La figura di Iuppiter nella teologia civico-religiosa romana

Claudia Santi

 


 

 

 


1. Il  civico� e il �politico

 

Nell'esaminare i fenomeni specifici di una cultura, � sempre opportuno evitare di utilizzare, come strumenti ermeneutici, categorie desunte da altre civilt�. Per tale ragione, parlando di Roma, abbiamo preferito ricorrere al concetto di civico�, senza far riferimento alla categoria del politico, elaborata in ambito greco[1]  e quindi poco adatta a definire la realt�  romana[2]. Come � noto, infatti, persino nella democratica Atene l'essere figli di genitori entrambi liberi e ateniesi fu, salvo rare eccezioni, requisito indispensabile per accedere alla cittadinanza ed in tal senso si pu� affermare che la qualifica di cittadino, polites, fosse condizionata dall'appartenenza pregressa del gruppo familiare all'unit� politico-territoriale della polis;[3] la riforma clistenica, pur con il suo contenuto antigenetico, non recise (n� era del resto il suo obiettivo) ma piuttosto razionalizz� il rapporto territorio-cittadino.[4] Roma, al contrario, si costitu� fin dalle origini come una citt� aperta: il mitologhema dell'asylum Romuli vale a fondare proprio questa capacit� di integrazione di elementi anche di altre etnie all'interno della compagine sociale[5]. Conseguentemente, il rapporto citt�-cittadino si presentava, a Roma, con caratteri del tutto diversi da quelli del modello greco: il primato logico e cronologico spettava al cittadino, al civis, il quale concorreva, insieme agli altri con-cittadini, a formare la civitas, la citt� intesa in senso politico-ideale, e non nella sua dimensione fisica  e urbana.[6] E' questa astrazione, che non identifica i confini della cittadinanza con i confini della citt�, a consentire l'estensione della cittadinanza Romana prima ai Latini, poi ai socii italici e passo dopo passo, a tutti gli uomini liberi presenti entro i confini dell'Impero. La diversa dinamica storica � all'origine anche della distanza semantica riscontrabile nel lessico politico greco e latino. Si pensi al greco politeia forma di governo, termine che i Romani avevano qualche difficolt� ad inserire nel loro orizzonte concettuale e a trasporre nella loro lingua, dal momento che, a partire dal 509 a.C., anno di insediamento della prima coppia consolare, l'unica forma di governo ammessa a Roma era la res publica   (espressione che in latino talvolta pu� equivalere a politeia[7]). Ogni  riforma costituzionale era dunque esclusa a Roma e qualsiasi tentativo di restaurazione della monarchia (adfectatio regni)[8] veniva punito per legge, attraverso la consacrazione del colpevole a Iuppiter. [9]

Era infatti Iuppiter la figura divina che, all'interno del pantheon romano, esprimeva in modo pi� compiuto questa sinergia di forze, questa omogeneit� tra valori religiosi e valori civici. Non si tratta solo di un esponente della funzione uranica, di una divinit� poliade, di un dio supremo, di un   dio della sovranit�; Iuppiter � tutto questo, e qualcosa in pi�. E' una creazione assolutamente originale, le cui peculiarit� non si possono cogliere se non si tenta di ricostruire una stratificazione della sua complessa vicenda. Una vicenda che ha portato un dio sovrano, riconducibile ad una tipologia comune a tutta l'area indoeuropea, ad assumere la forma di Iuppiter Optimus Maximus, divenendo cos� la rappresentazione religiosa dell'idea di res publica[10] e, nell'aspetto di Iuppiter Latiaris, a farsi dio del culto federale dei popoli della Lega Latina. Intorno a questi tre nuclei intendiamo organizzare alcune riflessioni sulla funzione della figura di Iuppiter all'interno della teologia civico-religiosa romana.

 

2. Iuppiter  e il suo flamen

 

Un primo aspetto di Iuppiter � ricostruibile sulla base dell'esame degli obblighi rituali, cui era tenuto il suo sacerdote, il flamen dialis. [11]

Un erudito romano del II sec. d.C., Aulo Gellio, ha conservato un dettagliato elenco delle prescrizioni, caerimoniae, imposte a questo sacerdote:[12] non poteva viaggiare a cavallo n� vedere un esercito in assetto di guerra;[13] non ammetteva vincoli[14] e dunque non poteva neanche impegnarsi attraverso un giuramento[15]; chiunque fosse comparso legato al suo cospetto, veniva immediatamente liberato[16] e nessuno poteva essere bastonato in sua presenza; [17] non gli era consentito nominare o toccare la capra, la carne cruda, l'edera e le fave;[18] allo stesso modo doveva evitare le viti troppo rigogliose[19] e la farina lievitata;[20] non doveva restare senza cappello[21] o nudo, sotto il cielo[22]; non poteva restare pi� di tre notti lontano da casa;[23] i piedi del suo letto dovevano essere cosparsi di un sottile strato di argilla e non era permesso a nessun altro di dormirvi;[24] non poteva entrare nel luogo in cui era stato bruciato un cadavere n� poteva toccare un defunto.[25]

Questo insieme di interdizioni  consente di ricostruire una prima �mappa� della sfera di Iuppiter: in particolare, alcune limitazioni cui era soggetto il flamen dialis propongono un'identificazione del dio con il cielo, non uno spazio celeste posto a distanze siderali, ma un �cielo vicino� entro cui il dio invia i segnali del suo dissenso, il tuono o il fulmine,  ed entro cui esplica anche la funzione �civile� di rendere visibile quei segni, auguria ed auspicia, che aprono all'azione umana, in particolare dei magistrati.

 In altri casi � invece possibile scorgere un legame con la dimensione del �festivo� (egli era "sempre in festa", secondo una notissima affermazione di A. Gellio[26]) ed   una incompatibilit� con i culti inferi, con il dionisismo, con la guerra.[27]   In ci� possiamo rinvenire i segni di una dialettica  divenire/essere in cui Iuppiter rappresenterebbe il polo dell'essere,[28] contrapposto  alle sfere ctonia, militare, dionisiaca intese come espressioni perspicue del divenire.[29] E' stato sottolineato come, anche quando interviene in un'azione di guerra, il dio agisca fermando i soldati, piuttosto che propiziandone la controffensiva:[30] il culto di Iuppiter Stator, istituito da Romulus al termine della guerra Romano-Sabina delle origini, commemorava proprio l'intercessione del dio cui si doveva l'arresto della rovinosa fuga dei Romani in battaglia, premessa della successiva vittoria.[31] Proprio per questa sua capacit� di  fissare�e di �dare stabilit�, Iuppiter � anche il dio garante dei giuramenti, dei  patti (Iuppiter Feretrius) e della pax, non una pace metafisica, bens� del risultato di una azione cosciente che vede due volont� prima contrapposte convenire sulla base di un accordo comune. Iuppiter � dunque Victor,[32] perch�, senza che egli intervenga nella condotta della  guerra, ogni vittoria,[33] preludio della pace, si compie in suo nome, cos� come in suo nome i fetiales dichiarano il bellum iustum, la guerra giusta, quando il patto � stato rotto dal nemico.[34] Ma il dio che vincola� attraverso il giuramento (cf. anche Iuppiter Lapis), non ammette di essere vincolato: la libert� temporanea che il suo flamen pu� accordare con la sua semplice presenza trova il corrispettivo, a livello teologico, nell'attrazione ab antiquo di Libertas nella sfera di Iuppiter.[35] L'unico vincolo al quale partecipi  il flamen dialis � quello della cerimonia nuziale della confarreatio (unione del farro, cf. Iuppiter Farreus): in funzione attiva, egli � tenuto a presenziarvi; [36] in un ruolo passivo, deve essere stato unito in matrimonio attraverso tale forma di rito, che � la pi� solenne della religione romana.[37]

Altri caratteri del dio appaiono ricostruibili sulla base delle incombenze rituali cui era tenuto il flamen dialis: in particolare la sua presenza durante le feste del vino sarebbe il riflesso della tutela che  Iuppiter esercitava su questo prodotto, inteso non come bevanda inebriante, ma come ingrediente della sovranit�.[38] Del resto le fonti hanno cura di sottolineare questa originaria  connessione con la regalit�, laddove riferiscono che il re-legislatore Numa Pompilius aveva rinunciato ad alcuni obblighi religiosi, trasferendone il compito sul flamen dialis, appositamente istituito.[39] La sua funzione civico-religiosa � resa pi� evidente dagli onori accordatigli: egli, unico tra tutti i sacerdoti, aveva diritto alla sella curulis,  lo speciale sedile insegna in origine del potere regio, successivamente segno distintivo delle maggiori magistrature;[40] per antico diritto gli era riservato un posto in Senato[41] e gli era attribuito un littore,[42] a sottolineare la valenza anche civica della sua carica religiosa, riflesso della natura del dio al cui culto era riservato. Il legame con la sovranit� risulta avvalorato dai contesti cultuali nei quali il dialis interviene insieme agli altri flamines cosiddetti maiores, il martialis ed il quirinalis: in tali occasioni egli occupa sempre il primo posto a sottolineare la sua maggiore dignit� di rango, che lo vede secondo solo al rex sacrorum,[43] al   quale tuttavia appare vincolato da un rapporto di solidariet�. [44]

L'ordine dei tre sacerdoti, mantenutosi inalterato nel corso dei secoli, comparato con il codice sociale delle caste indiane, sugger� a Dum�zil la conclusione che, al di sotto di questi risultati storici, si potesse scorgere una struttura ideologica risalente alla preistoria indoeuropea, [45]  cui lo studioso francese diede il nome di ideologia delle tre funzioniotrifunzionalismo: a livello sacerdotale, i tre flamines replicherebbero la rigida disposizione gerarchica esistente, a livello teologico, tra Iuppiter, esponente della prima funzione della �sovranit�, Mars esponente della seconda funzione della �forza guerriera� e Quirinus rappresentante della �terza funzione della �fecondit�/prosperit� (o dei produttori)�.

Se questo  insieme di caratteri concorre a definire quello che con ogni probabilit� pu� essere considerato lo strato pi� antico della figura di Iuppiter, esso tuttavia non rimanda ad un livello primitivo:  il sistema del flaminato presuppone come gi� costituito un pantheon di tipo politeista, cos� come alcuni obblighi imposti al flamen dialis rimandano ad un'organizzazione urbana (ad es. quella di non poter dormire pi� di tre giorni lontano dal suo letto). Non si pu� scorgere al di sotto di questo profilo un grado zero, che richiami una dimensione pre-civica: gli onori straordinari conferiti al sacerdote sono co-esistenti con la funzione regale del dio ed il dio esiste perch� esiste Roma.

 

 

3. Iuppiter sul Campidoglio

 


 

 

 


Iuppiter Optimus Maximus � una creazione relativamente recente: secondo la tradizione, la costruzione del suo tempio sul Campidoglio fu iniziata alla fine dell'et� monarchica, sotto i Tarquinii.[46] Ci� nondimeno, tocc� al console Horatius Pulvillus l'onore dedicare il luogo di culto, nel primo anno della res publica (509 a.C.).[47]. In questo modo l'annalistica ha avuto cura di stabilire una sincronia tra inaugurazione del tempio sul Campidoglio e istituzione del consolato, e attraverso di essa, un legame ideale, tra il culto Capitolino e la forma politica della res publica.

Osserva a tale proposito C. Koch, nel suo saggio dedicato all'analisi di Iuppiter Romano: �Le fonti indicano l'anno della consacrazione del tempio sul Campidoglio come il primo anno dello Stato libero. Ci� potrebbe anche essere stato il prodotto di un'operazione successiva atta a determinare un'armonizzazione artefatta, ma certamente non  si � trattato d'una procedura superficiale, condizionata dalla mancanza di eventi di valore d'epoca pi� antica. Esiste un fondamento comune per il quale le due istituzioni sono interdipendenti. E' un valore scaturente dall'intimo senso degli eventi, attraverso il quale l'antico romano testimonia con la propria coscienza la struttura del suo mondo.�[48]

Il primo elemento che possiamo derivare dall'analisi di questa tradizione � l'impegno, a livello di storiografia annalistica, nel costruire un'estraneit� del dio (che pure mantiene gli attributi di rex) rispetto alla fase e alla forma di governo monarchica: la sovranit� che il dio � chiamato ad  esprimere � quella del populus artefice della res publica.   Un altro elemento � la consapevolezza della portata epocale dell’avvenimento, che sottolinea –anche a livello religioso- la cesura netta che separa, nella storia di Roma, il prius monarchico rispetto al posterius repubblicano: dopo l’instaurazione della res publica niente � pi� come prima e il passato che si Roma si lascia alle spalle viene proiettato in una dimensione mitica e irreversibile.

Iuppiter, acquisendo le epiclesi di Optimus e di Maximus, si colloca non solo al vertice della gerarchia del pantheon romano (perch� questa posizione come abbiamo visto gli spettava ab origine), ma si sovraordina  rispetto a tutti gli altri dei: dall’alto del colle Capitolino egli garantiva al grado pi� alto - e perci� in modo indefinito- il massimo delle risorse (Op-ti-mus da ops = risorsa, bene[49]) ed il massimo dell’estensione, ossia un imperium sine fine. Perch� avvenisse questo passaggio, Iuppiter ha dovuto preventivamente dimettere tutti i suoi aspetti ctoni (che nell'ipotesi interpretativa di Koch sarebbero stati riversati sulla figura di Vediovis, una sorta di Iuppiter incompleto, o anche un anti-Iuppiter, secondo la definizione di G. Piccaluga[50]) e i legami genealogici. Il dio quindi non ha una coniux,[51] n� tanto meno dei figli,[52]   perch� la discendenza da Iuppiter non deve essere rivendicata da alcun civis Romanus, n� pu� rappresentare il privilegio riservato ad una gens. In questa forma demitizzata, ossia priva di miti, Iuppiter Optimus Maximus si propone come rappresentazione dell’idea religiosa di un corpo civile omogeneo che non si identifica con una fazione o un gruppo di potere, ma si colloca al di sopra di tutte le articolazioni della civitas.

La preminenza del bene comune rispetto agli interessi privati, segna anche l'episodio della dedica del tempio: [53] al console Horatius, a cerimonia appena iniziata,  venne annunciato che il figlio era morto; riferisce, a tal proposito, Livio:

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Se egli abbia reagito non dando credito alla cosa o dimostrando grande forza d'animo, non lo sappiamo con certezza n� � facile fare delle congetture a riguardo. Sta di fatto  che, senza lasciarsi distogliere dalla notizia se non per dare ordine di seppellire il cadavere, tenendo la mano sul montante, complet� l'invocazione e consacr� il tempio. (tr. G. Reverdito)

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Iuppiter Optimus Maximus si presenterebbe, rispetto a Iuppiter della cosiddetta triade arcaica, con caratteri non immediatamente sovrapponibili, e tuttavia non in contrasto: piuttosto dobbiamo pensare a variazioni sul tema (soprattutto della sovranit�) e ad una dinamica che sviluppa potenzialit� gi� presenti. In tale prospettiva, il dio Capitolino sembra valorizzare e orientare in senso pi� marcatamente civico,  il suo funzionale legame con i summa, con ci� che � pi� in alto. Fin dalla pi� remota antichit�, infatti,  a lui erano attribuite tutte le Idus, poste al centro e dunque al culmine del mese, e, nella citt�, il suo tempio sorgeva sulla cima del colle, ai cui piedi si trovava, al contrario, il santuario di Saturnus. Il rapporto del dio con i summa spaziali non va inteso, tuttavia,  in senso naturalistico, bens� simbolico.

Osserva a tale proposito Montanari: �Il rilievo � dato non dall'altezza del monte, ma dal fatto che il dio ne occupi la sommit�: ne � prova, tra l'altro, il fatto che nelle colonie romane il Capitolium, considerato aedes Iovis, veniva eretto non sull'altura vicina pi� elevata, ma sul lato settentrionale del cardo, l'asse verticale che tagliava perpendicolarmente il decumanus.�[54]

 

4. Iuppiter Latiaris

 

Il terzo nucleo cui abbiamo fatto riferimento in apertura ruota intorno alla figura di Iuppiter Latiaris.[55] Questa divinit� era  legata alla celebrazione delle Feriae Latinae, una ricorrenza religiosa dai caratteri arcaici, che riuniva alcuni popoli appartenenti al nomen latinum.[56] Sappiamo dalle fonti che, durante il ciclo festivo, vigeva tra tutti i popoli Latini una tregua.[57] I delegati delle comunit� ammesse a partecipare raggiungevano il santuario posto sulla cima del Mons Albanus, in quello che, secondo la vulgata, era il territorio di Alba Longa.[58] I consoli vi si recavano in corteo, accompagnati dai magistrati pi� anziani; a Roma, per sopperire all'assenza dei sommi magistrati, si proclamava un  praefectus urbi feriarum Latinarum causa.[59]

Si trattava di una festa celebrata a data mobile (feriae conceptivae):[60] l'indizione delle Feriae Latinae era compito dei consoli e trascurare tale dovere costituiva una negligentia cos� grave da provocare la rottura della pax deorum.[61] In epoca storica, la data della celebrazione era condizionata dall’entrata in carica dei magistrati e a sua volta ne condizionava l’azione dal momento che, tra l’altro, i proconsoli non potevano partire per le provinciae finch� non si era espletata questa incombenza rituale.[62] Le Feriae Latinae, pertanto, risultavano connesse anche all'anno "civile", presentando i caratteri di una grande festa di rinnovamento sia a livello religioso che magistratuale.

Durante il periodo festivo, la cui durata vari� nel corso dei secoli, si svolgevano diversi riti, alcuni a carattere popolare,[63] altri a  carattere pubblico: la celebrazione raggiungeva il suo culmine nel giorno denominato Latiar,[64] allorch�  veniva offerto in   sacrificio un bovino maschio, in onore di Iuppiter Latiaris.[65] Il rito, che concludeva anche il periodo festivo,  prevedeva la spartizione delle carni della vittima tra tutti i rappresentanti delle citt� presenti (carnem petere),[66] a simboleggiare il legame esistente tra le singole comunit�, ma anche la loro indipendenza.[67]

La coincidenza  riscontrabile in questo contesto festivo tra il nome del sacrificio (Latiar) da un lato e  l'epiclesi  del  dio (Latiaris) dall'altro � priva di  confronti nell'ambito della religione  romana: infatti, di norma, nel lessico religioso, il suffisso –ar/al veniva usato in composizione con il nome del dio per denominare il suo luogo di culto (es. Apollin-are=sede del culto di Apollo, Volcan-al= sede del culto di Volcanus) o anche la festa e/o i giochi in suo onore (es. Ludi Apollin-ares=Giochi in onore di Apollo, Volcan-alia= Festa in onore di Volcanus).[68]   Tale anomalia linguistica, che vede il dio Iuppiter "identificarsi" quasi con il rito del quale � destinatario, potrebbe essere il segnale di una dinamica interna alle Feriae che avrebbe portato il supremo dio di Roma a sostituire un dio eponimo dell’ethnos latino, che in origine avrebbe imposto il suo nome al sacrificio celebrato sul Mons Albanus. Diversi argomenti consentono di dare credito alle fonti, allorch� esse parlano di un'egemonia Romana, impostasi solo in epoca successiva all'istituzione delle Feriae. Secondo la tradizione, infatti, Roma avrebbe assunto il controllo della celebrazione delle Feriae, dopo la scomparsa di Alba Longa ed avrebbe  ricevuto perci� “una sorta di legittimazione successiva” come centro sacrale della lega latina.[69] Nella fase aurorale, Roma doveva guardare ancora con rispetto verso le comunit� latine ed essere paga del posto che occupava tra loro. Piuttosto essa tendeva a riprodurre, nel proprio spazio,  alcuni elementi delle Feriae del Mons Albanus: l'arcaico sacrificio denominato Palatuar,[70] celebrato sul Palatino e sulla Velia, allorch� si propone come replica del Latiar all'interno della citt�,[71] sembra rinviare ad un'et� in cui Roma non ha ancora instaurato la sua supremazia sui popoli Latini. Di questa fase pi� antica resterebbe qualche indizio anche nell'assetto urbanistico di Roma: gli studi condotti da Richardson[72] e da Coarelli[73] sulla zona dell’Auguraculum dell’Arx mostrerebbero un orientamento della spectio augurale perfettamente allineata con il Mons Albanus. In altri termini, durante la cerimonia della presa degli auguria sull’Arx Capitolina, il sacerdote si sarebbe disposto a Ovest, puntando lo sguardo verso Est (o pi� precisamente verso Sud-Est) e mirando cos� idealmente al Mons Albanus[74]. �E’ quanto mai probabile - osserva Coarelli- che anche sul Mons Albanus esistesse un auguraculum, e che anche gli altri centri del Latium vetus orientassero i loro templa auguralia in direzione del centro religioso della lega.�[75] Accanto a questo elemento, possiamo aggiungere l'esistenza, a poca distanza dall’Arx,  di un collis denominato Latiaris, (sul quale sorgeva un altro auguraculum) evidentemente da mettersi in relazione con la festa comunitaria dei Latini. Questo insieme di dati  testimonierebbe di una situazione in cui Roma � ancora una delle citt� ammesse alla cerimonia del carnem petere; in questa fase originaria � plausibile ipotizzare che il rituale del sacrificio  del bovino sul Mons Albanus fosse destinato ad un dio etnico, un dio Latius[76] o Latinus ricostruibile proprio sulla base del nome del rito,[77] successivamente attratto ed assorbito nella sfera di Iuppiter, allorch� Roma impose il suo controllo sulla Lega e sul culto federale dei Latini.

Ma una volta consolidata l'egemonia sul nomen Latinum e stabilito un ruolo di leader nell’Italia peninsulare, l'atteggiamento di Roma muter� radicalmente, e la citt� tender� piuttosto a replicare  il suo spazio sacro, ad es. nelle colonie, mediante la costruzione di Capitolia, riproduzioni locali del culto di Iuppiter Optimus Maximus a testimonianza della posizione di predominio politico della citt� e del suo dio.[78]

 

 


 

Se dunque alla base della formazione di Iuppiter Latiaris pu� scorgersi, come suggerito da Brelich, una �polemica religiosa� con le citt� Latine, va precisato che tale �polemica� si mantenne ancora vitale nel corso della storia di Roma.

Nel 231, C. Papirius Maso, vincitore sui Corsi, poich� gli era stato negato il trionfo, inaugur� l'uso di celebrare sul Mons Albanus una cerimonia privata �alternativa�, [79] seguito in ci� a breve distanza di tempo da Claudius Marcellus, vittorioso a Siracusa.[80]

Del resto il legame di Iuppiter Latiaris con la vittoria militare appare confermata anche da altre circostanze: nel  167 a.C., il Senato decret� l'indizione straordinaria delle Feriae Latinae per  celebrare la vittoria riportata dal pretore L. Anicius sugli Illiri.[81]

Anche se le costruzioni teologiche di Iuppiter Optimus Maximus e di Iuppiter Latiaris risalgono ad un'epoca assai antica, esse non esaurirono il  loro contenuto �politico� con il trascorrere dei secoli: Caligola, del quale le fonti attestano largamente la marcata propensione per una forma monarchica sul modello orientale, durante il suo principato assunse il  titolo di Caesar Optimus Maximus ed amava farsi acclamare dalla folla �Iuppiter Latiaris�.[82] Ma l'usurpazione di queste epiclesi divine non fece altro che accelerare la sua rovina.



[1] In greco l'aggettivo  politik�s significa 'della citt�', in tutte le sue accezioni, es.  tima� politika�, cariche pubbliche, Xen. Mem. 2, 6, 24;  isonomia politik�, uguaglianza civile, Thyk. 3, 82; politik� str�teuma, esercito cittadino, Xen. Hell. 4, 4, 19 (in contrapposizione all'esercito mercenario); t� politik�, gli affari politici, Xen. Hier. 9, 5; a livello filosofico, una teorizzazione della specificit� dell'uomo politico si trova in Platone nel dialogo  ho politik�s, che ne tratteggia  le qualit� peculiari, anche in relazione al filosofo; Aristotele ha dedicato  al tema il trattato   Politica, in otto libri; alla nascita della categoria della politica � dedicato il saggio di C. Meier, La nascita della categoria del politico in Grecia, Bologna  1988 (ed. or. Die Entstehung des Politischen bei den Griechen, Frankfurt  am Main 1980).

[2] A tale proposito segnaliamo a mo' di esempio come il titolo del dialogo platonico ho politik�s abbia richiesto in latino l'introduzione di un prestito, Politicus, in quanto intraducibile; l'espressione che pi� si avvicina al valore del greco ho politik�s ci sembra sia civis cum potestate in contrapposizione a privatus, cf. Cic. Inv. 1, 35: in fortuna quaeritur servus sit an liber, pecuniosus an tenuis, privatus an cum potestate; per l'opposizione  privatus / cum potestate come opposizione antecedente a quella privatus / publicus, cf. G. Lobrano, Il potere dei tribuni della plebe, Milano 1982, 281-284.

[3] Tale preminenza si trova riflessa anche a livello linguistico, dal momento che il sostantivo polites  �, dal punto di vista formale,  un derivato del nome polis; per il rapporto polis-polites, cf.

[4] Cf.   J.P. Vernant, Le origini del pensiero greco, (ed. or. Les Origines de la pens�e grecque, Paris 1962); J. P. Vernant, Mito e pensiero presso i Greci, Einaudi, Torino 1978, pp. 15-90; J. P. Vernant, Mito e societ� nella Grecia antica, Einaudi, Torino 1981, pp. 23-49; K.W. Welwei, Die griechische Polis, Stuttgart 1998  

[5] Liv. 1, 8,  5; Dio 47, 19; per Roma citt� aperta�, cf. C. Ampolo, La citt� riformata e l'organizzazione centuriata. Lo spazio, il tempo, il sacro nella nuova realt� urbana, in AA VV, Storia di Roma, Torino 1988, 218 ss..

[6] Per il rapporto civis /civitas, cf. D. Sabbatucci, Lo stato come conquista culturale, Roma 1975, 199-201.

[7] Cf. il titolo del dialogo platonico Politeia tradotto in latino Respublica

[8] Per la lex Valeria de adfectatione regni, le fonti principali sono:  Liv. 2, 8, 2: Ante omnes de provocatione adversus magistratus ad populum sacrandosque cum bonis capite eius, qui regni occupandi consilia inisset, gratae in vulgus leges fuere e  Plut. Popl. 12.

[9] A livello calendariale, questa solidariet� tra il civico� ed il �religioso� � testimoniata, tra l'altro, dal  fatto che, fino al II sec. a.C., i magistrati non entravano in carica in una data fissa, ma cominciavano ad esercitare la loro funzione pubblica a partire di norma da uno dei due principali  capidanno del calendario romano, quello di gennaio o quello di marzo, che si trovavano perci�  a svolgere una doppia funzione, religiosa e civile, cf. D. Sabbatucci, Il mito, il rito e la storia, Roma 1978, 477-486; ad Atene, al contrario, l'anno politico� era scandito dall'avvicendarsi dei dieci pritani alla presidenza della Boul�, e non  coincideva con l'anno �religioso�, per la riforma del calendario operata da Klistenes, cf. B.D. Meritt, The Athenian Calendar in the fifth Century, Cambridge 1928.

[10] C. Koch, Giove Romano, Roma 1986 (ed. or. Der r�mische Iuppiter, Frankfurt am Mein 1937), 196.

[11] Il flaminato � un sacerdozio composto di 15 flamines ciascuno assegnato ad una singola divinit�, che per� non costitu� mai un collegio; per i caratteri del flaminato, cf. G. Dum�zil, La Religione Romana Arcaica, Torino 1977 (ed. or. La Religion Romaine Archa�que, Paris 19742 ),  A. Brelich, Appunti sul flamen Dialis, �Acta Class. Univ. Scient. Debrecen�, 8 (1972), 17-21.

[12] Aulo Gellio  afferma di aver derivato  le notizie che riferisce  da Varrone, autore del celebrato trattato Antiquitates rerum divinarum, e da Fabio Pittore, storiografo del III sec. a. C., Gell. Noct. Att. 10, 15, 1: Caerimoniae impositae flamini Diali multae, item castus multiplices, quos in libris, qui de sacerdotibus publicis compositi sunt, item in Fabii Pictoris librorum primo scriptos legimus; in  aggiunta si avvalse anche dell'opera del giurista Masurio Sabino citato  come fonte  in Noct. Att. 10, 15, 18.

[13] Gell. Noct. Att. 10, 15, 3-4: Equo Dialem flaminem vehi religio est; item religio est classem procinctam extra pomerium, id est exercitum armatum, videre; idcirco rarenter flamen Dialis creatus consul est, cum bella consulibus mandabantur.

[14] Non doveva avere nodi alla cintura o sul cappello, Gell. Noct. Att. 10, 15, 9: Nodum in apice neque in cinctu neque alia in parte ullum habet; il suo anello doveva essere cavo e senza pietra: Gell. Noct. Att. 10, 15, 6: item anulo uti nisi pervio cassoque fas non est.

[15] Gell. Noct. Att. 10, 15, 5: item iurare Dialem fas numquam est.

[16] Gell. Noct. Att. 10, 15, 8-9: Victum, si aedes eius introierit, solvi necessum est et vincula per impluvium in tegulas subduci atque inde foras in viam demitti .

[17] Gell. Noct. Att. 10, 15, 10: Si quis ad verberandum ducatur, si ad pedes eius supplex procubuerit, eo die verberari piaculum est.

[18] Gell. Noct. Att. 10, 15, 11: Capram et carnem incoctam et hederam et fabam neque tangere Diali mos est neque nominare.

[19] Gell. Noct. Att. 10, 15, 12: Propagines e vitibus altius praetentas non succedit

[20] Gell. Noct. Att. 10, 15, 19: Farinam fermento inbutam adtingere ei fas non est.

[21] Gell. Noct. Att. 10, 15, 17: Sine apice sub divo esse licitum non est

[22] Gell. Noct. Att. 10, 15, 20: Tunica intima nisi in locis tectis non exuit se, ne sub caelo tamquam sub oculis Iovis nudus sit.

[23] Gell. Noct. Att. 10, 15, 14: de eo lecto trinoctium continuum non decubat 

[24] Gell. Noct. Att. ibid.: Pedes lecti, in quo cubat, luto tenui circumlitos esse oportet (…)  neque in eo lecto cubare alium fas est.

[25] Gell. Noct. Att. 10, 15, 24: Locum, in quo bustum est, numquam ingreditur, mortuum numquam attingit; gli era tuttavia permesso partecipare ad un funerale: Gell. Noct. Att. 10, 15, 25: funus tamen exsequi non est religio.

[26] Gell. Noct. Att. 10, 15, 16: Dialis cotidie feriatus est.

[27] Si possono riferire alla sfera della guerra: i divieti di vedere il cavallo e l'esercito in armi e quello di dormire per pi� di tre giorni lontano dal suo letto;  alla sfera ctonia: l'evitazione dei cadaveri;  alla sfera dionisiaca: l'interdizione della capra, della carne cruda (cf. Dionysos Omest�s), dell'edera (cf. Dionysos Kissophoros), delle fave, della vite troppo rigogliosa; per l'interpretazione dei divieti connessi alla carica flamen dialis, cf.  C. Koch, Giove Romano…, 99-100; K. Ker�nyi, La religione antica nelle sue linee fondamentali, Roma 19512  (ed. or. Die Antike Religion, Amsterdam-Leipzig 1941), 198-205;  A. Brelich,; D. Sabbatucci, Lo stato come conquista culturale, Roma 1975, 116-121; E. Montanari, Categorie e forme nella Storia delle religioni, Milano 2001

[28] D. Sabbatucci, Lo stato come conquista culturale, 118-119.

[29] D. Sabbatucci, Lo stato come conquista culturale, 119; in realt�, Sabbatucci prende in considerazione solo il contesto bellico, ma le sue osservazioni si possono estendere anche agli altri due ambiti.

[30] D. Sabbatucci, Lo stato come conquista culturale, 119-120.

[31] Liv. 1, 12, 4-8: Ad veterem portam Palati Romulus et ipse turba fugientium actus, arma ad caelum tollens, "Iuppiter, tuis" inquit "iussus avibus hic in Palatio prima urbi fundamenta ieci. Arcem iam scelere emptam Sabini habent; inde huc armati superata media valle tendunt; at tu, pater deum hominumque, hinc saltem arce hostes; deme terrorem Romanis fugamque foedam siste. Hic ego tibi templum Statori Iovi, quod monumentum sit posteris tua praesenti ope servatam urbem esse, voveo." (…) Restitere Romani tamquam caelesti voce iussi: ipse ad primores Romulus provolat; cf. Dion. Hal 2, 50, 3.

[32] Il calendario precesareo, alla data del 13 Aprile, Fast. Ant. eidus April., riporta la didascalia: IOVI VICTOR(I); la data del dies natalis � confermata da Ov. Fast. 3, 621-622; il tempio a Iuppiter Victor venne votato durante la battaglia di Sentinum del 295 a.C.

[33] A lui si dedicavano gli spolia opima e con lui si identificava� il trionfatore.

[34] La fonte principale per l'istituzione del collegio dei Fetiales � Liv. 1, 24, 4-9.

[35] Il calendario precesareo, alla data del 13 Aprile, Fast. Ant. eidus April., riporta la didascalia: IOV(I)  LEIBERT(ATI); cf. Ov. Fast. 3, 623-624; un tempio di Iuppiter Libertas fu edificato da Augusto, cf.  Mon. Ancyr. 21:  aedes Minervae et Iunonis Reginae et Iovis Libertatis in Aventino (…)  feci.

[36] Dion. Hal. 2, 25, 2-4.

[37] Gai. 1, 112: Farreo in manum conveniunt per quoddam genus sacrificii, quod Iovi Farreo fit; in quo farreus panis adhibetur, unde etiam confarreatio dicitur; complura praeterea huius iuris ordinandi gratia cum certis et sollemnibus verbis praesentibus decem testibus aguntur et fiunt. Quod ius etiam nostris temporibus in usu est: Nam flamines maiores, id est Diales, Martiales, Quirinales, item reges sacrorum, nisi ex farreatis nati non leguntur: Ac ne ipsi quidem sine confarreatione sacerdotium habere possunt.

[38] Il flamen dialis celebrava l'auspicatio vindemiae, ossia apriva ritualmente la vendemmia, e interveniva ai  Vinalia priora (13 Aprile) e rustica (19 Agosto), cf. Varro L.L., 6, 16: Vinalia a vino; hic dies Iovis, non Veneris. Huius rei cura non levis in Latio: nam aliquot locis vindemiae primum ab sacerdotibus publice fiebant, ut Romae etiam nunc: nam flamen Dialis auspicatur vindemiam et ut iussit vinum legere, agna Iovi facit, inter cuius exta caesa et porrecta flamen primus vinum legit,; per questi problemi, cf. E. Montanari Identit� culturale e conflitti religiosi nella Roma repubblicana, Roma 1988, 137-162.

[39] Liv. 1, 20, 2:. Tum sacerdotibus creandis animum adiecit, quamquam ipse plurima sacra obibat, ea maxime quae nunc ad Dialem flaminem pertinent. Sed quia in civitate bellicosa plures Romuli quam Numae similes reges putabat fore iturosque ipsos ad bella, ne sacra regiae vicis desererentur flaminem Iovi adsiduum sacerdotem creavit.

[40] Liv. ib.: insignique eum veste et curuli regia sella adornavit.

[41] Liv. 27, 8, 8: flamen vetustum ius sacerdotii repetebat: datum id cum toga praetexta et sella curuli ei flamonio esse. praetor non exoletis vetustate annalium exemplis stare ius, sed recentissimae cuiusque consuetudinis usu volebat: nec patrum nec avorum memoria Dialem quemquam id ius usurpasse. tribuni rem inertia flaminum oblitteratam ipsis, non sacerdotio damno fuisse cum aequum censuissent, ne ipso quidem contra tendente praetore, magno adsensu patrum plebisque flaminem in senatum introduxerunt, omnibus ita existimantibus magis sanctitate vitae quam sacerdotii iure eam rem flaminem obtinuisse. 

[42] Plut. Q.R. 113.

[43] Una glossa di Festo conserva l'ordine gerarchico dei sacerdoti, ordo sacerdotum, Fest. 299-300 L.:

"Il rex sacrorum � considerato il pi� grande, poi viene il flamen Dialis, dopo di lui il Martialis, al quarto posto il Quirinalis, al quinto il pontifex maximus. Perci�, in un banchetto, il rex siede da solo, pi� in alto di tutti i sacerdoti; il Dialis pi� in alto del Martialis e del Quirinalis; il Martialis pi� in alto di quest'ultimo e tutti pi� in alto del pontifex." Huic duos flamines adiecit, Marti unum, alterum Quirino, virginesque Vestae legit, Alba oriundum sacerdotium et genti conditoris haud alienum

[44] Cf. il sacrificio che officiavano una volta all'anno in onore di Fides, Liv. 1, 21, 4.

[45] Dum�zil formul� per la prima volta questa ipotesi all'interno dell'articolo La preistoria dei flamini maggiori, in G. Dum�zil, Idee Romane, Genova (ed. or. La pr�histoire des flamines majeurs, �RHR� 118 (1938), 188-200), 155-161; a breve distanza di tempo lo studioso francese  precis� meglio i contenuti di questa proposta interpretativa in un saggio Jupiter, Mars, Quirinus, Paris 1941; la proposta ermeneutica venne dallo studioso sottoposta a continue revisioni, per mettere meglio a fuoco alcuni particolari, ma nell'impianto generale rimase sostanzialmente quale era stata formulata nel 1938 .

.

[46] Liv. 1, 55-56.

[47] Liv. 2, 8: Nondum dedicata erat in Capitolio Iovis aedes; Valerius Horatiusque consules sortiti uter dedicaret. Horatio sorte evenit: Publicola ad Veientium bellum profectus.. Haec post exactos reges domi militiaeque gesta primo anno.

[48] C. Koch, Giove Romano, 193.

[49] Si tratta di un termine di origine indoeuropea, comparabile con il  sanscrito apnas  �bene, fortuna�, cf. �. Benveniste, Le vocabulaire des institutions indo-europ�ennes, Paris 1969, 188.

[50] G. Piccaluga, L'anti-Juppiter, �SMSR� 34 (1963),

[51] Osserva a tal proposito A. Brelich, Introduzione alla Storia delle Religioni, Roma 1966, 227: �Nella religione pubblica romana Iuppiter e Iuno non sono 'sposi' come Zeus ed Hera nei miti greci: ma - a parte ogni differenza tra le divinit� romane e quelle greche nel caso specifico - l'assegnazione di ogni idus (teoricamente: plenilunio) a Iuppiter e di ogni kalendae a Iuno fa s� che questa coppia domini su tutte le altre divinit�, celebrata com'� in tutti i mesi, e che i due grandi dei siano legati strettamente e sullo stesso piano.�

[52] Se ne ha la prova pi� evidente esaminando gli adattamenti ai quali viene sottoposto il culto dei  Dioskouroi (= i figli di Zeus), di origine greca, ma attestato in tutta l'Italia: in Roma, la coppia si scinde e i due vengono nominati e venerati separatamente; gi� a partire dal V secolo a.C. Castor possedeva un tempio nel Foro; dopo il restauro voluto da Claudio, a questo edificio fu dato il nome di aedes Castorum, ossia tempio dei Castores, nome plurale che li contiene  entrambi, senza che vi sia alcun riferimento alla loro nascita divina, cf. C. Koch, Giove Romano, 116-117; E. Montanari,  Identit� culturale e conflitti religiosi nella Roma repubblicana, Roma 1988,  21-22.

[53] Liv. 2, 8,  postem iam tenenti consuli foedum inter precationem deum nuntium incutiunt, mortuum eius filium esse, funestaque familia dedicare eum templum non posse. Non crediderit factum an tantum animo roboris fuerit, nec traditur certum nec interpretatio est facilis. Nihil aliud ad eum nuntium a proposito aversus quam ut cadaver efferri iuberet, tenens postem precationem peragit et dedicat templum

[54] E. Montanari, Categorie e forme nella Storia delle religioni,   Milano 2001, 137.

[55] Riprendo e rielaboro, in forma sintetica, quanto da me gi� esposto in C. Santi, Su alcuni aspetti dei pellegrinaggi e dei culti federali nel mondo classico, �SMSR� 66 (2000), pp.  217-226.

[56] Plin. N.H. 3, 69: In prima regione praeterea fuere in Latio clara oppida Satricum, Pometia, Scaptia, Politorium, Tellena, Tifata, Caenina, Fi�cana, Crustumeria, Ameriola, Medullum, Corniculum, Saturnia ubi nunc Roma est, Antipolis quod nunc Ianiculum in parte Ro�mae, Antemnae, Camerium, Collatia, Amitinum, Norbe, Sulmo, et cum iis carnem in monte Albano soliti accipere populi Albenses: Albani, Aesolani, Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusueta�ni, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani,Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani, Octulani, Pedani, Poletaurini, Querquetulani, Sicani, Sisolenses, Tolerien�ses, Tutienses, Vimitellari, Velienses, Venetulani, Vitellenses. Ita  ex antiquo Latio LIII populi interiere sine vestigiis; per i partecipanti alle Feriae, cf. C. Ampolo L'organizzazione politica dei Latini e il problema degli Albenses, in Alba Longa. Mito, storia, archeologia. Atti dell'incontro di studio (Roma-Albano Laziale 27-29 gennaio 1994), Roma 1996, 135 ss..

[57] Macr. Sat. I, 16, 16: Nam cum Latiar, hoc est Latinarum sollemne, concipitur, item diebus Saturnaliorum cum mundus patet, nefas est proelium sumere: quia nec Latinarum tempore, quo publice quondam indutiae inter populo Romanorum Latinosque firmatae sunt, inchoari bellum decebat.

[58] Serv. ad Aen. XI, 134: Catonem sequitur qui Albanum montem ab Alba longa putat dictum.

[59] Dig.1.2.2.33 (Pomponius l.S. enchir. ): Et haec omnia, quotiens in re publica sunt magistratus, observantur: quotiens autem proficiscuntur, unus relinquitur, qui ius dicat: is vocatur praefectus urbi. qui praefectus olim constituebatur: postea fere latinarum feriarum causa introductus est, cf. H.H. Scullard, Festivals and Cerimonies of the Roman Republic, London 1981,  114.

[60] Varro L.L. 6, 25: Si�militer Latinae Feriae dies conceptivus dictus a Latinis populis, quibus ex Albano Monte ex sacris carnem petere fuit ius cum Romanis, a quibus Latinis Latinae dictae; la cadenza mobile del ciclo festivo  appare in contraddizione con la notizia riferita da Macrobio della tregua vigente tra i Latini durante le Feriae; G. Wissowa, Religion und Kultus der  R�mer, M�nchen 19122, 125, ritenne che la proclamazione della tregua potesse rinviare ad una fase arcaica, in cui le Feriae dovevano cadere in primavera, o al pi� tardi in estate, ossia in quella che era tradizionalmente la “stagione della guerra” e che la celebrazione a data mobile fosse una conseguenza dello stabilirsi della tutela di Roma, dal momento che, soprattutto nei primi secoli della res publica, l’entrata in carica dei magistrati non avveniva in una data fissa.

[61] Il caso pi� famoso di negligentia fu compiuto da C. Flaminius, il console della battaglia del Trasimeno, Liv. 21, 63, 5-9 Ob haec ratus auspiciis ementiendis Latinarumque feriarum mora et consularibus aliis impedimentis retenturos se in urbe, simulato itinere priuatus clam in prouinciam abiit. Ea res ubi palam facta est, nouam insuper iram infestis iam ante patribus mouit: non cum senatu modo sed iam cum dis immortalibus C. Flaminium bellum gerere. Consulem ante inauspicato factum reuocantibus ex ipsa acie dis atque hominibus non paruisse; nunc conscientia spretorum et Capitolium et sollemnem uotorum nuncupationem fugisse, ne die initi magistratus Iouis optimi maximi templum adiret, ne senatum inuisus ipse et sibi uni inuisum uideret consuleretque, ne Latinas indiceret Iouique Latiari sollemne sacrum in monte faceret, ne auspicato profectus in Capitolium ad uota nuncupanda, paludatus inde cum lictoribus in prouinciam iret.

[62] E' soprattutto Livio a testimoniare la grande importanza politica delle Feriae Latinae, cfr. Liv. 25, 12, 1: Romae consules praetoresque usque <ad> ante diem quintum kalendas Maias Latinae tenuerunt; 42, 35, 3: quo maturius in prouincias magistratus proficiscerentur, Latinae kalendis Iuniis fuere; eoque sollemni perfecto C. Lucretius praetor omnibus, quae ad classem opus erant, praemissis Brundisium est profectus. 38, 44, 7-8

[63] Erano a carattere popolare il rito del cosiddetto piscatorium aes, Fest.      e il rituale degli oscilla

[64] Cic. ad Quint. fr. 2, 4, 2 Dies erant duo, qui post Latinas habentur religiosi; cetero confectum erat Latiar erat exiturus; Macr. Sat. 1, 16, 16.

[65] Arnob. 2, 68; G. Capdeville, “Taurus” et “bos mas” in L’Italie pr�romaine et la Rome r�publicaine, M�lange J. Hergon, I, Roma 1976, pp. 115-123.

[66] Serv. ad Aen. 1, 211.

[67] J. Scheid, La spartizione sacrificale a Roma, in Sacrificio e societ� nel mondo antico, Bari-Roma 1988,  271-272.

[68] �. Benveniste, Origines de la formation des noms en indo-europ�en, Paris  1935,  55.

[69] G. Wissowa, Religion und Kultus der R�mer, M�nchen 19122, 124.

[70] Fest. 348 L.

[71] A. Grandazzi, La fondazione di Roma, Roma-Bari 1993 (ed or. La fondaxion de Rome. R�flexion sur l’histoire Paris

[72] L. Richardson, Honos et Virtus and the Sacra Via, �AJA� 82,    240-246.

[73] F. Coarelli ,  Il Foro Romano. Periodo arcaico, Roma 1983, 99-107.

[74] F.  Coarelli Il Foro Romano,  p. 101.

[75] F. Coarelli Il Foro Romano, ibid.

[76] Un’epigrafe  di et� repubblicana da Pisaurum, CIL XI 6310, testimonia l'esistenza  di uno Iuppiter Latius, titolare del sacerdozio dei  CULTORES IOVIS LATII

[77] Sulla base del confronto con Palatinus - Palatuar  non si pu� escludere neanche il nome  Latinus come base per la formazione del sostantivo Latiar.

[78] Il fenomeno � stato studiato da Bianchi 1950, che sulla base dei dati archeologici ed epigrafici ne ritiene certa l'esistenza per le colonie dedotte nel II sec. a.C., senza tuttavia escludere che tale usanza fosse presente fin dalle prime fondazioni di colonie da parte di Roma; cfr. anche Montanari 2001, pp.

[79] Piso fr. 31 Peter; Val. Max. 3, 6, 5Nam Papirius quidem Masso, cum bene gesta re publica triumphum a senatu non inpetrauisset, in Albano monte triumphandi et ipse initium fecit et ceteris postea exemplum praebuit proque laurea corona, cum alicui spectaculo interesset, myrtea usus est.

; cf.

[80] Liv. 26, 21: Eiusdem aestatis exitu M. Marcellus ex Sicilia prouincia cum ad urbem uenisset, a C. Calpurnio praetore senatus ei ad aedem Bellonae datus est. ibi cum de rebus ab se gestis disseruisset, questus leniter non suam magis quam militum uicem quod prouincia confecta exercitum deportare non licuisset, postulauit ut triumphanti urbem inire liceret. id non impetrauit. cum multis uerbis actum esset utrum minus conueniret cuius nomine absentis ob res prospere ductu eius gestas supplicatio decreta foret et dis immortalibus habitus honos ei praesenti negare triumphum, an quem tradere exercitum successori iussissent--quod nisi manente in prouincia bello non decerneretur--eum quasi debellato triumphare cum exercitus testis meriti atque immeriti triumphi abesset, medium uisum ut ouans urbem iniret. tribuni plebis ex auctoritate senatus ad populum tulerunt ut M. Marcello quo die urbem ouans iniret imperium esset. pridie quam urbem iniret in monte Albano triumphauit; inde ouans multam prae se praedam in urbem intulit.

 

[81] Liv. 45, 3, 2: ob eas res gestas ductu auspicioque L. Anici praetoris senatus in triduum supplicationes decreuit. indictae a consule sunt in ante <diem> quartum et tertium et pridie idus Nouembres.

 

[82] Suet. Gai. 22. Hactenus quasi de principe, reliqua ut de monstro narranda sunt. Compluribus cognominibus adsumptis--nam et "pius" et "castrorum filius" et "pater exercituum" et "optimus maximus Caesar" uocabatur--cum audiret forte reges, qui officii causa in urbem aduenerant, concertantis apud se super cenam de nobilitate generis, exclamauit: Eis koiranos esto, eis basileus. Nec multum afuit quin statim diadema sumeret speciemque principatus in regni formam conuerteret. Uerum admonitus et principum et regum se excessisse fastigium, diuinam ex eo maiestatem asserere sibi coepit; datoque negotio, ut simulacra numinum religione et arte praeclara, inter quae Olympii Iouis, apportarentur e Graecia, quibus capite dempto suum imponeret, partem Palatii ad forum usque promouit, atque aede Castoris et Pollucis in uestibulum transfigurata, consistens saepe inter fratres deos, medium adorandum se adeuntibus exhibebat; et quidam eum Latiarem Iouem consalutarunt.

 

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