ASPETTI DEGLI ITINERARI RELIGIOSI
di
Il
pellegrinaggio � stato considerato un fenomeno universale, rinvenibile in tutte le
religioni e in tutte le epoche della storia delluomo[1].
Tuttavia proprio dal mondo greco e dal mondo romano sembrano giungere elementi di dubbio,
in quanto in queste culture si trovano solo sporadiche testimonianze che ne documentino
lesistenza, soprattutto nelle sue forme devozionali e popolari[2].
Inoltre la difficolt� di individuare, nellantichit� classica, un omologo del pellegrinaggio (cristiano), non
sembra esaurirsi a livello funzionale, ma si pu� registrare anche a livello lessicale.
Infatti, pur essendo litaliano pellegrino un derivato dal latino peregrinus[3], n� Roma
n� la Grecia elaborarono mai un termine specifico per esprimere questa pratica religiosa.
Peregrinus, in latino, rimanda ad una realt�
giuridica, non religiosa: in origine doveva essere contiguo alla sfera semantica di hostis e definire colui che � fuori dai
limiti della sua comunit� un cittadino proveniente da una citt� sovrana, qui suis legibus uteretur, secondo la
testimonianza di Varrone[4].
Nel 242 a.C.,
lintensificarsi di rapporti con lesterno, sugger� la creazione di una
magistratura preposta alla soluzione delle controversie che riguardassero i cittadini
romani e gli stranieri, il praetor peregrinus.[5]
Con lespandersi
di Roma il significato originario di straniero non si perse, ma si caric� di
sfumature diverse, indicando di volta in volta i
residenti nella provincia romana che non avevano diritto di cittadinanza[6] e
sotto Giustiniano, gli abitanti di confine, che si trattenevano allinterno dei
confini dellImpero, ma il cui domicilio rimaneva allesterno[7].
Peregrinus, quindi, per tutto il corso della
latinit� non si discosta dal suo valore etimologico che lo ricollega allavverbio peregre[8],
in
terre lontane, <per + ager[9] composto
di ager e laggettivo i.e. *pero- lontano[10].
Anche in greco si
registra unanaloga assenza: a significare il viaggio per compiere un ufficio
religioso si usa spesso lespressione apodhmew proV ta iera[11], in cui in primo
piano si colloca ancora, come per il latino, lidea dellallontanamento da casa;
il verbo non ha carattere religioso ed � usato indifferentemente anche in contesti
profani, per definire qualsiasi
tipo di viaggio[12].
Lassenza di un nome � solo il riflesso dellassenza di una
concettualizzazione, legata ad una specifica situazione culturale: se si osserva il
fenomeno del pellegrinaggio allinterno delle religioni cd. universalistiche, si nota
come a muovere grande masse di fedeli, oltre
ad una esplicita prescrizione come per lIslam o per il Cristianesimo, sia
soprattutto la speciale devozione tributata a figure legate a culti locali[13]. Tale tipo di devozione tende ad
organizzarsi in forme popolari, che
potrebbero essere definite attraverso un nome non registrato nella lingua dotta o
letteraria. Il fenomeno del pellegrinaggio, infatti, , appartenendo ad un livello di
religiosit� non-ufficiale, finisce inevitabilmente per
sfuggire alla documentazione, ritirandosi in una zona dombra inesplorabile; perci�,
notava Brelich, il silenzio delle fonti a riguardo non ne prova affatto linesistenza[14]. Possiamo quindi ritenere che esso
non fosse del tutto sconosciuto nellantichit�, nonostante ne rimangano solo rare
tracce: nellantico Egitto, ad esempio, annualmente
si compiva un grandioso pellegrinaggio alla citt� di Bubasti, dove sorgeva il tempio di
una divinit� assimilata ad Artemis, di cui Erodoto ci d� una vivace descrizione:
Quando
vanno alla citt� di Bubasti compiono le se�guenti cerimonie: navigano insieme uomini e
donne, una grande folla di persone di entrambi i sessi in ciascuna barca; alcune delle
donne portano i crotali e li fanno suonare, alcuni uomini invece suonano il flauto durante
tutto il viaggio; le donne e gli uomini restanti cantano e battono le mani. [2] Ogni volta
che navigando toccano qualche altra citt�, accostando la barca alla terra fanno questo:
alcune donne fanno quello che ho detto prima, altre invece gridano e motteggiano le donne
di quella citt�, altre danzano, altre alzatesi in piedi si sollevano gli abiti. Fanno
ci� ad ogni citt� lungo il fiume. [3] Quando poi raggiungono Bubasti celebrano la festa
facendo grandi sacrifici, e viene consumato pi� vino di vite durante questa festa che in
tutto il resto dell'anno. Vanno tutti insieme alla festa, sia uomini che donne, ad
eccezione dei fanciulli, anche fino a 700.000, a quanto dicono gli abitanti del posto.[15]
Anche nel mondo
classico riteniamo che si possano rinvenire tracce di itinerari religiosi che si
configurano in forme simili al pellegrinaggio popolare. Grande richiamo doveva esercitare,
ad esempio, il culto iatromantico di Trophonios a Lebadeia, in Grecia[16], o il santuario oracolare di
Fortuna a Preneste, in territorio Latino, santuario attivo solo due giorni allanno[17].
Tuttavia non essendo legati a
festivit� pubbliche, questi culti offrono allindagine scarso materiale; al
contrario possediamo una pi� ampia documentazione relativa a siti templari che ospitavano culti federali, a
carattere etnico o inter-etnico.
Su due culti federali,
quello ospitati nellisola di Delo in Grecia e quello celebrato sul Mons Albanus, nei
pressi di Roma, concentreremo la nostra attenzione, senza alcuna pretesa di esaurire un
tema tanto articolato e complesso. La nostra
scelta � orientata dal fatto che la religione romana, con la sua connotazione
spiccatamente civica, non d� spazio a culti etnico-federali: lunico cui partecipa,
da un certo periodo in posizione egemone, � quello
del Mons Albanus, legato al nomen Latinum e
perci� comparabile con il culto pan-ionico di Apollon a Delo[18].
Il ciclo festivo di
Delo
Uno dei pi� antichi
culti (forse il pi� antico) dellarea greca � da riconoscersi in Delo.
Nellisola, che sorge al centro dellarcipelago delle Cicladi[19], � documentata un'attivit�
cultuale gi� nel periodo pre-miceneo: la sua zona templare non appare collegata ad un
palazzo principesco e ci� fa ritenere che, sin dalla pi� remota antichit�, Delo
manifesti la tendenza a costituirsi come centro prettamente religioso[20]. Il primo accenno al culto
apollineo[21] � in Omero: il poeta ricorda un
germoglio di palma che si elevava nei pressi dellaltare intitolato ad Apollon[22], alludendo al mito della nascita
del dio ai piedi della pianta nelle vicinanze del cd. lago rotondo[23].
Intorno all'VIII
VII secolo a.C., Delo, sede ormai consacrata ad Apollon, conosce una fase di grande
fioritura, testimoniata dai rinvenimenti ceramici allinterno delle stipi votive
provenenti non solo dalla lonia ma anche tutte le altre isole degli arcipelaghi greci. In
questo periodo essa � meta della pan?guriV ionica, nella quale
tutti gli Ioni rinnovavano la loro unit� sotto il segno del dio. LInno omerico ad Apollo (nella sua parte delia, vv.
1-178) restituisce un terminus ante quem assai
risalente (fine VIII-inizio VII sec. a.C.) per datare linstaurarsi di tale uso[24] e ci offre una sintetica, ma
efficace descrizione dei diversi momenti di questa solenne occasione festiva.
ma
tu, o Febo, pi� che di ogni altro luogo, ti compiaci nel tuo cuore di Delo, dove per te
si adunano gli Ioni dalle lunghe tuniche coi loro figli e con le nobili spose; essi, col
pugilato, la danza ed il canto, ti allietano, ricordandosi di te, quando bandiscono
l'agone. Chi fosse presente quando gli Ioni sono riuniti direbbe che sono immortali, e
immuni da vecchiezza in eterno: potrebbe osservare la grazia comune a tutti, e si
allieterebbe nell'animo contemplando gli uomini, e le donne dalle belle cinture, e le navi
veloci, e le loro abbondanti ricchezze. [25]
Gli ingredienti (il pugilato, p??�a??a, la danza
ed il canto, l'agone) e le forme del culto
delico sembrano confermarne lalta arcaicit�[26]. Come testimoniano diverse fonti,
la festa, che contemplava un programma assai
articolato, aveva il suo momento centrale nella processione, il cui percorso sembra aver
subito, a seguito dello stabilirsi dellAmfizionia delio-attica, delle modifiche
sostanziali, determinate in larga misura dalla mutata prospettiva politica (vd. infra p. ). In epoca arcaica � infatti
soprattutto Nasso ad esercitare uninfluenza su Delo, che come abbiamo visto � luogo
ideale di unione e di unificazione degli Ioni. A quel tempo si individuano in Delo tre distinti nuclei cultuali (disposti su un percorso
di ca 350 m.): a N. il temenos di
Let� con i giardini, il lago sacro, il tempio e la
Terrazza dei Leoni; al centro lAgor� dei Dodici Dei; a Sud il santuario di Apollon che comprendeva gi� ben
nove edifici (tra i quali: Tesoro; porinos naos o Tempio di tufo; Keraton o altare delle
corna; Artemision; oikos e Colosso dei Nassi).
In questo periodo, la processione doveva partire da
N. dal porto della baia di Skardhana, dove sono stati rinvenuti i resti di una banchina ed
un molo[27]. Allarrivo i devoti si
avviavano quindi in direzione della cima del monte Cinto, fiancheggiando da un lato il
lago e il giardino dallaltro la Terrazza dei Leoni: da qui si apriva la vista sul
lago da una parte, sullIppodromo dallaltro. Si raggiungeva quindi il santuario
dei Dodici Dei e il tempio di Let�; la collocazione di questo edificio lateralmente
rispetto alla processione e la posizione degli altari degli dei lungo i lati del percorso,
indicano che questi luoghi rappresentavano solo una tappa del corteo[28]. Anche gli edifici a dx
(Tesmophorion e Artemision) e a sin. (Tesoro e Tempio di tufo) invitavano a proseguire il
cammino verso la colossale statua del dio (4 volte le dimensioni naturali) dono dei Nassi
che era posta sul lato N. del pi� importante monumento dellepoca arcaica, loikos dei Nassi, dove si concludeva la processione[29].
La
liturgia dei fedeli si svolgeva dunque lungo
un percorso lineare attraverso uno spazio leggermente accidentato in salita nella sua fase
iniziale (di ascesa verso la cima del monte Cinto) per digradare, dopo la sosta presso i
luoghi della nascita del dio, verso la sua meta. In tal modo il devoto si trovava a
ripercorrere i vari momenti del mito Apollineo segnati da elementi naturali e da edifici
cultuali: la nascita del dio presso il lago e presso la palma; il nuovo equilibrio del pantheon dei Dodici Dei; lesaltazione della
figura divina di Apollon. Ancora forte era la presenza della triade, Let� Apollon ed Artemis, esaltata nei cori che,
secondo la testimonianza dellInno omerico, celebravano:
primo
fra tutti, Apollo, e poi Leto e Artemide saettatrice, rammentando gli eroi e le donne dei
tempi antichi[30].
In questa fase, ad
esercitare la sua egemonia sullisola �, come abbiamo detto, soprattutto Nasso, cui
si devono i pi� importanti interventi nelledilizia templare dellisola;
successivamente Delo passa sotto il controllo di Atene, prima transitoriamente durante la
tirannide di Pisistrato, grazie ai legami di alleanza che questi stabilisce con Lygdamis,
tiranno di Nasso, in seguito stabilmente dopo la costituzione della Lega Delio-Attica.
Il
percorso si modifica notevolmente nel corso dellepoca classica: il punto di attracco
si � spostato a S., al porto detto Sacro, ed il percorso della qewria
sembra interessare solo larea circostante il tempio di Apollo ormai completamente
monumentalizzata[31].
Lunico
elemento naturale rimasto a fare da sfondo alla processione � il mare verso cui guardano
i tre templi di Apollo tutti orientati con ingresso a Ovest, verso il mare dunque. Loikos dei Nassi, che in origine doveva costituire
il punto darrivo, � ora il punto di partenza che i fedeli si lasciano alle spalle
appena il corteo si muove. La sua importanza viene quindi fortemente ridimensionata, cos�
come vengono marginalizzati il tempio di Leto e lAgor� dei Dodici Dei che, non
compresi allinterno del complesso, sussistono ma, a quanto � dato da intendere,
senza avere pi� una parte di rilievo
allinterno del percorso della processione: i dati archeologici lascerebbero
ipotizzare che i fedeli, dopo aver raggiunto l'area dell'edificio destinato ad ospitare i
banchetti rituali, puntassero verso il mare per tornare allo spazio antistante ai templi
di Apollon, passando attraverso la Sto� dei Nassi[32].
La
diversa organizzazione della liturgia cui si assiste a seguito dello stabilirsi della
Amfizionia delio-attica sembrerebbe il riflesso della volont� di concentrare lattenzione dei fedeli
esclusivamente su due elementi, luno cultuale laltro naturale: Apollon e il mare.
Mentre nellet�
arcaica la tensione del fedele si disperdeva in una pluralit� di centri dinteresse,
nellepoca classica essa si trova a convergere sulla figura divina del dio, unito al
mare da un legame che non appare di carattere
logico, ma analogico. La riduzione del contesto naturale e la sua focalizzazione sul mare
sembra in funzione della nuova thalassokrat�a avviata dalla politica di
Temistocle e del ruolo egemonico che Atene
assume nellambito della Lega Delio-Attica. La nuova prospezione di Atene verso il
mare non poteva infatti compiersi attraverso il recupero della figura divina che presiede
allelemento naturale, Poseidon, irrimediabilmente sconfitto da Athena nella gara che
essi sostengono per assumere la tutela della polis.[33]
Lenfasi posta sullelemento marino, se si accetta la nostra
ricostruzione, sarebbe quindi una delle innovazioni pi� efficaci, anche a livello sub-liminale, che Atene avrebbe imposto al cerimoniale delico in
seguito allaffermazione della sua egemonia sullisola e sul ciclo festivo.
La partecipazione
doveva essere, a quell'epoca, enorme: le
citt� erano invitate a mandare delegazioni ufficiali, ma dobbiamo supporre che molti
fedeli mantenessero il costume recarsi a Delo anche di propria iniziativa. Che il
pellegrinaggio continuasse a sussistere nelle sue forme popolari e spontanee ancora per
tutto il corso del V sec. a.C., nonostante
Atene si fosse gi� arrogata da tempo il ruolo di tutrice del rituale delico, �
testimoniato dallepisodio del 417
a.C., allorch� Nicia ricevette lincarico di giudare la theoria ateniese:
"celebri
sono rimaste le splendide offerte che Nicia fece a Delo, degne vera�mente del dio. I
cori, che le citt� mandavano a cantare gli inni di Apollo, sole�vano approdare
nell'isola alla buona; la folla si avvicinava alla nave e li fa�ceva cantare
immediatamente, senza un minimo di decoro, mentre per la fretta sbarcavano in disordine,
si ponevano in capo la corona e mutavano d'abito. Quando invece Nicia guid� il
pellegrinaggio, sbarc� preventivamente a Renea il coro, le vittime, la suppellettile, e
durante la notte un� il breve stretto fra Renea e Delo con un ponte, che port� da Atene
gi� costruito su misura e ornato splendidamente d'ori, drappi colorati, festoni e
baldacchini. Allo spuntar del giorno attravers� il ponte alla testa della processione
diretta al tempio e del coro, che, sfarzosamente vestito, cantava."[34].
Questa
fase pi� recente, tuttavia, non elimina il ricordo di fasi antecedenti, nelle quali Atene era confusa allinterno dellethnos ionico.
Nel
culto locale si riscontrano infatti, lungo tutto larco della storia di Delo,
elementi non necessariamente legati ad Apollon ed alla demokrat�a: tali appaiono ad es. i
riti che avevano luogo presso il celebre altare fatto di corna, il Keraton[35]. Intorno ad esso era uso correre picchiandosi (nessun navigatore
sbarcato all'isola trascurava di farlo[36]) e celebrare la danza cd. delle
gru, che replicava la danza dei sette fanciulle e dei sette fanciulli, salvati per opera
di Theseus dal labirinto[37]. Questa danza ha affascinato e
continua ad affascinare gli studiosi,
soprattutto in relazione a due ordini di problemi: la sua
risalenza e il suo carattere iniziatico[38]. A favore della sua antichit� fa
propendere la raffigurazione della ???a??? sul Vaso Fran�ois, che indicherebbe nel primo
quarto del VI sec. a.C. 570-560 a.C. il terminus
ante quem per la sua introduzione tra i rituali di Delo: si tratta di una scena di
danza che vede impegnate sette coppie di ragazzi guidati da Theseus in veste di
geranoulkos[39], cio� conduttore del choros, alla presenza di Arianna e della nutrice.
Due
elementi rimandano ad unambientazione deliaca dellimmagine rappresentata: lo
sbarco che fa da sfondo allazione, alludendo
ad una tappa di un viaggio (come � in Plutarco) e la presenza, nella schiera delle
ragazze, di Asteria, una fanciulla che porta lantico nome dellisola di Delos[40]; problematico � al contrario il
ruolo di Arianna, per cui non � stata ancora trovata una spiegazione persuasiva. Gli
elementi raccolti sembrano tuttavia sufficienti per sostenere lipotesi di una gheranos delia, soprattutto se valutati insieme ad
un argomento di carattere strutturale. Lesecuzione della danza iniziatica in Delo
avendo come fine lintegrazione delle
fanciulle e dei fanciulli ateniesi (guidati dal principe) allinterno dellethnos ionico, testimonia di una fase in cui Atene � ancora ossequiosa nei confronti delle sue
origini tradizionali, testimonia cio� di una subordinazione (cos� anche il tributo dei
capelli) e non di un ruolo egemonico. Questo
uso si mantiene come retaggio di un passato ormai superato, ma non soppresso. A Delo inoltre, i paides e le korai
ateniesi offrivano, prima di sposarsi i loro capelli sulla tomba delle cd. Vergini
iperboree, cui erano indirizzate anche le offerte primiziali che il mitico popolo degli
Iperborei inviava loro attraverso un lungo e complicato itinerario[41].
*
* *
Lesame
del ciclo festivo di Delo ha restituito il quadro di un antichissimo culto locale, che,
per la favorevole posizione geografica dellisola che lo ospita, assume gi� nel corso dellet� arcaica un carattere che
supera gli angusti confini di questa piccola terra nel mare. La facilit� di collegamento tra le isole Cicladi,
tutte molto prossime tra loro, incentiva la circolazione dei fedeli e determina una
frequentazione del suoi templi assai ampia ed estesa. Delo tende nel corso del VI-V secolo
a configurasi come lanti-Delfi e la rivalit� tra i due siti cultuali registra
alterne vicende di supremazia e di subordinazione[42]. Linteresse
politico di Atene nei suoi confronti appare originato proprio dalla presenza
in questa sede di culti non circoscritti ad un livello locale, ma in grado di determinare
una larga affluenza di devoti. Inoltre la stratificazione dei culti praticati
nellisola, testimonierebbe come lingerenza ateniese nellorganizzazione
dei rituali del ciclo festivo delico, si
concentri su alcuni particolari e non coinvolga la totalit� del contesto religioso. Al di fuori nel nucleo per cos� dire politico,
altri segmenti cultuali continuano a sopravvivere, senza
essere toccati dal processo di riorganizzazione della festivit�. Essi mantengono inalterato il loro potere di
richiamo e alimentano forme di circolazione religiosa, non riconducibili ad un unico
fulcro. Ci� non di meno, proprio legemonia che Atene esercita, consente di verificare come quelle forme devozionali
popolari, tra cui il pellegrinaggio, che lInno omerico testimonia per
lVIII-VII sec. si prolunghino nel tempo almeno fino alla fine del V secolo a.C.,
allorch�, come abbiamo visto, Nicia cerca di porre un argine allimprovvisazione che
ancora caratterizzava questa ricorrenza
festiva.
Se
dalla Grecia ci volgiamo a Roma, possiamo constatare come nel mondo romano il
pellegrinaggio, nella sua forma popolare non sia documentato. Anche in questo caso, il
vuoto pu� spiegarsi con ragioni culturali: infatti, la coincidenza tra microcosmo e macrocosmo fa s�
che tutto ci� che si ritiene esistenzialmente importante sia trasferito in Roma e subisca
qui un processo di nazionalizzazione[43]. Inoltre, non essendo Roma una
citt� prima inter pares, ma lUrbs per
eccellenza, essa non promuove n� partecipa a culti, per cos� dire, federali[44].
Il
culto che pi� si avvicina al pellegrinaggio, o meglio, come sottolinea Brelich, non
ne differisce, nella sua forma storicamente nota, che per l'unica circostanza di esser
organizzata da parte dello stato, � il culto di Iuppiter Latiaris.[45].
Esso
era legato ad una ricorrenza religiosa dai caratteri arcaici, le cd. Feriae Latinae, la festa, per cos� dire,
nazionale dei populi Latini che avevano imposto
il loro nome alla festivit�[46]. Nonostante il nome
trasparente e i contributi di vari studiosi[47], il rituale presenta ancora
diversi lati oscuri; ci soffermeremo, pertanto, solo su alcuni elementi, la cui
interpretazione, tuttavia, come vedremo, � non sempre agevole.
Stando
alle fonti, vi prendeva parte un gruppo di citt� (Plinio ce ne d� un elenco, non
completamente affidabile[48]) che inviavano delegati al
santuario posto sulla sommit� del Mons Albanus, a ca
km. 20 a Sud di Roma, in quello che la vulgata indicava come il territorio di Alba Longa[49].
Allinizio
Roma era una delle citt� partecipanti. Di questa fase pi� antica possiamo rintracciare
qualche indizio nella topografia di Roma: gli studi condotti da Richardson[50] e da Coarelli[51] sulla zona dellAuguraculum dellArx mostrerebbero un orientamento della spectio augurale perfettamente allineata con il
Mons Albanus. In altri termini, durante la cerimonia della presa degli auguria sullArx Capitolina, il sacerdote si
sarebbe disposto a Ovest puntando lo sguardo verso Est (o pi� precisamente verso Sud-Est)
e mirando cos� idealmente al Mons Albanus[52].
E
quanto mai probabile - scrive Coarelli- che anche sul Mons Albanus esistesse un auguraculum, e che anche gli altri centri del
Latium vetus orientassero i loro templa auguralia in direzione del centro religioso della
lega.[53].
Ci� testimonierebbe di una situazione in cui Roma, compresa
allinterno del nomen Latinum, non riveste ancora un ruolo egemone.
Accanto a questo elemento, possiamo aggiungere la presenza di un collis Latiaris
a poca distanza dallArx su cui sorgeva un altro auguraculum, con diverso orientamento, che
evidentemente si propone come replica del Mons su cui si celebrava la festa comunitaria
dei Latini.
Gli
elementi che abbiamo esposto rinvierebbero ad unepoca in cui Roma guarda ancora con
rispetto verso le comunit� latine ed � paga del posto che occupa tra loro;
successivamente questo atteggiamento muter� radicalmente e Roma, ormai consolidato il suo
ruolo di leader nellItalia peninsulare, tender� piuttosto a replicare il suo spazio sacro, ad es. nelle colonie,
mediante la costruzione di Capitolia
riproduzioni locali del culto di Iuppiter O.M. e testimonianza della posizione del
predominio della citt� e del suo dio[54].
Secondo
la tradizione dopo la scomparsa di Alba Longa, Roma assunse il controllo della
celebrazione delle Feriae Latinae, ricevendo, attraverso la continuazione delle
feste albane sotto la presidenza romana una sorta di legittimazione successiva[55] come centro sacrale della lega
latina.
Il
ruolo egemonico di Roma si esplicava principalmente nella
loro proclamazione, trattandosi di una festa celebrata a data mobile (feriae conceptivae)[56] e nellattribuzione a
Iuppiter del sacrificio comune che costituiva il momento centrale della festa.
La
loro indizione era un compito che spettava ai consoli e trascurare di proclamarle
costituiva una grave negligentia che poteva
causare ripercussioni sul mantenimento della pax
deorum.[57] La data della celebrazione inoltre
era condizionata dallentrata in carica dei magistrati e a sua volta ne condizionava
lazione dal momento che, tra laltro, i proconsoli non potevano partire per le provinciae finch� non si era espletata questa
incombenza rituale[58]. I consoli si recavano sul Mons
Albanus accompagnati dai magistrati pi� anziani, in un corteo che doveva essere imponente
e che, privando la citt� delle sue somme magistrature, richiedeva la proclamazione di un
apposito praefectus urbi feriarum Latinarum causa,
che preversasse Roma dai pericoli legati ad un vuoto di potere[59]. Esse risultavano cos� collegate
all'anno "civile" e, piuttosto che avere una valenza commemorativa, presentavano
i caratteri di una grande festa di rinnovamento sia a livello religioso che magistratuale.
Durante
il ciclo festivo durava tra tutti i popoli una tregua[60]. Tale particolare, comune anche ad
altri culti federali, potrebbe essere allusivo di una fase, in cui le feriae dovevano cadere durante la stagione
estivo-primaverile, che tradizionalmente coincideva con la stagione della
guerra; in questa prospettiva, la cadenza mobile del ciclo festivo non sarebbe
anteriore allo stabilirsi della tutela di Roma, dove, come � noto, lentrata in
carica dei magistrati, soprattutto in epoca arcaica, non avveniva sempre nella stessa
data. Se cos� fosse, si sarebbe in grado di recuperare un primo probabile elemento legato
alla riforma romana del cerimoniale.
Ma non � tutto. Il giorno del sacrificio, che
suggellava anche la chiusura del periodo festivo, era chiamato Latiar[61]: le carni della vittima, un bovino
maschio[62], offerta a Iuppiter Latiaris erano
spartite tra i rappresentanti delle citt�
ammesse[63], che ribadivano in questo modo lunit� che li affratellava, ma anche lindipendenza che
ciascun soggetto manteneva[64]. Dal punto di vista linguistico
Latiar, sia come termine che designa il sacrificio sia come epiclesi del dio, appare
derivato con un suffisso ar/al, a partire
da un tema nominale lat(i)-[65]; questo tipo di formazione, se
costituito a partire da un teonimo, di norma definisce o il luogo di culto del dio (es.
Apollin-are, Volcan-al) o i riti e i giorni della festa in suo onore (es. Ludi
Apollin-ares, Volcan-alia). Nel caso in
esame, al contrario, sembra che il rito sacrificale e il destinatario divino non esista
iato temporale, e che anzi sia piuttosto il nome del sacrificio (Latiar) a precedere e
determinare lepiclesi del dio e non viceversa: Iuppiter Latiaris sembra esaurire la
sua funzione nellagire come destinatario del latiar,
attraverso cui Roma convoglia sulla massima divinit� del suo pantheon (e quindi su di s�) la tutela e gli
effetti del rito centrale delle Feriae. Questo esito pu� essere considerato normale dal
momento che in un sistema politeistico maturo non esistono pi� riti che non siano
attribuiti a divinit�[66]; pu�, tuttavia, anche essere
assunto come indizio di una polemica religiosa nei confronti dellethnos latino, polemica che avrebbe
agito subordinando al dio sovrano della citt� egemone (Iuppiter) un dio etnico-eponimo che in una fase aurorale
potrebbe essere stato il titolare della festa (orientando in tal modo anche la formazione
del nome del rituale). Se � vero che un dio Latius non appare testimoniato come entit�
autonoma, ma unicamente come espressione di Iuppiter (in unepigrafe da Pisaurum, di
et� repubblicana che menziona i CULTORES
IOVIS LATII[67]) � anche vero che i troppi
elementi dissonanti con la figura di Iuppiter hanno gi� suggerito ad altri studiosi
lipotesi dellesistenza di un destinatario originariamente diverso da quello
documentato in epoca storica. Dobbiamo quindi ritenere che un dio Latius, se mai �
esistito, sia stato attratto, in area romana, nella sfera di Iuppiter e abbia qui subito
un processo di adattamento fonetico conclusosi con lesito che conosciamo (Latiaris),
con ogni probabilit� al fine di distanziare le sue sorti da quelle dei populi latini; oppure abbia continuato ad avere un
ruolo autonomo, ma relegato in ambito locale non essendo in grado di arginare la
concorrenza cultuale del suo quasi-doppio Iuppiter Latiaris cui � indirizzato, in et�
storica, il sacrificio comune. Un altro
argomento pu� addursi a conferma dellattrazione successiva del latiar
(inteso come sacrificio) allinterno della sfera di Iuppiter: lesistenza di un
arcaico sacrificio denominato Palatuar[68], celebrato sul Palatino e sulla Velia che, come � stato notato, evoca il nome del
rito celebrato sul Mons Albanus[69], e, aggiungiamo noi, non si spiega
se non facendo riferimento ad una fase in cui Roma non ha ancora assunto unidentit�
distinta ed egemone tra i popoli Latini.
Le
feriae Latinae, tuttavia, non si esaurivano
nella celebrazione del sacrum: altri elementi,
pi� popolari, sono testimoniati dalle fonti come lofferta dellenigmatico piscatorium aes [70] o luso rituale degli oscilla, delle altalene sulle quali i devoti si
dondolavano[71]. I miti eziologici ne riportano
lorigine ai greci Icarius ed Erigone[72] titolari della festa Aiora[73], o al culto del re
eponimo e antenato Latinus[74], solo da Festo identificato con Iuppiter Latiaris[75]. Nella versione che ci d� Servio,
Latinus sarebbe scomparso improvvisamente e, solo dopo una lunga ricerca, il corpo sarebbe
stato trovato appeso ad un laccio; il suo suicidio per impiccagione avrebbe assunto, nella
tradizione, un valore prototipico[76]. Brelich rileva in questo
complesso mitico-cultuale due caratte�ristiche arcaiche: l'uso rituale dell'altalena che
ritiene un elemento ricorrente dei culti preellenici e la ricerca di un dio morto, motivo
che si lega ad antichissimi contesti religiosi greci, come il mito ed il culto di Adone[77].
Nel
contesto romano, tuttavia, gli oscilla avrebbero rappresentato secondo la
tradizione accreditata da Varrone, una forma di celebrazione dei defunti ed in particolare
una sorta di parentatio tributata ai morti per
impiccagione, che, per antica norma, non era consentito di onorare secondo i rituali
comuni (iusta) [78].
Tale
notizia sembra restituire un particolare autentico, dal momento che � stata da tempo
rilevata la funzione di re-integrazione che i
rituali di dondolamento-sospensione e di
immersione-abluzione esplicherebbero, anche in contesti misterici, nei confronti della
morte rispettivamente per impiccagione e per annegamento, intesa non tanto come fine della
vita quanto piuttosto come passaggio allalterit� (rappresentata dallaria o
dall'acqua) nei confronti dellesistenza comune legata alla terra[79]. Non si pu� del resto neanche
escludere che il dondolamento sugli oscilla
durante le Feriae Latinae richiami una morte
simbolica connessa a forme di iniziazione[80], sopravviventi, come abbiamo
visto, anche nei rituali delici.
Anche
altri aspetti del dossier relativo
ed al Mons Albanus riportano allambito funerario, come ad es. il novemdiale
sacrum, sacrificio del nono giorno, uno dei sacra
privata delle cerimonie funebri, prescritto
da una voce divina (voce caelesti) ex Albano monte missa come espiazione del
prodigio della pioggia di pietre[81]; questo tipo di procuratio divenne tradizionale e, caso
isolato nell'ambito della religione romana, and�
a costituire una modalit� di espiazione automatica, ossia senza ricorso alla lettura dei libri Sybillini[82]. Il rituale sarebbe stato ripreso
dai sacra privata e precisamente dal sacrificio
offerto al defunto nel nono giorno dalla morte[83].
Anche
allinterno delle Feriae Latinae, quindi, �
possibile individuare la compresenza di vari nuclei cultuali, non necessariamente connessi
alla figura divina che esercita il ruolo principale,
nuclei cultuali che, prolungano la loro
esistenza fino in et� pienamente storica.
OSSERVAZIONI
CONCLUSIVE
L'esame, sia pur
sommario, del ciclo festivo di Delo e delle Feriae Latinae, ha mostrato, per quanto
riguarda il pellegrinaggio, la possibilit� di recuperarne qualche frammento a ridosso di elementi
cultuali riplasmati in modo da poter accedere al livello ufficiale e pubblico; solo a
queste condizioni, tali forme di religiosit� popolare riescono ad uscire da quella zona
d'ombra cui abbiamo accennato in apertura e a riguadagnare la scena della storia.
Per quanto attiene
alla Grecia, il ricordo sporadico di qualche esempio di mobilit� religiosa sopravvive, al
di l� del culto da noi preso in esame, tra le pieghe della religiosit� ufficiale,
favorito dal carattere policentrico della cultura greca[84]; nella religione romana arcaica,
al contrario, l'idea di Roma come urbs sacra[85], provoca la tendenza ad accentrare
entro i suoi confini tutti i culti (dopo averli resi, con opportuni strumenti rituali,
coesistenti alle origini) e quindi disincentiva, a livello ufficiale, ogni forma di
pellegrinaggio.
Nei contesti religiosi
presi in esame, inoltre, il pellegrinaggio sembra costituirsi non tanto come
"sopravvivenza" a livello folklorico di un elemento residuale di una precedente
cultura egemone, quanto come continuit� di espressione di uno strato che gi� in origine
si presentava come popolare[86]. Infatti, nel complesso
organismo di queste feste abbiamo potuto rinvenire segmenti cultuali riferibili a diversi
nuclei ed a differenti fasi: alcuni, in particolare la processione per il rituale delico e
il sacrificio comune per le Feriae Latinae, sono apparsi riplasmati in relazione alle
nuove esigenze di egemonia e di legittimazione connesse al nuovo assetto politico,
continuando tuttavia a coesistere con gli altri elementi originari, senza entrarvi in
conflitto. Soprattutto per il pellegrinaggio non si pu� parlare di "survival",
dal momento che proprio la forza di attrazione che i siti federali di Delo e del Mons
Albanus esercitavano, l'uno sull'ethnos ionico
l'altro sui populi Latini, devono essere stati
alla base dell'interesse politico di Atene e di Roma per tali culti. In altri termini,
l'enorme partecipazione di fedeli che si legava a queste celebrazioni garantiva risonanza
ed efficacia all'operazione propagandistica promossa dalla citt� egemone. Il
pellegrinaggio era dunque un elemento popolare da valorizzare nel segno della continuit�
anche e soprattutto nella mutata prospettiva politica egemonica della demokratia ateniese
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Le
Tavole 1-2 sono riadattate da A.
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tavole 3-4 sono riprese da G. Lugli, Studi minori di topografia antica, Roma 1965; la
tavola 5, da Coarelli 1983.
[1] Cfr. van der Leuw 1933,
pp.378-380; Turci
19492, p. 620.
[2] A tuttoggi manca unanalisi specifica, in una prospettiva storico-religiosa, del pellegrinaggio nel mondo classico; cfr. la voce Pilgrimage dellEncyclopaedia Britannica, vol. XVI Chicago 1964, in cui pochissimo spazio � riservato alla questione del pellegrinaggio in epoca precristiana; il problema � stato impostato, dal punto di vista metodologico, da Brelich 1953-1954 in un fondamentale studio dedicato al culto della SS. Trinit� sul Monte Autore; lopera di K�tting 1950 resta, nonostante limpostazione prevalentemente descrittiva, un punto di riferimento per qualsiasi analisi del fenomeno.
[3] La forma pelegrinus, con dissimilazione della /r/ in
posizione pretonica, � attestata gi� in epoca bassa, Ernout-Meillet 19675 s.v. peregri,
Devoto 1968, sv. pellegrino; essa � passata nelle lingue romanze, MeyerL�bke 19323, n.6406, p.
528; in italiano, la dissimilazione della sequenza r-r in l-r (riscontrabile anche in
altri casi, cfr. arbor > albero, Rohlfs 1949, p. 460) si associa al fenomeno della
geminazione della liquida laterale /l/ in posizione pretonica, cfr. pellicano, Rohlfs 1949, p. 321.
[4] Varro L.L. 5, 3: multa verba aliud nunc ostendunt, alius ante significabant, ut hostis: nam tum eo verbo dicebant peregrinus qui suis legibus uteretur, nunc dicunt eum quem tum dicebant perduellem; Cic. leg. Agr. 34, 94 contrappone civis a peregrinus; cfr. anche Cic. p. Balb. 55: scientia peregrina et externa, mente domestica et civili.
[5] Per l'istituzione
della magistratura del praetor peregrinus, Liv.
Epit. 19; Lyd. Mag.
1, 38; per le sue competenze, Crif� 1996,
pp. 76-77.
[6] Gaius Inst. I, 14: vocantur peregrini dediticii hi, qui quondem adversus populum Romanum armis susceptis pugnaverunt, deinde victi dediderunt.
[7] K�tting 1950, p. 8.
[8]
In Ernout-Meillet 19675 s.v. peregri,
peregri �
ritenuta la forma normale del locativo; peregre
ha dovuto subire linfluenza degli avverbi tipo longe di significato simile; � usato come avv. di
stato in luogo: peregre est animus Hor. Epist.
I, 12, 3; e come avv. di moto da luogo, peregre
venire Pl. Trin. 423.
[9] Il passaggio di /a/ breve in /e/ breve davanti a gruppo di consonanti � un fenomeno normale, cfr. Ernout-Meillet 19675, ibid..
[10] La proposta � di
Meillet, Ernout-Meillet 19675, ibid. s.v., che
ha identificato nel primo elemento per- un
aggettivo con vocalismo /e/ normale negli aggettivi tematici i.e. che si ritrova
nellosco perum 'senza' e che ha il suo
corrispondente esatto nel skr. parah 'lontano';
la questione � tuttavia controversa, in quanto altri linguisti vi vedono piuttosto la
preposizione per- 'attraverso', che risulta
meno soddisfacente per quanto riguarda il significato.
[11]
L'espressione � in Xen Hell. IV, 7, 3; in Plato Crit.
52B si incontra exercomai
epi
qewrian,
a proposito dellunico viaggio compiuto da Socrate per assistere ai giochi
sull'Istmo.
[12] Il suo contrario � epidhmew con il significato di risiedere, avere dimora, cfr. Plato ibid.
[13] Heiler 1923, pp. 137-138, ha
sottolineato come aspetti necessari il carattere locale della divinit� e lesistenza
di una rete organizzata di circolazione e di scambi
[14] Brelich 1953-1954, pp. 48-49.
[15] Herod. II, 60; traduzione del redattore.
[16] Unanalisi
approfondita dei caratteri del mito e del culto di Trophonios in Brelich 1958, pp. 46-59.
[17] Il culto di Fortuna a Preneste aveva dei caratteri incompatibili con la religione romana arcaica, quali la divinazione effettuata attraverso le sortes e perci� era fatto divieto ai magistrati di consultare questo oracolo per questioni riguardanti la res publica; per l'incompatibilit� di Fortuna, cfr. Brelich 19762, pp. 23-55.
[18] La scelta di Delo �
motivata dalla comparabilit� con lunico culto federale attestato per Roma: si
tratta di due culti a carattere etnico
riformati da una citt� a fini politici.
[19] L'isola di Delo gode
di una favorevole posizione geografica, che ne fa una testa di ponte tra la Grecia
continentale, Creta e l'Oriente; a fronte di ci�, le sue risorse sono limitate, data la
natura arida del terreno. I primi insediamenti risalgono al terzo millennio a. C. e sono
attribuibili a popolazioni di origine anato�lica; dopo questo periodo esiste una lacuna
nella documentazione, che riprende in et� micenea, con depositi ceramici in diversi punti
dell'isola; per la storia di Delo, cfr. Bruneau-Brunet-Farnoux-Moretti
1996; Bruneau- Ducat 1983.
[20]
Nell'epoca pi� antica il sito doveva essere dedicato ad una figura divina femminile, in
seguito assimilata ad Artemis; il principale edificio di culto sorgeva nel punto in cui in
seguito fu eretto l'Artemision arcaico; non vi sono prove dell'esistenza di una figura
divina maschile; una questione ancora non risolta riguarda la continuit� tra i culti
micenei e quelli greci, cfr. Cassola 1975, pp.
86-87; Bruneau 1970.
[21] Il culto di Apollon deve essersi imposto a Delo tra il XII-IX secolo a. C., Cassola 1975, p. 87.
[22] Hom. Od. VI 162-3.
[23] Secondo la
tradizione, Apollon era nato ai piedi di una palma presso le rive del �lago rotondo�, a
breve distanza dalla zona templare; cfr. Teogn.
vv. 5-7.
[24] Brelich 1964-1965, p. 46.
[25] Inno Omerico ad Apollo, vv. 146-155 (traduzione di Cassola 1975).
[26] Brelich 1964-1965, ibid.
[27] Gallett de Santerre 1958, pp. 226-227.
[28] Il percorso della
processione in epoca arcaica e classica � stato ricostruito da Papageorgiou-Venatas 1981, p. 46, in uno studio riguardante la storia
dell'urbanistica di Delo.
[29] Papageorgiou-Venatas 1981, ibid..
[30] Inno Omerico ad Apollo: vv. 158-161(traduzione di Cassola 1975).
[31] Papageorgiou-Venatas 1981, p. 46-50.
[32] Papageorgiou-Venatas 1981, p. 46.
[33] Montanari 1979, pp. 38-52.
[34] Plut. Nic.
3 (traduzione del redattore).
[35] Per le testimonianze,
la localizzazione, i culti che si svolgevano presso questo particolare altare, cfr. Bruneau 1970, pp. 19-35.
[36] Call. ad
Del. vv. 322-324.
[37] Plut. Thes.
21.
[38] L'aspetto iniziatico
� stato studiato in particolare da Ker�nyi 1966.
[39] Hesich. sv. Ge?????????.
[40] Call. ad
Del. v. 40.
[41] Herod. IV, 33-35; Call. ad
Del. vv. 275-299; per le Vergini Iperboree, cfr. Cassola 1975, pp. 88-89; Mastrocinque 1991, pp. 41-45.
[42] La rivalit� appare
collegata soprattutto al santuario oracolare e ad alla leggenda delle vergini Iperboree,
cfr. Cassola 1975, p. 87-89.
[43] Si pensi, ad es. all'introduzione del culto a Venus Erycina; si tratta di un culto locale, legato al tempio di Venus sul monte Eryce in Sicilia, "importato" e adattato ai caratteri della religione romana durante la Seconda Guerra Punica, cfr. Montanari 1976, pp. 191-261.
[44] Brelich 1953-1954, p. 49.
[45] Brelich 1953-1954, pp. 49-50; De Cazanove 1993, pp. 34-39.
[46] Varro L.L. VI, 25: Si�militer Latinae Feriae dies conceptivus dictus a
Latinis populis, quibus ex Albano Monte ex sacris carnem petere fuit ius cum Romanis, a
quibus Latinis Latinae dictae.
[47] Il lavoro pi�
recente dedicato al complesso dei rituali ospitati sul Mons Albanus � Pasqualini 1996, con ampia discussione e bibliografia; cfr. anche Le Bonniec
1965; Scullard, pp. 111-115; Eisenhut ,
[48] Plin. N.H.
3, 69: In prima regione praeterea fuere in Latio
clara oppida Satricum, Pometia, Scaptia, Politorium, Tellena, Tifata, Caenina, Fi�cana,
Crustumeria, Ameriola, Medullum, Corniculum, Saturnia ubi nunc Roma est, Antipolis quod
nunc Ianiculum in parte Ro�mae, Antemnae, Camerium, Collatia, Amitinum, Norbe, Sulmo, et
cum iis carnem in monte Albano soliti accipere populi Albenses: Albani, Aesolani,
Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusueta�ni, Coriolani, Fidenates, Foreti,
Hortenses, Latinienses, Longani,Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani,
Octulani, Pedani, Poletaurini, Querquetulani, Sicani, Sisolenses, Tolerien�ses,
Tutienses, Vimitellari, Velienses, Venetulani, Vitellenses. Ita ex antiquo Latio LIII populi interiere sine
vestigiis; per i partecipanti alla Feriae, cfr. Ampolo
1996.
[49] Serv. ad
Aen. XI, 134: Catonem sequitur qui Albanum
montem ab Alba longa putat dictum.
[50] Richardson 1978, pp. 240-246.
[51] Coarelli 1983, pp. 99-107.
[52] Coarelli 1983,
p. 101.
[53] Coarelli 1983, ibid.
[54] Il fenomeno � stato
studiato da Bianchi 1950, che sulla base dei
dati archeologici ed epigrafici ne ritiene certa l'esistenza per le colonie dedotte nel II
sec. a.C., senza tuttavia escludere che tale usanza fosse presente fin dalle prime
fondazioni di colonie da parte di Roma; cfr. anche Montanari
2001, pp.
[55] Wissowa 1912, p. 124.
[56] Cfr. n. 46.
[57] Il caso pi� famoso
di negligentia fu compiuto da C. Flaminius, il
console della battaglia del Trasimeno, Liv.
XXII, 63, 5-9.
[58] E' soprattutto Livio
a testimoniare la grande importanza politica delle Feriae Latinae, cfr. Liv. XXV, 12, 1; XXXVIII, 44, 7-8; XLII, 35, 3.
[59] Cfr. Scullard p. 114.
[60] Macr. Sat.
I, 16, 16: Nam cum Latiar, hoc est Latinarum
sollemne, concipitur, item diebus Saturnaliorum cum mundus patet, nefas est proelium
sumere: quia nec Latinarum tempore, quo publice quondam indutiae inter populo Romanorum
Latinosque firmatae sunt, inchoari bellum decebat.
[61] Cic. ad
Quint. fr. II, 4, 2; Macr. Sat. I, 16, 16.
[62] Arnob. II, 68; Capdeville 1976, p. 122.
[63] Serv. ad
Aen. I, 211.
[64] Scheid 1988, pp. 271-272.
[65] Benveniste 1935, p. 55.
[66] Brelich 19762, p. 80 n.
[67] CIL XI 6310.
[68] Fest. 348 L.
[69] Grandazzi
[70] Fest. 231 L., Pasqualini 1996, p. 220.
[71] Serv. Georg.
II, 389.
[72] Hyg. Fab.
130.
[73] Hesych.s.v. ????a
[74] Serv. loc.
cit.; Fest 212 L.
[75] Fest 212: Latinus
rex, qui proelio, quod fuit adversus Mezentium, Caeritum regem, nusquam apparuerit,
iudicatusque sit Iuppiter factus Latiaris.
[76] Serv. loc.
cit.: Post mortem Latini regis quaesiverunt eum in terra et
in mari et nusquam inventum est corpus eius; quaesiverunt eum in aere et suspendisse (se )
laqueo inventum est. Hinc initiaverunt hoc genus mortis.
[77] Brelich 1954-55,
p.
[78] Varro in Serv. loc. cit.: suspendiosis, quibus iusta fieri ius non sit, suspensis oscillis, veluti per imitationem mortis parentari.
[79] Sabbatucci 1965, pp. 66-67.
[80] Andreis 1964,
pp. 126-136.
[81] Liv. I, 31, 1-4: Devictis Sabinis, cum in magna gloria magnisque opibus regnum Tulli ac tota res Romana esset, nuntiatum regi patribusque est in monte Albano lapidibus pluisse. Quod cum credi vix posset, missis ad id visendum prodigium, in conspectu haud aliter, quam cum grandinem venti glomeratam in terras agunt, crebri cecidere caelo lapides. Visi etiam audire vocem ingentem ex summi cacuminis luco, ut patrio ritu sacra Albani facerent, quae velut dis quoque simul cum patria relictis oblivioni dederant, et aut Romana sacra susceperant aut fortunae, ut fit, obirati cultum reliquerant deum. Romanis quoque ab eodem prodigio novendiale sacrum publice susceptum est, seu voce caelesti ex Albano monte missa - nam id quoque traditur - seu haruspicum monitu.
[82] Liv. I, 31, 4: mansit certe sollemne ut quandoquidem prodigium
nuntiaretur feriae per novem dies agerentur.; per i libri Sibyllini ed il sacerdozio preposto alla
loro consultazione, i decemviri sacris faciundis,
cfr. Santi 1985.
[83] Il novemdiale sacrum sarebbe il sacrificio
celebrato nel nono giorno", secondo l'interpretazione del termine data da Dum�zil,
il quale propende per scindere la durata delle feriae
da quella del sacrificio, Dum�zil 19742,
p. 398 e n. 2.
[84] Altri esempi di
pellegrinaggio nella religione greca sono stati studiati da K�tting 1950, pp.
15-32 (Epidauro); pp. 32-57 (Efeso).
[85] Per questo concetto,
cfr. Fugier
1963, pp.199-224.
[86] E' questa la
posizione di Brelich, che emerge nello studio del pellegrinaggio sul Monte Autore ed �
ribadita, in riferimento al medesimo articolo, in Brelich 1979, p. 48.