Introduzione – Aspetti storici e politici della crisi del Kosovo
 
 
Per poter comprendere i drammatici avvenimenti che hanno caratterizzato la storia del Kosovo nel corso degli anni ’90 è necessario ripercorrere rapidamente alcune fasi del difficile rapporto tra la popolazione albanese e quella serba.

Nel 1912, durante la prima guerra balcanica , l’esercito serbo occupò tutta la regione del Kosovo, (oltre ad alcune zone dell’Albania e della Macedonia) , che faceva parte dell’Impero Ottomano. Alla Conferenza di Londra del 1913 venne affrontata la questione della spartizione dei territori europei dell’Impero Ottomano tra gli Stati balcanici che lo avevano sconfitto. Il Kosovo venne assegnato alla Serbia, che lo reclamava in base a considerazioni storiche e religiose, legate in particolare ad una battaglia svoltasi nel 1389, nella quale i Serbi furono sconfitti dai Turchi, ma fondamentale per la formazione dell’identità nazionale serba.

Dopo la prima guerra mondiale il Trattato di Versailles stabilì i confini del neocostituito Regno di Serbi, Croati e Sloveni, nel quale, nonostante le proteste della delegazione albanese, venne inserito anche il Kosovo. I primi anni del dopoguerra furono caratterizzati dalle attività di gruppi armati, denominati kaçak (in albanese) e supportati dall’Albania, contro l’esercito jugoslavo. Questi scontri terminarono nel 1924, quando in Albania salì al potere Ahmet bey Zogolli (il futuro re Zog I) , alleato del re jugoslavo Aleksandar Karadjorjevic, che fece mancare ai "ribelli" kosovari il suo fondamentale sostegno. Nel corso degli anni ’30 le autorità serbe attuarono una politica che aveva come obiettivo la colonizzazione serba del Kosovo, attuata attraverso una serie di incentivi al trasferimento in quella che già allora era una delle regioni più povere di tutta la Jugoslavia. Il risultato fu che la componente serbo-montenegrina raggiunse nel 1939 il 34% della popolazione kosovara, un livello che nel corso degli anni successivi si ridusse sempre più.

Durante la seconda guerra mondiale il Regno di Jugoslavia venne smembrato nel 1941 dalle potenze dell’Asse e il Kosovo venne suddiviso tra l’Albania (trasformata in stato-satellite dell’Italia) , la Serbia (controllata dai Tedeschi, che ottennero il nord della regione ricco di giacimenti di piombo e zinco) e la Bulgaria (alla quale vennero assegnate la parte orientale del Kosovo e la Macedonia) .

Il Kosovo nella Repubblica Socialista di Jugoslavia (1945-1989)

Ottenuta la liberazione dagli occupanti nazi-fascisti i dirigenti comunisti, guidati dal maresciallo Tito, affrontarono il problema di dare alla Jugoslavia una struttura federale che rendesse possibile la rappresentanza delle diverse nazionalità che componevano il vecchio Regno di Jugoslavia. In questa struttura un aspetto particolarmente delicato spettava proprio al Kosovo, in quanto non era semplice decidere se concedere lo status di repubblica o se garantire l’autonomia della regione all’interno di un’altra repubblica. La scelta definitiva fu di unire il Kosovo alla Serbia e una legge approvata dall’Assemblea del popolo della Serbia istituì ufficialmente, il 3 settembre 1945, la "Regione autonoma del Kosovo-Metohija". Nel 1946 venne approvata una nuova costituzione jugoslava che confermò l’esistenza del Kosovo e della Vojvodina come unità autonome all'interno della Serbia e l’anno seguente quest’ultima si diede una costituzione, nella quale trovava spazio il diritto del Kosovo ad indirizzare il proprio sviluppo economico e sociale insieme ad altri poteri autonomi.

Lo status del Kosovo venne modificato dalla nuova costituzione jugoslava del 1963, in base alla quale le repubbliche che componevano la Jugoslavia potevano costituire al loro interno delle province autonome, come era avvenuto proprio con riguardo al Kosovo e alla Vojvodina. In questo modo l’autonomia della regione non sembrava più garantita a livello federale, ma solo all’interno della costituzione serba che ne definiva le caratteristiche. Nel 1968 però venne approvata una serie di emendamenti alla costituzione federale, che diedero una definizione più chiara dello status giuridico del Kosovo. Le province autonome venivano definite come comunità socio-politiche, che avrebbero potuto svolgere tutti i compiti di una repubblica, esclusi quelli di competenza della Serbia nel suo insieme.

La costituzione del 1974, rimasta in vigore fino allo smembramento finale della Jugoslavia, determinò un cambiamento dello status giuridico della provincia autonoma del Kosovo, che poteva ora disporre, come le repubbliche, di una rappresentanza diretta nei principali organismi federali. Un diritto ottenuto fu quello di poter emanare una propria costituzione, mentre fino ad allora questa era stata concessa dall’Assemblea serba. Per il Kosovo si trattava di un notevole progresso verso una maggiore autonomia, anche se per i kosovari albanesi il passo successivo sarebbe dovuto essere la concessione dello status di repubblica. Questo era stato negato per ragioni ideologiche legate alle diverse nozioni di nazione e nazionalità, nonché per ragioni politiche legate ai timori di secessione del Kosovo, che avrebbe potuto unirsi all’Albania, e al possibile risentimento della Serbia, che avrebbe perso una regione alla quale teneva molto.

La più ampia autonomia ottenuta con la costituzione del 1974 non ha però permesso al Kosovo di instaurare dei rapporti politici e sociali significativi con le altre popolazioni che facevano parte della Jugoslavia, come invece sperava il maresciallo Tito, ed inoltre lo sviluppo economico era molto inferiore rispetto alle altre regioni. L’effetto principale di queste difficoltà economiche fu l’intensificarsi dell’esodo dei Serbi, che lasciavano il Kosovo per trasferirsi nelle regioni jugoslave con migliori prospettive occupazionali. Ciò determinò un cambiamento nell’equilibrio etnico della regione, nella quale gli Albanesi raggiunsero il 90% della popolazione, una percentuale che rimarrà tale fino al 1998.

La morte di Tito, nel 1980, determinò una situazione di incertezza all’interno della dirigenza comunista jugoslava, dovuta soprattutto al riemergere delle richieste di maggiore autonomia , che provenivano da tutte le repubbliche. Nell’ambito di questo "vuoto di potere" si inseriscono, in particolare nel 1981, le proteste degli Albanesi Kosovari, i quali chiedevano la modifica dello status giuridico del Kosovo da "Provincia Autonoma" a "Repubblica Federale". La reazione delle autorità serbe fu improntata alla più rigida repressione delle manifestazioni di protesta, giustificata dalla parte più nazionalista dell’opinione pubblica di Belgrado in quanto abuso dell’autonomia garantita dalla costituzione e minaccia per la sicurezza della minoranza serba.

Il difficile rapporto di convivenza tra Serbi e Albanesi in Kosovo venne strumentalizzato dalle frange più estreme del nazionalismo serbo che, a partire dal 1987, trovarono in Slobodan Milosevic il paladino della difesa della grande Serbia contro le richieste indipendentiste che montavano in tutte le repubbliche federali. Nel disegno politico di Milosevic la difesa dei Serbi del Kosovo era uno dei temi centrali per poter ottenere il sostegno popolare e dei circoli politici e intellettuali più influenti, che nel 1989 avevano prodotto una serie di documenti nei quali veniva delineata, alcuni anni prima delle guerre in Croazia e in Bosnia, l’idea di una grande Serbia, etnicamente pura, estesa ben oltre i confini di quella che era la repubblica serba. All’interno della Lega dei comunisti del Kosovo cresceva la consapevolezza dei rischi che stava per correre l’autonomia, ma lo scarso peso della dirigenza albanese, all’interno della Serbia e a livello federale, impedì lo svilupparsi di una dialettica politica costruttiva che garantisse la sopravvivenza del sistema costruito da Tito.

La perdita dell’autonomia e la creazione delle "istituzioni parallele" albanesi (1989-1997)

Il 1989 segnò l’inizio del programma di Milosevic per smantellare formalmente l’autonomia del Kosovo e riaffermare il controllo politico diretto da parte della Serbia sulla regione. Nel marzo 1989 furono approvate delle leggi costituzionali che emendavano la costituzione del 1974 e limitavano gravemente l’autonomia del Kosovo. La reazione degli Albanesi portò ad una serie di proteste represse con violenza dalle autorità serbe, che iniziarono ad attuare una politica discriminatoria, consistente nell’allontanamento dagli incarichi pubblici di tutti coloro che rifiutavano di prestare un giuramento di fedeltà alla repubblica serba. Le epurazioni riguardavano in particolare i settori dell’istruzione e della sanità e numerose istituzioni culturali e sportive.

La situazione peggiorò durante tutto l’anno e nel febbraio del 1990, in risposta alle violente rivolte di massa venne dichiarato ufficialmente lo stato di emergenza. Le epurazioni si allargarono quindi alla polizia provinciale, dalla quale vennero allontanati tutti gli Albanesi, sostituiti da personale serbo. La dichiarazione dello stato di emergenza permise a Belgrado di prendere il controllo delle istituzioni di autogoverno del Kosovo, violando la costituzione del 1974, e ciò portò nel maggio 1990 alle dimissioni collettive del Consiglio dei Ministri provinciale.

In seguito, il 20 giugno 1990, quando l’Assemblea Kosovara cercò di fermare l’intervento serbo dichiarando il Kosovo una repubblica indipendente dalla Serbia, il Presidente dell’Assemblea (un serbo) aggiornò la seduta al 2 luglio. Quel giorno i deputati trovarono chiusa la sede dell’Assemblea e, riunitisi all’esterno, adottarono una dichiarazione d’indipendenza del Kosovo. La risposta di Belgrado fu lo scioglimento dell’Assemblea del Kosovo e il controllo diretto della regione , in base alla cosiddetta "legge delle circostanze speciali" del 26 giugno 1990.

Da quel momento ebbe inizio la distruzione completa dell’autonomia del Kosovo. Il 7 agosto il Parlamento Serbo approvò una serie di leggi che abolivano la legislazione precedente che garantiva un sistema educativo indipendente. Tra le misure prese dalle autorità serbe vanno ricordate l’allontanamento dalle istituzioni di circa 15000 funzionari albanesi, la chiusura di numerose scuole nelle quali si insegnava in lingua albanese, la sospensione delle trasmissioni radiofoniche e televisive in albanese e la chiusura di molti mezzi di informazione.

A completamento di questa azione, in settembre venne approvata una nuova costituzione in Serbia, che poneva fine formalmente all’autonomia del Kosovo e a quella della Vojvodina. L’abolizione unilaterale da parte della Serbia dello status del Kosovo come entità federale è ritenuta illegittima e nulla in base alla costituzione federale. Dopo la dichiarazione d’indipendenza del 2 luglio, il 7 settembre gli stessi delegati albanesi dell’ormai disciolta Assemblea Kosovara promulgarono una legge costituzionale per una "Repubblica del Kosovo", che prevedeva l’elezione di una assemblea e di una presidenza eletta direttamente dal popolo. Questo documento determinò una svolta cruciale, essendo la base della nascita delle "istituzioni parallele" albanesi, ovvero di un sistema politico e culturale al quale partecipava la totalità della popolazione albanese, ma che non aveva alcun riconoscimento a livello ufficiale da parte delle autorità serbe. Il sistema messo in piedi dagli Albanesi Kosovari metteva insieme la disobbedienza civile e il boicottaggio nei confronti delle istituzioni serbe con una mobilitazione politica fino ad allora sconosciuta a quella popolazione, che nel corso della sua storia non aveva mai sperimentato un autentico governo democratico.

Nel settembre del 1991 si svolse un referendum sulla decisione di dichiarare il Kosovo una repubblica sovrana e indipendente e secondo gli organizzatori il 99% degli elettori, sull’87% degli aventi diritto, si espresse in maniera favorevole. Il referendum si era svolto utilizzando come seggi elettorali delle case private e la stessa cosa avvenne il 24 maggio 1992, quando gli elettori albanesi vennero chiamati ad eleggere l’Assemblea e il Presidente della Repubblica.

Le elezioni si svolsero alla presenza di 8 gruppi di osservatori internazionali e videro la piena affermazione della Lega Democratica del Kosovo (LDK) , guidata da Ibrahim Rugova, che venne eletto Presidente della "Repubblica". L'assegnazione dei 130 seggi del Parlamento avvenne con un sistema elettorale misto, che prevedeva 100 seggi assegnati con il sistema maggioritario e 30 distribuiti in base al sistema proporzionale. Va sottolineato che era stata prevista l'attribuzione di 14 seggi alle minoranze serbe e montenegrine, ma queste non parteciparono al voto e i seggi non vennero occupati. Il governo provvisorio, guidato da Bujar Bukoshi fu costretto dai Serbi ad andare in esilio in Germania, mentre Rugova rimase a Pristina, controllando le strategie di resistenza contro le autorità ufficiali.

Nella politica di Rugova l'internazionalizzazione della questione del Kosovo occupava uno spazio molto importante, in quanto era strettamente legata al successo della scelta di evitare una rivolta violenta. Il primo successo diplomatico di Rugova fu la creazione nell'ambito della Conferenza di Londra sulla Ex Jugoslavia del 1992 di un Gruppo Speciale sul Kosovo, nonostante l'opposizione di Milosevic. In seguito però negli Accordi di Dayton del 1995, con i quali si raggiunse una soluzione del conflitto bosniaco, il problema del Kosovo ebbe un'attenzione limitata al mantenimento delle sanzioni contro la Serbia fino a che questa non avesse posto fine alle violazioni dei diritti umani nella regione. Nonostante lo smacco subito Rugova proseguì nella sua strategia diplomatica, che si poneva l'obiettivo di ottenere un riconoscimento ufficiale della "Repubblica del Kosovo", ma anche i governi più disponibili ad ascoltare le sue richieste (Stati Uniti, Germania e Italia) erano favorevoli ad una soluzione che preservasse l'integrità territoriale della Jugoslavia.

All'interno della regione proseguiva l'attività delle "istituzioni parallele", che per poter operare svilupparono un sistema finanziario fondato su contributi "volontari" dei kosovari che vivevano in Kosovo e di quelli che lavoravano all'estero. I fondi raccolti venivano distribuiti a livello municipale e impiegati per il finanziamento dell'istruzione, della sanità, dell'assistenza sociale e delle attività culturali, scientifiche e sportive. Tra gli aspetti più significativi delle "istituzioni parallele" merita un cenno il sistema giudiziario, in quanto questo è uno dei settori nei quali l'UNMIK ha dovuto affrontare le maggiori difficoltà. Nella cultura albanese è ancora in uso un sistema di giustizia tradizionale basato sulle vendette familiari, una sorta di legge del taglione applicata però dai familiari delle vittime e non dallo stato. Per porre termine alle faide tra famiglie, che potevano durare decenni, venne stabilito un sistema di riconciliazione che prevedeva l'intervento degli anziani della comunità in qualità di mediatori. Questo sistema, le cui origini risalgono al Medioevo, ha permesso alle comunità kosovare di mantenere una certo grado di indipendenza, nonostante la presenza di leggi imposte dall'esterno (dagli Ottomani prima e dai Serbi in seguito) e fa parte indubbiamente dell'identità nazionale kosovara. A partire dal 1989 il sistema di giustizia tradizionale riprese a funzionare in maniera estesa, in quanto non veniva più riconosciuta la legittimità alle istituzioni giudiziarie serbe.

All’interno della comunità albanese iniziò a svilupparsi, successivamente agli scarsi risultati ottenuti nell’ambito dei negoziati che avevano portato agli Accordi di Dayton del 1995, una crescente opposizione alla strategia non violenta di Rugova, considerata poco attiva e irrealistica. I sostenitori di un’azione violenta per ottenere l’indipendenza costituirono l’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) , che nell’estate del 1997 rivendicò alcuni attentati contro la polizia serba. Nel corso del 1997 gli scontri tra i guerriglieri albanesi e le forze serbe si fecero consistenti e dopo una fase favorevole ai primi, che presero il controllo di circa il 50% del territorio del Kosovo, ci fu la controffensiva serba che mise in grave difficoltà il meno organizzato UCK.

1998: la comunità internazionale e la crisi del Kosovo

L’inasprirsi degli scontri e la crescente preoccupazione per le gravi violazioni dei diritti umani compiute dalle forze serbe impegnate nella repressione dell’UCK ebbero effetto sulla comunità internazionale, che fino ad allora si era limitata a deboli condanne della politica serba in Kosovo. Il 1° marzo 1998 l’uccisione di 2 poliziotti serbi da parte dell’UCK scatenò la reazione delle forze di sicurezza di Belgrado che, una settimana dopo, attaccarono la città di Drenica, roccaforte della guerriglia albanese, uccidendo circa 80 persone, tra cui molte donne e bambini. Questo episodio, documentato da immagini diffuse da tutti i mezzi di comunicazione internazionali, colpì molto l’opinione pubblica, favorendo un maggiore impegno da parte degli stati per affrontare la crisi del Kosovo.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite intervenne sulla situazione in Kosovo con la risoluzione 1160 del 31 marzo 1998. La risoluzione ha dato attuazione alla proposta di embargo sul commercio di armi per la Repubblica Federale di Jugoslavia, compreso il territorio del Kosovo, che era stata sviluppata dal cosiddetto Gruppo di Contatto, comprendente i ministri degli esteri di Francia, Germania, Italia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. Nel preambolo vengono condannati sia l’uso eccessivo della forza contro i civili e i dimostranti pacifici da parte delle forze di polizia serbe, che gli atti di terrorismo compiuti dall’UCK o da altri gruppi o individui e viene affermato l’impegno per il mantenimento della sovranità e dell’integrità territoriale della Repubblica Federale di Jugoslavia.

Nella parte dispositiva della risoluzione le autorità di Belgrado e i rappresentanti della comunità albanese vengono invitati ad iniziare un dialogo politico sullo status del Kosovo e viene sottolineata la disponibilità del Gruppo di Contatto per facilitare il confronto tra le due parti. Vengono poi indicati, tra i principi guida del dialogo tra le parti, il rispetto dell’integrità territoriale della Jugoslavia e un maggiore grado di autonomia per il Kosovo, nonché l’adeguamento ai principi dell’OSCE e della Carta delle Nazioni Unite.

Il punto centrale della risoluzione, inquadrabile nell’ambito del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite,consiste nella decisione di stabilire un embargo sulla vendita di armi alla Jugoslavia, incluso il Kosovo, comprendente tutti i tipi di materiale militare, e di prevenire l’armamento e l’addestramento dei terroristi. Per l’attuazione dell’embargo è stato istituito un comitato del Consiglio di Sicurezza con il compito di raccogliere informazioni dagli stati sulle misure prese per l’effettiva applicazione dell’embargo, di prendere le opportune decisioni per rispondere alle eventuali violazioni e di riferire periodicamente al Consiglio di Sicurezza sull'implementazione dei divieti imposti con la risoluzione. La revisione delle misure stabilite dalla risoluzione veniva sottoposta a 5 condizioni: inizio di un dialogo effettivo; ritiro delle unità speciali di polizia e fine delle azioni delle forze di sicurezza contro la popolazione civile; consenso all’accesso in Kosovo di organizzazioni umanitarie e di rappresentanti diplomatici del Gruppo di Contatto e di altri paesi; accettazione di una missione di lunga durata dell’OSCE; consenso alla presenza di una missione dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Viene poi ricordato alle autorità jugoslave l’obbligo di cooperare con il Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia e si invita il Procuratore di tale tribunale a raccogliere informazioni relative ad azioni commesse in Kosovo che potrebbero ricadere nella competenza del tribunale.

E’ importante osservare che nella risoluzione 1160 il Consiglio di Sicurezza non definisce formalmente la situazione in Kosovo come una minaccia alla pace e nonostante ciò esso ha adottato una misura rientrante nell’art. 41 della Carta delle Nazioni Unite. La dichiarazione ufficiale che il deterioramento della situazione in Kosovo costituiva una minaccia alla pace e alla sicurezza della regione si ebbe solo con la risoluzione 1199 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 23 settembre 1998. Questa risoluzione venne adottata dopo il rapido deterioramento della situazione, sottolineato nel preambolo, nel quale il Consiglio di Sicurezza esprime la propria preoccupazione per l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza serbe e dell’esercito jugoslavo, che aveva causato numerose vittime civili ed aveva costretto alla fuga oltre 230000 persone.

Il Consiglio, dopo aver riaffermato gli obiettivi della risoluzione 1160, domanda la cessazione delle ostilità e il mantenimento del cessate il fuoco, per ridurre il rischio di una catastrofe umanitaria, ed invita le parti ad iniziare un negoziato per risolvere politicamente la situazione. Viene poi precisato un elenco di misure che la Jugoslavia avrebbe dovuto prendere per agevolare una soluzione politica: fine delle attività delle forze di sicurezza contro la popolazione civile e ritiro delle forze stesse; rendere possibile un’azione di monitoraggio da parte di rappresentanti diplomatici; facilitare il ritorno dei rifugiati e non impedire l’accesso a organizzazioni umanitarie impegnate nella loro assistenza; stabilire un calendario per l’inizio del dialogo con la comunità albanese. La risoluzione si conclude con l’affermazione che, in caso di mancata attuazione delle misure indicate nelle risoluzioni 1160 e 1199, il Consiglio avrebbe considerato azioni ulteriori e misure addizionali per mantenere o ristabilire la pace e la stabilità nella regione.

Le settimane seguenti furono caratterizzate da un’intensa attività diplomatica, in particolare da parte degli Stati Uniti, che insieme con gli altri paesi del Gruppo di Contatto avviarono una serie di negoziati, incontrando separatamente le due parti. I principali responsabili del negoziato in questa fase furono Christopher Hill, ambasciatore americano in Macedonia, e Richard Holbrooke, inviato speciale del presidente Clinton, protagonista degli accordi di Dayton. Il 1° ottobre 1998 Hill presentò alle parti una prima proposta che prevedeva un sistema di governo basato principalmente sull’autonomia delle comunità locali. A livello centrale erano previste un’assemblea ed un governo guidato da un presidente eletto direttamente dal popolo. Il progetto era aperto ai suggerimenti di entrambe le parti e prevedeva un riesame completo dopo 3 anni, per la valutazione dei risultati conseguiti. Il "piano Hill" venne immediatamente rifiutato dalla comunità albanese, contraria soprattutto al meccanismo di revisione, che prevedendo il consenso di entrambe le parti per qualsiasi modifica, avrebbe in realtà cristallizzato la situazione, senza portare al livello di autonomia richiesto. Le autorità serbe proposero numerose modifiche al progetto che tendevano a sottolineare con più chiarezza la sovranità della Serbia sul Kosovo e che ovviamente vennero respinte dagli Albanesi.

Nel frattempo il 9 ottobre il segretario generale della NATO Javier Solana in un comunicato ufficiale sostenne che, con riferimento alla dichiarazione fatta dal Consiglio di Sicurezza nella risoluzione 1199 sulla minaccia alla pace e alla sicurezza della regione determinata dalle azioni della Jugoslavia, la NATO riteneva legittima la possibilità di ricorrere alla minaccia, e se necessario, all’uso della forza contro la Jugoslavia. Le dichiarazioni di Solana furono seguite il giorno 13 da un ordine di attivazione delle forze NATO, che avrebbe determinato un intervento militare se entro 96 ore le autorità serbe non avessero accettato un ultimatum. In seguito a questo ultimatum Holbrooke si recò a Belgrado per trattare direttamente con Milosevic i termini di un accordo che evitasse l’intervento della NATO. L’attività diplomatica di Holbrooke permise il raggiungimento di 2 accordi: uno con la NATO, firmato il 15 ottobre, e l’altro con l’OSCE, firmato il giorno 16. L’accordo con l’OSCE prevedeva la costituzione di una missione composta da 2000 osservatori non armati, con il compito di verificare l’attuazione delle disposizioni contenute nelle risoluzioni 1160 e 1199. L’accordo con la NATO consentiva alle forze del Patto Atlantico di sorvolare i cieli del Kosovo per accertare il rispetto degli accordi sottoscritti con le 2 organizzazioni internazionali.

La validità dei 2 accordi poteva essere messa in dubbio, in quanto essi erano stati indubbiamente conclusi sotto la minaccia dell’uso della forza. La risoluzione 1203, adottata dal Consiglio di Sicurezza il 24 ottobre 1998, ha approvato e supportato i 2 accordi, chiedendo alla Jugoslavia di rispettarli in maniera pronta e integrale. Nel preambolo della risoluzione viene riaffermato il ruolo del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e delle sicurezza internazionale e si conferma che la situazione del Kosovo continua a costituire una minaccia alla pace e alla sicurezza della regione. Dopo aver ricordato l’impegno della Repubblica Federale di Jugoslavia per la sicurezza dei membri delle missione dell’OSCE, viene affermato che in caso di emergenza sarebbe stato ammissibile l’uso della forza, al fine di assicurare l’incolumità e la libertà di movimento dei verificatori. La risoluzione si conclude con la condanna del terrorismo da parte degli albanesi, un riferimento alla situazione umanitaria e il richiamo alla collaborazione con gli organi del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia.

1999: dalla Conferenza di Rambouillet all’intervento della NATO

Nelle settimane seguenti, nonostante la dichiarazione di accettazione di un cessate il fuoco da parte dell’UCK, gli scontri proseguirono e resero evidente l’inefficacia dei meccanismi previsti dagli accordi di ottobre. Un momento determinante, per il suo impatto a livello internazionale, è rappresentato dalla strage di Racak, avvenuta a metà gennaio, nella quale persero la vita 45 kosovari. La responsabilità della strage venne immediatamente attribuita alle forze serbe, accusate apertamente dal capo della missione dell’OSCE, l’americano William Walker, di un "crimine contro l’umanità". In seguito a queste dichiarazioni il diplomatico americano venne dichiarato persona non grata, anche se poi la richiesta di espulsione venne sospesa.

Il Gruppo di Contatto, di fronte al fallimento degli accordi di ottobre, si riunì a Londra il 29 gennaio 1999 proponendo la convocazione di una conferenza da tenersi nel castello di Rambouillet, vicino a Parigi, per cercare di raggiungere quella soluzione politica auspicata a partire dalla risoluzione 1160. Questa iniziativa trovò il pieno sostegno da parte del Consiglio di Sicurezza ed entrambe le parti accettarono di partecipare alla conferenza, che ebbe inizio il 6 febbraio.

La conferenza era formalmente presieduta dai ministri degli esteri di Francia e Regno Unito, Hubert Védrine e Robin Cook, mentre il Gruppo di Contatto era rappresentato da Christopher Hill (USA), Wolfgang Petritsch (UE) e Boris Mayorski (Russia). Alle delegazioni serba e albanese venne presentato dai negoziatori del Gruppo di Contatto un documento contenente una serie di elementi base per l’accordo non negoziabili, la cui accettazione era ritenuta indispensabile per poter avviare le trattative. All’inizio dei negoziati fu elaborata una proposta che conteneva nuovi elementi e che venne incorporata in un annesso denominato "Costituzione del Kosovo", al quale si aggiunsero subito altri 2 documenti, uno relativo allo svolgimento delle elezioni e l’altro all’istituzione di un ombudsman, responsabile della tutela dei diritti umani in Kosovo. La delegazione albanese, guidata dal giovane rappresentante dell’UCK Hashim Thaci, sin dai primi giorni concentrò il proprio interesse sull’attuazione degli aspetti militari dell’accordo, ottenendo rassicurazioni sull’efficacia dell’annesso militare direttamente dal comandante supremo della NATO per l’Europa, il generale Wesley Clark. La strategia serba si basava invece su 2 elementi essenziali: la difesa della sovranità e dell’integrità territoriale della Repubblica Federale di Jugoslavia e il rifiuto della presenza di forze armate straniere in Kosovo.

I negoziati erano resi difficili dall’ostruzionismo attuato dalla delegazione serba, che solo il 17 febbraio presentò una propria proposta, peraltro incompatibile con i principi non negoziabili definiti dal documento iniziale del Gruppo di Contatto. Lo stesso Gruppo di Contatto era estremamente diviso sulle strategie da seguire per convincere le 2 parti all’accordo e ciò determinò una certa ambiguità nell’interpretazione delle disposizioni meno chiare degli accordi. Gli ultimi giorni della Conferenza videro l’intervento del Segretario di Stato americano Madeleine Albright, che rassicurò la delegazione albanese a proposito del capitolo 8 degli accordi, il quale prevedeva che, dopo il periodo transitorio di 3 anni, lo status del Kosovo sarebbe stato deciso "on the basis of the will of the people". Tale espressione era estremamente ambigua, in quanto non era precisato di quale "people" si stesse parlando: quella del Kosovo o quella della Repubblica Federale di Jugoslavia? La Albright garantì alla delegazione albanese che l’espressione andava intesa come diritto della popolazione del Kosovo di tenere un referendum per decidere quale status attribuire alla regione. Consapevole del fatto che un referendum svolto solo in Kosovo avrebbe avuto un esito favorevole all’indipendenza, la delegazione serba rifiutò di firmare gli accordi e si arrivò dunque alla chiusura della conferenza il 23 febbraio senza nessun risultato concreto, nonostante la disponibilità della delegazione albanese per l’accettazione dell’ultima versione degli accordi.

Un ultimo tentativo per convincere la delegazione serba venne fatto a partire dal 15 marzo a Parigi, ma senza successo. Il 18 marzo 1999 la delegazione albanese firmò il testo degli accordi alla presenza dei rappresentanti europeo ed americano del Gruppo di Contatto, in quanto il russo Mayorski rifiutò di apporre la sua firma su un documento ritenuto lesivo della sovranità e integrità territoriale della Jugoslavia. Il 20 marzo la Kosovo Verification Mission dell’OSCE iniziò a ritirarsi dalla regione, a causa dell’ostilità serba che impediva il perseguimento dei compiti previsti nell’accordo di ottobre. L’ultimo sforzo per raggiungere una soluzione diplomatica della crisi fu compiuto con un viaggio di Holbrooke a Belgrado, il 22 e il 23 marzo, ma il lungo incontro con Milosevic non portò nessun risultato.

Il 23 marzo il segretario generale della NATO Javier Solana annunciò di aver dato l’ordine al generale Clark di iniziare un attacco aereo contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. L’attacco ebbe inizio il 24 marzo 1999 e i primi obiettivi colpiti erano situati nei pressi di Pristina, il capoluogo regionale del Kosovo. La reazione internazionale all’attacco della NATO fu caratterizzata dalla decisa opposizione espressa dalla Russia e dalla Cina. Il 26 marzo la Russia presentò un progetto di risoluzione al Consiglio di Sicurezza, appoggiato dalla Bielorussia e dall’India, per chiedere l’interruzione immediata degli attacchi della NATO e l’inizio di un nuovo negoziato. Il progetto venne respinto con 3 voti a favore (Russia, Cina e Namibia) e 12 voti contrari.

L’operazione della NATO, denominata "Allied Force", iniziò con un livello di intensità limitato per poi aumentare progressivamente durante le 11 settimane di durata dell’intervento. Gli obiettivi dell’operazione vennero formalmente indicati il 10 aprile dal Segretario Generale Kofi Annan e ribaditi il 23 aprile a Washington in un incontro dei capi di stato e di governo dei paesi membri della NATO. Le 5 condizioni, considerate dalla NATO come non negoziabili erano: la fine delle azioni militari da parte dei Serbi; il ritiro dal Kosovo delle forze militari, paramilitari e di polizia; l’accettazione in Kosovo di una forza militare internazionale; il ritorno dei rifugiati, in condizioni di sicurezza, e il consenso all’accesso delle organizzazioni umanitarie; l’accettazione di una cornice politica per il Kosovo basata sugli accordi di Rambouillet.

Nel corso dei 78 giorni della guerra furono portate avanti diverse iniziative diplomatiche per cercare di ottenere la cessazione dell’attacco e una soluzione politica, in particolare da parte della Russia e dell’Italia. L’unico intervento del Consiglio di Sicurezza, nel corso dell’operazione "Allied Force", si ebbe il 14 maggio 1999, con l’adozione della risoluzione 1239. Tale risoluzione esprime la preoccupazione per la situazione umanitaria riguardante l’enorme flusso di rifugiati che abbandonavano il Kosovo per trovare protezione in Albania, in Macedonia e in Bosnia, oltre che in Montenegro e in altre parti della Jugoslavia. Il Consiglio di Sicurezza ha espresso il suo sostegno all’attività dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e delle altre organizzazioni impegnate nell’assistenza dei rifugiati e ha sottolineato il fatto che la situazione umanitaria si sarebbe ulteriormente deteriorata in assenza di una soluzione politica della crisi.

Il termine dell’operazione si ebbe il 9 giugno 1999 in base ad un accordo tecnico-militare, concluso tra la NATO e la Repubblica Federale di Jugoslavia. L’accordo fu firmato dal generale Michael Jackson, in rappresentanza della NATO, e dai generali Marjanovic e Stevanovic, per la Jugoslavia e la Serbia. Il ritiro delle forze serbe dal Kosovo era stato concordato in un precedente accordo tra la Jugoslavia e gli inviati dell’UE e della Russia, il finlandese Ahtisaari e il russo Chernomyrdin, raggiunto il 3 giugno.
 
 

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