione unico, alla
brace dell'insensibilità e del giogo sadico che s'è alzato
verso di te. Mi rifugio nel pianto, carissimo Marco, perché
per me, come per tanti, continuerai a vivere sempre, in ogni
angolo di quel che ci rimane nel cammino su questa dimensione.
Il tuo è un sacrificio. Certo, il sacrificio umano alzato
e voluto da coloro che t'han eletto a capro espiatorio, ignari
e inconsapevoli di inviarti ad una morte lenta e piena di
torture, spinta ogni giorno con l'insensibilità delle belve.
Ora diranno che lo spirito era un fine di bene, ma in realtà
le motivazioni stavano solo nella cinica soddisfazione dei
loro disegni, o nell'esaurimento della loro ignoranza tornacontista.
Non ne voglio parlare ora, mi è troppo difficile per lo stato
in cui mi ritrovo, ma se il sangue continuerà a scorrere nelle
mie vene lo farò, senza paure e con la cattiveria della disperazione
per la sopravvivenza.
Spero solo di non vedere fisicamente quelle loro lacrime di
coccodrillo, mi basta sapere che ci saranno, per irrorare
quell'apparenza che li ha sempre animati. Il rimorso non viene
mai alle belve e se ce ne fosse qualcuna animata dalla volontà
di umanizzarsi, la vedremmo per i suoi tangibili atti conseguenti,
ma si tratta solo di una speranza flebile.
La morte di Marco Pantani, del più grande scalatore che i
miei occhi abbian mai visto, dell'uomo che ha portato il ciclismo
ad incrinare il dominio del calcio, superando la stessa "Formula
uno", del camoscio che s'involava sui pendii per raggiungere
il punto supremo delle essenze del suo essere artista incomparabile,
non s'è concretizzata il 14 febbraio, ma molto prima.
Qualsiasi causa scatenante l'epilogo della sua dimensione
di vivente, non è altro che la conseguenza di un dolore che
lo asfissiava dal giugno del 1999. La sua vita dal giorno
di Madonna di Campiglio è cambiata entrando nei meandri dell'incalcolabile.
Un uomo buono, sensibile e fragile, come Marco, non poteva
reggere senza conseguenze all'immenso peso del linciaggio
perpetrato da chi conta realmente. Se lo avesse sopportato
e superato, non sarebbe stato Marco Pantani, ma un clone infarcito
di quel cinismo e quella cattiveria che non erano parte del
suo DNA. I suoi successi leggendari e il suo mito hanno spiccato
il volo grazie soprattutto al cuore e ai sentimenti profondi
che erano i fulcri del suo patrimonio. Quando uno nasce così,
è pressoché impossibile che si snaturi. Per continuare a vivere
secondo i dettami di ciò che per l'immaginario collettivo
è giusto (ma non è detto che rappresenti il senso della verità),
servono persone accanto che costruiscano corteccia forte,
ma il successo del loro aiuto diviene tanto più piccolo quanto
più grande è la fama ed il contesto sui quali vive il protetto.
Marco è stato nel '98 il quinto italiano più famoso nel mondo
ogni-categoria, quindi un'entità ed una pressione psicologica
enorme. Era dunque fin troppo evidente che ci sarebbero stati
dei gravissimi contraccolpi sul futuro umano del campione.
Pantani si è chiuso in se stesso ed ha cercato evasioni come
avrebbero fatto quasi tutti, anche perché il mondo del ciclismo
è il più squallido, non per il doping, come direbbe qualche
cieco o idiota osservatore, bensì per la cultura sibillina
di troppi dirigenti e addetti ai lavori.
Se poi consideriamo che attorno a lui, oltre all'imbecillità
mediatica, si sono levate continuamente in questi anni le
corde di una magistratura tanto veemente quanto ignorante
sui fatti e le consistenze dello sport, il quadro che ne esce
ci porta facilmente a considerare come prevedibilissime le
tragiche conclusioni di questo vero e proprio linciaggio.
In condizioni simili un uomo è portato all'autodistruzione
ed il fatto che non vi giunga è da considerarsi un'eccezione.
Soprattutto se si pensa che nessun soggetto può essere solamente
paragonato a Marco Pantani.
Ora il mondo ben pensante, compresi i pochi reali intellettuali
della decadente Italia odierna, si leverà a dimostrare le
debolezze dell'uomo di Cesenatico, come una forma di giustificazione
che non rende onore scientifico a chi studia l'uomo e non
spiega nulla aldilà della solita ipocrisia. Nemmeno potrà
avere senso ricondurre tutto al doping, in quanto se non vogliamo
prenderci in giro e se si conosce lo sport, ben si sa che
non esiste un atleta di vertice di qualsivoglia disciplina
pulito, basta guardare certe metamorfosi che valgono per l'intelligenza
dieci volte la provetta siamese al valore giuridico.
Marco ha usato sostanze certo, ma in quantità inferiore ad
altri protagonisti di qualsivoglia sport, per il semplice
fatto che possedeva una superiorità tangibile per qualsiasi
normodotato. Ciò che ha fatto all'ultimo Giro d'Italia, dopo
anni di autodistruzione è qualcosa che non ho mai visto nelle
oltre venti discipline che seguo, da quando ero un bimbo.
E' stato semplicemente un extraterrestre. Se poi si considera
come ha saputo soffrire per riprendersi dai tanti incidenti
pure gravi che lo hanno sempre accompagnato, emerge un uomo
che ha usato il cuore e la determinazione come pochi.
Ma un conto è combattere contro il destino e la sfortuna che
si scaraventano sul proprio fisico, ed un conto è trovarsi
un intero mondo che ti elegge a capro espiatorio, che ti volta
le spalle, che ti giudica traditore, che ti usa come un esempio
del male, che ti apre le porte dei tribunali con la frequenza
di un delinquente della peggior specie. Ecco perché questa
morte possiede il sinistro ventaglio dell'assassinio. Parola
forte No, semplicemente una constatazione da uomo libero che
odia gli ipocriti, i ruffiani, i falsi, che è un "non
conformista" e che dà tutto se stesso verso chi merita.
Il male che è stato fatto a Marco Pantani non ha precedenti
(anche scomodando altri mondi oltre lo sport) e non avrà seguiti,
perché ci vorranno decenni prima di vedere un altro in grado
di ricreare ammirazioni e imbarazzi come lui. Ora, dopo aver
scagliato qualche sassolino, mi rendo conto che il pianto
non ha frenato la tastiera sempre più bagnata e capisco che
sarebbe giusto raccontare qualcosa del tanto immenso seminato
da questo ragazzo che tanto ha dato alla nostra terra, ma
la pressione dell'emotività che i bei ricordi si portano siamese,
me lo impedisce. Lo farò meglio quando le condizioni me lo
consentiranno, anche perché Marco è un immortale e ogni giorno,
anche del 2023 o 2059, rappresenterà sempre un'occasione per
parlarne e raccontarlo. Per ora mi limito ad allegare qui
uno spezzone di quanto scrissi nel giugno scorso, due settimane
dopo la conclusione di quel Giro d'Italia che l'ha eletto,
più di ogni altro, come un atleta tra i più grandi dell'intera
storia degli sport.
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........Conosco il "Pirata" da quando era un ragazzino.
Posso dire che in salita si dimostrò subito un fenomeno. Da
dilettante, aldilà di quelle imprese che poi lo renderanno
leggenda fra i professionisti, lo ricordo per le migliaia
di domande che mi faceva: era così desideroso di sapere, che
lo notavi indipendentemente dalle orecchie a sventola e dalla
calvizie già evidente. Sembrava un ragazzo posato e metodico,
il contrario di quello che poi, giocoforza, s'è visto in questi
ultimi quattro anni.
Fu per me un'enorme soddisfazione essere speaker ed addetto
stampa di una delle sue maggiori imprese da "puro",
nel 1991. Il teatro fu il G.P. Loredano Flamigni, a Meldola,
una corsa dal percorso massacrante (terminata da soli sedici
concorrenti), che prevedeva la scalata di Rocca delle Camminate
per ben cinque volte. Pantani andò in fuga solitaria già dopo
le prime rampe. L'auto della stampa, col sottoscritto dentro,
si avvicinò a quell'autentico camoscio, ed io gli urlai: "Marco,
se arrivi solo, fai un'impresa leggendaria, ed io domani scriverò
sul giornale che sei il nuovo Gaul!". Pur sotto sforzo,
mi rispose con un deciso: "Contaci!". Ho i brividi
e le lacrime, giuro, nel ricordare quell'episodio. Nonostante
il meglio del mondo dilettantistico lo inseguisse con veemenza,
non fu più ripreso. Anzi, il suo vantaggio, ad ogni passaggio
al Gran Premio della Montagna, aumentava con regolare cadenza.
Ad un certo punto, Marco ruppe il telaio. Con calma, si poté
fermare e cambiare bicicletta. Quando arrivò, un intero paese
aveva gli occhi lucidi. La mia intervista sul palco, davanti
ad una folla strabocchevole, assunse le sembianze della presentazione
di un fenomeno destinato a tracciare pagine memorabili del
grande romanzo del pedale. Credo di non essere mai stato così
bravo come in quell'occasione, ma dovevo esserlo, perché avevo
di fronte un atleta che si avviava ad aprire le porte del
mito.
Il giorno dopo, sul giornale, fui il primo in Italia a definirlo
il "nuovo Charly Gaul". Qualche anno più tardi,
esattamente i primi di dicembre del 1997, presentai un libro
che avevo scritto in una sola settimana, con quella facilità
che ti viene quando senti profondamente quello che scrivi.
Il tema: la montagna ed i suoi profeti in bicicletta. In quel
testo, arrivai a definire Gaul il "padre spirituale"
di Marco Pantani e Fabiana Luperini (guarda caso il buon Charly
ha chiamato Fabienne sua figlia e verso Marco mi dimostrò
di provare un affetto degno d'un padre).
La manifestazione ebbe un'eco europea, arrivarono pure tanti
stranieri, ed io non potrò mai dimenticare l'abbraccio di
Marco, di Charly e di Fabiana. Pantani mi salutò dicendomi
che nel 1998 avrebbe fatto quello che avevo scritto nel libro:
vincere Giro e Tour!
Due giorni dopo quell'evento, portai Gaul e la sua famiglia
da Luciano Pezzi, nel quartier generale della Mercatone Uno
sportiva: una chiesa sconsacrata trasformata in centro sportivo
attrezzatissimo su una collina in quel di Dozza Imolese. Lì
c'era pure Marco, con tutta la squadra al completo, ed un
amico del ciclismo, ma centauro di professione: Marcellino
Lucchi. Ricordo le lacrime di Pezzi, già profondamente malato
di cuore, mentre si teneva stretti Gaul, che non vedeva da
quasi quarant'anni e il suo pupillo Pantani, un nipotino che
sentiva dotato delle stimmate alate.
"Maurizio - mi disse quando ce ne stavamo andando - mi
hai fatto un grande regalo! Già mi fai piangere ricordandomi
Coppi e dire che non eri nemmeno nato, ma oggi mi hai concesso
un sogno. Vedere Marco con Charly lo è. Credo che anche tu
abbia un groppo in gola come me. Io non so quanto vivrò ancora,
ma vorrei tanto vedere Pantani in rosa ed in giallo come Gaul.
So che ci potrà arrivare, me lo ha confessato anche Charly.
Stai vicino a loro!".
Ricordi. Emozionanti e lacrimosi ricordi. Quella visita e
quell'incontro furono di buon auspicio: Marco vinse Giro e
Tour, ma in mezzo, una tragedia forse anche annunciata che
peserà non poco nel destino del grande scalatore di Cesenatico:
la morte di Luciano Pezzi........
Morris 
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Questo
è un sito NO-PROFIT, senza alcuno scopo se non quello di
tenere vivi l'immagine e il ricordo di Marco Pantani dentro la mente
ed il
cuore di tutti noi. E' un sito per tutti e a tutti appartiene. Tutte
le immagini presenti in questo sito sono state raccolte dalla rete
nei giorni
successivi alla scomparsa di Marco e sono di proprietà degli
aventi diritto. Se qualcuno preferisce che la sua foto venga rimossa
deve solo
comunicarlo; se l'ha trovata qui, è solo perchè la
considero fondamentale per non dimenticare Marco. Mai. E ringrazio
tutte le persone che
hanno contribuito a fermare le imprese della sua vita, fino a che
la vita non ha fermato le sue imprese. CIAO PANTA! VAI PANTA!!!
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